Il mio collega
di Gianmarco Perale

Ho accostato la macchina e ho messo le quattro frecce. Clara ha detto: «Possiamo arrivare a casa, almeno?»
«Devi dirmi la verità.»
«Te l’ho detta, la verità.»
In autostrada non c’erano macchine.
«Sono le due, e domani lavoro. Possiamo parlarne a casa?»
Silenzio.
«Mi avevi detto che non te lo eri scopato.»
«Non me lo sono scopato, infatti. E poi era sei anni fa.»
«Marco ha detto di sì. Che te lo eri scopato.»
«E gli credi?»
Faceva freddo, e ho alzato il riscaldamento. Clara si è alitata fra le mani.
«Perché, non gli devo credere?» ho detto.
Si è tolta la cintura e mi ha guardato meglio. Poi ha detto: «Boh. È un tuo amico, ma è una bugia».
«E non l’hai mai visto?»
«Piero?»
«Sì.»
«Sei anni fa, credo. Forse sette. A quella festa, in Turati.»
«Quindi lo conosci?»
«So chi è. Non è che lo conosco.»
«Non mi hai mai detto che sapevi chi era. Perché?»
«Che domanda è?»
«È una domanda.»
«Secondo te mi sveglio e penso: Aspetta che dico a Giulio che so che Piero sa chi sono?»
«Te lo sei scopato, o no?»
«No. Ma che differenza fa?»
«In che senso?»
«Era prima di conoscerti.»
«Allora è vero, che te lo sei scopato?»
«No. Dico solo che lo avevo visto a quella festa, ed era prima che io e te ci conoscessimo. Quindi che differenza fa, se me lo sono scopato?»
Continuavo a guardare dritto.
«Mi fa differenza. Posso?»
«Puoi. Ma comunque non me lo sono scopato. Sennò te lo dicevo.»
Ho aspettato un attimo, poi ho detto: «Sicura?».
«Sì.»
«Come fai a dirlo?»
«Perché ci diciamo tutto. Tu non mi dici tutto, scusa?»
Anche se eravamo sulla corsia di emergenza ho messo le quattro frecce. Poi ho detto: «Io sì. Sì, che ti dico tutto. E tu?»
«Anche io. Te l’ho appena detto.»
«Ma con me è semplice. Nessuno è venuto a dirti che mi sono scopato una tua collega.»
«Non mi sono scopata nessuno. Possiamo tornare a casa?»
«E allora perché Marco mi ha detto che te lo eri scopato?»
«Non lo so. Da chi l’ha sentito?»
«Non mi ha voluto dire.»
Ha fatto no con la testa, non riusciva a capire.
«Che senso avrebbe?» ho detto.
«Cosa?»
«Che mi viene a dire che ci scopavi.»
«Non lo so. Giuro.»
«Marco è mio amico. Se lo inventerebbe, secondo te?»
«No. Non credo. Non lo so. Può essere, però. O se l’è inventato quello che gliel’ha detto.»
L’ho guardata bene.
«Sei sicura, vero, che non ci hai fatto niente?»
«Sì.»
«Sì ci hai fatto qualcosa o sì sei sicura?»
Silenzio. Con la coda dell’occhio ho visto che si è sistemata i capelli dietro le orecchie.
«Cosa ci hai fatto?»
«Niente.»
«E allora perché non ti fa arrabbiare, ’sta cosa?»
«In che senso?»
«Se dicono bugie su di te, intendo. Perché non ti arrabbi?»
«Non mi arrabbio perché me ne frego. La gente può dire quello che gli pare.»
Ha fatto un respiro profondo.
«Sicura?»
«Di cosa?»
«Di tutto quello che stai dicendo.»
«Sì. Sicura.»
La guardavo. A un certo punto mi ha sorriso, ma io no. Ha detto: «L’unica cosa, forse, è che ho comprato i libri da sua cugina. Per Scienze politiche. Ma una vita fa.»
«La cugina di Piero?»
«Sì.»
«Non è un problema, quello. Figurati. Il discorso era un altro.»
Silenzio. Le ho chiesto: «Non è un problema. Giusto?»
È passato qualche secondo. Poi ha detto: «No».
Non mi guardava.
«Ma c’era anche lui, quando te li ha dati?»
Non ha risposto e ha avuto un brivido.
«Clara?»
«Eh.»
«C’era anche lui?»
«Sì.»
«Scherzi?»
«Era prima che ci mettessimo insieme.»
«Cosa c’entra?»
Non ha risposto.
«Perché non me lo hai detto?»
«Mi è venuto in mente adesso.»
«Quando è successo?»
Guardava fuori dal finestrino, poi si è girata. Le colava il naso. Così ho preso il pacchetto di fazzoletti nel cruscotto e ne ho tirato fuori uno.
«Tieni.»
L’ha preso e si è soffiata il naso.
«Mi rispondi?» ho detto.
«Sei anni fa. Sette.»
«Sei o sette?»
Ci ha pensato un attimo.
«Sette.»
«Lui era lì, con sua cugina. Giusto?»
«Sì.»
«Tu hai preso i libri, e poi sei andata via. No?»
«Sì.»
«Quindi non avrebbe neanche senso, che dicesse a qualcuno che ti ha scopata. Avete mai parlato?»
Silenzio.
«Mi rispondi?»
«Non mi ricordo. Ciao, ciao, come stai. Non lo so. Ero lì per sua cugina. Per i libri.»
«E non me l’hai mai detto?»
Si è grattata il collo.
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché non è successo niente.»
«Intendo adesso. Quando ti ho chiesto di lui. Perché non mi hai detto che lo avevi visto da sua cugina e che ci avevi parlato?»
«Non ricordavo. Mi è venuto in mente adesso. Che problema c’è?»
Mi sono aperto il giubbotto.
«E se ti chiedessi di mostrarmi il telefono?»
Si è messa comoda. Guardava sempre fuori dal finestrino.
«Te lo do subito, ovvio.»
Non ho risposto e ho aspettato. Lei non accennava a darmi il telefono.
«Sicura, che non è successo niente?»
«Sì.»
«E allora perché Marco mi ha detto quella cosa?»
Non ha risposto.
«E perché non mi chiedi esattamente cosa mi ha detto Marco?»
«Me lo hai detto. Ti ha detto che mi sono scopata Piero.»
Silenzio.
«Sei sicura, che non è successo niente?»
Siamo rimasti così un paio di minuti. Poi mi sono avvicinato e ho detto di nuovo: «Riesci a rispondere?».
Si guardava le mani. C’è stato qualche secondo di silenzio. Quando ho sospirato, di colpo si è messa a piangere.
«Cosa c’è?»
Le ho messo una mano sul ginocchio, ma non si fermava. Alitava sul vetro, e lo bagnava tutto con la parte destra della faccia.
«Mi rispondi?»
Ancora scena muta.
«Mi dici, se è successo qualcosa?»
Mi stavo infastidendo.
«Mi dispiace. Vorrei solo sapere. Puoi rispondermi?»
Si è messa a piangere più forte.
«Non è giusto, che piangi. È manipolatorio.»
Tirava su col naso e tossiva.
«Ci hai fatto altro?»
Ha scosso la testa, ma non riuscivo a vederle il viso. Ho acceso la luce sul tettuccio della macchina.
«Giuralo.»
Ha fatto sì con la testa, ma non parlava. Così ho insistito: «Lo giuri?».
«Sì.»
«Lo giuri su tuo fratello?»
Ho aspettato un attimo. Continuava a piangere, ma su suo fratello non giurava.
«Ci hai fatto altro, con Piero. Vero?»
Silenzio.
«Se mi dici la verità, e me la dici adesso, giuro su dio che non mi arrabbio.»
Ho smesso con le domande e dopo un po’ si è calmata. Per qualche minuto nessuno dei due ha detto altro. Ha usato il fazzoletto di prima per asciugarsi le guance. Poi ha staccato la fronte dal finestrino e ha guardato dritto, verso la strada.
«Io te la dico, la verità. Ma poi?»
«Poi cosa?»
«Cosa succede?»
«In che senso?»
Non ha risposto. Le ho messo la mano sulla spalla e ho detto: «In che senso, scusa?».
«Se ti dico la verità, cosa succede?»
«Non lo so, cosa succede. Ma me la devi dire, la verità. Cosa è successo?»
Clara si è soffiata ancora il naso e io ho spento la macchina. Si è girata e ci siamo guardati. Ha provato a parlare, ma le si è strozzata la gola. Ha scosso la testa e ha ripreso a piangere.
«Te lo sei scopato?»
Non ha risposto. Piangeva e tossiva. Fissavo il volante, aspettando che dicesse qualcosa. Alla mia sinistra è passata un’auto velocissima. Clara ha provato ad abbracciarmi, e le ho spinto via le mani.
«Mi mostri il telefono, per piacere?»
Piangeva ancora, e non lo tirava fuori. Così ho detto: «Adesso prendi il telefono. Capito?».
Si è girata di scatto e ha fatto no con la testa.
«Tiralo fuori. Per piacere.»
Ha messo le mani come per pregarmi.
«Se non mi dai il telefono, giuro su mio nonno che ti lascio qui.»
Ci siamo guardati per qualche secondo. Poi ha messo la mano nella tasca del giubbotto.
«Dammi il telefono.»
Ancora non lo tirava fuori. Ho detto: «Okay. Scendi».
Silenzio.
«Scendi, per piacere. Scendi.»
Mi guardava e non ci credeva.
«Scendi. Ti ho detto di scendere.»
Non si muoveva, così ho allungato il braccio e ho aperto lo sportello. Clara era sempre ferma. Si è asciugata il naso col dorso della mano e ha detto: «Vuoi lasciarmi qui?».
«O mi dai il telefono, o ti lascio qui. Sono serio.»
«Ti prego.»
«No.»
«Possiamo parlarne a casa?»
«Dormo da mio fratello. Mostrami il telefono.»
Per qualche secondo siamo rimasti a fissarci. Ho appoggiato le mani sul volante e per sbaglio ho fatto partire il tergicristallo. Lei ha fatto un sorriso ma io no.
«Ti chiedo di rispettarmi, e di mostrarmi il telefono.»
Clara ha fatto un respiro profondo e ha guardato fuori dal finestrino. Poi ha tirato fuori il telefono e me l’ha dato. Ho inserito il codice, e sono entrato su Whatsapp. Le prime chat erano: Lucy, la sua migliore amica. Mario, suo padre. FAMIGLIA BERNARDINI. Marika, un’altra amica. GENERALI, il gruppo del lavoro. Sono arrivato fino in fondo, ma non trovavo la chat con Piero.
«L’hai cancellata?» ho detto.
«No.»
«E dov’è?»
Non ha risposto. Ho fissato il telefono, poi il vuoto, poi ancora il telefono. Sono tornato su, alla prima chat. Poi ancora più su. Chat archiviate: 1.

E allora domaki?
*domani

Dipende a che ora
Tu sei a casa?

Yesss

Stasera?

Imposs
Sono a cena con Giulio

Da che ora?

Passa alle sette
Ma tanto ci vediamo domani

No voglio adesso, vieni
La foto?

Dopo

Adessooooooo
Cazzoooooooooooo daiiiiii

Sono a lav

Vai in bagnasciuga
*bagno
ahahahahah
Scusa sto guidando

Ok asp
cinque min

C’era una foto ma non l’ho aperta. Le ho ridato il telefono e ho messo in moto la macchina. Per circa un quarto d’ora non abbiamo parlato. Poi le ho chiesto: «Quando?».
Non ha risposto.
«Quando?» ho detto ancora.
Silenzio.
«Rispondimi. Per piacere.»
Senza guardarmi ha detto: «Quando cosa?»
«Succede spesso?»
Continuava a guardare fuori dal finestrino.
«Te lo chiedo per piacere. Rispondi.»
Non piangeva più.
«Cosa vuoi sapere?» ha detto.
«Quando è successo?»
Non rispondeva. Ho acceso la radio, ma non ricordo che canzone c’era.
«Da noi?» ho detto.
Silenzio.
«Hai scopato sul mio letto?»
Era anche il suo letto, ma non l’ha detto.
«Com’eri messa?»
«Ti prego.»
«Eri girata?»
Ha appoggiato la faccia sul finestrino e ha incrociato le braccia. Non ho più parlato, e neanche lei. A cento metri vedevo il casello.
«Hai moneta?» ho detto.
Senza dire niente ha allungato il braccio verso i sedili dietro e ha tirato su la borsa. Ha preso il portafogli e mi ha dato cinque euro di moneta. Ho rallentato, e quando ero quasi alla sbarra ho abbassato il finestrino. Fuori faceva freddissimo.

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