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	<title>Colla &#187; numero 28</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Numero 28</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 21:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="wp-image-4495 alignleft" title=“Colla_28_copertina" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/colla_28_stampa_210x295_08giu20_2.jpg" alt="" width="171" height="240" /></p>
<p><strong><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/4.-colla_28_24giu20_leggera3.pdf" target="_blank"><img class="alignright" title="pdf-icon" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/pdf-icon-150x150.jpg" alt="" width="90" height="90" /></a></strong></p>
<p>«Colla 28» si apre con una copertina voluta fortemente quando ancora l’estate era solo un miraggio e, costretti nei nostri appartamenti cittadini, avremmo dato qualsiasi cosa per trovarci al posto della donna dell’illustrazione di <strong>Alessandra Di Paola</strong>, che l’estate ce l’ha tutta sul balcone.<br />
Tra gli autori del numero, due li conosciamo già bene da tempo.<br />
<strong>Giuseppe Zucco</strong> è apparso per la prima volta sulle pagine di «Colla» venti numeri e quasi dieci anni fa; nel frattempo, tra le altre cose, c’è stata un’antologia minimum fax (<em>L’età della febbre</em>, 2015) a cui è seguito – sempre per minimum – il primo romanzo (<em>Il cuore è un cane senza nome</em>, 2017). Adesso Giuseppe torna su «Colla» con un racconto, <em>Uccellini</em>, che racchiude tutta la sua inventiva e il suo immaginario, e una protagonista alle prese con una povertà che significa piatti vuoti, oscuri brontolii e fame infinita.<br />
Di <strong>Leonardo Malaguti</strong> abbiamo seguito con curiosità l’esordio in libreria (<em>Dopo il diluvio</em>, Exòrma, 2018) e il suo approdo su «Nuovi Argomenti». <em>La persona nell’angolo</em>, di cui Leonardo ha disegnato anche le illustrazioni, si svolge durante una di quelle feste di matrimonio che mettono insieme rami di famiglie appartenenti a vite e Paesi diversi. All’interno trovate collezionisti di bomboniere, cicatrici che ricordano incidenti, persone che somigliano a enigmi.<br />
C’è un incidente anche sullo sfondo del racconto di <strong>Camilla Marchisotti</strong>, <em>Tempi</em>, in cui i versi di Carducci e Montale fanno da accompagnamento agli sforzi di un padre e un figlio per metterselo alle spalle, l’incidente, e provare a ricominciare.<br />
Nel racconto di <strong>Giovanni Buttitta</strong>, <em>Sul cadavere di Fiona Again</em>, il corpo imbalsamato di un’iconica pornostar è protagonista di un evento che coinvolge fan e televisioni di tutto il mondo. <em>Giuseppe Checchia</em>, con <em>Gourmet</em>, porta alle estreme conseguenze il perfezionismo e l’insicurezza di un pizzaiolo a cui i fichi di Cosenza e le alici di Cetara non basteranno ad allontanare il pensiero di non farcela e deludere il cliente. Chiude questo numero 28 di «Colla» <em>Mi basta il tempo di morire</em> di <strong>Silvia Cannarsa</strong>, in cui lo studio di una ginecologa che (forse) ascolta cantautorato italiano e (forse) non fa fattura diventa il luogo perfetto per confessare di non essere più la stessa persona che si è stata per quasi trent’anni.<br />
Adesso basta con i preparativi: è arrivato il momento di indossare il costume, mettere da parte un inverno e una primavera un po’ così, e immergersi nel nuovo numero di «Colla».</p>
<p style="text-align: right;">Francesco Sparacino</p>
<p><a title="Uccellini di Giuseppe Zucco" href="http://www.collacolla.org/?p=5629"><strong><span style="color: #da2722;">Uccellini</span></strong></a><br />
di Giuseppe Zucco</p>
<p>Eravamo così poveri che, ogni sera, invece di restare seduto guardando i piatti vuoti, mio padre batteva un pugno sulla tavola, e urlava che ero stata cattiva, ed elencava la lista interminabile delle cattiverie commesse a casa e a scuola, e concludeva che se avevo il male dentro, non c’era altra soluzione, e mi spediva a letto senza cena. <a title="Uccellini di Giuseppe Zucco" href="http://www.collacolla.org/?p=5629"> Continua a leggere&#8230;</a></p>
<p><a title="La persona nell'angolo di Leonardo Malaguti" href="http://www.collacolla.org/?p=5708"><strong><span style="color: #da2722;">La persona nell&#8217;angolo</span></strong></a><br />
di Leonardo Malaguti</p>
<p>Negli anni ho raccolto centinaia di bomboniere. Matrimoni di amici, parenti, clienti, una volta perfino il matrimonio di un tale che non conoscevo che aveva sbagliato a spedire l’invito. Sono andato lo stesso, non se n’è accorto nessuno. <a title="La persona nell'angolo di Leonardo Malaguti" href="http://www.collacolla.org/?p=5708"> Continua a leggere&#8230;</a></p>
<p><a title="Tempi di Camilla Marchisotti" href="http://www.collacolla.org/?p=5651"><strong><span style="color: #da2722;">Tempi</span></strong></a><br />
di Camilla Marchisotti</p>
<p>Davanti ai tavolini del baretto c’è uno spiazzo quadrato e piano, con qualche panchina, due altalene e una fermata del bus. Di solito a quest’ora, lo spiazzo si riempie di bambini, quelli della scuola elementare Carducci. <a title="Tempi di Camilla Marchisotti" href="http://www.collacolla.org/?p=5651"> Continua a leggere&#8230;</a></p>
<p><a title="Sul cadavere di Fiona Again di Giovanni Buttitta" href="http://www.collacolla.org/?p=5632"><strong><span style="color: #da2722;">Sul cadavere di Fiona Again</span></strong></a><br />
di Giovanni Buttitta</p>
<p>Mircea è andato fuori a prendere due birre dal furgone e io sono rimasto da solo con il cadavere nudo e imbalsamato di Fiona Again chiuso dentro una teca di vetro. In attesa di Mircea ho sistemato in uno spazio la sagoma di cartone in scala 1:1 di Fiona, ma mi è sembrata troppo decentrata, troppo viva e troppo sola e allora l’ho spostata quasi ai piedi della teca. <a title="Sul cadavere di Fiona Again" href="http://www.collacolla.org/?p=5632"> Continua a leggere&#8230;</a></p>
<p><a title="Gourmet di Giuseppe Checchia" href="http://www.collacolla.org/?p=5639"><strong><span style="color: #da2722;">Gourmet</span></strong></a><br />
di Giuseppe Checchia</p>
<p>Per come è fatto lui, al pizzaiolo gourmet piace avere tutto sotto controllo: la lista delle ordinazioni, gli ingredienti sistemati in base ai tempi di cottura; impasti e birre artigianali accuratamente selezionati da produttori che usano materie prime locali, insomma niente malti canadesi, ucraini, ma solo frumenti italiani, accuratamente selezionati. <a title="Gourmet" href="http://www.collacolla.org/?p=5639"> Continua a leggere&#8230;</a></p>
<p><a title="Mi basta il tempo di morire di Silvia Cannarsa" href="http://www.collacolla.org/?p=5642"><strong><span style="color: #da2722;">Mi basta il tempo di morire</span></strong></a><br />
di Silvia Cannarsa</p>
<p>Me ne stavo seduta ad aspettare il mio turno dalla ginecologa e controllavo le notifiche del cellulare. Continuavo a pensare a tutti i vecchi del mondo che si offendono perché fin dall’alba dell’adolescenza stiamo attaccati ai telefonini. Agli squilli, prima, e ai vocali da sei minuti, adesso. <a title="Mi basta il tempo di morire" href="http://www.collacolla.org/?p=5642"> Continua a leggere&#8230;</a></p>
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		<title>Giuseppe Checchia</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 16:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nato a San Giovanni Rotondo (FG) nel 1989, vive a Roma dove lavora come redattore per la TV. Ha pubblicato racconti su «Nazione Indiana», «inutile». Nel 2017 ha vinto il Premio Bixio per la migliore sceneggiatura. Ha pubblicato su «Colla»: Gourmet.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a San Giovanni Rotondo (FG) nel 1989, vive a Roma dove lavora come redattore per la TV. Ha pubblicato racconti su «Nazione Indiana», «inutile». Nel 2017 ha vinto il Premio Bixio per la migliore sceneggiatura.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Gourmet" href="http://www.collacolla.org/?p=5639"><em>Gourmet</em>.</p>
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		<title>Giovanni Buttitta</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 16:31:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato a Bagheria (PA) nel 1964, i suoi racconti sono apparsi su alcune riviste letterarie («Pastrengo», «La nuova carne», «Ammatula», «Settepagine», «Carie», «Narrandom») e su due antologie di autori vari  (Edizioni Leima). Il 2015 è l’anno in cui ha deciso di cominciare a mandare in giro i suoi lavori. Ha pubblicato su «Colla»: Sul cadavere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Bagheria (PA) nel 1964, i suoi racconti sono apparsi su alcune riviste letterarie («Pastrengo», «La nuova carne», «Ammatula», «Settepagine», «Carie», «Narrandom») e su due antologie di autori vari  (Edizioni Leima). Il 2015 è l’anno in cui ha deciso di cominciare a mandare in giro i suoi lavori.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Sul cadavere di Fiona Again" href="http://www.collacolla.org/?p=5632"><em>Sul cadavere di Fiona Again</em>.</p>
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		<title>Silvia Cannarsa</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 16:30:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nata a Torino nel 1991, ha studiato Cooperazione internazionale e narrazione non-fiction, che anche se non sembrano collegate per lei lo sono. Ha pubblicato su «Playboy», su «Tropismi», dove cura l’Osservatorio di narrative non-fiction italiana. Ogni tanto scrive e traduce ma principalmente lavora nella didattica della Scuola Holden. Ha pubblicato su «Colla»: Mi basta il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata a Torino nel 1991, ha studiato Cooperazione internazionale e narrazione non-fiction, che anche se non sembrano collegate per lei lo sono. Ha pubblicato su «Playboy», su «Tropismi», dove cura l’Osservatorio di narrative non-fiction italiana. Ogni tanto scrive e traduce ma principalmente lavora nella didattica della Scuola Holden.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Mi basta il tempo di morire" href="http://www.collacolla.org/?p=5642"><em>Mi basta il tempo di morire</em>.</p>
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		<title>Mi basta il tempo di morire di Silvia Cannarsa</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 16:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Colla 28]]></category>
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		<description><![CDATA[Me ne stavo seduta ad aspettare il mio turno dalla ginecologa e controllavo le notifiche del cellulare. Continuavo a pensare a tutti i vecchi del mondo che si offendono perché fin dall’alba dell’adolescenza stiamo attaccati ai telefonini. Agli squilli, prima, e ai vocali da sei minuti, adesso. Effettivamente, nella sala d’attesa eravamo in quattro e, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Me ne stavo seduta ad aspettare il mio turno dalla ginecologa e controllavo le notifiche del cellulare. Continuavo a pensare a tutti i vecchi del mondo che si offendono perché fin dall’alba dell’adolescenza stiamo attaccati ai telefonini. Agli squilli, prima, e ai vocali da sei minuti, adesso. Effettivamente, nella sala d’attesa eravamo in quattro e, a parte me – legittimata a guardare il telefono, dato che avevo appena evitato una crisi di panico in via Sacchi –, anche tutti gli altri avevano il naso incollato allo schermo. Per distinguermi, avevo voglia di tirare fuori il libro dalla borsa e urlare: «Io ve lo giuro che di solito leggo» anche se non era vero, non del tutto, perché erano mesi che mi portavo dietro quel tomazzo da milleduecento pagine che avevo sì e no aperto. Ma cosa ci potevo fare se non mi acchiappava più niente? Ci avevo provato. Cristo, ci avevo provato davvero ad appassionarmi a qualcosa che non fosse il mio lavoro, le mie amiche o me stessa, ma ero arrivata alla conclusione che quel periodo della mia vita fosse fatto così, non esisteva altro, né la politica, né la musica, né la cultura, perciò dovevo smetterla di arrovellarmi: come tutti i periodi, anche quello sarebbe passato. No?<br />
«La signora Rosso?»<br />
«Mhm» ho fatto senza alzare la testa, continuando a scrollare la home di Facebook. Ho registrato solo lateralmente che la segretaria mi stava dando della vecchia.<br />
«È il suo turno.»<br />
«Ah.» Mi sono alzata di colpo, rovesciando la borsa con dentro assorbenti, caramelle, un panino mezzo mangiato e il libro di milleduecento pagine, intonso. Mi sono messa a raccogliere tutto.<br />
«La dottoressa la sta aspettando.» Si è girata e se n’è andata sbatacchiando la coda di cavallo, tronfia.<br />
<em>Che stronza</em>,<em> </em>ho pensato. Però aveva ragione lei, sempre con ‘sto cazzo di cellulare in mano.<br />
Sono entrata nello studio.<br />
Era il 20 agosto. C’erano quarantadue gradi all’esterno. Il palazzo dell’Ottocento nel quale la dottoressa Giovis aveva lo studio era un forno con mobili antiquati, o antichi, non sapevo scegliere. Era la prima volta che andavo da lei, me l’aveva suggerita un’amica, e mi ha colpito la sua stretta di mano da strangolatrice. Era una cinquantenne bassa e baffuta, con splendidi denti bianchi tutti uguali e dritti. Di certo ascoltava cantautorato italiano, mi sono detta, Battisti, e di certo non faceva fattura. Che poi anche a me piace Battisti, e comunque sulla fattura mi sarei impuntata.<br />
«Nome e cognome» ha dichiarato la Giovis mentre apriva una tabella Excel sul suo computer anni ‘90. Lo ha detto, non lo ha chiesto.<br />
«Alice Rosso.»<br />
«Peso.»<br />
«Cinquantasei, tipo?»<br />
«Se non lo sa lei. Dopo verifichiamo. Fuma.»<br />
«Sì?»<br />
«Quante.»<br />
«È stato un periodo stressante. Sette, otto al giorno?»<br />
La Giovis ha arricciato il naso, e io mi sono rimpicciolita sulla sedia.<br />
«Alice, facciamo chiarezza, perché qui mi sembra che stiamo giocando. Al prete si dicono le cazzate, alla ginecologa si dice sempre e solo la verità. Quante.»<br />
Ero diventata un puntino minuscolo, ormai. «Venti, ma di tabacco, non quelle vere.»<br />
La Giovis ha tentennato prima di scrivere sulla tabella, poi ha aggiunto la voce: <em>incallita</em>.<br />
«Voglio smettere però» ho sussurrato. La mia voce era un filo di imbarazzo.<br />
«Mestiere.»<br />
«Eh, questa non è facile. Cameriera, per ora. Le spiego: lavoro in un locale che è anche un’associazione culturale e io organizzo gli eventi, però sto anche dietro al bancone, o servo ai tavoli, se c’è bisogno vado pure in cucina, però non so bene come definirmi.»<br />
La Giovis non ha reagito. Ha scritto: <em>cameriera/in cerca</em>…<br />
«Rapporti sessuali.»<br />
«Eh, ogni tanto, no?»<br />
«Ha una relazione stabile.»<br />
«Mhm. Sì, da cinque anni, più o meno?»<br />
«Lui la tradisce.»<br />
«Oddio, spero di no?»<br />
«Lo fate protetto.»<br />
«Ecco, è proprio per questo che sono qui.»<br />
La Giovis ha scritto: <em>NO</em>.<br />
Io ho sospirato, guardando lo schermo del computer.<br />
«Quanti anni ha.»<br />
«Chi? Io? Lui? Io ne ho ventott-no, ventinove.»<br />
La dottoressa si è tolta gli occhiali e ha intrecciato le dita, posando le mani sulla tastiera del pc.<br />
«Direi che a questo punto, a quasi trent’anni, nel 2019, dovrebbe sapere che si devono usare i contraccettivi, se si vuole evitare una gravidanza. Lei la vuole evitare, no?» Ha pulito le lenti degli occhiali e li ha indossati di nuovo. Serissima.<br />
Io intanto mi torcevo le mani: «Sì, certo, certo che la voglio evitare. Non so cosa mi sia preso. Sono stata attenta tutta la vita, ma tipo ossessiva, eh? Non so, davvero. Voglio rimediare.»<br />
A quel punto avrei accettato qualsiasi cosa mi avesse prescritto: pillole, spirali, anelli, cerotti. Anche il cianuro, così la chiudevamo lì.<br />
«Alice, lei non me la racconta giusta. Mi dica, ha una nuova relazione.»<br />
Ho sobbalzato, in quell’istante conscia che chiunque avesse voluto vedere ciò che stava succedendo nella mia vita, lo avrebbe visto. Se ero riuscita a tenerlo nascosto per mesi era solo perché le persone intorno a me erano distratte dalle loro vite.<br />
Accarezzai l’idea di mentirle, fingendo di essere la ragazza che ero sempre stata, una tipa a modo che aveva attraversato tutte le fasi della crescita ed era ora un’adulta coscienziosa che pagava le bollette e non dimenticava di versare l’affitto il cinque del mese, che non faceva scadere le uova in frigo e faceva la raccolta differenziata, carta, plastica, umido, secco, torturandosi all’idea di non avere un deposito per l’olio esausto vicino a casa. Una che al liceo non si era mai data malata per non passare di latino. Una che amava il suo fidanzato e non lo avrebbe mai tradito.<br />
Peccato che da un paio di mesi non fossi più quella lì. D’un tratto mi ero resa conto di quanto fossero stati belli i miei primi ventott-no-ventinove anni, quando ero la cara ragazza che tutti i genitori avrebbero voluto avere come figlia. Non troppo secchiona, non troppo ribelle.<br />
Ho cominciato a sudare, ma i quarantadue gradi c’entravano poco: era sudore freddo. Mi sono guardata intorno in cerca di una via d’uscita. I mobili di legno scuro – antiquati nel gusto, sì, indubbiamente antichi, comprati da un antiquario e fatti restaurare – erano soffocanti. Il cielo fuori dalla finestra – anche gli infissi erano antiquati, antichi e restaurati – era il cielo plumbeo di un agosto afoso, schifoso, puzzolente e pieno di cemento moscio. Dietro al paravento cinese – autentico o no? – c’era il lettino per la visita, freddo e alto, con lo schermo per le ecografie di tutte quelle future mamme insopportabilmente felici con i loro maritini felici e le loro dosi di ormoni della maternità, anche loro felici.<br />
«Sì, ho una relazione. Una relazione extraconiugale.»<br />
«Ma lei non è sposata.»<br />
«Be’, allora lui ha una relazione extraconiugale con me.»<br />
La ginecologa ha annuito. «Capisco» ha detto.<br />
Avrei voluto urlare: «Ma cosa vuole capire lei?» Cosa vuole capire lei che ascolta Battisti tutto il giorno e se ne sta lì, a guadagnare migliaia di euro senza fare lo straccio di una fattura e se ne torna a casa coi suoi baffi e i suoi denti dritti e la sua stretta di mano da carcerato, per fare cosa, poi?, per ascoltare a ciclo continuo <em>Il tempo di morire</em>, motocicletta, dieci acca pì, tutta cromata, è tua se dici sì.<br />
Il mio problema è che ho il cuore malato, e so che guarirei. So anche di amare un altro, ma che ci posso fare, sono una disperata perché lo voglio amare.<br />
Stanotte. Adesso. Sì. Mi basta il tempo di morire-ire.<br />
Ho raccolto le idee, ho respirato a fondo, ho smesso di cantarmi Battisti e di accusare la mia incolpevole ginecologa dei miei errori.<br />
«Non sono incinta» ho detto contro ogni logica.<br />
«E le dispiace.»<br />
«È una domanda?»<br />
La Giovis ha scosso la testa.<br />
Qualche giorno prima avevo cominciato a piangere sullo zerbino di casa, con la chiave nella toppa, incapace di aprire la porta. Continuavo a pulirmi le scarpe, singhiozzando come un vitello appena nato. Compiangevo la mia intera esistenza, consapevole di avere il ciclo; sapevo che nell’arco di dieci minuti mi sarebbe venuto da ridere, e poi magari da urlare, eppure non potevo fare a meno di piangere pensando che quel ciclo fosse una manna dal cielo, perché avevo davvero paura di essere incinta.<br />
Non vedevo l’ora che arrivasse, quel ciclo, ma il suo ritardo era l’unica testimonianza della lunga e intensa scopata della settimana prima. E non volevo, proprio non volevo lasciarla andare, perderla tra le cose che succedono, dimenticata e sepolta sotto tutte le assurdità che uno fa nella vita. Volevo conservare quella sensazione di pienezza, avere dentro qualcuno che non vuoi che si separi da te. Quella mano sulla guancia, quella risata dentro lo stomaco.<br />
Ma poi il ciclo era arrivato, puntuale come sempre, anzi leggermente in anticipo. E mi ero stupita. Cristo, non volevo certo essere incinta, certo non di qualcuno che non avrei potuto avere. E pure potendolo avere, di sicuro non avrei voluto farci un figlio subito. A maggior ragione, se non lo potevo avere. Ecco, esatto. A maggior ragione se non potevo stare con lui.<br />
La ginecologa mi ha fatta sdraiare sul lettino e mi ha visitata.<br />
«Ha proprio un bell’utero» mi ha detto. «E guardi che belle ovaie.»<br />
«Grazie mille» ho risposto prontamente, come una brava ragazza, e ho guardato il monitor, vedendo il mio utero pulsare, le sue pareti elastiche rimbalzare contro l’ecografo. Era proprio un bell’utero.<br />
Mi ha prescritto la pillola e mi ha stretto la mano.<br />
Quando sono uscita, la segretaria mi aspettava sorridendo. La sua coda di cavallo tronfia mi sembrava un po’ meno rigida di prima, morbida sulla nuca.<br />
«Sono duecentoventi. Con fattura» ha detto.<br />
<em>Alla faccia</em>. Ho sorriso di rimando. Ho aperto il portafoglio, pregando. C’erano centoquaranta euro, dentro.<br />
Mi sono mordicchiata le pellicine dell’anulare sinistro.<br />
«E senza?»</p>
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		<title>Tempi di Camilla Marchisotti</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 16:28:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Non c’è un unico tempo.» Davanti ai tavolini del baretto c’è uno spiazzo quadrato e piano, con qualche panchina, due altalene e una fermata del bus. Di solito a quest’ora, lo spiazzo si riempie di bambini, quelli della scuola elementare Carducci – L’ALBERO A CUI TENDEVI LA PARGOLETTA MANO IL VERDE MELOGRANO DA’ BEI VERMIGLI [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>«Non c’è un unico tempo.»</em></p>
<p>Davanti ai tavolini del baretto c’è uno spiazzo quadrato e piano, con qualche panchina, due altalene e una fermata del bus. Di solito a quest’ora, lo spiazzo si riempie di bambini, quelli della scuola elementare Carducci – L’ALBERO A CUI TENDEVI LA PARGOLETTA MANO IL VERDE MELOGRANO DA’ BEI VERMIGLI FIOR.<br />
I padri aspettano sullo spiazzo, che sembra fatto apposta per aspettare, con tutta quella polvere sottile da tirar su coi piedi spostando il peso da una gamba all’altra, e quella ghiaietta da far scricchiolare sotto le suole dei mocassini come una protesta. I padri non hanno molto tempo da perdere, controllano l’ora sui polsi, lasciano le panchine alle vecchie, allentano appena i nodi alle cravatte.<br />
Suona la campanella, i bambini sulla soglia della scuola indicano col dito i propri padri alle maestre, e solo quando le maestre li riconoscono hanno il permesso di uscire. Questo vuol dire che le maestre sanno a memoria tutte le facce di tutti i padri, e sanno anche chi è padre di chi. Quando le maestre riconoscono i padri, i bambini diventano i figli: è tutto un susseguirsi di riconoscimenti.<br />
I padri comprano un ghiacciolo ai figli dal baretto – amarena, limone, arancia, menta –, poi caricano i figli sulle macchine e se ne vanno (non hanno molto tempo da perdere), non prima di aver controllato che i figli si siano allacciati per bene le cinture e che i ghiaccioli non sgocciolino sulla pelle dei sedili.</p>
<p><em>«Non c’è un unico tempo, ci sono molti nastri.» </em></p>
<p>Oggi i bambini non ci sono, sono in vacanza forse, e la scuola Carducci – NEL MUTO ORTO SOLINGO RINVERDÌ TUTTO OR ORA E GIUGNO LO RISTORA DI LUCE E DI CALOR – è chiusa. Ci sono però un ragazzo e suo padre.<br />
Il ragazzo ha la gamba destra ingessata e avvolta in uno spesso tutore nero. Con quell’impalcatura di feltro, la gamba malata è tre volte più grossa e più pesante della gamba sana. Chissà che temperatura insopportabile, in quell’inferno di bende, polvere di solfato di calcio, chiodi dentro alle ossa.<br />
Gli escono dei peli biondi dal colletto della maglietta di cotone: dietro, lì dove la schiena si stringe e diventa nuca, appena una lanugine. L’aria è talmente tersa che i peli gli brillano di sudore, in controluce. Il ragazzo ha le stampelle. Sta provando a camminarci su, forse per la prima volta.<br />
Il padre lo segue, né troppo vicino né troppo lontano: non si toccano: è la distanza di sicurezza dei padri. Indossa una polo blu della Fred Perry e ha gli occhiali tondi, tartarugati.<br />
È serio. Non sembra commosso. Non sembra preoccupato. Non sembra fiero. È la distanza di sicurezza dei padri. A volte dice una parola, due: sottovoce. Ma sono sempre troppo distante per sentire cosa dice.</p>
<p><em>«Non c’è un unico tempo. Ci sono molti nastri che, paralleli, slittano…» </em></p>
<p>Il padre e il ragazzo costeggiano i lati dello spiazzo vuoto, ci fanno il giro attorno, sempre nello stesso senso di percorrenza. È chiaro che non è una passeggiata, è un esercizio. Lo spiazzo non è più un luogo in cui attendere i figli che escono dalla scuola Carducci</p>
<p style="text-align: center;">– TU FIOR DELLA MIA PIANTA<br />
PERCOSSA E INARIDITA<br />
TU DELL’INUTIL VITA<br />
ESTREMO UNICO FIOR –</p>
<p>lo spiazzo è un rettangolo di quattro lati, e i quattro lati vanno percorsi tutti, sempre nello stesso senso:<br />
<a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Marchisotti-fig14.png"><img src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Marchisotti-fig14-1024x879.png" alt="" title="marchisotti-fig1" width="480" height="363" class="alignright size-large wp-image-5767" /></a></p>
<p>Dal tavolino del baretto la visuale è perfetta, li posso vedere sempre: di schiena, entrambi (primo lato); di profilo dalla parte del padre (secondo lato); di faccia, entrambi (terzo lato); di profilo dalla parte del figlio (quarto lato). Hanno lo stesso naso, le stesse spalle larghe. Tutte le volte che percorrono il quarto lato, alzo la testa dal libro di poesie che distrattamente sto leggendo e faccio al ragazzo un sorriso di incoraggiamento.<br />
Fa molto caldo. Do un morso al ghiacciolo che</p>
<p style="text-align: center;">sgo<br />
cci<br />
ola.</p>
<p>Il padre tiene le braccia lunghe e attaccate al corpo, le mani intrecciate dietro la schiena come certi vecchi quando passeggiano sul lungomare. Non è proprio di fianco, se ne sta appena un attimo più indietro: forse è la distanza di sicurezza dei padri, forse è per prendere il ragazzo al volo, nel caso dovesse cadere. Sembra una posizione sulla quale ha riflettuto molto, prima di assumerla. Non guarda il ragazzo. Guarda quel punto nello spazio in cui il ragazzo ancora non c’è, quel punto nello spazio che – se tutto va liscio – il ragazzo occuperà con il prossimo passo. Il padre sa che, se il ragazzo dovesse cadere in avanti, non ci sarebbe nessuno a prenderlo al volo. Il padre sa anche che non può stare contemporaneamente un po’ più indietro e un po’ più avanti del ragazzo.<br />
Non riesce a ricordarsi a che età il ragazzo ha cominciato a camminare. Deve chiederlo a sua moglie, appena torna a casa.<br />
Il ragazzo non sembra accorgersi dei pensieri del padre (i padri hanno pensieri?); ha assunto una respirazione precisa. Quando alza la gamba ingessata, puntellandosi al suolo con le stampelle, inspira. Quando abbassa la gamba ingessata, butta fuori l’aria, con le labbra tutte sporgenti, a forma di cerchio. Sembra che nuoti in una piscina che vede solo lui, anche se l’aria tersa potrebbe ricordare gli scherzi azzurri del cloro sull’acqua o gli effetti ondulati del caldo sull’asfalto. Ma no, lui non vuole pensare all’asfalto.</p>
<p><em>«Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano, spesso in senso contrario.»</em></p>
<p>Il ragazzo, due mesi fa, ha rischiato di morire dissanguato sull’autostrada Rimini-Riccione. Erano le quattro di notte, tornavano in macchina dalla discoteca, c’era appena stata una festa del liceo al Billionaire. Aveva bevuto un paio di gin tonic, ed era ancora a metà dell’ultimo, così aveva preferito non guidare. Si era messo davanti, nel posto del passeggero. Aveva allacciato la cintura, l’amico gli aveva detto vez, occhio a non rovesciarmi il cocktail sul sedile che mio padre sennò mi ammazza, lui aveva annuito, huh-huh, e aveva acceso la radio, di modo che entrambi restassero svegli.<br />
Cinque minuti dopo, una Lancia Thema grigio metallizzata li aveva schiacciati contro il guardrail, ficcandosi col muso nel fianco della loro Panda blu, dal lato del passeggero. Il guidatore della Lancia era morto. Il guidatore della Panda – l’amico del ragazzo – si era lussato una spalla: niente di grave.</p>
<p style="text-align: center;">Il ragazzo si era fratturato il femore in tre punti.<br />
Il ragazzo era un nuotatore.<br />
Il ragazzo faceva i 400 metri stile libero in 3’56’’34.</p>
<p><em>«Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano spesso in senso contrario e raramente…»</em></p>
<p>«Nessuno dovrebbe seppellire il proprio figlio» – SEI NE LA TERRA FREDDA – è una di quelle cose che si sentono dire spesso e un po’ da tutti – SEI NE LA TERRA NEGRA –, non importa se hanno figli / oppure no. Ci sono delle cose che si dicono così, da sempre, che nessuno si ricorda chi le ha dette per primo e non sono più nemmeno citazioni, ma</p>
<p style="text-align: center;">puntelli<br />
picchetti<br />
paletti<br />
del genere umano, con cui delimitare, stabilire fissare una volta per tutte i confini tra<br />
ciò che è naturale / e ciò che non lo è<br />
ciò che dovrebbe accadere / e ciò che non dovrebbe</p>
<p>Il padre tiene le braccia lunghe e attaccate al corpo, le mani intrecciate dietro la schiena come certi vecchi quando passeggiano sul lungomare. Non è proprio di fianco, se ne sta appena un attimo più indietro. Proprio perché sta un po’ più indietro, può notare la macchia di sudore sulla maglietta di cotone del ragazzo. È nuova, prima non c’era. È a forma di otto,<br />
<a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Marchisotti-fig21.png"><img src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Marchisotti-fig21.png" alt="" title="marchisotti-fig3" width="762" height="218" class="alignleft size-full wp-image-5705" /></a><br />
sembra quasi stampata tanto è precisa, lì nell’incavo della schiena, per il movimento e per il sole – NÉ IL SOL PIÙ TI RALLEGRA.<br />
Per la prima volta dopo: 11? 12? 13 giri?: il padre disintreccia le mani da dietro la schiena e fa per allungare un braccio, come a volerla toccare, quella macchia, quel bel miracolo a forma di otto. È arrivato a metà della distanza di sicurezza, quando una macchina sfreccia con il rosso all’incrocio che sta di fianco allo spiazzo. </p>
<p>C’è un gran rumore di freni,</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Marchisotti-fig2.png"><img src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Marchisotti-fig2-1024x575.png" alt="" title="marchisotti-fig2" width="540" height="303" class="alignleft size-large wp-image-5694" /></a></p>
<p>Ma è un attimo, poi passa. L’aria (la pagina) si ricompone, zitta, tersa, compatta. Alzo la testa dal libro di poesie che leggo distrattamente al tavolino, e vedo il proprietario del baretto che ha smesso di pulire i bicchieri con lo straccio, ed è rimasto con le mani giganti inutili a mezz’aria, e il padre… Il padre ha fatto appena in tempo a ritirare la mano, così quando il ragazzo si volta verso di lui, come un cervo spaventato dal rumore, dai fari, da tutto, la distanza di sicurezza è ristabilita.<br />
Ora, per la prima volta da quando sono arrivati, sono fermi nell’aria (nella pagina) zitta, tersa, compatta. Sono a metà del quarto lato, che è anche il più vicino ai tavolini. Così lo sento, il padre, quando dice: «Su, vieni, andiamo al baretto, che ci prendiamo un ghiacciolo all’amarena».<br />
Il padre compra il ghiacciolo al figlio, ma poi si rende conto che sarà difficile mangiarlo, con quelle stampelle. Così lo fa salire in macchina, offrendogli l’appoggio del braccio. Mette le stampelle nel bagagliaio. Fa caldo. Il figlio seduto nel posto del passeggero dà un morso al ghiacciolo. Prima di partire, il padre controlla che si sia allacciato per bene la cintura e che il ghiacciolo non sgoccioli sulla pelle del sedile. </p>
<p><em>«Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri / che paralleli slittano / spesso in senso contrario e raramente / s’intersecano. È quando si palesa / la sola verità che, disvelata, / viene subito espunta da chi sorveglia / i congegni e gli scambi. E si ripiomba / poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo / solo i pochi viventi si sono riconosciuti / per dirsi addio, non arrivederci.» </em></p>
<p>Finita di leggere la poesia, chiudo il libro, mi alzo dal tavolino, pago il ghiacciolo e me ne vado. In lontananza, suona la campanella della scuola elementare Carducci: è tutto un susseguirsi di riconoscimenti. </p>
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		<title>La persona nell&#8217;angolo di Leonardo Malaguti</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2020 16:32:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. Il lato francese Negli anni ho raccolto centinaia di bomboniere. Matrimoni di amici, parenti, clienti, una volta perfino il matrimonio di un tale che non conoscevo che aveva sbagliato a spedire l’invito. Sono andato lo stesso, non se n’è accorto nessuno. Ogni cerimonia un ninnolo: ci riempio la credenza in salotto, i confetti li [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/1.2-Cover.png"><img class="alignleft size-large wp-image-5710" title="Malaguti 1" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/1.2-Cover-653x1024.png" alt="" width="540" height="846" /></a></p>
<p><strong>1. Il lato francese </strong><br />
Negli anni ho raccolto centinaia di bomboniere.<br />
Matrimoni di amici, parenti, clienti, una volta perfino il matrimonio di un tale che non conoscevo che aveva sbagliato a spedire l’invito. Sono andato lo stesso, non se n’è accorto nessuno. Ogni cerimonia un ninnolo: ci riempio la credenza in salotto, i confetti li sgranocchio davanti alla televisione.<br />
Non sono una di quelle anime tristi che fanno di tutto per sottrarsi alle cerimonie, no, sono di quelle anime tristi che accettano di partecipare per il gusto di rimanere seduti in disparte a osservare gli altri che ballano, le risate alcoliche, le mani, i fianchi che si toccano attraverso strati leggeri di abiti a nolo. Saluto la sposa, inclino il capo in cenni aggraziati e tutti sanno che non mi alzerò in piedi, che non accetterò il prossimo lento, dunque mi lasciano in pace, perché è giusto così, è il nostro accordo.<br />
È un modo come un altro di passare il tempo.</p>
<p>Jacques mi ha telefonato da Brest che era tardo dicembre e la notizia delle sue nozze si è fatta largo a fatica tra un cenone di capodanno e i botti nel parco: come? Scusa, c’è rumore! Ah, ecco, sì – congratulazioni! Perdonami, ora… sì, sì, ci risentiamo.<br />
Dieci minuti dopo mi ero già dimenticato.<br />
L’invito è arrivato a febbraio, sigillato in una busta bianca. Era un rettangolo di carta spessa, ruvida, le lettere cinte da una cornice dorata di gusto squisito. Il lato francese della famiglia. Non ho letto nemmeno quel che c’era scritto (suppongo fossero le stesse quattro righe cordiali di tutti gli inviti nuziali del mondo), ho gettato il rettangolo nel cestino e sono andato a versarmi un dito di cognac.<br />
Non avevo nessuna intenzione di andare.<br />
Ho buttato giù il liquore in un sorso. Senza rendermene conto avevo covato per quasi due mesi una terribile angoscia nell’attesa di quel momento. Il cugino Jacques, che avevo visto crescere festa comandata dopo festa comandata, si univa per la vita a Christine, compagna di università, ginnasta olimpionica, donna dallo straordinario sorriso. Ero sinceramente felice per lui, ma davvero non sarei andato. Basterà accampare una scusa, borbottavo, spedire il regalo per posta e tanti saluti, nessuno sentirà la mia mancanza.<br />
Peccato giusto per la bomboniera.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/2-Incidente.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5721" title="Malaguti_fig2" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/2-Incidente-200x300.jpg" alt="" width="230" height="350" /></a></p>
<p>Avevo la tachicardia. Jacques non sapeva dell’incidente e come lui nessuno del lato francese. Del lato italiano rimangono solo mia sorella e un prozio centenario: il prozio è sordo e quasi del tutto cieco, mia sorella è quella che mi ha estratto dalle lamiere.<br />
Altro sorso di cognac. Ai miei amici, quelli che hanno chiesto, non ho esitato a dirlo: mi sono schiantato contro un platano con la decappottabile e la carrozzeria mi ha tranciato la carne trasversalmente dall’anca destra al ginocchio sinistro. C’è una grossa cicatrice, e del mio sesso rimane un moncone alto mezzo pollice. Non me ne vergogno, anzi: provo un morboso piacere nel raccontare i dettagli più scabrosi della disgrazia e osservare i volti che si contraggono provando a nascondere l’orrore. Chi ascolta, per quanta pena possa provare per me, per quanto desideri mostrarsi empatico, non può fare a meno di immaginarsi al mio posto e il dolore diventa quasi più suo che mio.<br />
Ma Jacques e sua madre, suo zio e gli altri cugini, non lo dovevano sapere, non il giorno del matrimonio: non sarei andato a fare il fenomeno da baraccone. Se avessero scoperto come sto, la gente sarebbe venuta a cercarmi per parlare, per dispiacersi, per dirmi che va tutto bene, che la vita continua, che mi pensano, che sono un’anima bella. Mi avrebbero usato per sentirsi brave persone e per niente al mondo glielo avrei permesso.<br />
Ai matrimoni vado per stare in disparte, non mi avrebbero privato anche di questo ultimo intimo piacere.<br />
Peccato giusto per la bomboniera.</p>
<p><strong>2. Il lato italiano</strong><br />
È stata mia sorella a convincermi.<br />
Devi accompagnarmi a tutti i costi, ha implorato, non puoi lasciarmi andare da sola. Chi vuoi che si accorga della tua <em>situazione</em> – così la chiamava, le aveva appioppato quel nome in ospedale quando avevo ripreso conoscenza e non aveva più smesso di usarlo. Mica devi spogliarti davanti a tutti, ha continuato, al che io le ho risposto che tutto comincia sempre quando mi chiedono come mai zoppico – di’ che hai preso una storta! e ha tagliato corto cacciandosi a ridere. Mi ha tormentato per settimane finché per esasperazione non sono stato costretto a cedere. Le ho detto però che se qualcuno fosse venuto a conoscenza della <em>situazione</em> l’avrei ritenuta responsabile e sarebbe toccato a lei cavarmi dall’impiccio.<br />
Certo, fratello, certo.<br />
La verità è che desiderava così disperatamente andare perché al matrimonio ci sarebbe stato anche Michel, un altro cugino, di grado molto più remoto, per il quale Sara ha una feroce infatuazione dai tempi del liceo. Michel, più grande di lei di quasi dieci anni, è sposato con tre figli e non sembrava mai aver colto la passione di Sara per la sua mascella quadrata.</p>
<p>Ci hanno sistemato in un quattro stelle di catena non lontano dal porto, due stanze comunicanti perfettamente identiche, pulite e un po’ anonime, ciascuna con un letto da una piazza e mezzo. In entrambe le stanze era appeso, perpendicolare al cuscino, un grosso specchio rotondo che si apriva come un pozzo d’argento sulla parete blu.<br />
Appena arrivati, neanche il tempo di appoggiare le valigie, Sara ha preso ed è uscita: era stata irrequieta tutto il viaggio e così ha deciso di fare una passeggiata al molo per scaricare la tensione. Io ho optato per una lunga doccia. Ho aperto l’acqua, mi sono seduto sul letto, e ho aspettato accanto al monticchio di vestiti che dal bagno uscisse vapore. Cosa pensa di trovare di corroborante nel suo giro, pensavo, Brest è una città sgraziata, industriale. O forse sono io che non ne capisco il fascino. Oltretutto piove.<br />
Ho raccolto i vestiti, li ho appoggiati allo schienale della sedia e sono entrato in doccia lasciando che l’acqua bollente mi scottasse la pelle.<br />
Sposarsi a Brest ad aprile – i pensieri sfumavano lenti tra i fiotti –, che scelta triste. Immaginavo la cattedrale grigia, il freddo, le macchie di umido sullo strascico della sposa. In fondo aveva una sua inafferrabile poetica. Jacques è sempre stato un ragazzo vitale, forte, bello – ma di quella bellezza che, col subentrare dell’età adulta, degli obblighi, delle unioni eterne, rimane addosso come guscio vuoto. Forse sposarsi a Brest ad aprile, sotto la pioggia, più che una scelta era vocazione.<br />
Il bagnoschiuma è uscito dal foro del barattolo con un rumore osceno, e mentre lo spargevo sulla spugna è sgusciato tra le dita formando coaguli perlati. Uno di questi si è insinuato tra le nocche ed è scivolato lungo il palmo il tempo di procurarmi un brivido, per poi gocciare sulle piastrelle e incastrarsi con un gorgoglio nelle maglie dello scarico. Ho strofinato la pelle con decisione.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/3.1-Doccia.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5726" title="Malaguti_fig3" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/3.1-Doccia-203x300.jpg" alt="" width="225" height="380" /></a></p>
<p>Michel, invece. Michel è altrettanto bello, e il suo fascino ha resistito all’età adulta, agli obblighi, all’unione eterna: solleva da terra i suoi figli e li lancia in aria con entusiasmo. Con le mani salde li afferra alla fine del volo per appoggiarli al suolo e ridendo gli si crea una fossetta all’angolo della bocca che, da quando ha superato i quaranta, va a infrangersi in una ragnatela fragilissima di piccoli solchi.<br />
Poi lascia andare i bambini e si gira per dare un bacio leggero alla moglie: mentre le loro labbra si toccano – una frazione di secondo soltanto – è come se la notte, quando la prenderà per i fianchi come piace a entrambi, fosse già lì, in nuce.<br />
Capivo perché Sara ne fosse attratta. Ho lasciato cadere la spugna e iniziato a spargere la schiuma con le mani. L’acqua ormai non bruciava più.<br />
E se non fosse uscita per una passeggiata? La domanda era salita dal profondo come una bolla solitaria ed era esplosa tutt’un tratto increspando la superficie quieta. Spalmavo il bagnoschiuma sul torace con movimenti circolari sempre più simili a un massaggio.<br />
Io credevo che lui…<br />
Ho lavato con attenzione il solco della cicatrice ed ero pronto a scendere alle cosce, ma con le dita ho indugiato sui lembi. Lì la pelle è più liscia, bombata come il lobo di un orecchio, e il moncherino del mio sesso sgusciava poco più in basso tra sbuffi di sapone. Accarezzavo senza guardare, seguendo con la falange la linea frastagliata, immaginavo un incontro clandestino di cui era stata celata l’esistenza persino a me, la persona a cui Sara ha sempre confidato ogni cosa.<br />
Ho alzato il volto verso il soffione della doccia ed eccomi sotto la pioggia battente assieme ai due amanti, in un vicolo nascosto dietro al porto.</p>
<p><strong>3. La Sfinge</strong><br />
Sara è scomparsa in mezzo alla folla di invitati ubriachi intenti a ballare hit francesi anni ’80, lasciandomi solo con il dentista di Jacques, logorroico fanatico della pesca sportiva. Mi aveva subito chiesto qualcosa a proposito del perché zoppicassi, ma senza attendere la risposta aveva poi preso a parlare della carpa da diciotto chili che… e mia sorella, sentendosi dunque libera dal vincolo di districarmi da eventuali domande sulla <em>situazione</em>, ne ha approfittato per sgattaiolare via. La sala era stipata e semibuia: l’ho data subito per dispersa. Fingendo di ascoltare l’odontotecnico-pescatore, ho cercato con lo sguardo una sedia appartata verso la quale scappare.<br />
È lì che l’ho vista.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/4.1-Festa.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-5730" title="Malaguti_fig4" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/4.1-Festa-682x1024.jpg" alt="" width="450" height="750" /></a></p>
<p>Se ne stava nel suo angolo, sotto una lampadina pendente, in mezzo a spicchi arancioni di luce. Nonostante fosse seduta nella periferia della stanza, lontana dai tavoli col buffet e dalla pista da ballo, era il centro gravitazionale di tutta la sala. Ne era cosciente, ma proprio per questo rimaneva lì, in disparte, con un accenno di sorriso. Non aveva necessità di fare mostra di sé, e questo rendeva la sua presenza completamente irresistibile.<br />
Ho interrotto bruscamente il soliloquio del dentista.<br />
Mi sa dire chi è la persona che siede là?<br />
Quello, che inizialmente sembrava essersela presa, quando ha capito a chi mi riferivo ha ghignato malizioso e ha sussurrato:<br />
Quella <em>persona</em>, ecco – la chiamano Sfinge.<br />
Sfinge.<br />
Nessuno sa chi sia e nessuno ha il coraggio di domandare. È un enigma.<br />
Nel suo volto c’era davvero qualcosa di antico e indecifrabile. Mi sono accorto solo in quel momento che la sua testa era completamente calva e priva di sopracciglia. La luce attraversava la blusa semitrasparente lasciando intravedere i seni pallidi da sotto il tessuto, ma, nonostante ciò, qualcosa nella sua figura impediva di definirne realmente il sesso. Stava a gambe divaricate, appoggiata allo schienale della sedia con un braccio, e fumava una sigaretta. Le labbra grandi e carnose, da ragazzo, lasciavano schiudere soltanto una lieve fessura per far uscire il fumo. In punta di lingua le umettava.<br />
Mentre cercavo ulteriori indizi lungo la curva del suo collo, sorpreso da un accenno di pomo d’Adamo, la Sfinge ha alzato gli occhi e mi ha fissato, senza fastidio né scherno: uno sguardo calmo, sicuro, tutt’altro che timido. Un invito.<br />
Non ho interrotto il contatto visivo un istante.<br />
Ho congedato il dentista e mi sono avviato lentamente tra la folla. Non avevo fretta, volevo che ogni passo significasse qualcosa, così come la persona nell’angolo dialogava con me attraverso lievi movimenti del viso, nella maniera in cui appoggiava le dita sulla coscia e la sfiorava, quasi non fosse sua, quasi fossero le gambe di un altro – le mie – che accarezzava per la prima volta. La gente mi ballava attorno, sbatteva senza scusarsi, ma non era nulla, scostavo i corpi come grandi foglie in una serra tropicale. Quelle pupille profonde e scure erano un uncino nella mia carne e io mi lasciavo trascinare. Riusciva a vedermi: vedeva cosa c’era sotto il frac di seconda mano, sotto gli strati di camicia, sotto la canottiera e i boxer di lana, sapeva della cicatrice e delle menomazioni, lei era la Sfinge, sapeva tutto di me già da principio, e più mi rendevo conto di quanto non avessi per lei alcun segreto, più il suo mistero si dilatava, pronto a inghiottirmi. Sapeva che, ad aspettarmi su quella sedia, in disparte, l’avrei trovata. Ha accavallato una gamba sull’altra e ha preso un’altra boccata. Un vecchio danzatore di lambada mi ha pestato un piede, ma non mi sono distratto.<br />
Anche io l’ho spogliata, camminandole incontro. Le ho tolto la blusa trasparente e le ho sentito i seni nella coppa delle mie mani. Le ho accarezzato lo spazio vuoto delle sopracciglia ed è stato come toccare la pelle liscia tra i lembi della mia ferita. La stanza era ampia e non ero nemmeno a metà, un cameriere mi ha offerto un prosecco ma sono passato oltre senza rispondere. Le ho sfilato i pantaloni di seta nera e le mutande, non sapevo cosa avrei fatto, come avremmo potuto unirci, ma per la prima volta dall’incidente scoprivo di provare ancora le stesse sensazioni, lo stesso desiderio di prima, più intenso se possibile, certamente più arcano, frustrante e al tempo stesso amplificato dai limiti del mio nuovo corpo. L’ho spogliata completamente, immaginando che mi desse le spalle per prolungare l’attesa, immaginando la linea della schiena scivolare fino ai glutei, nascondendo la risposta a tutte le domande che avrei voluto farle. Non lasciavo che si girasse, nemmeno nella mia mente. La curiosità mi tormentava, ma qualcosa di più forte mi spingeva a rimanere all’oscuro. Uomo o donna non mi importava, anzi, speravo non fosse nessuna delle due, volevo che fosse tutto, che rimanesse per sempre la possibilità.<br />
Per un istante mi sono distratto.<br />
Stavo per raggiungerla e mi è mancato il coraggio. Ho esitato.<br />
Un trenino mi ha tagliato la strada e, poco prima che scomparisse nella sala accanto, una donna è sgusciata in mezzo alla conga ed è sparita nel bagno degli uomini. Aveva i capelli scuri e l’abito celeste, proprio come Sara. Ho deviato in quella direzione per vedere meglio, ma d’un tratto Michel ha voltato l’angolo ed è entrato nel bagno anche lui. Sua moglie era vicino al buffet, chiacchierava con un’amica poco lontano.<br />
Stava succedendo.<br />
Probabilmente mia sorella lo aspettava nel cubicolo e lui non ha nemmeno atteso di darle un bacio: l’ha spinta al muro, ha scostato l’abito celeste e le è entrato dentro.<br />
Un’altra donna dai capelli scuri, il vestito azzurro cielo, ballava assieme a un gruppo di ragazze e alla sposa. Anche lei sembrava Sara. Volevo che fossero entrambe Sara, volevo che fossero tutto, che rimanesse per sempre la possibilità.<br />
Mi sono girato nuovamente verso l’angolo, finalmente pronto, ma la persona non c’era più, la sedia era vuota, la lampadina spenta.<br />
Mi si è fermato il respiro: il torace si è accartocciato e per un momento è stato come se non fossi mai uscito dalle lamiere squassate della decappottabile. La sedia, a malapena visibile nell’ombra, aspettava che riprendessi finalmente il posto che mi spettava.<br />
Ero venuto per quello, no?</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/5.1-Incontro.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5732" title="Malaguti_fig5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/5.1-Incontro-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Stavo per arrendermi, quando qualcuno mi ha appoggiato la mano sulla schiena. Non mi sono dovuto girare per sapere chi fosse. Ho ascoltato il suo fiato sulla mia guancia mentre la sala da ballo svaniva da qualche parte nel buio.<br />
Ti prego, le ho chiesto, non sciogliere l’enigma.</p>
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		<title>Giuseppe Zucco</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2012 14:41:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[numero 8]]></category>

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		<description><![CDATA[Nato nel 1981, lavora alla Rai. Suoi racconti sono apparsi sull’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e sulle riviste «Nazione Indiana», «Nuovi Argomenti», «minima&#038;moralia», «L’Inquieto». Ha pubblicato la raccolta Tutti i bambini (Egg Edizioni, 2016) e il romanzo Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017). Ha pubblicato su Colla: I signori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1981, lavora alla Rai. Suoi racconti sono apparsi sull’antologia <em>L’età della febbre</em> (minimum fax, 2015) e sulle riviste «Nazione Indiana», «Nuovi Argomenti», «minima&#038;moralia», «L’Inquieto». Ha pubblicato la raccolta <em>Tutti i bambini</em> (Egg Edizioni, 2016) e il romanzo <em>Il cuore è un cane senza nome</em> (minimum fax, 2017).</p>
<p>Ha pubblicato su <em>Colla</em>: <a title="I signori MurenaGiuseppe Zucco" href="http://www.collacolla.org/?p=738">I signori Murena</a>, <a title="Uccellini" href="http://www.collacolla.org/?p=5629">Uccellini</a>.</p>
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