Una specie di Paradiso
di Fabio Guarnaccia

Una specie di Paradiso è un romanzo che parla di contrasti etnici e religiosi, della crisi dell’Europa e dell’avanzare dell’economia cinese, ma soprattutto di una famiglia che ha perso la propria unità e che attraverso un percorso contorto cercherà di ritrovarla.
Da anni, ormai, la famiglia Olivi è divisa. Eugenio e Angelica, i genitori, vivono da separati nell’elegante palazzina liberty al centro del multiculturale Lazzaretto milanese. Marzio è fuggito a Londra senza dare più notizie di sé. Maria Teresa lavora in giro per il mondo, a stretto contatto con il Primo Ministro cinese. Primo, il maggiore dei tre fratelli, è morto a diciassette anni. Il giorno in cui viene vista piangere l’icona della Madonna custodita nella chiesa ortodossa del quartiere, Marzio torna a casa dopo anni di assenza. Mentre Angelica e Maria Teresa confabulano a distanza per capirne di più sull’improvviso ritorno, Marzio – da sempre critico contro ogni religione, e indispettito dal clamore suscitato dal «miracolo» delle lacrime – d’istinto ruba il ritratto della Vergine. Ma la situazione sfugge presto di mano. Al Lazzaretto si scatena una folle ricerca dell’icona, cresce la diffidenza nei confronti dei musulmani, vengono messe sottosopra le abitazioni degli immigrati. Tra parroci spietati, sensitivi filippini, hipster residenti nel quartiere, scontri tra cattolici, ortodossi e musulmani, toccherà a Marzio, con l’aiuto un po’ goffo dei familiari, tentare di rimettere le cose a posto.

Di seguito presentiamo l’estratto in cui Maria Teresa approfondisce la conoscenza del timido collega Arturo a Pechino, dove si trova per garantire l’ingresso in Cina alla compagnia assicurativa per la quale lavora.

***

L’efficiente eleganza dell’Hyatt era un’isola di salvezza per Maria Teresa. Poter trovare rifugio dovunque andasse nel mondo in una delle grandi catene di alberghi business, con la loro idea di benessere standardizzata secondo criteri che erano diventati in breve tempo anche i suoi, era una sicurezza alla quale non avrebbe saputo rinunciare per nessun «sapore locale» o «gusto tipico» del mondo. Come gli aeroporti, gli alberghi le infondevano sicurezza e fiducia nella capacità organizzativa della razza umana. Saper ricreare in ogni angolo della Terra, con climi e culture differenti, lo stesso luogo era segno d’intelligenza e perseveranza, era il trionfo dell’uomo non solo sulla natura ma sulla cultura stessa. La definizione di non-luogo, che le aveva spiegato suo fratello Marzio, le sembrava l’esempio dell’inutilità di certe categorie coniate da intellettuali con difficoltà di adattamento alla vita moderna. Altro che non-luogo, per lei quelli erano gli unici posti dove si sentiva davvero libera di essere se stessa. Le persone di ingegno non hanno bisogno di farsi sorprendere dal mondo, dategli una qualsiasi tela bianca e saranno loro stesse a sorprenderlo.
Il taxi li depose di fronte all’ingresso imperiale dell’Hyatt, un intero grattacielo nel centro di Chaoyang, dove due inservienti li accolsero con un sorriso. Attraversarono la lobby fino alla statua di bronzo di una suonatrice di flauto che segnava un confine netto tra la vita vorticosa della metropoli e la pace all inclusive nella quale erano ammessi ogni sera in cambio di duecentoquarantatré miseri euro. Maria Teresa tirò un sospiro di sollievo e salirono al China bar del sessantesimo piano.
Qui Arturo riprese la sua noiosa analisi delle reticenze, mentre Maria Teresa guardava la sua vodka trasparente diventare di un caldo rosso sangue appoggiata al bancone in resina luminosa del bar. La notte era serena come la maggior parte delle notti in quella stagione, il blu del cielo era sconvolto dalle luci che modellavano la città come fiumi di lava nell’altoforno del progresso.
«E così? Cosa vorresti fare, Arturo?»
«Cosa vorrei fare? Non sta a me fare qualcosa
«Per evitare i rischi di cui parli dovremmo rinunciare al progetto e né io né tu possiamo dire o fare nulla in tal senso. Tanto più che darei un braccio perché vada in porto» disse Maria Teresa guardando Arturo negli occhi.
L’attuario ricambiò lo sguardo con la stolidità di uno struzzo, incapace di sospendere anche solo per un istante quello che il suo ruolo gli comandava: il suo era un allarme che veniva intenzionalmente ignorato, ma l’allarme avrebbe continuato a suonare per tutto il tempo perché non può fare altro. Maria Teresa gli toccò il viso con una carezza alla ricerca dei suoi interruttori emotivi. Finirono il cocktail e lo invitò a seguirla in camera.
Di regola era contraria a fare sesso con i colleghi. Ma era attratta dalla bellezza implume di Arturo. Ed era piuttosto certa della sua riservatezza. Lo spinse nella sua camera Park king e gli fece il solletico sul collo. Arturo si sottrasse imbarazzato. Teneva le mani in tasca. Era chiaramente la prima volta che gli capitava di venire accalappiato in un bar. Si sedette sul letto matrimoniale e cominciò a guardarsi intorno.
«È proprio come la mia stanza ma non è la mia stanza. Strana sensazione…» ebbe la forza di osservare.
«Già, Watson» disse Maria Teresa svolazzando nei 45 mq di spazio della Park king, finendo per posarsi sul comò in bambù, dal quale estrasse un plico di fogli rosa che aveva tutto l’aspetto di un contratto. La passione per il rosa era l’unica concessione alla bambina rimasta in lei, insieme al gatto Tarouca II. Con risatine e mossette, lo porse ad Arturo che cominciò a leggerlo col piglio tipico della sua professione.

 

10 REGOLE PER LA GESTIONE DI UN RAPPORTO OCCASIONALE, ANCHE REITERATO

Il presente documento è da intendersi alla stregua di un accordo tra le parti. Non ho tempo di aspettare che tu conosca quello che mi piace e quello che non mi piace, quello che tollero e quello che non posso tollerare. Ci sono coppie che impiegano anni a capirlo e altre che non lo capiranno mai. E io non ho tutto questo tempo o tutta questa fiducia, tanto meno in un rapporto «one night stand», come dicono gli americani.
1)      Raggiungerai per certo un orgasmo, pertanto preoccupati che lo raggiunga per prima io. La modalità orgasmo simultaneo non mi interessa, di più, la reputo un’inutile perdita di tempo.
2)      Uso tassativo del preservativo.
3)      Uso tassativo dei miei preservativi. Sono allergica a certi tipi di spermicida e non mi fido di te.
4)      Sono favorevole alla fellatio. Puoi anche «venirmi» addosso, ma mi devi avvisare.
5)      Talvolta sono recettiva nei riguardi del sesso anale, altre volte no. Lo scoprirai durante il rapporto (non si può pretendere di controllare tutto, purtroppo!).
6)      Non accetto la depilazione totale e nessuna pratica che tenda ad avvicinare il mio corpo all’idea che ti sei fatto del corpo femminile guardando YouPorn.
7)      Non accetto di penetrare il tuo corpo con alcunché. L’orgasmo prostatico lo reputo una pratica eccessivamente gay, anche per una «botta e via».
8)      Durante l’orgasmo puoi chiamarmi col nome che preferisci ma non puoi dire «Ti amo».
9)      Se lo desideri, e se hai con te gli strumenti del caso, posso legarti, frustarti e camminarti sopra. MA: le scarpe sono le mie, se non ti piacciono salta tutto e non pensare neanche per un istante che possa indossare qualsivoglia indumento tu abbia portato con te. Se mi mostri lo scontrino per provarmi che è nuovo (cosa già capitata in un albergo a Tokyo) le cose non cambiano, non indosso abiti comprati prima di averli lavati (da me).
10)  Col presente, accetti che la nostra relazione inizi e finisca nell’ambito del «rapporto occasionale». Non mi chiamerai, né pretenderai nulla da me. A meno che il palese coinvolgimento di entrambi non ci spinga a ritenerci a un livello diverso da quello base del rapporto occasionale.

a. In relazione a quanto affermato al punto 10, se un tale passaggio di livello dovesse verificarsi, le regole dell’accordo sono quelle stabilite da: Le 10 cose che cerco in un rapporto a lungo termine.

Potrà sembrati «strano», forse sentirai frustrata la «naturalezza» dell’atto. Ma credimi, è molto meglio così. Comunque, puoi sempre girarti e tornare nella tua stanza. Mi spiacerebbe, ma me ne farei una ragione.

 

Nonostante la sua schiacciante propensione a eliminare il rischio dalla vita, Arturo guardò Maria Teresa perplesso. Lei rincagnò la testa nelle spalle con divertita colpevolezza e gli disse: «Che ci posso fare? Sono una birichina». In fondo non era la cosa più strana che fosse venuta da lei, e a ben vedere, ogni rapporto umano contiene implicitamente un contratto fatto di diritti e doveri, atteggiamenti tollerati e no. Esplicitarlo era solo un atto di chiarezza che allontanava la possibilità di un sinistro. Questa considerazione lo mise finalmente a suo agio, si appuntò mentalmente di farne una versione ad hoc per regolare i rapporti con sua madre, e si lasciò spogliare da Maria Teresa, alla quale si sentì comunque in dovere di dire: «Giuro, mai usato YouPorn!»
La prima volta fu un disastro, macchinosa e con troppe interruzioni. Tutte quelle regole avevano confuso il nostro attuario. A metà del rapporto cominciò a chiedersi se dovesse/non dovesse verificare la sua disponibilità al punto 5 (anal), non lo aveva mai provato e un po’ lo incuriosiva, ma gli sembrava una pratica quantomeno complessa, inoltre Maria Teresa avrebbe potuto non essere «ricettiva», in quel caso avrebbe aggiunto una piccola frattura al loro rapporto già difficoltoso. Poi cominciò a fantasticare con l’idea di venirle addosso (punto 4), in tal caso avrebbe dovuto avvisarla, ma come si avvisa una collega, che fino a qualche istante prima è stata solo una rigida professionista, che stai per ricoprirla del tuo sperma? Inoltre indossava il preservativo, un preservativo ai frutti di bosco, per giunta stretto, che aveva faticato a infilare figuriamoci a togliere al momento giusto. Insomma, se fino a quel momento Maria Teresa era stata la causa delle sue ansie lavorative, ora lo era diventata anche delle sue ansie da prestazione.

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