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	<title>Colla &#187; Colla26</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Marco Malvestio</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 00:17:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato a Padova nel 1991, è dottorando in letteratura comparata all’Università di Padova. Collabora con diverse riviste online, tra cui La Balena Bianca e Doppiozero. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta di versi Depurazione delle acque; nel 2018 il poemetto Il sogno di Pasifae è uscito nel volume a tre Hula Apocalisse (Prufrock spa). Letteratura a parte, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Padova nel 1991, è dottorando in letteratura comparata all’Università di Padova. Collabora con diverse riviste online, tra cui La Balena Bianca e Doppiozero. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta di versi <em>Depurazione delle acque</em>; nel 2018 il poemetto <em>Il sogno di Pasifae</em> è uscito nel volume a tre <em>Hula Apocalisse</em> (Prufrock spa). Letteratura a parte, si interessa di vino, reincarnazione, nature morte; gli piace cucinare.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Quasi una storia di fantasmi" href="http://www.collacolla.org/?p=5456"><em>Quasi una storia di fantasmi</em>.</p>
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		<title>Quasi una storia di fantasmi di Marco Malvestio</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 00:12:07 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>S. non sa se chiamare o no: rimane in piedi davanti alla finestra, col telefono in mano, per diversi minuti. È una mattina limpida, che immobilizza nel suo calmo gelo, filtrato attraverso i vetri sporchi, i piatti e le stoviglie della cucina, e il piccolo tavolo e le sedie chiare. L’uomo, alla fine, sembra decidersi all’improvviso. Compone il numero e porta il telefono all’orecchio.<br />
«Pronto.»<br />
Dalla finestra, le montagne innevate luccicano come onde in mare aperto, attraverso l’inquieto filtro dei pini.<br />
«No, ho bisogno che tu venga qui. Credo che ci siano i fantasmi.» </p>
<p>S. e il suo amico sono seduti l’uno davanti all’altro al tavolo della cucina. Fa più freddo che in città? chiede S., l’amico ha trovato la strada facilmente? C’è dell’imbarazzo, perché è da molto che non si vedono, da quando i loro rapporti si sono raffreddati qualche anno prima, dopo il divorzio di S. L’amico si è chiesto in effetti come mai, tra tutte le persone, sia stato proprio lui a ricevere quella telefonata che non può evitare di considerare assurda, perché, anche prima di perdere i contatti, i loro rapporti non erano poi così stretti. Tuttavia rimangono, nel bene e nel male, amici di vecchia data, o perlomeno conoscenti, e nonostante la stranezza della richiesta ha comunque deciso di fare quell’ora e più di macchina che li separava.<br />
S., che ha un’aria molto più trasandata dell’ultima volta che si sono visti, e si è fatto crescere una barba fitta e scura, costellata di peli bianchi, anticipa la curiosità dell’amico spiegandogli che dopo il divorzio ha accettato quasi immediatamente un trasferimento lavorativo, per avere l’occasione di spostarsi e, dice, di andare a vivere in quella casa di montagna non troppo confortevole ma piacevolmente isolata. La casa si trova vicino a dove i suoi genitori lo portavano in vacanza, e lui ha frequentato il posto fin da bambino, sognando, nella frustrazione della vita cittadina, di potercisi un giorno trasferire: una zona di piccole abitazioni col giardino e popolata da quella che, nell’entusiasmo del turista, gli è sempre sembrata gente semplice, e non lontano il lago tranquillo e solitario, e dall’altra parte ancora la passeggiata fino al forte. L’amico pensa che la casa – troppo grande per una persona sola, con mobili ormai vecchi, difficile da riscaldare ed eccessivamente umida – non valga la pena di questo trasferimento, ma non obbietta nulla, perché capisce bene che non sempre i desideri rispondono a spiegazioni razionali. Non scegliamo che cosa amare, si dice l’amico, che cosa ci fa stare bene. Nella piccola cucina dai mobili stinti e tristemente funzionali S. stringe la tazza di caffè con entrambe le mani.<br />
L’amico era in effetti sempre stato più vicino alla moglie di S. che non a lui: una vicinanza mai nemmeno lievemente ambigua, ma allo stesso tempo vagamente gelosa, essendo l’amico scapolo e anzi non avendo mai avuto vere e proprie relazioni sentimentali. L’amico ricorda, da spettatore attento e non imparziale, gli anni di vita in comune di S. e della moglie, la convivenza matrimoniale in un appartamento non troppo grande ma in una posizione centrale della città, e non spiacevole. La donna, che dopo un iniziale impiego come guida in un museo era riuscita a ottenere un posto come insegnante di storia dell’arte alle medie, era una persona la cui naturale (benché generica) propensione alla cultura conduceva, nell’opinione dell’amico, a un’inevitabile insoddisfazione nel rapporto con un uomo decisamente più concreto come S. Allo stesso tempo, sospetta l’amico, la sensibilità della donna, forse un po’ isterica, forse, priva di valvole di sfogo, incistatasi, sarebbe sfociata in qualche episodio depressivo, che doveva avere poi condotto al divorzio, sulle cui cause tuttavia non si era mai permesso di dilungarsi con lei, e figuriamoci con S., col quale ha molta meno confidenza.<br />
Traslocando, dice S. senza guardare in faccia l’amico, ha potuto assecondare quel lato della sua persona che da sempre ama la solitudine, e la malinconia che ne deriva. L’amico ascolta pazientemente anche questa spiegazione, ma gli sembra che S. indulga, nel fornirla, in un certo drammatico esibizionismo, accentuato in qualche modo dagli abiti dimessi che indossa. Ormai la discussione sembra essersi spostata sui benefici della vita solitaria, per l’imbarazzo dell’amico, che comincia a chiedersi se l’altro non abbia semplicemente usato la scusa dei fantasmi per avere compagnia – quand’ecco che S. si interrompe, e abbassando il tono della voce si scusa per il preambolo, ma la ragione per cui ha richiesto la visita dell’amico lo inquieta anche solo a parlarne.<br />
S. comincia a raccontare, allora, la sua storia di fantasmi.<br />
Per un anno dal trasloco in quella casa non succede nulla di spiacevole: anzi, l’aria di montagna e la solitudine gli permettono di riprendersi dai turbamenti del divorzio (consensuale, insiste, ma ugualmente doloroso), mentre il minore carico di lavoro gli lascia tempo libero per lunghe camminate nei boschi, attività amata fin da ragazzo, e per l’avido consumo di libri e film. S. descrive con dovizia e trasporto il piacere delle passeggiate nell’aria fredda e rinvigorente, la vita semplice che conduceva, le solide abitudini che si era costruito, e l’amico annuisce, assentendo annoiato sui benefici di una sana routine.<br />
Dopo circa un anno di vita serena e abitudinaria, tuttavia, una notte si verifica un evento strano. S. dorme nella sua spaziosa camera da letto, quando viene svegliato da un grido che lo fa riprendere immediatamente dal sonno. In uno stato di veglia, indeciso se l’urlo che ha sentito appartiene alla realtà o al sogno, S. aspetta qualche istante, finché un altro grido rompe l’aria umida e fredda della stanza. Come si tira su dal cuscino, per avvicinarsi dal centro dell’ampio letto matrimoniale dove dorme alla lampada del comodino, i suoi occhi vengono catturati da un bagliore proveniente dallo specchio dell’armadio.<br />
Nello specchio ci sono due figure, di un uomo e di una donna, e lui la minaccia con un grosso martello, non un martello da casa, specifica S., ma uno da lavori pesanti, da impugnare a due mani. S. fissa le figure nello specchio per un lasso di tempo che non sa quantificare, mentre queste rimangono immobili nella stessa posa, l’uomo rabbioso e la donna spaventata, che si appoggia al muro, e la luce che emanano si indebolisce lentamente, finché non rimane soltanto un alone, come dopo avere spento un televisore a tubo catodico, e poi più nulla – e S. ripiomba in un sonno profondo senza rendersene conto.<br />
L’amico ascolta tutto senza troppa emozione, eccetto forse un po’ di irritazione per questa storia sconclusionata, e non sapendo cosa dire fa la più banale e necessaria delle obiezioni: forse S. ha solo sognato. S. fa cenno di sì con la testa: è la prima cosa che ha pensato anche lui, naturalmente. La mattina successiva all’apparizione (dice «apparizione» e non «sogno», ma come con vergogna) S. si sveglia confuso e inquieto, con addosso un’insolita stanchezza, ma non dà troppa importanza alla cosa, e procede con la propria routine. Poche notti dopo, tuttavia, l’esperienza si ripete: un grido lo sveglia, e di nuovo, come apre gli occhi, nello specchio vede un uomo e una donna, e l’uomo ha un grosso martello, e la donna è terrorizzata.<br />
Prima che l’amico possa dire qualcosa, S. precisa subito che rispetto alla precedente apparizione le figure sono le stesse, spiritate e spettrali, e così il chiarore, ma la posizione dell’uomo è diversa, e se prima teneva il martello quasi appoggiato alle cosce, con due mani, ora comincia lentamente a sollevarlo. Dopo che l’immagine gli si stampa nella retina, di nuovo, S. piomba in un sonno profondo.<br />
L’amico inizia a capire dove la storia sta andando a parare, e fa per aprire bocca, ma S. lo interrompe, preso da una certa urgenza di finire. L’apparizione, spiega, si ripete per diverso tempo ogni certo numero di notti (variabile ma mai eccessivo), senza che S. riesca a trovare una cadenza regolare, o una relazione con altri fenomeni: e a mano a mano che l’apparizione procede, procede anche la violenza dell’uomo nello specchio, che impugna sempre più minacciosamente il martello e si ostina nel suo gesto di sollevarlo e di calarlo sulla donna, finché non è chiaro, a S. che guarda impotente la scena, che lo schianto del martello sul cranio della donna è inevitabile, sicché in S. aumenta la paura di andare a dormire, a maggior ragione perché (ma questo all’amico non lo dice) gli sembra di riconoscere nell’uomo e nella donna una somiglianza inquietante con la propria figura e quella della sua ex moglie. Anche quei sonni che non sono turbati dall’apparizione si fanno agitati, e a un certo momento la scena nello specchio comincia a bloccarsi proprio nell’istante in cui il martello sta per cadere sul volto della donna, ormai sfatto dal terrore, mentre quello dell’uomo è sconvolto insieme dalla rabbia e da una sorta di perverso piacere che a essa si accompagna; poi la scena riprende in una lentissima rappresentazione dell’impatto, come fotogramma per fotogramma, col martello che fa sempre più pressione sul cranio, deformandolo prima per le onde del colpo e poi per il proprio peso, fino a fracassarlo tra schizzi di sangue, con gli occhi che fuoriescono dalle orbite. Questo spettacolo prosegue per lunghe, numerose notti, e ogni notte il cranio della donna è una visione più oscena, una melagrana spaccata, un fico squagliato, finché, quando il martello, si direbbe, ha raggiunto la parete dello specchio, le apparizioni si interrompono.<br />
S., dopo avere raccontato tutto questo, tace, e rimane assorto a guardarsi le mani, che gli tremano. L’amico è confuso e agitato, perché da un lato la storia gli sembra assolutamente incredibile, ma dall’altro percepisce con chiarezza che la preoccupazione di S. è reale e sincera. Suggerisce nuovamente che si possa essere trattato di una serie di sogni: che S. sia stato suggestionato dal primo, e poi, inconsciamente, abbia continuato a evocarli fino al compimento dell’azione. S. risponde che sì, ha preso in considerazione l’eventualità, e infatti, a dispetto del raccapriccio che suscitavano in lui, ha cercato di non dare troppa importanza alle apparizioni. Una volta terminate, anzi, si è rituffato nelle non molte incombenze del suo lavoro e nelle proprie abitudini con rinnovato piacere ed entusiasmo. Ha cominciato a pensare di dare una risistemata al salotto, di sostituirne i mobili usurati, e magari addirittura di aprire una finestra in più. Senonché…<br />
L’amico guarda fuori dalla finestra, e vede che il cielo, da luminoso, si è fatto scuro, coperto da un lungo campo oleoso di nubi grigiastre. Senonché, prosegue S., all’improvviso, sempre più distintamente, ha iniziato a percepire di non essere solo in quella casa. L’amico corruga la fronte, e gli chiede di spiegarsi, e S., in un certo senso, è imbarazzato: spiega che, in determinate occasioni, avverte la presenza di qualcun altro in casa oltre a lui. Per esempio, a volte, dopo essersi addormentato sul divano, si sveglia nel cuore della notte – ma non è un risveglio spontaneo, perché ha la netta sensazione di essere stato svegliato da qualcuno, come quando si viene scossi leggermente per una spalla. È una differenza difficile da spiegare, dice all’amico, ma è chiara, e l’amico annuisce, lo sa.<br />
Pur non avendo mai avvertito una sensazione di minaccia, S. non può non riconoscere l’accumularsi di una serie di episodi che contribuiscono inevitabilmente a farlo sentire, se non un estraneo in casa sua, quanto meno in compagnia di qualcosa di molto invadente. Si tratta sempre di segnali di poco conto, come dire, nulla che abbia il potere di minacciarlo, e tuttavia in grado di infastidirlo e di confonderlo. Gli capita, dopo notti in cui il vento ulula in maniera innaturale (ma non riuscirebbe a essere più preciso), di trovare tutte le lampadine bruciate, anche quelle nuove, la casa precipitata in un’isterica penombra. Di trovare gli specchi del bagno rotti al mattino, ma i loro cocci raccolti addosso al muro, quasi ordinatamente. Oppure che in certe stanze i mobili siano stati spostati. L’amico si mostra scosso sentendo quell’enormità, ma S. ridimensiona subito: non nel senso di intere stanze a cui è stato cambiato l’ordine dei mobili, ma un divano spostato avanti o indietro di mezzo metro, il letto allontanato dalla testiera, i contenuti di due cassetti invertiti… O almeno gli pare.<br />
Una volta, racconta S., si è assentato per diversi giorni, certo di avere chiuso porte, finestre, imposte con dovizia e attenzione, e quando è tornato ha trovato la finestra dello studio (una sala non molto grande dove tiene qualche libro e sbriga la contabilità e il poco lavoro che gli avanza dall’ufficio) spalancata e la stanza invasa, nonostante la stagione fredda, da insetti che ronzavano a sciami sul livido sfondo del tramonto, da lunghe scie di lumache. Una pianta, gli era sembrato prima di precipitarsi a chiudere la finestra e a spazzare le foglie dal pavimento, era come se stesse insinuando il suo ramo all’interno.<br />
Mentre parla, S. continua a essere imbarazzato, perché si rende conto che il contenuto del suo racconto suggerisce, prima che la presenza di uno spettro, che lui stia perdendo la ragione – o perlomeno un suo esaurimento nervoso, una sorta di manifestazione del trauma del divorzio. Quasi per assecondare questo pensiero che, lo sa, è già penetrato nella testa dell’amico, si affretta a specificare che ha svolto delle indagini per verificare se il delitto mostruoso che ha visto nello specchio si è effettivamente compiuto, andando quindi a chiedere con circospezione al comune e ai locali, e consultando i vecchi giornali nella piccola e muta biblioteca del paese, ma non è riuscito a trovare nessuna informazione a riguardo. Con un po’ di perplessità, un giorno, dopo l’ennesima manifestazione che lo aveva gettato in uno stato di inquietudine, è anche andato a perlustrare il bosco, stringendo il bavero della giacca intorno al collo per difendersi dal vento gelido, convinto di trovare la sepoltura dello spettro che viveva in casa, ma non ha trovato nulla. Persino la coincidenza tra le apparizioni e lo spettro, che lui identifica con la donna, è disposto ad ammettere che sia completamente arbitraria.<br />
E tuttavia, dice S. per concludere, a dispetto dell’apparente insensatezza del suo racconto, e a dispetto del fatto che, se ne rende conto benissimo anche lui, tutti questi fenomeni sono tranquillamente spiegabili a livello psicologico, cionondimeno lui percepisce chiaramente una presenza estranea nella casa: o meglio, percepisce che la casa stessa in qualche modo è diventata una presenza estranea, che non è più la casa dove ha vissuto serenamente per un anno.<br />
L’amico tace, portando lo sguardo alla cucina, al tavolo troppo ingombrante e agli utensili raffazzonati e spaiati. Poi, non sapendo cosa dire, chiede a S. di fare un giro della casa, e questi acconsente e fa per alzarsi, ma l’amico specifica che preferirebbe farlo da solo. S. non dice nulla, fa cenno di sì con la testa, a significare che capisce. Uscendo dalla cucina, l’amico si rende conto di quanto sia illuminato fiocamente il resto della casa, e di quanto freddo faccia. Il corridoio che porta alla camera da letto è lungo e stretto e immerso in una penombra stantia, e, percorrendolo, l’amico guarda le poche stampe alle pareti, assolutamente di circostanza e, pensa, probabilmente appese dai proprietari precedenti. Una volta nella camera da letto, rimane per un po’ a ispezionare lo specchio, come aspettandosi di vedere a sua volta la scena descrittagli, o di trovare qualche interruttore che faccia partire l’apparizione, ma non nota niente di strano. Fa qualche passo per vederlo da vicino, rimane a osservarlo per un po’, ma non riesce a trovare niente che non vada. Apre e chiude due cassetti senza sapere bene perché, poi spegne la luce e si rinfila nel corridoio.<br />
Il salotto è significativamente più piccolo di quanto si aspetta – uno studio, più che altro, con un divano e una poltrona sfondati, un largo televisore, un caminetto annerito. L’amico si fa distrarre un po’ dai libri sugli scaffali, piuttosto nutriti, poi si volta verso la televisione. Nel riflesso dello schermo spento osserva a lungo il corridoio alle sue spalle, ma nessuna figura vi striscia attraverso, nessun profilo spettrale. Il corridoio, però, mentre torna in cucina, gli sembra leggermente più freddo e più scuro di prima, e affretta il passo: è solo una casa vecchia e umida, un po’ triste, si dice, non particolarmente accogliente.<br />
Quando torna in cucina, S. lo guarda speranzoso, come per chiedergli una conferma dei suoi dubbi, ma l’amico è costretto a deluderlo: la casa non sembra avere niente che non vada, non gli pare abitata da nessun altro. S. abbassa gli occhi e annuisce in silenzio. Vedendo che non reagisce, l’amico gli chiede cosa pensa di fare, e S. risponde che non lo sa, per ora gli ha fatto bene parlarne, e spera che, se questi fenomeni sono dettati solo da qualche suo turbamento, averli raccontati possa dissiparli. Se così non fosse, chissà, magari un prete, o magari traslocherà, aggiunge con un sorriso stinto.<br />
Una volta alla macchina, prima di salire, l’amico si volta a salutare S., che è rimasto sul pianerottolo. Lo vede, in piedi davanti alla porta, sollevare stancamente un braccio in segno di saluto, poi voltarsi a destra e a sinistra, come cercando qualcuno o rintracciando un suono. S. rimane in un leggero stato d’allarme: poi rientra in casa, e l’amico parte.<br />
Le strade di montagna sono ormai quasi buie, e le cime degli alberi tagliano la penombra in figure inquietanti. L’amico, guidando, ripensa alla visita, e al disagio messogli dalla storia di S.; ripensa alla normalità, allo squallore perfettamente ordinario della casa, e contemporaneamente alla serietà di S. nel raccontargli tutta quella vicenda sconclusionata, e riflette poi sull’importanza che ha il rito come insieme cosciente di abitudini nel delimitare gli spazi che abitiamo e nel delineare la nostra persona. Quindi entra in una galleria e scompare, e noi con lui. </p>
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		<title>Claudio Lagomarsini</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 00:05:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1984, è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Sta traducendo per i Millenni Einaudi la Storia del Graal. Suoi articoli di approfondimento e opinione sono usciti per Il Post, minima&#038;moralia, Le parole e le cose, The Towner, La Balena Bianca. Come narratore ha pubblicato racconti per Nuovi Argomenti, inutile, per la rassegna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1984, è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Sta traducendo per i Millenni Einaudi la <em>Storia del Graal</em>. Suoi articoli di approfondimento e opinione sono usciti per Il Post, minima&#038;moralia, Le parole e le cose, The Towner, La Balena Bianca.<br />
Come narratore ha pubblicato racconti per Nuovi Argomenti, inutile, per la rassegna mensile di Oblique Studio, per le raccolte <em>Il fiume in un racconto</em> (Edizioni Clichy) e <em>Radio 1 Plot Machine</em> (Mondadori-Rai Eri).</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Il vecchio Kenji" href="http://www.collacolla.org/?p=5449"><em>Il vecchio Kenji</em>.</p>
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		<title>Il vecchio Kenji di Claudio Lagomarsini</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:59:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tempo fa, era un mattino di luglio, si è presentata da me la signora Matsuda. Quando le ho aperto ha indicato il mio zerbino: il vecchio Kenji, adagiato nella posizione della sfinge, mi guardava con occhi cisposi e lingua pendente. Con i suoi modi cerimoniosi, la signora Matsuda ha chiesto se potevo tenerlo cinque giorni, sei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, era un mattino di luglio, si è presentata da me la signora Matsuda. Quando le ho aperto ha indicato il mio zerbino: il vecchio Kenji, adagiato nella posizione della sfinge, mi guardava con occhi cisposi e lingua pendente.<br />
Con i suoi modi cerimoniosi, la signora Matsuda ha chiesto se potevo tenerlo cinque giorni, sei al massimo: il tempo di andare e tornare da Milano. Per un piccolo intervento medico, ha spiegato. Altrimenti nessun problema, si sarebbe informata per lasciarlo in una pensione.<br />
È già capitato l’anno scorso prima dell’estate. La convivenza con il vecchio Kenji è andata più che bene e la signora Matsuda si è dimostrata molto generosa. Non saprei dire che tipo di entrate abbia (mi risulta che sia vedova): io ero pronta a tenerle il cane anche gratuitamente, ma lei ha insistito per darmi dei soldi, una cifra molto più alta di quanto mi sarei aspettata. È soprattutto per questo che ho detto sì: qualche soldo in più mi fa comodo e in quei giorni non avevo preso impegni, se non quello di finire un lungo articolo che dovevo consegnare ai primi di agosto.<br />
La signora Matsuda è tornata all’inizio della settimana successiva, subito prima di partire. Il vecchio Kenji non sembrava in forma: rispetto all’anno scorso mi è parso un po’ appesantito, camminava con fatica e, appena entrato, si è spiaggiato sul tappeto del salotto. Dopo avermi ringraziata ancora, la signora Matsuda mi ha portato due diversi sacchi di mangime, una cuccia di plastica, una coperta blu, un blister di pastiglie e una confezione di sottilette: niente di cui allarmarsi, mi ha detto. Kenji ha il cuore un po’ pigro e ogni mattina bisogna fargli prendere la pastiglia arrotolandola in una striscia di formaggio.<br />
Ho messo un promemoria sul telefono e ho salutato la signora Matsuda. Il vecchio Kenji, accasciato in salotto, non si è nemmeno degnato.<br />
La sua indolenza non mi dispiaceva. Avevo da lavorare molto, la mia professione (se così posso chiamarla) richiede un silenzio monacale e l’ultima cosa di cui ho bisogno è uno di quei cani scodinzolanti e iperattivi che ogni cinque minuti ti portano un pollo di gomma che suona.<br />
Con il vecchio Kenji mi sarei limitata a somministrare diligentemente farmaci e mangimi, poi lo avrei portato nel parco a espletare i bisogni, infine gli avrei fatto qualche complimento e carezza, di tanto in tanto, per farlo sentire amato.<br />
I cinque giorni sono passati velocemente. Il vecchio Kenji ha dormito una media quotidiana di diciotto-venti ore e ci siamo intesi a meraviglia. La sua presenza, anzi, mi è stata d’aiuto. Ho passato un brutto periodo per via di un imbecille con cui ho rischiato di finire sposata, e avere in casa Kenji, dedicargli a intervalli regolari qualche manciata di minuti, mi ha fatto sentire meno sola.</p>
<p>La sera del quinto giorno ho ricevuto una telefonata. Era un tizio di cui non ho afferrato il nome che si è presentato come parente della signora Matsuda. Parlava male l’italiano, ma ho capito che qualcosa era andato storto con l’intervento medico. La signora Matsuda era riuscita soltanto a indicare il mio numero su una rubrica, facendo capire al parente di mettersi in contatto con me.<br />
La comunicazione era davvero difficile. Ho provato con l’inglese, ma è stato peggio. In ogni caso la signora Matsuda non era in grado di parlare. Ho spiegato al tizio la faccenda del cane, ma non mi è stato di aiuto. Abita a Milano e, oltre a lui, la signora Matsuda non ha altri parenti in Italia.<br />
L’ho pregato di tenermi aggiornata e di farmi chiamare non appena la signora fosse stata in condizione. Intanto poteva tranquillizzarla, al cane avrei pensato io. Chissà se ha capito.</p>
<p>Dicono che alcuni animali domestici sviluppano una forma di telepatia con i padroni. Il sesto giorno il vecchio Kenji sembrava molto depresso. Gli ho agitato la scodella del mangime sotto il naso, ma senza successo. Dopo averla fiutata è tornato nella cuccia, si è infilato sotto la coperta blu e non si è fatto più vedere.<br />
Alle undici il telefono mi ha ricordato che era l’ora della medicina. Ho preso una sottiletta dal frigorifero, ne ho staccata una striscia e ci ho arrotolato la pastiglia. Nel blister ne restavano altre nove. Se la malattia della signora Matsuda si fosse prolungata, avrei dovuto cercare un veterinario e procurarmi un’altra confezione. Non navigo nell’oro, si sarà capito, e dover spendere soldi per il vecchio cane di una vicina non era per me ragione di entusiasmo. Ma al suo ritorno, ho pensato, la signora Matsuda avrebbe saputo come ricompensarmi di tutto il disturbo.<br />
Quando ho sollevato la coperta e ho avvicinato al tartufo del vecchio Kenji la pallottola di formaggio e medicine, lui ha aperto la bocca come per un riflesso condizionato. Ma ha sputato quasi subito, e ho dovuto prendere un tovagliolo per togliere il formaggio biascicato che si era appiccicato alla coperta di ciniglia blu della signora Matsuda. </p>
<p>Lo sciopero della fame è continuato per tutto il settimo giorno. A questo punto mi sono preoccupata, anche perché la sera prima, tornando da fare la spesa, ho trovato del liquame giallo e spumoso tra la cuccia e il tappeto. Ho cercato in internet, imbattendomi in diagnosi allarmanti che lasciavano alla bestia poche ore di vita.<br />
Nel pomeriggio mi sono decisa a consultare un veterinario. Dai sintomi declinati per telefono non sembrava niente di grave, ma per stare tranquilli il veterinario avrebbe dovuto vedere il cane e, se volevo, avrei dovuto portarlo io in ambulatorio, perché lui, mi ha detto con tono secco, non faceva visite a domicilio.<br />
Gli ho risposto che dovevo pensarci ancora un momento, dopo di che ho telefonato a Giovanni, un mio compagno di università che ha sempre avuto cani. Secondo lui era un problema di fegato, da cui il liquido giallo. Anni prima, uno dei suoi cani, un pinscher di nome Tango, aveva avuto gli stessi sintomi. La brutta notizia era che Tango non era durato molto.<br />
Di sera ho cercato di contattare la signora Matsuda chiamando il numero del suo parente, ma ha risposto la segreteria telefonica e ho lasciato un messaggio scandendo bene le parole.<br />
Il mattino seguente il vecchio Kenji era molto debole, respirava affannosamente e non alzava nemmeno la testa dalla coperta. Verso le nove ha smesso di respirare ed è morto sotto i miei occhi.<br />
Ho provato a chiamare più e più volte il numero del parente della signora Matsuda, ma senza riuscire a parlarci. In un attimo di delirio ho pensato che la morte del vecchio Kenji fosse avvenuta in sincrono con la morte della signora Matsuda, e questo spiegava il prolungato silenzio telefonico.<br />
Invece il parente mi ha richiamata più tardi, per dirmi che la signora Matsuda stava meglio ma non poteva ancora parlare. Molto molto debole, ripeteva a ogni mio tentativo di farmela passare.<br />
Gli ho spiegato del vecchio Kenji, ho detto che non sapevo che cosa fare e avevo bisogno di istruzioni da parte della signora Matsuda. Ma non c’è stato verso di capirci, e dopo un po’ ho desistito.<br />
Al suo ritorno la signora Matsuda non sarebbe stata per niente contenta, ma non potevo tenere in casa un cane morto. Era la fine di luglio, casa mia è un forno anche d’inverno, e nel giro di qualche ora il vecchio Kenji si sarebbe riempito di mosche.<br />
Se il mio freezer fosse abbastanza grande avrei avvolto Kenji nel cellophane e lo avrei ibernato. Invece c’è appena il posto per una confezione di gelati e tre stampini per il ghiaccio.</p>
<p>Ho richiamato il veterinario. Poteva occuparsi lui dello smaltimento, ha detto, ma aveva bisogno che gli portassi il cane in ambulatorio. Gli ho spiegato che non avevo la patente e che si trattava di un’emergenza, ma i miei argomenti non lo hanno commosso. Mi ha suggerito di chiamare un amico oppure un taxi, come fanno le persone anziane a cui muoiono gli animali. In ogni caso dovevo sbrigarmi, perché tra qualche ora finiva il suo turno di reperibilità e dopo mi sarei dovuta arrangiare con qualcun altro.<br />
Non mi sembrava il caso di richiamare Giovanni, che oltretutto vive fuori città. I miei due-tre amici più stretti erano già partiti per le vacanze. Di chiedere a colleghi e conoscenti proprio non mi andava, considerata la situazione ai limiti dell’assurdo. Per la stessa ragione non mi sentivo neppure di chiamare un taxi e di spiegare tutta la storia a uno sconosciuto. L’ultimo candidato rimasto era l’imbecille con cui stavo per sposarmi. È bastato il pensiero per farmi salire il sangue al cervello.<br />
In una specie di raptus ho preso una busta dell’Ikea e ci ho infilato il corpo senza vita del vecchio Kenji, che a quel punto iniziava a emanare un odore dolciastro. Poi ho tirato fuori dall’armadio il mio trolley da viaggio e ci ho chiuso dentro il fagotto blu.<br />
Per un istante ho pensato alla faccia del veterinario quando mi avrebbe vista aprire il trolley. Ma francamente non mi importava, ero arrabbiata e un po’ esaurita. Avevo solo voglia di liberarmi del vecchio Kenji, di tornare davanti al laptop, bere un frullato e rimettermi a lavorare sull’articolo come se niente fosse.</p>
<p>Una volta scesa in strada ho riconsiderato l’idea del taxi. Avrei caricato il trolley facendo finta di niente e sarebbe filato tutto liscio. Poi, però, mi sono detta che non avevo intenzione di spendere soldi a vanvera, tanto più che la signora Matsuda, per quanto ne sapevo, poteva anche non tornare mai più, o forse sarebbe rimasta in vita, ma attaccata a una macchina, e probabilmente non avrei mai visto un centesimo. Vai a immaginare, tra l’altro, quanto poteva chiedermi il veterinario per smaltire il cadavere del vecchio Kenji.<br />
Mi sono anche resa conto che non avevo i documenti del cane (la signora Matsuda non aveva pensato a lasciarmeli). Il veterinario aveva dato per scontato che fossi la padrona e li avessi io. Rischiavo di fare il viaggio a vuoto, oppure (peggio) rischiavo di dover allungare un paio di banconote extra per convincere il veterinario a tagliare corto e prendersi il cadavere. Dal tono della voce sembrava esattamente quel tipo di persona.<br />
Ci ho pensato per un minuto, immobile sul marciapiede. Ho consultato una mappa sul telefono, quindi ho afferrato il trolley e mi sono avviata verso la fermata del tram. L’ambulatorio era vicino al terminal.<br />
Sono passata dall’edicola per comprare i biglietti, ed è stato lì che mi è venuto da piangere. C’è qualcosa di spirituale, nella disperazione: divinità, aldilà, destino. Tutte idee che nemmeno mi sfiorano quando la vita procede senza intoppi, nella noia routinaria del lavoro e delle relazioni.<br />
Ho fatto un respiro profondo, ho asciugato con la punta dei pollici un paio di lacrime incipienti e mi sono affacciata nel gabbiotto dell’edicola per comprare i biglietti.<br />
Quando mi sono voltata, il trolley non c’era più. Ero sicura di averlo lasciato a due passi da me, vicino alla colonnina dei romanzi Harmony.<br />
Sparito nel nulla.<br />
Mi sono guardata intorno, la bocca prosciugata come se avessi masticato una manciata di sabbia. A una trentina di metri ho riconosciuto il trolley: lo trascinava, fra il passo veloce e la corsa, un ragazzo di età imprecisabile: cappellino stinto con la visiera all’indietro, braccia magrissime e ciabatte di gomma.<br />
Ehi! ho gridato. Ehi, ho sussurrato.<br />
Sono rimasta in silenzio, intorno nessuno si è accorto di niente, tutti indaffarati come giustamente siamo: dita che scrivono, orecchie piene di musica, occhi persi negli schermi.<br />
Nessuno ha fatto caso a una donna sui trentacinque, palliduccia, canotta azzurra e bermuda gialli coi tucani, che rideva da sola davanti a un’edicola. </p>
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		<title>Paola Moretti</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:52:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nata nel 1990 a Milano, residente dal 2009 a Berlino. Collabora con magazine italiani tra cui Not, Esquire e Il Tascabile. Ha partecipato al concorso letterario 8&#215;8 di Oblique Studio. Suoi racconti sono usciti in italiano e in inglese su Cadillac, Pastrengo, L’Inquieto e Catapult. Ha pubblicato su «Colla»: La gestione delle distanze.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata nel 1990 a Milano, residente dal 2009 a Berlino. Collabora con magazine italiani tra cui Not, Esquire e Il Tascabile. Ha partecipato al concorso letterario 8&#215;8 di Oblique Studio. Suoi racconti sono usciti in italiano e in inglese su Cadillac, Pastrengo, L’Inquieto e Catapult.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="La gestione delle distanze" href="http://www.collacolla.org/?p=5443"><em>La gestione delle distanze</em>.</p>
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		<title>La gestione delle distanze di Paola Moretti</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:49:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ha dei glitter dorati nelle pieghe intorno agli occhi che le si formano quando sorride. Mi sta abbracciando. È minuta. Profuma di shampoo e nonostante le orecchie a sventola è carina. Ma non so chi sia. Annuisco alle sue parole anche se non le sento. Il volume della musica è troppo alto. Mi ricordo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ha dei glitter dorati nelle pieghe intorno agli occhi che le si formano quando sorride. Mi sta abbracciando. È minuta. Profuma di shampoo e nonostante le orecchie a sventola è carina. Ma non so chi sia.<br />
Annuisco alle sue parole anche se non le sento. Il volume della musica è troppo alto. Mi ricordo di lei, era in coda dietro di me. Arriva Diane e me la presenta. Non capisco, ma sorrido. Nessuno si ricorderà di me, tanto. Né io di loro, forse. Diane la conosco. Non li mette più i glitter. Invece l’MD le piace ancora. Mi tocca e mi parla in continuazione. Ha i palmi sudati e un occhio che le pende leggermente verso il naso. Guardo le sue labbra muoversi. Sono umide, carnose, di un rosa che mi fa invidia. Non si chiudono mai, anche quando sta zitta, rimangono aperte in un sorriso beota, che si tende a tratti.<br />
Mi sta presentando uno a uno i membri del suo gruppo, sono australiani e inglesi. Hanno tutti le pupille larghe e quando mi guardano sembra che fissino un punto dietro la mia nuca. Ci tengono a dire ognuno una frase gentile, si sa che gli anglosassoni sono campioni di <em>small talk</em>. E io mi chiedo che bisogno ci sia, tra dieci secondi mi farò inghiottire dalla folla e voi non vi ricorderete che faccia ho. Ballano in cerchio, mi tengo al perimetro esterno, distaccata.<br />
Diane mi cerca con lo sguardo, si assicura che stia bene, che mi stia divertendo. Indossa una sottoveste di raso, dello stesso colore della sua bocca. Crea un bel contrasto sulla sua pelle scura. Viene a toccarmi, abbracciarmi, controllare che io sia di carne. Le sorrido senza mostrare i denti, senza interrompere le danze. Mi chiede se voglio seguirli in bagno, dico che li aspetto qui. Appena si diluiscono nella fiumana mi sposto. Finalmente sola, posso iniziare la mia routine. Vado nell’angolo destro della sala, davanti alle casse, di fianco alla consolle. Cerco se c’è il gruppo di italiani male di cui conosco qualche membro. Proseguo verso il bar. Rallento. Mi muovo cauta, cercando di non sbattere contro nessuno. Schivo, liscio, aspetto che spostino il peso per aprirmi un varco, mi infilo negli interstizi tra spalle e bacini. Come un topo che schiaccia lo scheletro per passare nelle cavità più strette. Sono ancora lucida. Sono molto agile. Mi muovo come un mattoncino di tetris tra i danzanti – mai dritto per dritto. Riesco ad arrivare alla meta. Mi metto verso l’estremità del bancone, dove fa una curva. Guardo intorno con più calma, qui le luci non sono intermittenti. Sono seduta anche se non sono stanca, ho fatto solo il primo giro di ricognizione. Chiedo una birra. Ho bisogno di sciogliermi. Al primo sorso mi pento. Al secondo va meglio. Ruoto sullo sgabello e appoggio i gomiti sul marmo del ripiano. Con la testa seguo il ritmo della techno. Sento che la fronte si distende, il viso si rilassa. Forse accenno un sorriso. Finché lo vedo e torno seria. Ha una maglietta bianca. Penso che solo gli etero mettono magliette bianche in questo posto. Ma forse è una cazzata. Penso cose stupide per distogliere l’attenzione dalle sensazioni. La scommessa del «ci sarà o non ci sarà» l’ho vinta io. Ora però non ho più l’aspettativa a tenere alto il livello di adrenalina. Mi giro di scatto, convinta che guardandolo troppo a lungo mi noterà. Torno a guardarlo perché tanto era un’altra cazzata. Sono a tre metri di distanza in un locale gremito. Comincio ad agitarmi, a eccitarmi. La birra, di colpo, la bevo molto più in fretta. Quando è finita mi alzo e vado verso di lui, per salutarlo. Carica, per le infinite possibilità di interazione che mi si prospettano. Gli sono vicina, ma non mi vede. Non me la sento e passo oltre. Mi sono immaginata mentre cercavo di allontanarmi il prima possibile per non farmi notare, ma rimanevo intasata nella folla a pochi centimetri da lui. Presa dal panico prendo le scale. Scendere è l’opzione più sicura. I miei passi sono pesanti sui gradini di metallo. Fanno stunc stuncstunc, come i kick della traccia, come i battiti del cuore. Giù c’è un altro bar, una zona più tranquilla. Prendo un altro drink, una bibita energizzante al mate. Controllo i bagni, la fila è troppo lunga. Vado agli altri, ma cambia poco. Non è ancora urgente. Salgo le scale e lo trovo lì, appoggiato alla ringhiera alla mia sinistra. Me ne accorgo in tempo e giro rapidamente a destra, altri corpi mi fanno scudo e mi nascondono. Tutto è più istintivo qua dentro. Gli sono passata a quindici centimetri e non mi ha vista. L’ho fatto altre volte, evitare qualcuno per tutta la notte. Le circostanze lo rendono possibile. Il buio, i giochi di ombre creati dai riflettori. La musica forte. La folla. L’alterazione. Torno al bancone. Mi nascondo nel mio angolo preferito. Su un poggia-culo dietro a una colonna, vicino all’estintore. Finirò la mia bevanda. Mi rendo conto che non ho ancora fumato quindi lo faccio. E intanto lo guardo. Con chi è. Cosa fa. Come sta. Mi avrà intravista e finto? In altre occasioni è successo. Prima di buttarlo per terra lo guardo, il mozzicone. Ha il timbro ciclamino del mio rossetto. Mi alzo e cammino veloce verso di lui. Qualcuno mi intercetta. Un uomo, carino. Interrompe la mia traiettoria. Non mi ricordo esattamente chi sia. Parliamo del nulla. Annuisco e sorrido, ma non perdo di vista il mio obiettivo. Mi smarco rapida. Gli arrivo vicina in un attimo. Mi fermo a pochi centimetri dal suo corpo, paralizzata dal libero arbitrio. Ha la testa girata verso l’altro lato. Aspetto, passiva. Mi vede. Fa una faccia sorpresa. Nello stesso istante ci muoviamo l’uno verso l’altra e ci abbracciamo. È bello. Mi dice che dopo il messaggio che gli ho mandato non pensava sarei venuta. Alzo le spalle. Ho una faccia contenta, lo sento. Non so cosa dirgli. Gli resto intorno per qualche momento. Poi dico che vado a cercare Diane. Per fargli capire che non sono lì sola. E per togliermi da quel primo imbarazzo. Lui annuisce, sembra deluso, ma forse sono io a interpretare. Non gli do tempo di dire o fare nient’altro. Sono già lontana. Cammino sul ballatoio di metallo con passo sicuro. Sorpasso i bagni. Salgo le scale. Vado subito nello spazio chill-out, salendo un’altra rampa. È semivuoto, è ancora presto. Raggiungo il dancefloor del secondo piano. Probabile che ci troverò il gruppo anglofono. Per farlo sfilo davanti alle alcove. Sono tutte occupate. Aggiro il bancone a L. Non mi soffermo troppo sui visi conosciuti, nel caso anche loro mi riconoscessero. Guardo fuori dai finestroni, ma solo per un istante. C’è ancora luce fuori. Non entro nella calca, la musica non mi piace qui. Intercetto Diane, dico alla mia amica che ho incontrato Piotr.<br />
«Sapevi che sarebbe venuto?»<br />
«No» mento.<br />
«Ti dà fastidio?»<br />
«No.» <br />
«Per qualsiasi cosa vieni da me.»<br />
La ringrazio e le dico che non penso ce ne sarà bisogno. Faccio dietrofront e torno giù. Cammino lungo il perimetro sinistro della pista, dove si ammassano uomini con pochi vestiti addosso. Qui l’odore è acre, il sudore prepotente.<br />
Non ho ancora iniziato a ballare per davvero. Vado nel mio posto, davanti alla consolle, spostata a destra. Non sono pronta a tornare da lui. Ma ho perso la tranquillità. Mi accorgo che lo sto cercando con lo sguardo, sento la pelle all’erta. I pori dilatati, i peli ritti. Comincio a vagare per il piano, come un cane abbandonato all’area di sosta di un’autostrada. Con poca intelligenza batto i luoghi in cui andrei io, che non sono quelli in cui andrebbe lui. Torno a ballare. Non sono calma. Cerco di lasciarmi andare. Di sentire le vibrazioni che entrano dalle narici e si espandono nelle intersezioni tra le costole. Le ginocchia da rigide si fanno più cedevoli, i movimenti dei fianchi più morbidi. Chiudo gli occhi, ma sono ancora troppo vigile. Ballo meglio quando sono vicino all’oggetto del mio desiderio. Quando immagino di essere guardata. Quando voglio attirare la sua attenzione. Da femmina ho interiorizzato lo sguardo del maschio, ma l’idea di averlo puntato sul mio corpo, qui, non mi inibisce. Delle mani si appoggiano sui miei fianchi, mi giro sorridendo, convinta che sia lui. Mi sbaglio. Scuoto la testa e lo sconosciuto lascia la presa. Alzando le mani in segno di pace. Mi sposto. Faccio un altro giro di ricognizione. Non lo trovo. Comincio a innervosirmi. La pista si riempie. Faccio un altro tentativo a vuoto. Prendo il telefono per controllare l’orario. C’è un suo messaggio su WhatsApp. <em>Dove sei?</em> È di tredici minuti fa. Potrei continuare a cercarlo per incontrarlo casualmente. Gli scrivo: <em>Vienimi a prendere al bancone</em>. Mi godo la resa, l’ammettere di averne bisogno. Risponde subito. <em>Dove esattamente?</em> Temo di dover aspettare. Invece si presenta dopo pochi minuti. Mi si allarga la cassa toracica, vittoriosa. Ha un’espressione contenta quando mi vede, imbarazzata quando si ferma davanti a me, leggermente disorientata prima di rimettersi in movimento. Mi prende una mano, mi porta tra i suoi amici.  «Hai trovato Diane?» mi chiede. Gli dico di sì. Lui mi domanda dov’è. Gli rispondo che è con il suo gruppo.<br />
«Sono cinque ventenni inglesi impasticcati. Parlano un botto.» Ci spostiamo tutti verso il bar. Mi presenta gli altri. Ora sono in mezzo a trentenni italiani fatti di coca. Mi sento molto più a mio agio. Piotr, nonostante il nome e i capelli – chiari, come tutto il resto – è cresciuto a Verona. Di suo padre non so niente, ma sospetto sia lui quello straniero. Prendo un’altra birra, anche se non mi va. Rimaniamo io e lui. Ci guardiamo negli occhi. Non sappiamo che dirci. Infila l’indice sotto alla bretella del mio body e la fa scivolare lungo la spalla. Io non faccio niente per impedirglielo. Sono consapevole che il tessuto è talmente aderente da non staccarsi dalla pelle. Noto sul suo viso un moto di stizza. Tiro su la spallina. Afferra un po’ di stoffa vicino al fianco, la tira su, senza risultato. Continuo a fissarlo, con un’espressione che credo sia tra l’indifferente e il divertito, ma in realtà non lo so. La mimica facciale è qualcosa che sfugge al mio controllo. Mi tasta lungo la coscia, il sedere, strizzato in un paio di jeans neri. Lo fa in modo più medico che sexy, ma è comunque una scusa per toccarmi.<br />
«È un body» gli dico.<br />
«È quello che stavo cercando di capire.» Mi scruta, studiando forse una strategia. Torna alla bretella. La prende tra pollice e indice e la tira giù con più forza, i miei riflessi sono pronti. Metto una mano sul seno che rimane coperto.<br />
«Piantala» gli dico.<br />
Torniamo dagli altri. Anche loro vogliono conversare. Forse sono io l’unica non interessata alla comunicazione verbale. Piotr mi conosce. Piotr lo sa. Ma non interviene. Non so se provi gusto nel vedermi in difficoltà o se provi gusto nel vedere il desiderio trasformare le facce degli altri. Vogliono sapere cosa faccio, da dove vengo, cosa penso. I miei occhi tornano sempre a lui, che ci osserva distaccato, cambiando espressione, dal sarcastico all’infastidito. Forse non sembro a disagio. Qui mi piace essere il centro dell’attenzione. Più di tutto mi piace essere il centro della sua attenzione.<br />
«Scusa, ti sto facendo un interrogatorio» mi dice uno dei due amici.<br />
Sorrido a bocca chiusa, colgo l’occasione per fare un passo avanti, verso Piotr. Guardo il suo petto, che si intravede sotto la maglietta. Guardo i suoi fianchi dritti e duri. Guardo le sue gambe snelle. Guardo le spalle, piccole e famigliari. Mi avvicino ancora. Inclino la testa verso l’alto per guardarlo in faccia. Fa una smorfia che non riesco a decifrare. È fatto. Mi poggia entrambe le mani sulle spalle, balliamo così per qualche secondo. Chiudo gli occhi. Fa scivolare le bretelle lungo le mie braccia. Per un attimo mi scordo dove siamo, che ci sono altre persone, lo lascio fare. Sento che mi sta scoprendo. Lo fermo quando capisco che, fosse per lui, andrebbe avanti.<br />
«Dai» dico.<br />
«Fatti vedere.»<br />
«Guarda le altre. È pieno di tette qua.»<br />
«Voglio vedere le tue.»<br />
A fianco a me c’è una ragazza che balla in topless, indossa delle mutande a vita alta, delle scarpe con la zeppa.<br />
«C’è lei» gli dico, indicandola con un cenno del mento. Lui la guarda, poi dice: «Vinci tu».<br />
Scuoto la testa con fare forzato da bacchettona. La sua insistenza mi rassicura.<br />
«È una crudeltà tenerle coperte. Fai un favore a tutti, spogliati» mi dice.<br />
«Finiscila.»<br />
Lo aggiro e faccio qualche passo in avanti, verso il centro della pista. Riprendo a ballare. So che mi guarda, so che è dietro di me. Muovo le spalle in piccoli otto da destra a sinistra, lentamente. Di conseguenza i miei fianchi le seguono, ma alternati. Se la spalla sinistra va verso l’esterno, lo fa anche il fianco destro. Il sedere si muove piano e tondo. Così come la testa. La musica è sensuale. Calda, martellante, profonda. Come un amplesso. Sono i bassi a decidere le mie mosse. La traccia cambia, è meno veloce, meno spigolosa. La schiena si inarca, il petto si muove a onde, in avanti. Il bacino lo segue in <em>delay</em>. Il collo si stende, si flette, lascia scoperta la pelle bianca, illuminata dalle strobo. Sento le sue labbra appoggiarcisi sopra. Ho gli occhi chiusi e continuo a ondeggiare. Lo lascio fare. Le sue mani, mi accompagnano nei movimenti. Le mie, tra i suoi capelli rasati e fitti, scorrono sul cranio duro. Mi stringe a sé, il mio corpo diventa così esile avvolto dal suo. Mi prende i seni tra le mani, incrociate sul mio petto. Ci entrano bene, anche loro sono piccoli. Non li stringe, non li strizza, li soppesa. Con tenerezza, sono qualcosa che conosce. Si aggrappa alla mia pancia. Non siamo bravi a parlare, io e lui. I nostri corpi però si sono sempre capiti bene. Cedo un po’ all’indietro. Aderisco ai suoi confini, tutti, non c’è niente di noi che non si tocchi. Sento il suo uccello duro premermi contro il culo. Penso che starei così all’infinito. Mi stacco. Torna in me della rigidità, faccio un passo avanti e continuo come se niente fosse. Come se un secondo prima non avessi voluto liquefarmi tra le sue braccia e risolidificarmi con lui, come i morti di Pompei. Come lava sono anche io, le mie guance – fa caldissimo. Vorrei togliermi il body. Non posso dargli questa soddisfazione. Lo sento allontanarsi, perdere la concentrazione. Mi sento tradita e sollevata. Mi raffreddo un po’. Torna dopo poco a dirmi di andare in bagno con loro. In fila i suoi amici ci guardano. Non stiamo spesso tra la gente, ma è qui che l’intesa diventa evidente. Le battute che fanno ridere solo noi. Gli atteggiamenti del corpo, tutti tesi l’uno all’altra. Il sorriso a fior di pelle. Le offese velate. Il desiderio spinto giù, in fondo fino ai calzini. Gli amici sembrano il poliziotto buono e il poliziotto cattivo. Uno che vuole sapere di me, fa domande gentili, interessate. Uno che vuole sapere con Piotr cosa c’è, stuzzica, provoca, è interessato. Essere evasiva, elusiva, mi riesce sempre bene. Entriamo in quattro nel cubicolo. Il caldo è supremo. Il buono e Piotr prendono il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans. Mi chiede di tenergli il drink. Ogni scusa è buona per sfiorarci. Annuso il bicchiere e lo guardo schifata. Lui alza le spalle. Nessuno ci presta attenzione. Il cattivo sta pulendo lo schermo dello smartphone. L’altro ha tirato fuori una bustina da una tasca minuscola del portafogli. Piotr estrae due schede.<br />
Sempre il buono chiede quante ne fa. Piotr mi guarda, poi risponde tre, senza distogliere gli occhi. C’è un attimo di pausa in cui i due cercano di capire la situazione, mi guardano, ho l’aria tranquilla. Il buono mi chiede se non mi drogo. Gli dico che no, in genere no. Mi chiede com’è allora che mi accompagni con un tipo come Piotr.<br />
«Non sono brava a scegliere le compagnie.» Versa il contenuto della bustina sul telefono, picchiettandone un lato con l’indice. Dei granelli bianchi scendono come piccole frane sulla superficie nera e lucida. Piotr porge le schede al buono. Con una di esse tritura le roccette. Con l’altra fa scendere la polvere che le è rimasta attaccata. I movimenti sono gli stessi di quando si deve ammorbidire lo stucco prima di riempire un buco nel muro.<br />
Ripete l’operazione svariate volte. Chiedo se gli sia mai successo di starnutire nel mentre. Il cattivo dice che ecco, gliel’ho tirata. Piotr sfila dalla tasca tre cannucce nere ridendo. Ne fa rotolare una tra indice e pollice, come se fosse una banconota da rendere tubolare. Mi vibra il telefono nella tasca anteriore dei jeans. Lo prendo e sullo schermo che lampeggia c’è scritto <em>Mamma</em>.<br />
«Che fai non rispondi?» mi chiede il buono. Non c’è traccia di ironia nella sua domanda, benché sia divertito. Scorro l’indice sul cerchio rosso.<br />
«Non mi sembra il caso.»<br />
Mi sono persa il momento in cui venivano assemblate le righe. Ci sono tre mucchietti filiformi sullo smartphone.<br />
«Sì, però mandale un messaggio. Fa’ che si preoccupa.»<br />
Mettendo via il telefono, ci penso. Ha ragione. Mentre digito sento due che tirano. Il buono mi chiede cosa le ho scritto massaggiandosi una narice.<br />
«Sono in giro. Ti chiamo domani. Baci.»<br />
«Telegrafica» mi dice.<br />
Piotr si piega verso il cellulare che funge da pianale. Si tappa una narice con l’indice, nell’altra ci ha infilato la cannuccia. Inspira forte mentre la fa scorrere sulla superficie. Avanza un segmento. Apre la bocca e il movimento della mandibola non sembra essere molto fluido. Mi porge la cannuccia. La giro dall’altra parte e finisco la botta.  Il cattivo tira fuori una sigaretta dal pacchetto di Pall Mall rosse, la mette dritta davanti alla mia faccia.<br />
«Leccala» mi dice. Lo fisso. Cercando di capire che cosa voglia davvero. Rapida, di sbieco, guardo Piotr che mi fissa. Tiro fuori la lingua e con la punta accarezzo la carta. La bagno poco. Ripeto il movimento appiattendo la lingua, facendo aderire bene la sigaretta alla sua superficie. È bagnata abbastanza. Il cattivo struscia la sigaretta sullo schermo. Puliscono tutto, telefono, schede, nasi. Mettono a posto. Si guardano in giro per vedere di non aver perso niente. Si guardano tra loro per vedere di essere tutti pronti. Girano il chiavistello, si dispongono goffamente per uscire e vedono che io non mi muovo. Piotr si gira verso di me e gli dico che devo pisciare. Gli altri escono. Una parte di me spera che Piotr rimanga dentro, l’altra parte sa che se lo facesse sarebbe finita. Esce, dopo avermi detto che mi aspetta davanti all’ingresso dei cessi. Mentre abbasso le mutande le sento umide.<br />
Fuori dal bagno c’è Diane, che mi nota, nota anche il mio sguardo guizzare verso Piotr. La mia frequenza cardiaca sembra accelerare. Lei si gira verso di lui e lo saluta. Mi avvicino anche io. Le mie gengive pizzicano.<br />
Gli dice che le sembrava di averlo visto prima, ma che non era sicura. Conversano. Mi fa strano vederlo socievole. Ho voglia di bere. Facciamo per andarcene, sento una mano stretta attorno al polso. Mi giro, Diane mi fissa seria: «Tutto ok?» Affondo il mento nel collo in un solo gesto, come a renderlo solenne e convincente. Lascia la presa.  «Ci vediamo dopo» le dico.<br />
Piotr si è fermato qualche metro più avanti. Mi prende la mano e tira calibrando male la forza, gli finisco addosso e non mi sposto. Basterebbe che allungassi un minimo il collo per fare il solito sbaglio. Gli fisso le labbra tradendo quello che penso. Sbaglierebbe con me volentieri, ne sono sicura. Mi conduce al piano di sopra. Tra una rampa e l’altra si ferma, si appoggia alla ringhiera, mi avvicina a sé. Mi mette in mano il telefono e mi chiede di rispondere a un messaggio. Non ce la fa in questo momento. Lo faccio. Con un’aria scocciata per la quale non ci sarebbe motivo, se non che in questo nostro gioco, la negazione mi viene più naturale che non il dare. Raggiungiamo gli altri al bancone, ci porgono cicchetti di vodka. Lui mi sfila una bretella e io la lascio lì penzoloni, tanto il body rimane incollato. Gli altri vogliono andare su e io dico che no, la musica mi piace più qua. Piotr rimane con me. Mi chiede se gli faccio vedere le tette, per favore. Gli chiedo perché ci tenga tanto. La risposta in realtà non mi interessa. Lui me la dà comunque, ma non funziona. La mia è una presa di posizione. La sua non lo so, forse fissazione. Balliamo e di nuovo torno primitiva. Le viscere sembrano ribollirmi in fondo alla pancia, le gambe sono forti e molli allo stesso tempo. Fa caldissimo, sento il sudore scendere sullo sterno, bagnare il body. Sulla schiena si allarga piano un cerchio più scuro, umidiccio, lo sento.<br />
«Se te lo togli tu, me lo tolgo anche io» mi sussurra all’orecchio.<br />
Mi piacerebbe vedere il suo petto sudato, appoggiarci i palmi, la faccia, la lingua. Gli dico che non mi interessa. Balliamo spalla a spalla. La nostra relazione ora è una continua gestione delle distanze. Ci guardiamo, lui mi sorpassa e anche da dietro è uno spettacolo. Approfitto del fatto che lui sia di schiena per cambiarmi velocemente. Nei club ci vado equipaggiata. Faccio scendere il body e lo lascio pendere sopra i jeans. Mi infilo una t-shirt corta, larga e semitrasparente. Si respira. Lui si gira.<br />
«E questo quando è successo?»<br />
«Ora.»<br />
«Cioè me lo sono appena perso?»<br />
Annuisco ridendo, lui squadra la mia figura tutta. Mi alza la maglietta sollevando l’orlo con l’indice. Glielo lascio fare. Mi sfiora l’ansa del seno mentre continuiamo a ballare. Sento il mio desiderio staccarsi da me e andare incontro al suo. Creare un campo magnetico in quei pochi centimetri che ci separano. Siamo uno davanti all’altra sembra da ore. Mi guarda negli occhi, con dolcezza, con ferocia. Con terrore. Mi guarda negli occhi perché mi vuole. Mi bacia. Faccio in tempo a sentirne il sapore salato, poi mi sottraggo. Lui ci riprova, in buona fede, con meno foga. Mi sottraggo ancora. Gli dico no, guardando per terra. Gli dico no, guardandolo in faccia. Stiamo fermi mentre intorno a noi tutto si muove. È una scena già vista. Le luci, la gente, l’aria, le superfici. Tornano i suoi amici. Si volta verso la consolle e riprende a ballare. All’improvviso mi pento. Gli appoggio le mani sulle spalle, il contatto, lo voglio. Lui le prende tra le sue, mi muove come una marionetta al contrario, avvolge le mie braccia intorno al suo torace e per un po’ stiamo così. Abbracciati. Memori di quello che siamo stati.<br />
Ho la guancia contro la sua scapola e non la vorrei staccare.<br />
Gli dico che devo tornare a casa.<br />
«Adesso?» Faccio sì con la testa.<br />
Mi chiede se voglio che mi accompagni.<br />
«Come vuoi» rispondo. Avrei preferito l’onestà monosillabica di un sì. È bello cedere.<br />
Lui viene fuori dal dancefloor. Lo porto al mio nascondiglio. Glielo rivelo. Ci fumiamo due sigarette di fila, come se avere qualcosa da fare fosse la scusa necessaria a non farmi andare. Mi stiracchio contro la colonna come un gatto che si rifà le unghie. Lui mi accarezza la schiena, poi spinge tra le scapole come a volermi spezzare. Gli accarezzo la testa, appoggio la mia sulla sua spalla. Mi fa il morso dell’asino, come quando mi voleva bene davvero. Sussulto. Mi raddrizzo. Gli tolgo una ciglia caduta vicino al naso.<br />
«Non che voglia che vai, ma…»<br />
Non lo faccio finire e dico sì, che è ora.<br />
Mi accompagna alle scale. Io scendo un gradino e poi mi volto a guardarlo. Si staglia come un Cristo tra le luci e il fumo artificiale. Io sono una Maddalena che non si dispera. La crocifissione l’abbiamo già vissuta. Vedo la sua bocca muoversi. Le sue labbra belle, piene. Penso a cosa sarebbe successo se non mi fossi tirata indietro. Avremmo ricominciato tutto da capo, condannati a ripeterci ad infinitum. Oppure la terza è la volta buona. Avremmo capito come stare vicini senza ferirci. Il dislivello che ci separa sembra insormontabile. Sta ancora parlando. Le sue parole mi arrivano attutite e lievi, come se avessero viaggiato attraverso mille galassie prima di raggiungere me.<br />
«Deve esistere un universo parallelo» dice, «in cui siamo una coppia e siamo felici.»</p>
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		<title>Incrocio di Francesco Scarrone</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:31:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Più passavano gli anni e più gli retrocedevano il ruolo. Quando era un ragazzino, magro, agile, svelto come una lucertola, era un attaccante puro. Falco da area di rigore. Un vero rapace in grado di lanciarsi prima di tutti su un cross o una palla tesa a mezz’aria. Sognava di diventare il Pelé bianco. Invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più passavano gli anni e più gli retrocedevano il ruolo.<br />
Quando era un ragazzino, magro, agile, svelto come una lucertola, era un attaccante puro. Falco da area di rigore. Un vero rapace in grado di lanciarsi prima di tutti su un cross o una palla tesa a mezz’aria.<br />
Sognava di diventare il Pelé bianco. Invece Pelè alzava la Coppa Rimet mentre lui incollava tappezzerie di giorno e inseguiva goal la notte.<br />
Dai e dai, finì però per abbandonare il ramo decorazioni e dedicarsi a tempo pieno a salvarsi dal fuorigioco.<br />
Passarono gli anni e i riflessi cominciarono a rallentare. La buttava sempre dentro, certo, ma non arrivava più per primo. La testa restava quella, la testa che diceva al suo piede Buttala dentro, toccala di punta, solo che il piede non ascoltava e i difensori lo anticipavano. Dovette arrangiarsi. Segnare di astuzia. Mettersi a smanacciare, sbilanciare l’avversario, ribattere una palla, anticipare il rilancio.<br />
Su quello era diventato forte. Sapeva, prima di lui, dove il difensore avrebbe sparacchiato il rinvio. E lì si faceva trovare: bello pronto. Giusto il tempo di stopparla e infilare il portiere in diagonale.<br />
Non sbagliava quasi mai e ne segnò ancora una carrettata.<br />
Ma giocava di esperienza che è un modo nobile di dire che non ce la fai più. Così l’allenatore cominciò a indietreggiarlo. Darsi da fare alle spalle delle punte. Il passaggio giusto, l’imbeccata per dei giovincelli più rapidi che gli permetteva comunque di portare a casa la pagnotta. Ottocento dollari alla settimana più i premi.<br />
Perché a casa lo aspettava la moglie con una nidiata di figli da sfamare. Cinque, sei, sette, e chi li contava più? Sembrava spuntarne uno appena ti distraevi.<br />
«Guarda che la colpa è tua» gli diceva la moglie.<br />
Luciano rispondeva «Già, già» ma si vedeva che non era persuaso.<br />
Poi venne quella maledetta domenica di maggio in cui il ginocchio fece CROCK e Luciano Grossman si rotolò per terra tirando manate nel fango e strappando ciuffi d’erba maledicendo Dio, se esiste un Dio.<br />
Lo portarono via in barella.<br />
Aveva trentacinque anni e i medici gli dissero fuori dai denti che la sua carriera era finita.<br />
Invece lui non si diede per vinto. Riprese a fare il tappezziere e si mise sotto con la fisioterapia. Per due anni la sua borsa puzzava di colla e calzini fradici. E che ci crediate o no, a trentasette primavere tornò in campo.<br />
Retrocesso a centrocampista riceveva e distribuiva palloni; come il centro di smistamento della posta, diceva ai vecchi amici che gli chiedevano della vita.<br />
Qualche anno dopo si reinventò difensore. Soffriva ormai l’aggressività del centrocampo mentre dietro sentiva di poter ancora dare il suo contributo. Sapeva tenere la posizione e conosceva abbastanza a fondo gli attaccanti per indovinare che diavolo gli passava per la testa. Non faticò a diventare un buon terzinaccio. Ringhiare molto, mordere di più, e aggiustarsi con le buone o con le cattive. Era una questione di sopravvivenza e sopravvisse.<br />
Ora.<br />
Mentre a ventisei anni Grossman gonfiava ancora le reti, da un’altra parte del mondo, nella desolante periferia di Tassiocopeta, nasceva Emmanuel Huerta. Il Fenomeno. Quello che sarà poi destinato a scolpire il suo nome a lettere d’oro negli annali del Boca Junior. Un ragazzino con la faccia da indio e i piedi di un angelo. Chi l’ha visto giocare dice che i suoi piedi non toccavano terra. Quando calciava, il pallone prendeva traiettorie imprevedibili e surreali. Emmanuel Huerta Il Fenomeno.<br />
Nel 1971 Huerta fu acquistato dal Porto Felice. Aveva diciassette anni e un brillante avvenire davanti a sé.<br />
Luciano Grossman di anni ne aveva invece quarantatré, e possiamo dire che il meglio della vita gli era già passato davanti senza lasciare tracce d’entusiasmo. Portava sulla fronte l’espressione della pista da ballo il 2 di gennaio.<br />
Si incontrarono il pomeriggio del 27 marzo 1972.<br />
Grossman si alzò, quella mattina, con un leggero mal di testa. La moglie gli servì tre uova e quattro fette di pancetta fritta. Buttò giù tre bei bicchieroni di latte mentre il piccolo, Raffaele, giocava coi coperchi sul pavimento facendo un fracasso d’inferno e Melanie e Adelaide litigavano per qualcosa ma non si capiva cosa.<br />
La moglie era di nuovo incinta. Gli aggiunse un altro uovo nel piatto.<br />
«A che ora torni stasera?»<br />
«Cosa?»<br />
«Ho detto a che ora torni questa sera.»<br />
Le ragazze arrivarono urlando in cucina, È mio Vai a farti fottere Vacci tu.<br />
«Ragazze, ragazze, fate le brave&#8230;» le implorò Luciano.<br />
Ma io ma lei ma tu.<br />
«Andate di là, su, ho mal di testa&#8230;»<br />
È stata lei Ma se sei stata tu Se tu non avessi preso il mio reggiseno.<br />
«Di là, andate di là, porca puttana!» gridò Hanna minacciandole con la punta della pancia.<br />
Le ragazze si spostarono nell’altra stanza, ma sempre litigando.<br />
Hanna tornò a girare la pancia verso il marito.<br />
«Allora, a che ora torni stasera?»<br />
Grossman finì l’uovo. «Non so. Dopo la partita. Verso le sette.»<br />
«Be’, allora passa al supermercato e prendi l’olio e il latte.»<br />
«D’accordo.»<br />
«Contro chi giochi oggi?»<br />
«Porto Felice.»<br />
«Come sono?»<br />
«Corrono.»<br />
«Be’, vedi di non farti male.»<br />
Grossman si alzò dal tavolo e prese la sacca.<br />
«E ricordati il latte.»<br />
«Seee.»<br />
«E l’olio.»<br />
«Sì!»<br />
«A stasera.»</p>
<p>Quel pomeriggio era tutto esaurito allo stadio. Arrivavano da ogni parte dell’universo per vedere quel ragazzino che chiamavano Il Fenomeno. Quello che aveva dei piedi da angelo. Che correva senza toccare per terra. Non si parlava di altro. Giornalisti, curiosi, tifosi, tutti accalcati dietro le reti metalliche sperando di vederlo per primi, e un grande boato che lo accolse quando mise i piedi in campo.<br />
«Chi è?»<br />
«È quello là, quello con la faccia da indio.»<br />
«Guarda come tocca il pallone.»<br />
«Sembra che sposti l’aria.»</p>
<p>Nel frattempo Grossman era negli spogliatoi. Con la sua aria curva da goccia al naso che si tirava su i calzettoni. L’allenatore distribuiva le maglie.<br />
«Grossman.» Lui alzò appena la testa. «Hai la tre. Mi giochi sulla sinistra, oggi. D’accordo?»<br />
«D’accordo capo.»<br />
«Te la devi vedere col Fenomeno. Te la senti?»<br />
In quel momento sentirono il boato arrivare dal campo.<br />
«Dev’essere uscito&#8230;»<br />
«Chi?»<br />
«Il Fenomeno.»<br />
«Non c’è problema» disse Grossman, e si prese la maglietta.<br />
«Ascoltami bene. Se non te la senti me lo dici. Ti faccio giocare dall’altra parte. Non c’è niente di male. Sai, quello dicono sia un fenomeno veramente.»<br />
«No. Non c’è problema. Gioco sulla sinistra. Va bene.»<br />
«Non mi farai delle cazzate, vero Grossman?»<br />
«Non si preoccupi capo. Gioco sulla sinistra.»<br />
«Va bene. Perez tu hai la 9. Vedi di buttarla dentro sennò quanto è vero Iddio la prossima settimana puoi andare a vendere gelati fuori dallo stadio.»<br />
Grossman infilò la maglia, si tolse la medaglietta della Vergine di Guadalupe, la baciò e la mise nella tasca dei pantaloni appesi al muro.<br />
«Come ti senti?» gli chiese Perez tutto eccitato.<br />
«Perché?»<br />
«Be’, perché oggi giochiamo contro Huerta, magari ci sono degli osservatori.»<br />
Grossman si sistemò i pantaloncini: «Se è per me, mi sa che sono arrivati in ritardo».<br />
«Oggi gliene faccio tre.»<br />
«Bravo.»<br />
Scesero in campo.<br />
Luciano Grossman si andò a sistemare sulla sua zolla; sbatté gli scarpini l’uno contro l’altro e si piegò fino a prendersi le caviglie sentendo i muscoli in fondo alla schiena tirare regalandogli una sensazione di leggero piacere. Poi si raddrizzò con un sospiro e guardò di fronte a sé chiedendosi quale potesse essere, Il Fenomeno; ma nessuno di quei ragazzi portava scritto in faccia qualcosa di speciale.<br />
Aspettò il fischio dell’arbitro e al primo affondo tutto fu chiaro. Huerta prese la palla e lo puntò dritto per dritto. Grossman lo vide arrivare come un missile; non se ne rese neppure conto che già gli era alle spalle superò un altro difensore e fece partire il cross. L’attaccante che colpì di testa la spedì sul fondo, ma Grossman guardò verso la panchina e vide l’allenatore allibito, bianco come uno straccio.<br />
Altro che veloce, quel ragazzo aveva i fulmini nelle scarpe.<br />
Poco dopo Huerta era di nuovo lì, Grossman questa volta si piazzò; prese posizione; Huerta avanzava sulle punte dei piedi mentre Grossman indietreggiava lateralmente, come un granchio, per contenerlo. Il Fenomeno fintò sulla destra ed era chiaro e lampante come il sole che sarebbe scattato dall’altra parte. Fin troppo facile. Grossman si lanciò in scivolata e prese la sfera. No. La palla era già scomparsa e Huerta dal limite dell’area calciò una sventola che scheggiò il palo.<br />
E così continuò, un balletto di Huerta con la palla, Huerta senza palla, Grossman per terra e Il Fenomeno che faceva ciò che gli riusciva meglio: incantare il pubblico.<br />
Grossman, invece, sentiva di aver lasciato la giovinezza da qualche parte troppo lontana per riuscire a riscattarla proprio oggi. Le gambe gli facevano male e il respiro gli bruciava dentro.<br />
L’allenatore lo chiamò vicino alla panchina.<br />
«Passa sull’altra fascia.»<br />
«No. Non c’è problema. Adesso lo tengo.»<br />
«Grossman, quello è veloce.»<br />
«Ce la faccio.»<br />
«Sei sicuro?»<br />
«Sì, tranquillo.»<br />
«Se lo dici tu.»<br />
Invece niente, un’altra palla per Huerta e questa volta Grossman si becca un tunnel. Poi gli salta via su una triangolazione. Poi la palla da una parte e l’uomo dall’altra e Grossman in mezzo a cercare di capire cos’è successo.<br />
A un certo punto Grossman se lo vede di nuovo comparire davanti. Appare e scompare, Huerta, appare e scompare. Stavolta no, si dice Grossman. E si pianta come una quercia nel terreno. Mette radici e pensa Adesso basta. Le gambe di Huerta fanno una cosa che non si era mai vista prima e la palla passa. Ma Huerta no. Huerta resta a terra. Si guarda attorno con l’espressione di chi non ci può credere mentre Grossman recupera il pallone e fa ripartire l’ala che se ne va per i fatti suoi.<br />
Huerta chiama l’arbitro, chiede il fallo, gesticola e si lamenta. Grossman non dice niente, non pensa niente. Sa solo che quella sera deve passare a prendere l’olio e il latte prima di rientrare a casa. Ecco tutto quello che sa.<br />
Poi il pallone viene rilanciato, è Huerta che lo controlla, e allora di nuovo è il momento di lavorare. Una scivolata che strappa il pallone la gamba e tutto quello che c’è sopra. L’arbitro fischia e dice a Grossman «Vacci piano sennò ti ammonisco».<br />
Grossman dice «Va bene, scusi» ma pensa Di qui non deve passare. E lo sa che è irrazionale. Che nel grande piano dell’universo, che Huerta segni un goal quel giorno, o che non lo segni, non cambierà niente. E che lui invecchierà sempre di più e quel ragazzo diventerà qualcuno, perché glielo si legge nei piedi che ha un destino tracciato e di goal ne farà a caterve e bucherà portieri, difese, sogni, illusioni, speranze, e altre ne regalerà. Lo sa, Grossman, che fermarlo quel giorno non gli allungherà la vita e non gli darà un altro anno di gioventù. Ma sa anche che deve fermarlo. Che quello è il suo lavoro ed è per quello che lo pagano.<br />
Così gli si mette alle spalle. Cammina con lui, respira con lui.<br />
Huerta è annichilito. Scompare. I suoi occhi grandi da indio guardano verso la panchina cercando di capire cosa debba fare, ma incrociano soltanto le urla e le proteste dei compagni che inveiscono contro l’arbitro per la scorrettezza di Grossman, o per come ha scalciato Huerta, o per la gomitata che ha rifilato. I giochi di prestigio si limitano a far sognare il pubblico, ma è più per terra che in piedi. Si tocca dolorante la coscia, il ginocchio, si risolleva i calzettoni, rimette una scarpa finita dieci metri più in là, mostra all’arbitro i segni dei tacchetti. Ma non può fare altro.<br />
Grossman sta lì. Quasi la partita non lo interessi, solo quando è il momento di entrare in anticipo o far deragliare Huerta. Nient’altro.<br />
Il pubblico lo fischia, ma lui se ne frega. E se ne frega anche quando le sue entrate si susseguono e cominciano ad applaudirlo dicendosi che Huerta non la aprirà mai, quella porta, non passerà.<br />
Anche quando l’allenatore del Porto Felice chiama Huerta e gli cambia la fascia «Vai di là» gli dice; e Grossman se ne frega e lo segue a uomo pestandogli l’ombra.<br />
Se quel giorno Heurta fosse andato in bagno, Grossman l’avrebbe seguito anche lì.<br />
E allora qualcuno comincia a dirsi: «Ma chi diavolo è quello là?»<br />
«Come chi è? È Grossman.»<br />
«Il figlio dell’attaccante?»<br />
«No, no. È proprio lui. Grossman. L’attaccante.»<br />
«Diamine, ma gioca ancora? Ma quanti anni ha?»<br />
Non gli importa quanti anni ha. Lui sa che deve rimanere attaccato ai pantaloncini di Huerta, e di lì non si schioda, dovessero ammazzarlo. Inizia il secondo tempo e Grossman è sempre lì. Dovessero ammazzarlo, già.<br />
Solo che poi arriva una palla, c’è questa palla altissima, che rimbalza un paio di volte per il campo. In due o tre si avventano ma nessuno riesce a prenderla e la palla va verso Huerta, che però è spalle alla porta. È girato, Grossman lo sta tenendo per la maglietta, ma a Huerta riesce un numero da mago. Non si capisce. Tutti si chiedono: che diavolo ha fatto?, perché a un certo punto, semplicemente, non c’è più. Grossman si gira spaesato e lo vede saltare il portiere e mettere la palla in fondo alla rete a porta vuota.<br />
In quel momento, Grossman, chiude gli occhi. Come per cancellare quell’immagine dalla retina; chiude gli occhi e lascia crollare la testa. Sta fermo lì dov’è, la gamba sinistra tesa, quella destra leggermente piegata, e le mani sui fianchi. Ma è solo un momento. Gli ha fatto male ma è solo un momento. Poi tutti lo vedono riguadagnare la sua posizione. L’allenatore non gli dice niente. I compagni gli dicono: non ti preoccupare. E Grossman fa quello che deve fare, riprende la partita come se non fosse successo, come se quel goal non fosse esistito. E continua a giocare fino alla fine. Fino a quando l’arbitro non fischia tre volte e le squadre non se ne vanno negli spogliatoi.<br />
Lì Grossman si sveste, si toglie la maglia, i calzettoni, i pantaloncini. Si fa una doccia calda, bollente. Si rimette i pantaloni, la medaglietta con la Vergine di Guadalupe, si rimette la giacca, prende la sacca e saluta gli altri. Grossman sale in macchina e guida, percorre tutta la lunga circonvallazione agli ottanta all’ora, poi si infila nel parcheggio di un supermercato dove compra l’olio e il latte. Prima di uscire, vicino alla cassa, vede un mazzo di fiori. 1 $ e 95.<br />
«Aspetti» dice alla cassiera. «Prendo anche questi.»<br />
Li paga, esce dal supermercato e li guarda. Hanna sarà contenta, pensa.</p>
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		<title>Luca Giordano</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:25:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1985 a Moncalieri. Si è diplomato in sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, nel 2013 ha esordito con il romanzo Qui non crescono i fiori (Isbn Edizioni). Un suo racconto è stato pubblicato sul numero 83 della rivista Nuovi Argomenti. Ha pubblicato su «Colla»: Lui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1985 a Moncalieri. Si è diplomato in sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, nel 2013 ha esordito con il romanzo <em>Qui non crescono i fiori</em> (Isbn Edizioni). Un suo racconto è  stato pubblicato sul numero 83 della rivista Nuovi Argomenti.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Lui" href="http://www.collacolla.org/?p=5430"><em>Lui</em>.</p>
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		<title>Lui di Luca Giordano</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:22:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si sveglia all’improvviso alle tre e ventisette e, come ogni volta che sogna suo figlio, Teresa non riesce più a chiudere occhio. Questa notte, oltre al sogno – il suo rientro in casa e un abbraccio, discorsi molto realistici a pranzo – a stordirla c’è il rumore della grandine improvvisa che frusta i teli di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si sveglia all’improvviso alle tre e ventisette e, come ogni volta che sogna suo figlio, Teresa non riesce più a chiudere occhio. Questa notte, oltre al sogno – il suo rientro in casa e un abbraccio, discorsi molto realistici a pranzo – a stordirla c’è il rumore della grandine improvvisa che frusta i teli di plastica dei ponteggi del palazzo di fronte. Gli occhi sbarrati, l’ora nella sveglia che lampeggia e qualche goccia di Lexotan direttamente sotto la lingua.<br />
Abbraccia il cuscino, lo stritola, piange.<br />
Le fa male la mandibola.<br />
Colpa del sogno e di quel rumore continuo. Ho una memoria strana, dice spesso, Una memoria <em>rumorosa</em>. Le persone che la ascoltano solitamente sorridono, sono scettiche, Che stronzata, pensa qualcuno, poi lei inizia a spiegare cosa le capita e quello che racconta, forse per il modo, a un certo punto sembra anche avere un senso. In pratica dice, Mi succede che se sento un rumore particolare, la stessa tonalità, la frequenza o il ritmo e quelle cose lì, si attiva qualcosa di strano e mi ricordo all’istante tutto quello che avveniva attorno a me la prima volta che l’ho sentito. Il gancio dei carrelli del mercato la riporta a una vacanza in Croazia, suo marito che attacca la roulotte alla vecchia Renault; il ventilatore malandato del macellaio ha lo stesso suono della bici di suo figlio quando era bambino, le rotelle che facevano un rumore infernale; ogni volta che sente un gufo c’è lei che entra per la prima volta nella casa di montagna che hanno venduto, l’animale appollaiato sull’enorme cipresso davanti alla porta d’ingresso. A volte sono ricordi insignificanti, semplici fotogrammi, altre sono piccole torture.<br />
Soprattutto quando nei ricordi c’è anche lui.<br />
Tipo oggi.</p>
<p>Oggi, al risveglio, la grandine ha colpito i teli nello stesso identico modo di un giorno di sei anni fa, o giù di lì, quando ancora suo figlio non aveva preso la moto dal garage, nonostante la pioggia, esagerato con la velocità e assaggiato l’asfalto e la carrozzeria delle macchine parcheggiate. Il ricordo è qualcosa che sul momento la fa sorridere: lei che lo chiama, un problema al computer, Non riesco ad aprire la mail, gli dice e così lui entra in camera già piuttosto nervoso. Smanetta un po’, Ti serve la password, dice e lei sorride, Me la sono dimenticata. Suo figlio sbuffa, fuori c’è un tuono, Ora viene giù il finimondo, dice e poi subito dopo, Devi mettere una password che puoi ricordare. Tu quale metti, gli chiede mentre si alza il vento e la pioggia aumenta. Il mio calciatore preferito e il suo numero di maglia, dice, <em>Immobile9</em>. Proprio in quel momento, i primi chicchi di grandine iniziano a fiondarsi su ogni superficie possibile e lei lì, mentre ancora stringe il cuscino, si ripete quella parola, <em>Immobile9</em>, e non riesce a chiudere occhio. Più di una volta, durante quei mesi di tristezza infinita, le era presa una voglia incontrollata di entrare nel suo computer, sapere qualcosa di più, ficcare il naso tra le sue cose, ma si era sempre trattenuta, per pudore e perché sarebbe servita una password. La memoria però è una cosa strana e ora, mentre si confonde con altre gocce di ansiolitico, il sapore di fragola marcia in bocca e le mani che tremano, è lì in camera di suo figlio, così come lui l’ha lasciata quella sera, ad accendere il suo computer e inserire la password che le aveva confidato quel giorno di grandine.</p>
<p>La luce dell’alba che entra da fuori e il gatto che inizia a camminare sulla scrivania, a fare le fusa allo schermo, alle sue mani che non sanno dove andare, tra le cartelle e i documenti sul desktop, la foto di una spiaggia bianchissima. Una delle prime cose che fa, intimorita, prendendo il respiro più volte, è entrare nella pagina Facebook di suo figlio. Non sa perché lo fa, forse perché lo vedeva perdere tutto quel tempo là sopra. Era stato proprio lui a convincerla ad aprirsi un profilo e ormai da un paio d’anni anche lei bazzicava Facebook alla ricerca di amici d’infanzia, compagni di liceo persi nel tempo: perdeva tempo. Non sa perché scorre le persone che gli hanno chiesto l’amicizia, perché legge tutti i messaggi degli amici e dei conoscenti che affollano la bacheca ormai da un anno, dopo quella notte, una marea nei primi giorni e poi sempre più radi. Uno solo nell’ultima settimana. Li legge tutti e intanto arrivano le dieci e mezza, gli occhi gonfi dalle lacrime e le ossa che fanno male per i singhiozzi, per tutto quell’amore. Le foto. Le scorre una a una e ci sono le feste, una quantità infinita di bicchieri e discoteche, ragazze portate al belvedere e poi le foto allo stadio, il gruppo di amici, le maglie dello stesso colore; Elisa, la ragazza che l’ha lasciato qualche mese prima di morire e che ogni tanto viene ancora a trovarla, le offre il caffè ogni volta e stanno ore a parlare, si sente così in colpa. Rimane con il volto appiccicato allo schermo per un tempo interminabile, legge anche alcuni messaggi che si è scambiato in privato con amici e ragazze, foto erotiche che subito fa sparire, vergognandosene. Poi, verso le dodici e quarantadue, quando fuori spiove definitivamente e c’è solo il ticchettio fastidioso dell’acqua che esce da un buco della grondaia, le viene l’improvvisa curiosità di controllare se qualcuno, qualche istante prima dell’incidente e della sua morte, gli aveva scritto, magari distraendolo dalla guida della moto. Così scorre i messaggi della chat e non ne trova nessuno di quella sera, prima dell’incidente. Ce n’è però uno che il figlio non ha mai letto, arrivato qualche minuto dopo l’orario esatto del suo decesso, l’una e dodici di notte.</p>
<p>Legge il messaggio più volte, spegne subito il computer. Una doccia calda, una passeggiata per la città che si risveglia dopo il nubifragio, e non pensa ad altro per ore, fino a sera e al mattino successivo, quando sistema la cucina e ha due occhiaie che quasi le fanno male. Rilegge mentalmente il messaggio per giorni, l’ora esatta e una risposta che non è mai arrivata. Immagina il volto di quella ragazza, il suo tono di voce e il suo sorriso. Si chiede se ha saputo della sua morte o ne è rimasta all’oscuro per qualche strana questione di privacy o impostazioni del profilo. È un dubbio che la stuzzica e massacra tanto che, senza nemmeno rendersene conto, si ritrova una notte a scriverle, Ciao Irene.<br />
Potrebbe fermarsi, spiegarle che è la madre, raccontarle dell’incidente, ma dopo qualche secondo le scrive ancora, Scusa se ti rispondo solo ora ma non uso più questo maledetto programma, se vuoi scrivimi qui, e le lascia il suo numero di cellulare. Preme <em>invio</em>, si maledice all’istante. Irene, la notte dell’incidente, aveva scritto a suo figlio che si era ricordata di lui dopo quasi cinque anni, che si erano incontrati in spiaggia, a una festa di <em>amici di amici</em> e che avevano parlato tutta la notte e che poi non si erano più rivisti e, a lei, in tutti quegli anni, gliene sono successe di ogni colore, <em>Nemmeno puoi immaginare</em>, gli aveva scritto. Mi sono ricordata il tuo nome e ti ho cercato qui, gli ha scritto ancora quella notte. Nella foto profilo in braccio ha un bambino che avrà quattro anni, le guanciotte enormi e un ciuffo che gli ricade sul viso. Sorridono entrambi, lei ha qualche ruga nonostante l’età.<br />
Teresa vorrebbe bruciare il computer, buttarlo dalla finestra, distruggerlo a morsi e ingoiare ogni minuscolo pezzo anche se sa che non servirebbe a nulla. Spera che non lo leggerà mai ma, cinque minuti dopo, quando controlla, Irene l’ha già visualizzato. Spegne il cellulare. Lo stomaco le si restringe e vomita abbracciata alla tazza del cesso, perché è da un anno o giù di lì che cerca un modo per riportarlo in vita e, ora che l’ha fatto, vorrebbe solo sparire. Beve tantissimo quella sera, stordendosi, chiudendosi in casa con le tapparelle abbassate. Osserva il cellulare spento e sorride quando, dopo averlo acceso, non trova nessuna chiamata e nemmeno un messaggio. Forse si è dimenticata di me, pensa senza rendersi conto di riferirsi a se stessa come se fosse suo figlio.</p>
<p>Una poltiglia vomitevole al risveglio e la testa che gira. Ci mette un po’ a riprendersi, qualche caffè e un Oki, poi si sdraia sul divano dopo aver fatto prendere un po’ di aria alle stanze. Le tremano le dita, per l’alcol e la paura, quando riaccende il cellulare ed è ancora il silenzio e tutto si risolve, senza alcun suo cenno di vita, in giornate che vanno avanti sempre uguali, col computer spento e l’idea di scrivere a quella ragazza che diventa quasi un ricordo. Tra qualche anno però il rumore di piatti che si rompono le ricorderà il momento, ormai inaspettato, in cui riceve il messaggio di Irene, Non sapevo se risponderti o meno ma, eccomi qui. Come stai? Lo legge, rilegge, affondata nella poltrona in salotto, una lacrima di sudore che le scende fino alle labbra e la gatta che miagola, affamata, che le si struscia contro le gambe mentre scrive, cancella e riscrive un’infinità di volte una frase complessa per poi essere il più banale possibile, Benissimo e tu?<br />
Le cose iniziano ad andare meglio, scrive, Non voglio subito deprimerti ma ho imparato a non pensare. Mette qualche emoticon, la faccina che piange dal ridere, e sorride quando lui le risponde, Pensa che io non l’ho mai fatto. Teresa non riesce a capire per quale motivo stia lì a scriverle, perché tutte quelle parole e domande le escano con una facilità disarmante. Passa almeno due ore a farsi raccontare quello che le è successo in tutti questi anni, così lei gli scrive delle violenze del compagno, della malattia del figlio – fortunatamente guarito –, di quanto le sia piaciuto l’alcool per almeno quattro anni, ogni sera, senza fermarsi, Sono una collezione di sfighe, gli scrive. Lui cerca di tirarla su, prova a farle battute che Teresa non si aspettava di poter scrivere, le dita son sempre più veloci sulla tastiera, almeno fino a quando non si rende conto di quello che sta facendo, Scusa ora devo andare, le scrive. Ci sentiamo, gli chiede lei. Nessuna risposta. Buio. </p>
<p>Notti insonni col cellulare sempre accanto. Riceve qualche messaggio a cui non risponde, Ho scritto qualcosa di male, gli chiede lei una sera e ci mette un po’ Teresa a rispondere, Scusa non mi è stato bene il gatto, scrive, Ho avuto un po’ di contrattempi. Le manda delle foto, il gatto accoccolato sullo schienale della poltrona, lei risponde con dei cuori. C’è stato un momento in cui avrebbe voluto dirle la verità, cambiare numero, ma da quella risposta iniziano a parlare di tutti gli animali domestici che hanno avuto. Teresa le racconta del cane che aveva da bambina come se fosse stato di suo figlio, dei gatti che le hanno tenuto compagnia negli ultimi anni, mentre Irene ribatte con tutti i cani prima dell’arrivo del bambino. E poi passano a parlare proprio di lui, la sua malattia così rara, Non ti ho ancora chiesto come si chiama. Ettore, gli scrive raccontando bene quello che ha passato, il sangue malato, il suo compagno che se ne è sbattuto, abbandonandoli, i problemi coi soldi che finivano per colpa di tutte le bottiglie di gin che scolava in un attimo. Ma non voglio ammorbarti, gli scrive, Tu hai una compagna? Si inventa una relazione finita da poco, prende spunto dalle storie che le ha raccontato Elisa, le manda anche delle sue foto che prende dal social network. Ora sono libero, le scrive aggiungendo un occhiolino con il punto e virgola e la parentesi.<br />
Si scrivono di tutto, per giorni, poi Irene comincia a mandargli dei vocali – ha un accento strano, a volte balbetta – e Teresa si deve inventare delle scuse, il lavoro, le scrive, Non mi piace la mia voce al telefono, e poi arriva il momento in cui Irene gli chiede, Perché un giorno non ci vediamo? </p>
<p>Le gira la testa e immagina suo figlio a un appuntamento, il profumo e una camicia appena stirata. Immagina il suo sorriso, che offre la cena e si diverte, magari un bacio. È elegante e gentile, la fa sedere per prima e commenta le portate, le sfiora la mano quando escono dal ristorante e si abbracciano. Pensa, È il momento di sparire, ma poi le risponde, Sono fuori per lavoro per qualche giorno, le scrive, Magari al ritorno. Prende tempo e intanto continuano a scriversi, capita che i messaggi si facciano particolarmente ammiccanti, quasi espliciti, e lei si trova a suo agio nonostante a volte la sorprenda la vergogna e perfino le lacrime, quando si rende conto di quello che sta facendo. Irene insiste con i messaggi vocali, lei a risponderle scrivendo. Non vedo l’ora di vederti, gli scrive. Teresa non riesce a uscire da quell’incubo e, anzi, insiste, Torno lunedì. Si butta sul letto, non si sentono per un giorno e poi riprendono con più foga ancora, lui le dice di essere solo in albergo, fuori città, qualche doppio senso, Li conosci i giardini Fausto Coppi? Vediamoci lì e poi ci prendiamo qualcosa nel bar davanti, gli scrive lei un sabato notte. Teresa non risponde subito, si fa una doccia ghiacciata nonostante il freddo e poi rimane sveglia, scorre le foto di suo figlio sul computer, di nuovo, <em>Immobile9</em>, c’è un antifurto che suona a intervalli regolari. Manca solo un giorno.</p>
<p>Non andava in chiesa dal funerale di suo figlio ma, questa domenica, senza aver chiuso occhio, si ritrova seduta ai banchi in fondo, davanti a lei quasi nessuno. Odia il profumo dell’incenso e le facce dei santi che la osservano, il corpo minuscolo di un cardinale dell’Ottocento ormai mummificato infilato dentro una bara di vetro. Mormora le frasi della messa, prega dio più forte che può. Cammina senza sosta per tutto il giorno, fino a farsi venire male alle gambe, un dolore continuo alla testa e al petto. La opprime pensare a Irene, alla delusione che proverà quando le dirà come sono andate le cose o quando sparirà. A casa, seduta sul divano, per un attimo, si rende conto che nell’ultimo periodo è stata bene solo le volte in cui ha fatto finta di essere suo figlio e ha scritto a Irene, Domani sta arrivando, sorride come non ha sorriso in tutto l’anno. È come se le fosse mancato meno del solito e vorrebbe continuare a scrivere a Irene per sempre.<br />
Il cellulare le cade dalle mani al solo pensiero, lo raccoglie e ha lo schermo rotto. Non si riconosce nella foto che solitamente c’è sullo schermo. Valuta le varie possibilità, passano le ore e fuori inizia a fare buio, inizia il lunedì, il giorno dell’incontro, immagina Irene che si fa bella.<br />
Si ripete in continuazione tutto quello che ha deciso di dirle. Lo recita davanti allo specchio del bagno, il gatto che la osserva infastidito perché da giorni non spegne la luce. Davanti al frigo, la mattina, quando prova a fare colazione ma il latte è andato a male e i biscotti sono secchi. Cambia ogni volta qualche frase, spera di essere ragionevole, che non se la prenda più di tanto. Si vergogna come non ha mai fatto, poi si addormenta sul divano che sono passate le dieci e rischia di fare tardi. L’ansia, la paura, il cellulare spaccato contro il muro, lo schermo che esplode e mille pezzi impossibili da riassemblare. Si veste di corsa e si spruzza un po’ di profumo, si dimentica di lavarsi i denti. Vorrebbe svenire, sparire, morire. Quasi non ricorda come si fa a camminare. </p>
<p>La prima cosa che vede è Ettore che gioca con una palla.<br />
La calcia più volte contro un muretto, la rincorre se si allontana troppo. Poi vede Irene che lo richiama, Fai attenzione alla strada, gli urla quando Teresa è a una ventina di metri da loro, dall’altra parte dell’incrocio. Si fissa sui suoi capelli biondi, tenuti con un elastico, e sulla sua giacca lunga e nera che nasconde un corpo che le sembra magrissimo. La osserva da lontano per un po’, trema e suda, rivede la foto profilo che ha studiato a memoria, sente il rumore della grandine sul telo, il profumo di suo figlio, e le gira la testa fino a doversi appoggiare a un muro, ogni cosa è sul punto di sciogliersi. Dimentica all’istante tutte le parole che si era preparata e sta quasi per tornare indietro, lasciarla su quella panchina, quando la palla rotola lentissima fino a lei, le arriva fino ai piedi e lei la guarda e poi osserva Ettore che le corre incontro, Ettoreeeee, urla Irene alzandosi di scatto dalla panchina mentre il figlio attraversa la strada, e le sue ossa sono quasi sul punto di spaccarsi dalla paura, un clacson e il fischio di una frenata che non riuscirà più a dimenticare, e poi vede il suo sorriso mentre allunga le mani per riprendere la palla e il profumo di Irene, le sue gocce di saliva che sputacchia mentre urla, Ti ho detto di fare attenzione, e poi il bambino che le chiede, Perché piange signora?</p>
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		<title>Carola Susani</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 23:13:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nata a Marostica (Vicenza) nel 1965. Ha esordito nel 1995 con il romanzo Il libro di Teresa (Giunti), a cui sono seguiti altri tre romanzi: La terra dei dinosauri (Feltrinelli, 1998), Eravamo bambini abbastanza (minimum fax, 2012), La prima volta di Italo Orlando (minimum fax, 2018). Per ragazzi ha pubblicato i romanzi Il licantropo (Feltrinelli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata a Marostica (Vicenza) nel 1965. Ha esordito nel 1995 con il romanzo <em>Il libro di Teresa</em> (Giunti), a cui sono seguiti altri tre romanzi: <em>La terra dei dinosaur</em>i (Feltrinelli, 1998), <em>Eravamo bambini abbastanza</em> (minimum fax, 2012), <em>La prima volta di Italo Orlando</em> (minimum fax, 2018). Per ragazzi ha pubblicato i romanzi <em>Il licantropo</em> (Feltrinelli, 2002) e <em>Cola Pesce</em> (Feltrinelli, 2004), e le riscritture dell’<em>Eneide</em> e dell’<em>Odissea</em> (Nuova frontiera junior).<br />
Ha collaborato alla rivista di Palermo Perap, a Linea d’ombra, allo Straniero. Fa parte della redazione di Nuovi Argomenti.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Reazione" href="http://www.collacolla.org/?p=5423"><em>Reazione</em>.</p>
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