Tempi
di Camilla Marchisotti

«Non c’è un unico tempo.»

Davanti ai tavolini del baretto c’è uno spiazzo quadrato e piano, con qualche panchina, due altalene e una fermata del bus. Di solito a quest’ora, lo spiazzo si riempie di bambini, quelli della scuola elementare Carducci – L’ALBERO A CUI TENDEVI LA PARGOLETTA MANO IL VERDE MELOGRANO DA’ BEI VERMIGLI FIOR.
I padri aspettano sullo spiazzo, che sembra fatto apposta per aspettare, con tutta quella polvere sottile da tirar su coi piedi spostando il peso da una gamba all’altra, e quella ghiaietta da far scricchiolare sotto le suole dei mocassini come una protesta. I padri non hanno molto tempo da perdere, controllano l’ora sui polsi, lasciano le panchine alle vecchie, allentano appena i nodi alle cravatte.
Suona la campanella, i bambini sulla soglia della scuola indicano col dito i propri padri alle maestre, e solo quando le maestre li riconoscono hanno il permesso di uscire. Questo vuol dire che le maestre sanno a memoria tutte le facce di tutti i padri, e sanno anche chi è padre di chi. Quando le maestre riconoscono i padri, i bambini diventano i figli: è tutto un susseguirsi di riconoscimenti.
I padri comprano un ghiacciolo ai figli dal baretto – amarena, limone, arancia, menta –, poi caricano i figli sulle macchine e se ne vanno (non hanno molto tempo da perdere), non prima di aver controllato che i figli si siano allacciati per bene le cinture e che i ghiaccioli non sgocciolino sulla pelle dei sedili.

«Non c’è un unico tempo, ci sono molti nastri.» 

Oggi i bambini non ci sono, sono in vacanza forse, e la scuola Carducci – NEL MUTO ORTO SOLINGO RINVERDÌ TUTTO OR ORA E GIUGNO LO RISTORA DI LUCE E DI CALOR – è chiusa. Ci sono però un ragazzo e suo padre.
Il ragazzo ha la gamba destra ingessata e avvolta in uno spesso tutore nero. Con quell’impalcatura di feltro, la gamba malata è tre volte più grossa e più pesante della gamba sana. Chissà che temperatura insopportabile, in quell’inferno di bende, polvere di solfato di calcio, chiodi dentro alle ossa.
Gli escono dei peli biondi dal colletto della maglietta di cotone: dietro, lì dove la schiena si stringe e diventa nuca, appena una lanugine. L’aria è talmente tersa che i peli gli brillano di sudore, in controluce. Il ragazzo ha le stampelle. Sta provando a camminarci su, forse per la prima volta.
Il padre lo segue, né troppo vicino né troppo lontano: non si toccano: è la distanza di sicurezza dei padri. Indossa una polo blu della Fred Perry e ha gli occhiali tondi, tartarugati.
È serio. Non sembra commosso. Non sembra preoccupato. Non sembra fiero. È la distanza di sicurezza dei padri. A volte dice una parola, due: sottovoce. Ma sono sempre troppo distante per sentire cosa dice.

«Non c’è un unico tempo. Ci sono molti nastri che, paralleli, slittano…» 

Il padre e il ragazzo costeggiano i lati dello spiazzo vuoto, ci fanno il giro attorno, sempre nello stesso senso di percorrenza. È chiaro che non è una passeggiata, è un esercizio. Lo spiazzo non è più un luogo in cui attendere i figli che escono dalla scuola Carducci

– TU FIOR DELLA MIA PIANTA
PERCOSSA E INARIDITA
TU DELL’INUTIL VITA
ESTREMO UNICO FIOR –

lo spiazzo è un rettangolo di quattro lati, e i quattro lati vanno percorsi tutti, sempre nello stesso senso:

Dal tavolino del baretto la visuale è perfetta, li posso vedere sempre: di schiena, entrambi (primo lato); di profilo dalla parte del padre (secondo lato), di faccia, entrambi (terzo lato); di profilo dalla parte del figlio (quarto lato). Hanno lo stesso naso, le stesse spalle larghe. Tutte le volte che percorrono il quarto lato, alzo la testa dal libro di poesie che distrattamente sto leggendo e faccio al ragazzo un sorriso di incoraggiamento.
Fa molto caldo. Do un morso al ghiacciolo che

sgo
cci
ola.

Il padre tiene le braccia lunghe e attaccate al corpo, le mani intrecciate dietro la schiena come certi vecchi quando passeggiano sul lungomare. Non è proprio di fianco, se ne sta appena un attimo più indietro: forse è la distanza di sicurezza dei padri, forse è per prendere il ragazzo al volo, nel caso dovesse cadere. Sembra una posizione sulla quale ha riflettuto molto, prima di assumerla. Non guarda il ragazzo. Guarda quel punto nello spazio in cui il ragazzo ancora non c’è, quel punto nello spazio che – se tutto va liscio – il ragazzo occuperà con il prossimo passo. Il padre sa che, se il ragazzo dovesse cadere in avanti, non ci sarebbe nessuno a prenderlo al volo. Il padre sa anche che non può stare contemporaneamente un po’ più indietro e un po’ più avanti del ragazzo.
Non riesce a ricordarsi a che età il ragazzo ha cominciato a camminare. Deve chiederlo a sua moglie, appena torna a casa.
Il ragazzo non sembra accorgersi dei pensieri del padre (i padri hanno pensieri?); ha assunto una respirazione precisa. Quando alza la gamba ingessata, puntellandosi al suolo con le stampelle, inspira. Quando abbassa la gamba ingessata, butta fuori l’aria, con le labbra tutte sporgenti, a forma di cerchio. Sembra che nuoti in una piscina che vede solo lui, anche se l’aria tersa potrebbe ricordare gli scherzi azzurri del cloro sull’acqua o gli effetti ondulati del caldo sull’asfalto. Ma no, lui non vuole pensare all’asfalto.

«Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano, spesso in senso contrario.»

Il ragazzo, due mesi fa, ha rischiato di morire dissanguato sull’autostrada Rimini-Riccione. Erano le quattro di notte, tornavano in macchina dalla discoteca, c’era appena stata una festa del liceo al Billionaire. Aveva bevuto un paio di gin tonic, ed era ancora a metà dell’ultimo, così aveva preferito non guidare. Si era messo davanti, nel posto del passeggero. Aveva allacciato la cintura, l’amico gli aveva detto vez, occhio a non rovesciarmi il cocktail sul sedile che mio padre sennò mi ammazza, lui aveva annuito, huh-huh, e aveva acceso la radio, di modo che entrambi restassero svegli.
Cinque minuti dopo, una Lancia Thema grigio metallizzata li aveva schiacciati contro il guardrail, ficcandosi col muso nel fianco della loro Panda blu, dal lato del passeggero. Il guidatore della Lancia era morto. Il guidatore della Panda – l’amico del ragazzo – si era lussato una spalla: niente di grave.

Il ragazzo si era fratturato il femore in tre punti.
Il ragazzo era un nuotatore.
Il ragazzo faceva i 400 metri stile libero in 3’56’’34.

«Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano spesso in senso contrario e raramente…»

«Nessuno dovrebbe seppellire il proprio figlio» – SEI NE LA TERRA FREDDA – è una di quelle cose che si sentono dire spesso e un po’ da tutti – SEI NE LA TERRA NEGRA –, non importa se hanno figli / oppure no. Ci sono delle cose che si dicono così, da sempre, che nessuno si ricorda chi le ha dette per primo e non sono più nemmeno citazioni, ma

puntelli
picchetti
paletti
del genere umano, con cui delimitare, stabilire fissare una volta per tutte i confini tra
ciò che è naturale / e ciò che non lo è
ciò che dovrebbe accadere / e ciò che non dovrebbe

Il padre tiene le braccia lunghe e attaccate al corpo, le mani intrecciate dietro la schiena come certi vecchi quando passeggiano sul lungomare. Non è proprio di fianco, se ne sta appena un attimo più indietro. Proprio perché sta un po’ più indietro, può notare la macchia di sudore sulla maglietta di cotone del ragazzo. È nuova, prima non c’era. È a forma di otto,

sembra quasi stampata tanto è precisa, lì nell’incavo della schiena, per il movimento e per il sole – NÉ IL SOL PIÙ TI RALLEGRA.
Per la prima volta dopo: 11? 12? 13 giri?: il padre disintreccia le mani da dietro la schiena e fa per allungare un braccio, come a volerla toccare, quella macchia, quel bel miracolo a forma di otto. È arrivato a metà della distanza di sicurezza, quando una macchina sfreccia con il rosso all’incrocio che sta di fianco allo spiazzo.

C’è un gran rumore di freni,

Ma è un attimo, poi passa. L’aria (la pagina) si ricompone, zitta, tersa, compatta. Alzo la testa dal libro di poesie che leggo distrattamente al tavolino, e vedo il proprietario del baretto che ha smesso di pulire i bicchieri con lo straccio, ed è rimasto con le mani giganti inutili a mezz’aria, e il padre… Il padre ha fatto appena in tempo a ritirare la mano, così quando il ragazzo si volta verso di lui, come un cervo spaventato dal rumore, dai fari, da tutto, la distanza di sicurezza è ristabilita.
Ora, per la prima volta da quando sono arrivati, sono fermi nell’aria (nella pagina) zitta, tersa, compatta. Sono a metà del quarto lato, che è anche il più vicino ai tavolini. Così lo sento, il padre, quando dice: «Su, vieni, andiamo al baretto, che ci prendiamo un ghiacciolo all’amarena».
Il padre compra il ghiacciolo al figlio, ma poi si rende conto che sarà difficile mangiarlo, con quelle stampelle. Così lo fa salire in macchina, offrendogli l’appoggio del braccio. Mette le stampelle nel bagagliaio. Fa caldo. Il figlio seduto nel posto del passeggero dà un morso al ghiacciolo. Prima di partire, il padre controlla che si sia allacciato per bene la cintura e che il ghiacciolo non sgoccioli sulla pelle del sedile.

«Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri / che paralleli slittano / spesso in senso contrario e raramente / s’intersecano. È quando si palesa / la sola verità che, disvelata, / viene subito espunta da chi sorveglia / i congegni e gli scambi. E si ripiomba / poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo / solo i pochi viventi si sono riconosciuti / per dirsi addio, non arrivederci.»

Finita di leggere la poesia, chiudo il libro, mi alzo dal tavolino, pago il ghiacciolo e me ne vado. In lontananza, suona la campanella della scuola elementare Carducci: è tutto un susseguirsi di riconoscimenti.

Questo articolo è stato pubblicato in numeri, numero 28 e ha le etichette , . Bookmark the link permanente. I commenti ed i trackbacks sono attualmente chiusi.