Dove chi entra urla
di Alessandra Minervini

Mi lascio chiamare Priso, che da dove sto camminando significa Pitale: recipiente destinato a raccogliere l’urina o anche le feci, orinale specifico per bambini.
A otto anni sono stato abbandonato dal mio clan familiare composto da più di cinquanta membri tra titolari, affiliati, consoci e nani da giardino. Avevo gettato dieci volte dal mio terrazzo il gatto che viveva a spese degli abitanti del mio cortile.
Detesto i parassiti.
Vi leggo i titoli dei giornali locali in proposito:

1. «Allarme nel quartiere: bambino lancia gatti a tradimento»
2. «Aveva preso un brutto voto a scuola. Bimbo detto “Priso” tortura gatti dal terrazzo»
3. «Bimbo di otto anni lancia un gatto dal terrazzo. In quel momento la tv era accesa».

I miei parenti presero casa nel salotto di una televisione locale dove dichiararono che in ogni famiglia che si rispetti esiste la mela marcia. Altrimenti non è una famiglia rispettabile. Quella mela marcia ero io: precipitato dall’albero senza che nessuno si fosse piegato a raccogliermi.
Il giorno della mia Prima Comunione sparirono. Tutti. Nessuno della mia famiglia si presentò in chiesa per vedermi, nemmeno per sbaglio. A parte mia madre, con la quale festeggiai nel bar del sotto passo della stazione, quello dell’extramurale. Io ordinai un pacco di patatine e un crodino, lei, mia madre, prese una girella con il succo d’ananas che le è sempre piaciuto da quando ha saputo che l’ananas depura le viscere, e io, quel giorno, mi ero convinto che le viscere fossero gli occhi, perché era da loro, dai suoi occhi, che venne giù un torrente.

Dieci anni dopo, la città era diventata la Disneyland delle casalinghe: ogni due isolati nascevano ipermercati ripieni di surgelati di surrogati d’oltremanica, grattacieli di detersivi specifici per tutte le macchie umane, concept store della glaciazione del più violento istinto sessuale. Io intanto ero diventato maggiorenne. Un Priso maggiorenne è un Priso minorenne che ha compiuto diciotto anni. Non cambia niente. Avevo lo stesso silenzio posturale, la propensione a evitare discorsi con i familiari, l’elasticità nel gestire egoismo e atarassia esistenziali, un autentico bisogno di non rivolgere la parola al genere umano. Priso, del resto, come nome è un ottimo filtro. Nessuno è disposto a dirsi amico di uno che si gira quando lo appellano come un contenitore di rifiuti umani organici. L’unica differenza rispetto all’infanzia è che la gente mi poteva dire: STRONZO!, epiteto che un essere umano dotato del vitalizio conformista non attribuirebbe mai a un bambino.
Sbagliando.
Quelle angosce paranoidi che infettano il cervello di ogni diciottenne (dove si trova un incavo femminile a buon mercato?, quanto deve essere tosto prima di infilargli il guanto?, quante ore prima del rapporto è utile smettere di tirarselo da solo?) scavalcavano la mia curiosità. Un Priso è privo di diritti sessuali. Si sottrae alle erezioni auto ed etero-condotte: uno a uno, due su uno, uno a molti, uno e basta.
In quanto Priso rivendicavo il diritto di essere fuori tempo e fuori luogo. Proprio così, fuori tempo e fuori luogo. Sì. Non temevo i goffi e i cacasotto. Chi ha una grande consapevolezza di se stesso, non cerca conferme dall’esterno. Intanto in città la gente non aveva mai un grandissimo nulla da fare, ma voleva farlo il prima possibile. Le strade venivano allungate e i quartieri dilatati per stare più larghi nell’indigenza legalmente riconosciuta dallo Stato.

Adesso la parola che non devi dimenticare è auto-sabotaggio. Lo faceva anche Leonardo da Vinci. Quando aveva una buona idea, all’inizio la negava a se stesso sotto forma di schizzi prosperosi che poi abbandonava sulla strada. Se non dai forma al pensiero, il pensiero non c’è. Se l’aspettativa è caldissima, diserta. Fischietta e ruota la testa dalla parte opposta. Non ce l’hanno con te. A scuola, a casa, all’università, al lavoro. Non vogliono te. Mamma, le tipe che non infilavo, l’affitto che non ci stavo, i pensieri. Non ce l’avevano con me.
Diserta la vita e la vita si dimenticherà di te.

Per i miei diciotto anni, mamma mi regalò iscrizione e corso di scuola guida. Durante le lezioni con Bartolo Scaramuzzi, detto ‘Tolino, la curva più temuta è sempre stata quella sotto l’extramurale: km e km di cemento disarmante che sputa polveri sottili e trancia la città come fettine di tonno sottomarca a filetti. Sempre la stessa curva dove Bartolo mi aveva segato enne volte all’esame pratico di guida, e la cosa lo rendeva affettuosamente disinteressato al mio caso disumano.
«D’altronde…», capitava spesso negli incipit dei suoi discorsi che Bartolo si imbattesse in un d’altronde o in un infatti anche quando la prima e la seconda parte della storia erano senza ponte, «… ognuno ha il suo prurito, Priso. Tu c’hai quello della extramurale. Ognuno ha il suo.»
L’acume provinciale di persone come Bartolo Scaramuzzi riserva spesso barlumi di saggezza ineguagliabili, al di là di qualsiasi risorsa umana de-formata da anni di corsi professionali.
«Quale sarebbe il tuo prurito?» gli chiesi, senza concentrarmi troppo su una circostanza in cui all’epoca mi capitava di imbattermi di rado: essere interessato all’opinione che di me avevano gli altri.
«Sai, io sono uno allergico, ma qui non lo sanno, i miei amici non lo sanno. Quando mi viene l’allergia mi gratto in continuazione» mugugnava Bartolo.
«Esattamente a cosa sei allergico?»
Avevo tentato un approccio esotico: la generosità.
«Te lo giuro sopra ai figli miei… No, non posso. Se potevo, te lo dicevo. Ma una cosa è certa: fa male.»
«Quanto?»
«Hai presente quando ti infilano una lancia dritta dritta su per il culo?» disse Bartolo mentre la macchina costeggiava QUELLA curva.
Non risposi.

Sulla strada di casa, ognuno ha il suo prurito faceva tic tac nella mia testa. Tradotto in italiano priso-centrico quell’elementare principio di bartoliana fattura significava che ogni persona possiede un neo che non accetta, un callo al cervello che gli ottura il sangue, una paura silenziosa che decompone grattandosi in parti improbe del corpo.
Tornato a casa, non riuscivo a dormire. Avevo un bart-prurito. Ed era dappertutto. Il prurito umano si era riversato dentro me, mi grattavo ogni lembo della superficie cutanea. La notte seguente la stessa tortura: tutto il prurito del mondo si era raggrumato sulla mia scorza dura. Per strada dovevo aggrapparmi ai paletti e strisciare lungo le saracinesche unte dai vizi urbani per ritrovare un po’ di sollievo.
Presto la città si dimostrò intrigata dal sex appeal di un Priso con il prurito ubiquitario. Tutti mi cercavano. Per questo dovevamo sparire, io e il mio prurito. Avevo sbarrato porte e finestre. Temevo che venissero a prelevarmi da un momento all’altro. Non usavo lo scarico del gabinetto perché ero convinto che sotto la fogna qualcuno mi prendesse per il culo e analizzasse le mie feci.
«Priso, hai trent’anni. Non lavori. Non studi. Non fai sport. Non hai la fidanzata. Non hai la patente.» Mia madre non concludeva i suoi anatemi con un prevedibile: Priso a cosa servi?, solo perché è sempre stata una donna di classe che preferiva concludere in modo più beckettiano con un: «Tuo padre alla tua età era già morto sotto un’impalcatura.»
«Già.» E quasi quasi avrei voluto aggiungere: beato lui.

Facciamo che qualcuno mi avesse chiesto, dieci anni fa, per strada o sull’autobus per andare a scuola, e facciamo che costui fosse il mio compagno di banco ricco bello e copione e che mi stesse parlando dall’alto della sua comoda posizione esistenziale, come ci si sente ad avere un morto bianco come padre precipitato da una impalcatura di una furiosa mattina di Ferragosto quando legalmente si dovrebbe stare al mare a sbafarsi di parmigiana e non a lavorare sulla suddetta impalcatura con tanto sudore e senza un casco in testa o le scarpe adatte che se metti un piede in fallo puoi, dico puoi, precipitare di sotto che poi ti trovano stecchito il giorno dopo, se va bene, quando la città ritorna alla cosiddetta normalità. Tu cosa avresti risposto?

Ritornare alla normalità è sempre difficile, soprattutto se non sei normale.

Con il prurito affondato in poltrona, mi arresi in cerca di una soluzione. Pensavo. Non ho provato mai più niente di così vicino al sado-masochismo: pensare è rinunciare alle enne possibilità che non ti vengono in mente. Urlare e pagare. Entrare e uscire. Eliminare il prurito e sostituire un sorriso. Se un numero imprecisato di persone ha il suo prurito, lo stesso imprecisato agglomerato umano ha un urlo che desidera sfogare. Anche un Priso come me urlerebbe in uno spazio dove chi entra urla ed esce sorridente, senza chiedere altro.
Quattro mesi. Bastavano quattro mesi. E l’indennità di mio padre che mia madre aveva conservato per quando ti sposi.
Il primo mese: tracciare un quadro generale del progetto: spese, burocrazia, motivazione.
Il secondo: stilare un migliaio di ipotesi profilo-utente.
Il terzo: affittare un sottano: un locale sulla strada, dotato di chiusura ermetica e riservata, una saracinesca, non molto distante dalla stazione centrale per accogliere i pruriti provinciali.
Il quarto mese: inaugurare lo spazio utopico dove il cliente entra, urla e lascia il suo prurito. Per sempre.
Il pagamento doveva essere preventivo, molto informale, tacito. Ci si accordava solo su alcune specifiche inerenti il prurito barra dolore. Di solito la tariffa più alta veniva stabilita per anzianità: chi detiene il prurito da più tempo paga di più. I pruriti freschi erano i più convenienti. Chi non riusciva a urlare la prima volta, il secondo tentativo costava la metà, ma solo per il primo urlo. Dalla volta dopo, ogni urlo, strozzato o riuscito, aveva un costo singolo. Non accettavo comitive, al massimo si poteva prenotare un programma personalizzato a seconda del prurito, e pacchetti convenienza in modo da scegliere se urlare tutto in una volta o in più ingressi durante il weekend.

A dispetto della sfiducia umana su di me, in poco tempo mi rifeci di tutte le spese della scuola guida, riversai il malloppo sul conto corrente di mia madre che noleggiò un’auto con autista incorporato e regolarmente laureato. A modo mio, saziai le aspettative che lei aveva partorito prima che nascessi.
Anche la città non aveva di che maledirmi. Ero diventato quel cittadino operoso che ogni esponente politico del luogo desiderava governare.
Vi leggo i titoli dei giornali locali sulla notizia:

1. «Molto successo per il sottano di un intraprendente imprenditore barese»
2. «Un sottano dove chi entra urla. E a Bari ora si vive meglio»
3. «Conferma per l’estro creativo pugliese: molte adesioni per il posto dove chi entra urla. A Bari niente fuga dei cervelli».

Tutte le persone che sono passate dal mio sottano «dove chi entra urla» hanno perso il loro prurito urlando una, due, tre volte. La quantità non è mai stata importante né motivo di discussione, la qualità invece si paga.
Quanto a me, avevo preso il vizio di pensare, inventare, creare, costruire, essere utile. Le istituzioni locali facevano carte false per incollare il loro logo sui manifesti pubblicitari del mio sottano. Potevo definirmi un Priso arricchito, dotato di normalità pubblicamente patrocinata. Me la potevo godere alla stragrande. Avevo fondato un mondo.
La mia idea l’avevo spremuta a dovere lavorando anche sulle sue varianti. Oltre al sottano dove entrare e urlare avevo fondato la scuola di urlatori creativi, il format di un reality show, una catena di sottani in tutto il mondo dotati di una collezione di totem dislocati nei punti turistici delle città da cui sentire le urla wi-fi dei clienti.

C’è solo un fattore che accomuna il Priso pre-successo al Priso post-successo. Non avevo mai smesso di pensare a Bartolo Scaramuzzi dall’ultima lezione di guida. Lo incontrai una mattina, sul molo, a pochi metri dal mio totem preferito che mandava in onda l’urlo scheletrico della moglie di un assessore allergica alle cozze e per anni perseguitata da un prurito perbenista che non aveva mai potuto sfogare in una città che fa delle cozze il suo simbolo. Bartolo era sempre lo stesso: il neo ciclopico sul naso, gli sparuti capelli sulla testa a uncino, gli occhi caleidoscopici, le labbra all’ingiù in attesa delle parole giuste, e il suo prurito, ben visibile, come un vello d’oro.
Ci fissammo negli occhi un bel po’. Poi scoppiò in una risata tipo il sibilo di un serpente che centrifuga in lavatrice.
«La curva dell’extramurale sta ancora là che ti aspetta» mi disse.
«………»
«Fai come vuoi» disse.
«Ognuno hai il suo prurito, no?» rilanciai. «Tu non mi hai mai detto il tuo. Dimmelo.»
Anche questa volta Bartolo non mi rispose. Si girò verso il mare che uno squadrone di nuvole aveva giusto giusto in quel momento imbrunito. Lo osservai salire sulla barca celeste con due bande laterali gialle. La barca zoppicava sulle irritanti onde verso il largo, dove confondi la città e le persone con i pali della luce.
Bartolo, trónfio sulla prua, continuava a grattarsi selvaggiamente. Più si allontanava dalla riva, minore era la consistenza del prurito, come una famigliare mestizia a cui non fai più caso. Osservavo la sua miniatura, compressa tra il cielo e il mare, con quel prurito che lo deformava, rendendolo inviolabile.

«Il mare. Non dirlo a nessuno, Priso. Non dirlo soprattutto a te stesso se un giorno ripenserai a me. Quando respiro l’aria di mare, respiro la morte. Se lo dico in giro, mi accuseranno di non fare la persona perbene, di non essere normale. Rovino la vita a tutta la mia famiglia. Per me la tua curva dell’extramurale è il mare. E fa male Priso, fa male. È una lancia di legno che ti infilano dritta dritta su per il culo. Pure da morto me lo porterò questo prurito.»
Mi disse Bartolo, prima di raggiungere il largo e allontanarsi per sempre dal molo, da me, da questa città, dalla sua paura.

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