Numero 8

 

 

Ultimamente mi capita spesso di venire fermato per strada da una delle nostre innumerevoli ammiratrici e, immancabilmente, la domanda che mi pongono dopo «Ma chi te lo fa fare se non ti pagano?» è: «Come nasce un numero di Colla?» Di solito, quello che rispondo è più o meno questo.
Dunque, c’erano una volta papà Colla e mamma Colla che vivevano in una grande casa fatta di pan di zenzero. Si volevano tanto bene e così mamma Colla restò incinta. La gravidanza durò alcuni mesi, dopodiché una cicogna partì dal Paese delle Nuvole per consegnare il pargolo colloso. Volava tranquilla con il suo fagotto nel becco, quando, alle sue spalle, spuntò minaccioso un dirigibile tutto rosso.
L’uccello di mare sulla bandiera battuta dall’aeromobile era inequivocabile: si trattava di un gruppo di famigerati pirati dell’aria, loschi editori che, con vane promesse di ricchezza e celebrità, rubavano l’innocenza e i soldi di giovani autori ignari. I mascalzoni, avendo scoperto cosa trasportava quella cicogna grazie alle loro spie, volevano rapire il piccolo Colla per scambiarlo con un riscatto di autori freschi.
Fortunatamente, nel momento più buio, quando già l’ombra dei marrani sovrastava la povera cicogna, spuntò all’orizzonte, fulgido e splendente, il biplano di Colla. E io ero lì, alla mitragliera di coda, con Capitan Sparacino al timone e Mastro Gigliotti all’artiglieria pesante, quindi so cosa accadde. Ma non saprei come raccontarvelo nello spazio di un editoriale. Fu uno scontro epico, il cielo rosso di fiamme, colorato come al tramonto dalle raffiche di proiettili e dalle esplosioni, tutto quanto avvolto da una foschia acre di polvere pirica, che ad un certo punto pure il radar non ci vedeva più. Facendola breve: lottammo come leoni alati e vincemmo. I malvagi batterono in ritirata a leccarsi le ferite e la cicogna poté portare a termine il suo compito: il pargolo giunse a destinazione.
Ed è con piacere che vi presentiamo Otto Colla, con racconti di Fabio Viola, Flavio Santi, Maura Gancitano, Giuseppe Zucco, Renato D’Urtica e Antonio G. Bortoluzzi.

 

Tutti in piedi per Barbara
Fabio Viola

Sgabuzzino di casa dei miei genitori: tra le scatole con etichetta ne risalta una: cornici defunti. È una scatola di scarpe. La piccola farmacia di casa è nello sgabuzzino, ogni volta che cerco un’aspirina guardo quella scatola ma non la apro mai. Continua a leggere

Cosa resterà di questi anni ’90
Flavio Santi

La vita non è sabbia, è ancora più sottile, ti sfugge via come… come acqua. Sì. Come acqua.
Non sono uno che ama i ricordi, e poi quanti se ne possono avere a trentasette anni? ma oggi sono un fiume in piena, non mi era mai capitato. Continua a leggere

Ventunodicembre
Maura Gancitano

Al terzo seminario sulla Merkabà, Salvatore non era riuscito a capire come fosse fatto un doppio tetraedro, figuriamoci se riusciva a visualizzarlo. Perciò tutte le mattine, prima di aprire il negozio, dedicava mezz’ora alla meditazione. Continua a leggere

I signori Murena
Giuseppe Zucco

Da tempo non guardavano la televisione di sera. Lei aspettava che il marito rincasasse, allora sedevano a tavola. Prima di iniziare, spiegando la stoffa bianca sulle gambe, lui chiedeva sempre se Carlo avesse mai chiamato. Continua a leggere

Kop
Renato D’Urtica

La bambina era semisdraiata sul divano in cucina, avvolta in una coperta. Aveva un po’ di febbre e si sentiva accaldata e debole. Teneva sotto il braccio un orsetto di peluche giallo dagli occhi di vetro. Continua a leggere

La mangiatrice di uomini
Antonio G. Bortoluzzi

Ho pensato che doveva essere un operaio del Comune. Aveva una mazza in mano e stava piantando un picchetto di ferro in un angolo della piazza. Solo uno del Comune poteva fare una cosa del genere. Continua a leggere