Numero 14

Editoriale

Qualche settimana fa sono stato a Milano. Un sopralluogo preliminare in previsione di un prossimo trasferimento. Abituato alle distanze torinesi, ho girato per lo più a piedi e distrutto delle scarpe comprate a marzo a 65 euro. Ho incontrato amici che vedo di rado. Ho fatto una telefonata mentre Bianconi aspettava qualcuno seduto al tavolino di un locale gestito da una signora simpatica. Ho mangiato un carpaccio di spada osservando Andrea e Maurizio di Masterchef che mangiavano qualcos’altro e prendevano appunti. Sono passato davanti a Paolo Rossi, dicendomi che in fondo è meno basso di quanto sembra in tv. Ho visto di spalle il Nongiovane e di faccia l’altro che sta sempre con lui; li ho visti mentre cercavo un posto per bere una birra, li ho ritrovati nella stessa identica posizione ripassando due ore, un panino e due birre dopo.
Ho fatto tutto quello che potevo fare, in tre giorni a Milano. Tutto tranne ciò che mesi prima mi ero convinto fosse l’unica cosa davvero importante, sensata, necessaria: visitare il Lazzaretto. Questo accadeva dopo aver avuto la fortuna di leggere il secondo romanzo – al momento inedito – di Fabio Guarnaccia: Una specie di Paradiso. Accadeva perché una Milano così, io, in un libro, non l’avevo mai trovata. E sapere che esiste, o anche solo illudersi che esista, è una di quelle cose capaci di metterti in pace perfino con le blatte agonizzanti nei cessi dei bar sui Navigli. L’estratto che presentiamo è uno dei pochi non ambientati a Milano, ma ci piaceva particolarmente perché ci sembra molto adatto a trasmettere in poche righe lo spirito del testo: un mix di temi, generi, influenze che, gradualmente, da romanzo familiare si trasforma in una rocambolesca avventura.
Ad aprire il numero c’è però un’altra anticipazione, di un’autrice che dopo tre raccolte arriva al suo primo romanzo: Rossella Milone. Il libro esce in questi giorni (il 28 maggio) per Einaudi, si intitola Poche parole, moltissime cose e ruota intorno alla fuga di una coppia di anziani innamorati: Olga e Sergio. Se finora siete stati così sciagurati da non incontrare la splendida scrittura di Rossella perché rientrate nella categoria di persone che io i racconti uhm, però, ni, boh, be’, adesso non avete più nessuna scusa.
Ginevra Lamberti ci porta a Venezia, tra case torri, tende Quechua, rapporti di coinquilinato, allagamenti improvvisi, strambe padrone di case. Simone Tempia ci spiega perché pagare uno stagista per non fare assolutamente nulla potrebbe rivelarsi un’acuta mossa imprenditoriale. I ragazzini di Martin Hofer ci trascinano in caseifici abbandonati di provincia, tra riti di passaggio, vulnerabilità e profanazioni. Veronica Galletta manovra il tempo a suo piacimento, riappacificandoci per sempre con i racconti su funerali, nonni, nonne.
In chiusura di questo editoriale eccezionalmente chilometrico, un ringraziamento speciale va poi all’autrice della copertina, Ilaria Meli, e alle sue due volpi aspiranti odontotecniche.

Francesco Sparacino

Poche parole, moltissime cose
di Rossella Milone

Se Nanà non fosse tornata a casa con il cane, quel giorno nessuno si sarebbe accorto della fuga. Erano tutti troppo impegnati a riordinare le case e riassettare le stanze, la pioggia costringeva a comprare ombrelli nuovi, il freddo a fare il cambio di stagione prima di quanto si pensasse. Continua a leggere…

Una specie di Paradiso
di Fabio Guarnaccia

L’efficiente eleganza dell’Hyatt era un’isola di salvezza per Maria Teresa. Poter trovare rifugio dovunque andasse nel mondo in una delle grandi catene di alberghi business, con la loro idea di benessere standardizzata secondo criteri che erano diventati in breve tempo anche i suoi, era una sicurezza alla quale non avrebbe saputo rinunciare. Continua a leggere…

Con tutta quella luce
di Ginevra Lamberti

La coda della laguna di Venezia si chiama Sant’Elena ed è un grande prato verde. Lungi dal nascervi speranze, al momento nel suo mezzo vi nasce una tenda Quechua quattro posti, picchettata in modo vago. Continua a leggere…

Lo stage
di Simone Tempia

«Prego può sedersi lì.» La stanza misurava quattro passi in larghezza e sei in lunghezza. Aveva le pareti grigie. Il soffitto grigio. Non c’erano finestre. Sul pavimento uno spesso strato di moquette croccante. Anch’essa grigia. La luce proveniva da un neon appeso al soffitto. Continua a leggere…

Posticini
di Martin Hofer

Strisciando sotto la recinzione si era graffiato un braccio. Osservò quel piccolo segno rosso all’altezza del gomito e lo stuzzicò per un po’, poi lasciò perdere e prese il borsone che aveva lanciato al di là della rete prima di passare. Continua a leggere…

Campo lungo
di Veronica Galletta

Piange. Si appoggia con le mani alla panca di legno, e piange. L’uomo vestito di viola lo ha appena chiamato per nome. A lui, a mio nonno, che, sono sicura, non sa manco che posto sia questo qua. Continua a leggere…

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