Un miracolo di cattivo gusto
di Daniel Coffaro

Romeo ha addosso quaranta chili in più di me e se oggi dovesse passargli per la testa di prendermi a pugni dovrei difendermi con metodi obliqui. Piantargli un coltello in gola, magari, in quel suo collo da manzo. Di fatto non vorrei rovinare la cena di Sofia, ma non mi posso permettere di passare i prossimi mesi in coma: martedì devo partire.
Sul marciapiede, poco prima di entrare, ci sono state le presentazioni di rito; anche con la mascherina sui volti ho intuito che c’era qualcosa di disonesto in questa compagnia. Sofia era curiosa di conoscere la nuova amica di Romeo, me l’ha scritto l’altro giorno. Io invece avrei preferito andar via senza dir niente, né conoscere questa tipa o elargire un falso desiderio di arrivederci.
Mentre Sofia le porgeva la mano, la tipa si è tolta la mascherina e le ha dato due baci sulle guance. E dire che le istruzioni sulle norme di sicurezza mi erano sembrate a prova di imbecille. Mi ha dedicato lo stesso affetto. È stato guardandola in viso che sono sprofondato.
Da quando abbiamo preso posto al tavolo, la nausea mi ha costretto a masticare lentamente e non deglutire; mi conservo in bocca delle pappette amare che tonificano il mio dissenso. Sofia, invece, sembra felice, ride di gusto. Anche la tipa ride molto, ma più che felicità mi sembra plastica. Mamma non rideva così, rideva meno e meglio. Aveva cura del proprio divertimento. E ci teneva all’eleganza; per esempio, non ha mai detto «Auguri, baby» a Sofia.
Per il resto, sono uguali. Identiche. Gemelle, sosia, cloni. Questa tipa è la riproduzione diroccata di nostra madre, un fallimentare caso studio per un buon genetista, il passo falso tra sorgente e modello derivato, un incubo bioetico.
«Quanti anni compi, baby?»
«Trentatré.»
«Una donna fatta e finita, ormai.»
Questa tipa parla, ride, mastica il suo antipasto croccante in una azione unica. Si presenta a noi con le sembianze quasi esatte di nostra madre, portandoci in dono un nuovo tassello d’odio nei confronti di Romeo.
Ha scelto lui il locale; ha prenotato lui; ha ordinato lui l’agnello, per sé e per la tipa. Si è dato cura di dire al cameriere che la sua amichetta non può mangiare la carota, è allergica. Gli è stato risposto che nel contorno con verdurine di stagione è presente la carota e lui ha chiesto se volessero infliggere una grave crisi anafilattica a un cliente questa sera. Così, il cameriere ha elencato le alternative: patate al forno con coriandolo, insalata mediterranea, sedano rapa abbrustolito.
«Verdurine di stagione senza la carota» ha risposto Romeo.
Branzino per Sofia. Pietà per me.
Mentre ci vengono serviti gli antipasti, la tipa intavola il suo miglior discorso: «Magari ce l’avessi io la freschezza dei trent’anni. Ti invidio, sai?».
«Non scherzare: sei bellissima» restituisce Sofia.
Sicuro che è bellissima, è la copia sboccata di tu sai chi. Sarebbe altrettanto bello che di questo la informassimo, è facile che ne sia all’oscuro. Io e te, Sofia, fratello e sorella, dovremmo dirglielo. Dovremmo dirle che non ha null’altro che un bell’aspetto, che è una donna senz’anima, che, mentre mastica, ride con lo sgarbo di una iena. Dovremmo proprio dirglielo: l’unico motivo per cui nostro padre ti si accompagna è che lo rendi un po’ meno vedovo.
Invece, Sofia sembra a suo agio. Oppure fa finta di niente.
«Quant’è carina tua figlia, gentilissima.»
«È sempre stata una ragazza gentile» afferma lui.
La gentilezza le è stata insegnata con poca cortesia, vorrei aggiungere, ma non è saggio sfidarlo. Anche se ha appena trovato la fotocopia di nostra madre, anche se siamo a cena fuori, anche se è il compleanno di Sofia, saprebbe comunque farmi sputare sangue per una parola di troppo.
«E tuo figlio, invece, cosa fa?» chiede la tipa, senza considerare di rivolgersi direttamente a me. Romeo apre la bocca.
Poi la richiude.
«Sono disoccupato» dico, trovando godimento nel mettere in imbarazzo Romeo con questa affermazione. In fondo è la verità onesta, non mi può punire per questo.
«Ha perso il lavoro due mesi fa, ma ha sempre lavorato» aggiunge lui.
«E cosa faceva?»
«Lavorava in un ristorante prestigioso.»
«Oh, è uno chef?»
«Aiuto cuoco» intervengo. «Tagliavo le carote, per lo più.»
Ciò che dico sembra divertire lei, irritare lui. La gamba di Sofia si appoggia alla mia e non capisco se sia un messaggio in codice o cosa. I piatti dell’antipasto ci vengono portati via.
La tipa prende la bottiglia e si propone di versare del vino nell’unico calice vuoto, il mio, ma io declino e la ringrazio.
«Di sicuro» prosegue Romeo «tra poche settimane troverà un’occupazione anche migliore della precedente.»
Non è vero, non sto affatto cercando lavoro. Anzi, passerò i prossimi mesi sulle strade del Nord Europa, senza curarmi di selezionare foglie di Vene Cress o conficcare sonde nella schiena di bestie accortamente frollate. Ma lui ha deciso così, che mi sto dissanguando per trovare una qualsiasi dignitosa posizione lavorativa.
«Potresti fare un corso da sommelier» mi consiglia la tipa. «Si guadagna bene e assaggi tante cose buone.»
«Meglio di no» dice Romeo. «Meglio qualcos’altro.»
Lei risponde che era solo un’idea, che ci sono tante strade e che vanno tutte bene. Sostiene che l’importante è non demoralizzarsi, che è possibile trovare lavoro o reinventarsi, soprattutto da giovani. Dice anche che la vita è bella perché ti stupisce sempre e infatti mi stupisco della dose di banalità che fuoriesce dalla sua bocca. Poi si mette a raccontare di un suo amico che, per l’appunto, faceva il sommelier. Questo tizio era un naso molto conosciuto nell’ambiente, uno che fa le analisi sensoriali, dice, ma poi destino ha voluto che si prendesse il virus. Dopo la guarigione aveva perso molta sensibilità, così ha lasciato il suo lavoro e si è reinventato.
«Una bellissima storia, grazie» dice Romeo, con il suo più inerte sorriso; poi prende il vino e riempie tutti i calici, eccetto il mio.
«E adesso cosa fa?» chiede Sofia.
«Ha un negozio di liquori» risponde lei.
Ed ecco che, al pensiero di vendere carote, «reinventarmi» assume una prospettiva del tutto inattesa.
«E tu? Hai già pensato a cosa farai adesso?» incalza la tipa.
«Ho una mezza idea» le dico.
Veniamo raggiunti dalle portate principali. Sofia scherza sul mio essere riservato, uno che parla poco di sé e dei suoi programmi: entrambe le volte in cui sono venuti a cena nel locale dove lavoravo, io non c’ero. Ero in ferie senza che loro lo sapessero. La prima volta in Croazia, la seconda in Sri Lanka.
«C’era anche mamma quelle volte» dice.
«E nonna» le ricordo «che si chiedeva dove fosse la Sri Landia
Vicino alla Tai Landia, le abbiamo poi spiegato.
La tipa ride e rosicchia il suo carré in una disgustosa azione unica. Potrei raggelare un penoso clima divertito dicendole che è uguale a nostra madre. A chi importa se poi le mani di Romeo mi fanno cadere i denti, è pur sempre anche questa una verità onesta. Se Sofia non vuole farci caso, io non riesco a pensare ad altro. Romeo mi guarda male, forse sospetta cosa sto escogitando.
Per mia sorella, devo sforzarmi di essere omertoso. Un’ultima cena frustata in faccia, ancora un breve sudato silenzio remissivo. Poi potrò non vedere più questa figura taurina che ho smesso di chiamare padre.
«Tu, invece, cosa fai nella vita?» le chiedo.
«Lei è una cantante» dice lui.
Sofia freme: «Ma davvero? Cantaci qualcosa!».
«Sì baby, ma qua non me la sento, potrei disturbare gli altri tavoli.»
Che gran peccato.
«Però mercoledì mi esibisco con i ragazzi del coro, potreste venire tutti.»
«Verremo tutti» afferma Romeo.
«No, io non ci sarò» annuncio.
«Ci sarai anche tu» risponde lui.
«Dico di no, martedì parto.»
«Dove vai?» mi chiede la tipa.
«A Copenaghen.»
«Che bello! È pieno di ristoranti lussuosi lassù.»
«Non vado per lavoro. Faccio un viaggio in bicicletta.»
«Sta scherzando» dice Romeo.
«No, Romeo, non sto scherzando.»
«Non chiamarmi così.»
«Non scherzo, papà.»
«Vai a Copenaghen?»
«Sì.»
«Non me ne hai parlato.»
«Non ancora.»
«E chi te li dà i soldi?»
«Non sono problemi che ti riguardano, papà
Il pugno di Romeo sbatte sul tavolo, facendo fioccare i cuori in gola a noi tutti. Il ristorante ci guarda. La bocca della tipa ha smesso di ridere e masticare. La gamba di mia sorella si è separata dalla mia. Romeo si toglie il bavaglio dal colletto. Inizio a credere che a Copenaghen non potrò andarci in bicicletta.
«Non andrai da nessuna parte. Lunedì vieni con me, ti troveremo un lavoro.»
«Scusate, io vado ai servizi» spezza Sofia, poco prima di lasciarci in un silenzio torvo nel quale la tipa sembra ritrovare comodità. «Mi piacciono le città del nord» dice poi lei, riprendendo la masticazione.
Romeo mi chiede perché sto cercando di rovinare la cena a mia sorella. Poverino, avrà fatto una certa fatica per trovare la controfigura di mamma e tirare su questo teatrino. Guarda, Sofia: oggi come gli anni passati, per i tuoi festeggiamenti siamo di nuovo insieme, tutti e quattro. Non è fantastico? Non sei felice? Ti mancava mamma? Adesso è qui, la puoi guardare, la puoi toccare. Ma, per dio, non guastare la magia: non lasciarla parlare.
Mi allungo e prendo la bottiglia che Romeo si tiene accanto al braccio. Dico alla tipa che, in realtà, quella del corso da sommelier mi sembra un’idea molto stimolante. Mi verso tre dita di vino e le faccio ruotare nella coppa, senza curarmi delle scosse che stanno vivificando gli occhi di Romeo.
Sofia torna dal bagno e mi guarda incerta.
Alzo il bicchiere proponendo un brindisi a mia sorella.
La tipa, già impegnata a bere, interrompe il suo sorso colandosi del vino sul mento, poi si pulisce con il dorso della mano e mi segue con calice e sorrisi. Gli altri due, invece, non sorridono.
«A Sofia, con i suoi occhi da angelo e i demoni nel cuore, unica, bella, insostituibile
«Cincin!»
Non c’è bisogno di essere un analista sensoriale per sentire l’amaro di questa sorsata, e Romeo con la sua espressione ne rivela il gusto.
La tipa si rivolge a mia sorella: «Sì, con i tuoi occhi assomigli proprio a un angelo, tuo fratello ha detto una cosa vera».
«Sono bravo a dire cose vere» le rivelo. «A proposito: c’è un’altra somiglianza che ho notato questa sera.»
Sotto al tavolo, la gamba di Sofia si infrange contro la mia.
«Spara» dice la tipa.
«Tu stai esagerando» interviene Romeo.
«No, dài, lascialo dire» insiste lei.
Sì papà, lasciami dire. Sono sicuro che voi non l’avete ancora notato.
Sofia mi prende la mano.
Svelo alla tipa che è proprio lei a ricordarmi qualcuno. «E forse è per questo che ci stiamo trovando così a nostro agio con te. È per questo che ti guardiamo con grande curiosità ed è per questo che nostro papà ha deciso di presentarci. Perché assomigli tanto alla donna che…»
Romeo si alza in piedi tirandosi dietro mezza tovaglia. «Io ti uccido con le mie mani» promette con un sussurro.
«Papà!» protesta Sofia, mentre la tipa si chiede cosa stia succedendo.
«Di’ quello che devi dire, dopo vieni fuori» mi ordina lui, prima di allontanarsi dal tavolo. Lascio che esca, bevo tutto il mio vino, mi alzo anch’io e indosso la giacca.
Sofia mi implora. Mi scuso con lei di scuse sincere.
Cammino verso l’uscita, verso l’arena che stasera ospiterà il massacro del torero. Mi cade l’occhio su un tavolo apparecchiato. Con un gesto disinvolto, prendo un coltello e lo nascondo nella tasca del giubbotto.
Varco la porta e vado incontro a mio padre.
Mi fermo davanti a lui, viso contro viso, delusione a confronto, tanto vicino da poterlo sentire tremare.
«Hai ricominciato a bere?» mi chiede.
«Giusto poco fa» ammetto.
Il nervoso che lo attraversa tende tutti i tiranti del suo collo e il respiro gli si è fatto corto. Alza una mano a palmo aperto, me la fa vedere e la stringe lentamente, come se cercasse di soffocare l’aria stessa.
Impugno nelle tasche del giubbotto la mia unica possibile difesa.
«Tu te le cerchi.»
«Non cerco nulla.»
«Non andrai a Copenaghen.»
«Sì Romeo, ci andrò.»
«Sei un egoista, non pensi a tua sorella?»
«Mia sorella se la cava bene senza di me. E pure senza di te.»
La mano che strangolava l’aria, ora è sopra i suoi occhi e percorre la fronte sudata.
«Perché vuoi sempre sfidarmi?»
«Non è così, baby
Romeo fa un lungo soffio, poi tira fuori un pacchetto di sigarette. Se ne mette una in bocca e mi porge il pacco.
Lascio la presa del coltello e prendo una sigaretta, ma una delle mie.
Lui si allontana, fa qualche passo sul marciapiede, si ferma di fronte alla finestra del ristorante, guarda dentro.
«Sono davvero uguali, vero? Un miracolo.»
Sì, un miracolo. Un miracolo di cattivo gusto.
Faccio qualche passo anch’io e mi avvicino.
«Resta qui con noi.»
«No, Romeo.»
«Chiamami papà.»
Romeo dà tre colpi di accendino e brucia la punta della sigaretta. Mi consegna l’accendino e si siede sul marciapiede. Avvicino la mano alla mia sigaretta, faccio girare la rotella e do gas. Escono scintille, ma nessuna fiamma. Ci provo ancora, due, tre, dieci volte. Il rumore interrotto dell’accendino si allinea ai singhiozzi di Romeo.
«Vuoi parlarmi del tuo viaggio?» mi chiede a voce rotta.
Gli rispondo che non voglio.
Si volta verso di me con occhi lucidi e labbra tese: «Lo sai? Mi manca. Mi manca tanto».
«Manca anche a me.»
Il pianto di Romeo dirompe, e lui non lo può fermare. Non può fare niente, se non arrendersi e ascoltare i suoni terribili con cui il suo corpo pieno traduce la disperazione.
Il fuoco esce dall’accendino e tiro due boccate di fumo. Mi volto verso la finestra e guardo dentro al ristorante. Al centro della sala, il nostro tavolo. Sofia è piegata su se stessa, con la testa affondata nelle braccia. Vicino a lei, pronta a consolarla, c’è una donna sconosciuta che assomiglia troppo a nostra madre. Una donna che si accorge di me e mi guarda. Uno sguardo severo e addolorato, che mi chiede di fermarmi, di prendermi cura di mia sorella. Uno sguardo clemente, pronto a insegnarmi di nuovo qualcosa. Uno sguardo duro. Uno sguardo attento. Uno sguardo che mi incolpa. Uno sguardo che mi perdona, e che ancora mi ama.

Questo articolo è stato pubblicato in numero 29. Bookmark the link permanente. I commenti ed i trackbacks sono attualmente chiusi.