Incrocio beatnik
di Flavio Stroppini

L’incrocio sta al centro della città, a fianco della stazione che porta a Nord. Lo si può dividere in quattro angoli. Quello del bar, quello dell’hotel, quello del negozio di dischi e quello del piccolo supermercato.

Se ti metti nel mezzo e guardi verso la stazione, girando in senso antiorario trovi il bar.
Ha sei tavolini rotondi, di quelli che solitamente stanno all’esterno, e sedie di ferro alla moda parigina: verdi. Il bancone sta a destra, accanto alla porta del bagno, quella che non si chiude.
Al tavolo vicino alla vetrata c’è sempre lui, con la sua cuffia di lana che cambia ogni giorno colore.
- Bella rosa, sembri più finocchio del solito.
- A Warhol nessuno diceva così, nemmeno a Jim Morrison.
- Non era mica finocchio Jim Morrison.
- No, eppure gli davano del pervertito.
- Erano altri tempi, adesso sarebbe in parlamento.
- Erano i miei tempi.
- Quanti anni hai?
- Ho appena fatto i trecentosedici ieri e non mi hai offerto da bere.
- Vieni che ti offro qualcosa.
- No grazie, non bevo con gli stronzi.
Il tempo scivola sulle discussioni sempre uguali, tra un bicchiere di Pernod ed uno di Campari.
- Il tempo è un fottuto cane che si morde la coda – dice Antonio il barista.
Ma chi se la ricorda la beat generation. Qualcuno Kerouac, qualcuno Burroughs, pochi Watts, pochi Kaufman.

Una volta all’hotel, che se continui in senso antiorario viene dopo il bar, ha dormito un tizio che era stato a Lowell, Massachusset. Era andato per vedere la casa di Kerouac ma l’avevano demolita. Aveva trovato una zia di Kerouac e lo avevano invitato ad una festa e presentato al sindaco di Lowell, Massachusset. Il giornale della contea lo aveva intervistato e per qualche tempo era stato una celebrità. Aveva raccontato di essere andato anche a Los Angeles per vedere i luoghi di John Fante. Così era salito su di un bus, una visita guidata al mondo di Fante.
- Là c’era il motel di “Chiedi alla polvere” – diceva al microfono la guida turistica.
- Ma è un parcheggio – rispondeva lui.
- Quello è il bar della cameriera di cui Bandini, il protagonista di “Chiedi alla polvere” era innamorato.
- Ma è il palazzo delle poste.
- Quelle erano le vigne descritte ne “La confraternita del Chianti”.
- Ma è un cimitero.
E così di seguito.
L’albergo ha sei piani e sei stanze. Una per piano. A Marcel, il proprietario, piace Jimi Hendrix. Lo ascolta ininterrottamente. E’ l’unico albergo dove non è l’albergatore che reclama per i rumori con i clienti ma i clienti con l’albergatore.
Solitamente a questo punto lui risponde:
- Se non si vive verrete fucilati in fondo alla strada.
Tutti pensano sia impazzito e si spaventano, invece lui cita solo Easy Rider. L’albergo si chiama ELEGIAC FEELINGS come la poesia che Corso ha dedicato a Kerouac alla sua morte. La stanza al primo piano, quella con la poltrona rossa, è riservata ad Herbert, che non è un uomo.

La musica Marcel la compra alla Montagna magica. Che sta per “Magic Mountain”, la canzone che Eric Burdon suona con i War in “Tabacco Road” del 1977.
- Quello è un disco, altro che i Killers, i Franz Ferdinand e quelle mezze seghe di oggi. “Tabacco road”, l’on the road americano. Burdon che lascia l’Inghilterra e gli Animals per mescolarsi alla cultura nera di New York.
- A me fa schifo il funk-afro-reggae dei War.
- E cosa ascolti?
- I Radiohead.
- Non sono poi male, stampano ancora su vinile la loro musica.
- Ci beviamo una birra?
- Vorrei un Southern Comfort.
- Vado a prendere una bottiglia da Waldo’s.

Waldo’s, se fai il giro in senso antiorario partendo dalla stazione che porta a nord, lo vedi alla fine. E’ un piccolo supermercato che offre solo quello che piace ai clienti abituali. Neal, che è un soprannome, sta sempre seduto su di uno sgabello blu con una sigaretta spenta a metà in bocca.
- Ho smesso di fumare, ed era questa sigaretta. Se voglio ricominciare, ricomincio da qua.
Il supermercato si chiama Waldo’s in onore della serie anni ’70 Johnny Staccato, con Cassavetes che fa il detective pianista jazz. Neal impazzisce per il cinema.
- Me la dai una bottiglia di Southern Comfort con lo sconto?
- Di’ a Janis Joplin di là che potrebbe anche regalarmi qualche disco con gli sconti che gli faccio.
- Hai visto qualche film decente ultimamente?
- “Cowboy drugstore”, con Matt Dillon – risponde.
- Quello dove lui pensa che un cappello appoggiato sul letto porti sfortuna?
- Quello.
- Preferisco “La leggenda del re pescatore” di Terry Gillian.
- Ma non c’entrano nulla tra loro, è come andare in un ristorante francese o in uno italiano.
- È sempre mangiare no?
Tra qualche mese Waldo’s chiude, Neal non ha dato nessuna spiegazione in merito, solo un cartello:
CHIUSO TRA QUALCHE MESE.
La gente dice che abbia ereditato. Quando lo interrogano in proposito risponde:
- Non ho come Burroughs un parente nelle calcolatrici che mi lascia duecento dollari al mese a patto che consulti regolarmente uno psichiatra.
Di solito a questo punto interviene Herbert, che prende una pausa dal lavoro:
- Portami via da questo posto, ti farò felice.

Herbert è una prostituta sulla cinquantina ed ha sempre più freddo e meno clienti. Lei è la lancetta dell’orologio che se giri in senso antiorario partendo dalla stazione ti mostra l’incrocio. Passa tra bar e negozio di dischi, tra hotel e piccolo supermercato. Tra piccolo supermercato e bar, tra negozio di dischi ed hotel. E’ un soprannome Herbert, l’ha trovato Marcel. Herbert come Herbert Hunkle, il tizio che Burroughs ha descritto in “La scimmia sulla schiena”, anche lui si prostituiva, a New York sulla 42°.

All’incrocio ci arrivi solo se sbagli strada. Per il centro con i locali alla moda vai dall’altra parte. Perché l’incrocio è come se nemmeno esistesse, è come l’acqua sulle strade in agosto: un miraggio.
Eppure c’è del ritmo e se cerchi delle fotografie in movimento di un periodo in cui non c’eri, te ne torni qua, seduto su di una sedia di ferro verde al bar a leggere la poesia di McClure sopra il bancone:

VOLEVAMO UNA VOCE, VOLEVAMO UNA VISIONE

Lui sta sempre lì, oggi con la cuffia verde fosforescente. Talvolta esce dal bar e si avvicina ad un passante qualunque e gli dice che sta cercando l’unico rifugio dove possa meditare e contemplare veramente in pace.
- Vai a morire finocchio – gli rispondono.
E lui lo farebbe se trovasse almeno un po’ di vita nella cosa.

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