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	<title>Colla &#187; numero 22</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Milo Busanelli</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:48:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Reggiano, classe 1981, addetto stampa. Ha realizzato cortometraggi e scritto sceneggiature per lungometraggio, finaliste al Riff e al Sonar. I suoi racconti sono stati selezionati al concorso 8&#215;8 e pubblicati su Cadillac, inutile, #self, Zibaldoni, Squadernauti, L&#8217;Inquieto, Ellin Selae, Il Colophon, Argo, Verde, la rassegna stampa di Oblique, Cattedrale, Abbiamo le prove e Nazione Indiana. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Reggiano, classe 1981, addetto stampa. Ha realizzato cortometraggi e scritto sceneggiature per lungometraggio, finaliste al Riff e al Sonar. I suoi racconti sono stati selezionati al concorso 8&#215;8 e pubblicati su Cadillac, inutile, #self, Zibaldoni, Squadernauti, L&#8217;Inquieto, Ellin Selae, Il Colophon, Argo, Verde, la rassegna stampa di Oblique, Cattedrale, Abbiamo le prove e Nazione Indiana.</p>
<p>Ha pubblicato su Colla: <em><a href="http://www.collacolla.org/?p=5031">È passato solo un giorno</a></em>.</p>
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		<title>Michele Cocchi</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:45:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1979 a Pistoia, dove vive e lavora come psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza. I suoi racconti sono apparsi su numerose riviste (Graphie, Il primo amore, Nazione Indiana), e su antologie (Padre, Elliot, 2009). Con uno di essi ha vinto il premio della giuria all’edizione 2010 del festival letterario Esor-dire. Sempre nel 2010 ha pubblicato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1979 a Pistoia, dove vive e lavora come psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza. I suoi racconti sono apparsi su numerose riviste (Graphie, Il primo amore, Nazione Indiana), e su antologie (<em>Padre</em>, Elliot, 2009). Con uno di essi ha vinto il premio della giuria all’edizione 2010 del festival letterario Esor-dire. Sempre nel 2010 ha pubblicato la raccolta <em>Tutto sarebbe tornato a posto</em> (Elliot), finalista  come libro dell’anno di Fahrenheit. Il suo primo romanzo è <em>La cosa giusta</em> (Effigi, 2016).</p>
<p>Ha pubblicato su Colla: <em><a href="http://www.collacolla.org/?p=4971">Ogni minimo residuo</a>.</em></p>
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		<title>Giovanni Blandino</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:41:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato alla fine degli anni ‘80 a Fermo. Attualmente lavora tra Bolzano e Roma. Gli piacciono diverse cose tra cui: i viaggi in bicicletta, le mappe, la montagna, i fumetti e i racconti brevi, i lama. Ha pubblicato su Cadillac, L’Inquieto, Squadernauti. Ha pubblicato su Colla: Sette animali italiani (1992-2016).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato alla fine degli anni ‘80 a Fermo. Attualmente lavora tra Bolzano e Roma. Gli piacciono diverse cose tra cui: i viaggi in bicicletta, le mappe, la montagna, i fumetti e i racconti brevi, i lama. Ha pubblicato su Cadillac, L’Inquieto, Squadernauti.</p>
<p>Ha pubblicato su Colla: <em><a href="http://www.collacolla.org/?p=4976">Sette animali italiani (1992-2016)</a>.</em></p>
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		<title>Alessio Angioni</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:37:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato a Torino nel 1988. Ha pubblicato articoli di approfondimento musicale su diversi siti web e collaborato alla scrittura di videoclip. Si è laureato in Giurisprudenza con una tesi sulla Storia del Monetarismo e del Diritto Bancario Statunitense. Vive a Edimburgo, dove lavora come chef e ghostwriter. Ha pubblicato su Colla: Mestile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Torino nel 1988. Ha pubblicato articoli di approfondimento musicale su diversi siti web e collaborato alla scrittura di videoclip. Si è laureato in Giurisprudenza con una tesi sulla Storia del Monetarismo e del Diritto Bancario Statunitense. Vive a Edimburgo, dove lavora come chef e ghostwriter.</p>
<p>Ha pubblicato su Colla: <em><a href="http://www.collacolla.org/?p=5035">Mestile</a>.</em></p>
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		<title>È passato solo un giornodi Milo Busanelli</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:34:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ok essere froci, ma provarci con me proprio no. Eravamo vicini di banco alle medie, in macchina insieme per la discoteca a volte ubriachi, vacanze a Londra dopo la terza superiore, migliori amici anche se tra maschi non si dice e ci provi con me? Scordatelo. Sono etero, dovresti saperlo, ho scopato tua cugina, lei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ok essere froci, ma provarci con me proprio no. Eravamo vicini di banco alle medie, in macchina insieme per la discoteca a volte ubriachi, vacanze a Londra dopo la terza superiore, migliori amici anche se tra maschi non si dice e ci provi con me? Scordatelo. Sono etero, dovresti saperlo, ho scopato tua cugina, lei non ha più voluto, ma era una donna e nemmeno lesbica.<br />
Niente contro i finocchi, sia chiaro, sfilate pure in piazza con gli striscioni, ma le zampette a casa vostra, grazie. Che poi, passi una carezza sulla spalla, un buffetto, chessò, prova a sfiorarmi per vedere se piego da quella parte, invece mano sul cazzo subito, fosse stato un altro ti avrebbe denunciato, insomma, cosa ti aspettavi?<br />
Me lo dicevano che eri così e non ci ho mai creduto, sempre difeso con tutti, avevo la risposta pronta, guarda che Giulio è un tipo a posto. Ricordo i nostri discorsi e le pagelle sulle compagne di classe, ma mica ci provavi, tu, con le ragazze, eri un timido. E dopo? Anche i timidi si sciolgono oppure trovano altri timidi per stare assieme, tranne te.<br />
Quando abbiamo visto quel western busone che non era piaciuto a nessuno lo difendevi come fosse tua madre, ma anche lì c’era la scusa, l’appassionato di cinema eri tu, normale che avessi gusti diversi, ora capisco perché gli altri non hanno insistito, loro sapevano, vero? Mica ci credo che l’han capito da soli, ma perché tenerlo nascosto a me?<br />
E quel terrone del tuo amico, quella checca marcia, eri così bravo a fargli il verso, troppo bravo. Spero solo che fosse un amico e basta, almeno il coraggio delle proprie scelte e andare fino in fondo, questo mi aspettavo. Forse non sarebbe stato uguale, ci avrei pensato prima di farmi vedere in giro con te, giusto per mettere le cose in chiaro, però saremmo stati amici lo stesso. Se me l’avessero chiesto avrei risposto sì, Giulio è uno di quelli, ma per il resto è a posto.<br />
Ora puoi dirlo, non hai niente da perdere, cosa ti è venuto in mente? Sarai pure a secco da un po’, anch’io non combino niente, ma sei proprio rincoglionito se credi che mi accontento. Solo perché portavo i pantaloni verdi chissà cos’hai pensato, e dire che neanche mi piacciono, li ha comprati la mia ex, un caso se ce li ho ancora.<br />
Guarda, facciamo che rimane fra noi, so cos’hai fatto, cos’hai provato a fare, ma non dirò niente, lo faccio per te. Se si sapesse in giro auguri, se oggi siamo più tolleranti non vuol dire che tolleriamo tutto, ma vendicarmi non ha senso, però non ti perdono, sai? Anch’io ho fatto una cosa del genere; ricordi Greta, quella dell’altra sezione? Ero sempre con lei e tutti si eran fatti delle idee, invece non è mai successo niente; quando le ho detto che volevo baciarla non mi ha più rivolto la parola. Però avevo sedici anni e ora ne abbiamo trentadue, certe cazzate c’è un tempo per farle e un altro per raccontarle. Lo vuoi sapere? Neanche mi piaceva, però mi sentivo un coglione a dire che eravamo solo amici.<br />
E quel che hai detto prima, gli episodi che avevo dimenticato, non son sicuro che siano andati così. Che a capodanno, ubriachi da non stare in piedi, io ti abbia abbracciato, non me lo ricordo. Ero così andato che avrei fatto uguale con un palo del telefono o un cassonetto, invece c’eri tu, ecco. E quando abbiamo giocato alla bottiglia, sempre ubriachi, e siamo stati scelti, è una balla. Anche se fosse, mica la comandavo io, e i risolini degli altri cosa c’entrano, ridevano per ogni coppia che saltava fuori, ridevamo anche noi, quando uscivano un ragazzo e una ragazza ridevamo tutti, figurati due maschi.<br />
C’entra qualcosa che sei stato a Berlino, l’hai scoperto lì? Le tue idee che siamo troppo provinciali, ok, sarà anche vero, ma non vuol dire che siamo arretrati, abbiamo le nostre idee. Le cose nuove o diverse non sono meglio per forza, a volte quello che abbiamo è abbastanza e bisogna tenerlo stretto, se lo perdi è finita.<br />
Sai che ho pensato di partire anch’io? Poi mi son detto chi me lo fa fare, si parte se non stai bene dove sei, allora mi chiedevo cosa mi mancava e non sapevo rispondere, casa mia è qui, andar via è giusto, ma in vacanza. E cos’avrei fatto a Berlino, che non parlo neanche inglese? Ecco perché non son venuto, ma vedendo il lavaggio del cervello che ti han fatto avevo ragione. Se stavi bene là perché non sei rimasto?<br />
Ieri abbiamo avuto poco tempo, con quel che è successo son rimasto zitto. Mia madre è stata male, e quando sembrava in fondo mi ha detto sposati e fai dei figli, le cose che dice una mamma, ma per me era la prima volta. Mi piacerebbe, quella giusta non l’ho mai trovata, alla mia età neanche una storia seria, eppure non mi manca niente, sfortuna, ecco tutto. Ora sta meglio, ma chissà per quanto.<br />
Gli altri faccio una fatica a vederli e solo uno alla volta: a Claudio è nata una bambina e il tempo è tutto per lei e la moglie, Luca si è trasferito a Bologna, non è lontano, ma avrà i suoi cazzi o forse pensa di aver fatto il grande salto, invece Fabio non esce più, si è chiuso in casa dei suoi e ha smesso di lavorare, non risponde al telefono, sono andato da lui ma niente, non vuole vedermi. Cristo santo, cosa vi siete messi in testa tutti? Mica mi aspetto di fare la vita di sempre, ma cambiare ogni cosa come se prima andasse storta, non vi capisco.<br />
Il peggio sei tu: cosa pensi di fare, il frocio ai quattro venti? Guarda che non è aria, saresti il primo in paese, se c’è qualcun altro mica lo va a dire in giro, se va bene neanche lo sa. Valla a fare da un’altra parte, la rivoluzione, dov’è già stata fatta, io non ti posso aiutare, capisci, non voglio problemi. Se ci vedono assieme chissà cosa raccontano a mia madre, e lei non ne ha bisogno, sta già male di suo. E i tuoi, pensi che sarebbero contenti? Non dirmi che lo sanno, hanno le loro abitudini e non le cambieranno solo perché in televisione c’è pieno di gente come te. Uguale gli altri; questo è l’unico paese dove il bar non l’han comprato i cinesi, l’offerta è stata fatta ed erano anche soldi, ma i proprietari han detto no, finché abbiamo le forze, anche se abbiamo sessant’anni, lo tiriamo avanti noi.<br />
Mi dici che vuoi aprire un’attività, anche se me l’hai spiegato non ho capito, ma lo sai che non siamo ancora coperti dalla banda larga, qualche casa sparsa sì, ma il resto del paese no? Hai calcolato tutto, scommetto, tranne questo, lo davi per scontato, idem con me, neanche ti è venuto in mente che non ci sarei stato.<br />
Col cavolo che ti chiedo scusa, la colpa è tua, tornando indietro il naso te lo romperei uguale, sei fortunato che non ti ho fatto tornare a piedi. Poi stai meglio così, ti farai qualche amico al bar, ma il culo tienilo stretto, che altrimenti ne buschi un altro. E poi dacci un taglio con quei vestiti da checca, qui vanno le polo dal collo rialzato e i cargo, quando fa freddo i jeans abbondanti, niente orlo rifatto, per le scarpe quelle che si comprano al mercato. Se vuoi essere te stesso un consiglio: non farti vedere in giro.<br />
Mai sentito la storia dell’albanese? Aveva una moglie e una figlia di sei anni, aveva perso il lavoro, non ne trovava un altro, lei faceva le pulizie in nero, e così dicevano che i soldi dell’affitto li avrebbero dati poi. Il proprietario lo conosci, è il ferramenta, lui li ha avvertiti, o pagate o vi sbatto fuori, non mando raccomandate, non chiamo i carabinieri, non pago un avvocato, vi sbatto fuori e basta, ma loro non ci sentivano e intanto facevano debiti. Una notte sono arrivati suppergiù in quindici, hanno aperto la porta con le seconde chiavi, li han caricati su un furgoncino che erano mezzi addormentati e lasciati in un campo, davanti alla tangenziale, capito, sono stati carini, lì dove c’è più passaggio, mica abbandonati chissà dove. Hai voglia a protestare, il contratto non era registrato, per sicurezza hanno aggiunto qualche ceffone e chi li ha visti più.<br />
Vuoi fare la stessa fine? Io ti posso coprire, raccontare a tutti che non sei cambiato, non si fideranno perché sei stato via, ma posso metterci una buona parola, il resto tocca a te. Questo non significa che siamo ancora amici, non significa niente, solo che sono buono e mi ricordo quello che hai fatto per me, sì, quella volta che ho rotolato il bidone di cemento e la colpa l’hai presa tu, il danno alla macchina l’hai pagato tu, solo perché sapevi che i miei mi avrebbero suonato, che non avevo un soldo, che sono stato uno stronzo a lasciartelo fare. Questo è il mio modo per ringraziarti, se c’è qualcos’altro dimmelo, non voglio avere debiti, sono fatto così, e ognuno per la sua strada.<br />
Pensare che in questi anni, se qualcosa andava storto, se mi sentivo giù, se non avevo voglia di niente, mi dicevo stai a vedere che torna. E quando ho smesso eccoti qua. Che coglione a pensare che il tempo non passa, dovevo dimenticare e quando hai chiamato, quando hai detto sono Giulio rispondere Giulio chi, ne conosco tanti, invece subito a correre da te.<br />
Va bene, ho sbagliato anch’io, non dovevo abbracciarti così, forse non sarebbe successo, anche se era questione di tempo avrei preferito dopo, godermi l’illusione ancora un po’. Ora stammi bene, ti auguro il meglio, davvero, te lo meriti, ma lasciami stare, non chiamarmi, non scrivermi, se mi vedi per strada fammi un cenno perché ci stanno guardando, ma non fermarti a parlare, dimenticami e io farò lo stesso.<br />
È passato solo un giorno e già mi manchi.</p>
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		<title>Mestiledi Alessio Angioni</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:31:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È cominciato tutto con la denuncia di un furto. Qualche giorno dopo le volanti della Polizia si sono fermate in un punto della provinciale e gli agenti hanno transennato l’area. Ci siamo goduti la scena nascosti nel fienile della cascina abbandonata. Odore di polvere da sparo e una manciata di polli squarciati poco lontano dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È cominciato tutto con la denuncia di un furto.<br />
Qualche giorno dopo le volanti della Polizia si sono fermate in un punto della provinciale e gli agenti hanno transennato l’area. Ci siamo goduti la scena nascosti nel fienile della cascina abbandonata. Odore di polvere da sparo e una manciata di polli squarciati poco lontano dal bordo della strada. Le penne impiastricciate di schizzi di sangue arterioso disposte sul prato come in un disegno da terza elementare. Una nuvola al tramonto riflessa sulle acque verdi di un lago. Plasma su clorofilla.<br />
La settimana seguente è stata la volta di un cane. I padroni stavano tornando all’ora di pranzo dalla ricevitoria, in cui avevano affisso la fotocopia di una schedina vincente del Superenalotto. Hanno trovato la bestia in cortile con la testa esplosa, i denti seminati per il prato, schizzati dalla mascella in ogni direzione. Sul giornale hanno scritto che la figlia di sette anni piangeva dalla finestra del primo piano con le mani a coprirsi gli occhi. Uno di noi ha detto che non era per lo spavento del botto o per le urla della madre, ma per il colore grigiastro del cervello liquefatto che colava dalle narici del cadavere.<br />
I vicini non avevano visto nulla.</p>
<p>Occupazione dei territori domestici, è così che uno di noi l’aveva chiamata. Ce n’eravamo scordati di come fosse avere i genitori in giro per casa, addormentati sul divano col telecomando in un pugno e la televisione accesa sulla diretta di un quiz a premi, concentrati a temperare matite per cerchiare annunci di lavoro stagionale. Padri distratti che innaffiano l’orto mattina e sera, madri che si ingobbiscono nella pulitura delle pesche bianche per la marmellata. Li preferivamo quando non c’erano, assenze giustificate, quando tornavano dalla fabbrica la sera tardi giusto in tempo per lavarsi e preparare la cena e sedere a tavola con gli occhi annegati nel brodo. Volevamo tornassero così, lo sognavamo ad occhi aperti osservando da sotto un albero la gente entrare e uscire dalla drogheria, confinati sul suolo pubblico, profughi e assetati. Prima che chiudessero il lanificio e la cava di pietra era tutta un’altra storia. Prima che mettessero le catene all’ingresso del campo sportivo, giocavamo di notte sotto la luce di un solo lampione. Prima che smettessero di tagliare l’erba nei cortili del municipio, sapevamo dove fuggire dopo cena.<br />
Uno di quei giorni soffocati dal sole, mentre giravamo in bici vicini alle recinzioni, seguendo l’ombra degli alberi nei viali di villette a schiera, qualcuno alla radio aveva detto che era colpa di certa gente se era finito tutto. La voce veniva dalla finestra aperta di una mansarda e bisbigliava che era il tipo di gente che guidava macchine di grande cilindrata, che frequentava circoli privati, che passava le vacanze al mare della Costa Azzurra.<br />
Un manifesto elettorale denunciava infiltrazioni nel sindacato.<br />
Durante il consiglio comunale a qualcuno era scappato un nome e un cognome.</p>
<p>Eravamo all’inseguimento di una di quelle macchine scure per vedere in faccia la gente che aveva rovinato tutto. Con i pedali incollati alle suole, gli stavamo alle costole, attenti a non farci scoprire, quando si è tuffata in un parcheggio alzando una nube di calce. Ci siamo lanciati giù dal sellino e abbiamo deviato a sinistra evitando lo spiazzo, sdraiando le bici nell’erba alta. Con la mascella serrata masticavamo i granelli di polvere, riconoscevamo i più grossi sotto la pressione degli incisivi, sentendoli incollati al palato e sulla punta della lingua. Quello di noi in testa al gruppo ha fatto segno di abbassarsi e seguirlo nella pineta. Finalmente ombra. Per terra una distesa di aghi bruciati dal sole, dall’alto il giro di basso di una vecchia canzone accompagnato da uno schiocco, come di una bottiglia stappata, fuori tempo, regolare, un suono pulito. Poco prima di ogni schiocco un ansimare gutturale. Di fronte a noi, una rete metallica alta tre metri coperta da teloni verdi in vinile.<br />
Nessuno di noi aveva mai visto un posto del genere.<br />
Il più grande del gruppo ha tolto le scarpe, si è tirato le maniche della maglietta sulle spalle. Lo abbiamo guardato arrampicarsi su un albero, quello più vicino alla recinzione. Ha fatto una smorfia e ha inspirato a narici spalancate quando una scheggia gli si è conficcata nel polso. Si doveva mettere una mano davanti agli occhi per vedere, spostava la testa nel tentativo di schivare il riflesso del sole.<br />
Cosa vedi? ha chiesto uno di noi.<br />
Delle persone, ha risposto lui sottovoce.<br />
Che fanno?<br />
…<br />
Allora?<br />
Un cazzo di niente. Stanno sedute sotto degli ombrelloni.<br />
E poi?<br />
Ci sono un paio di ragazze con dei vassoi in mano.<br />
Ragazze?<br />
Sì. Hanno tutte in testa lo stesso cappellino da baseball.<br />
…<br />
Aspetta, ha detto quello sull’albero.<br />
Che succede?<br />
Una delle ragazze ha lasciato qualcosa a un tavolo. Un biglietto, credo. L’uomo seduto lo sta firmando.<br />
Sono qui davanti a noi?<br />
Cristo, no. Sono più su. C’è un edificio sulla collinetta.<br />
Allora cos’è questo rumore?<br />
Il figlio del ferramenta ha tentato di tagliare il telone con un coltellino svizzero. La punta della lama si è storta. Allora ha insistito con il seghetto, pugnalando la superficie spessa fino ad aprire una piccola fessura. Ha inciso verticalmente fino a che non è riuscito a scostare i lembi e a vedere dentro.<br />
Fanculo, ha detto. Sono solo due grassoni.<br />
E non ha fatto in tempo a dire altro, che lo abbiamo preso per la maglia e scaraventato in mezzo alla polvere. Ha cominciato a lamentarsi. Si è preso un calcio. Gli abbiamo frugato nelle tasche, ma niente. Uno di noi lo ha trascinato per i capelli. Abbiamo scoperto il coltellino ai nostri piedi e abbiamo ricavato altre feritoie.<br />
Di fronte a noi c’era un campo di terra rossa segnato da linee bianche e una rete bassa era tesa nel mezzo. Due uomini sudati impugnavano delle racchette.</p>
<p>Non si muovevano più di tanto. Un mezzo passo in avanti, un maldestro balzo laterale. Distendevano i gomiti cercando con gli occhi la pallina e una volta che questa li aveva superati restavano qualche secondo piegati sulle ginocchia a riprendere fiato. Sopra il campo, un edificio a due piani dalle pareti bianche. Uomini in camicia con al polso orologi luccicanti. Donne in polo e pantaloncini corti. Occhiali scuri. D’improvviso l’aria si è riempita di un sibilo acuto.<br />
E questo? ha chiesto uno di noi.<br />
Veniva dalla nostra sinistra. Impossibile vedere in quella direzione.<br />
È la sputa-palline, ha detto quello sull’albero.<br />
La sputa-che?<br />
La macchina che sputa le palline. Nell’altro campo.<br />
C’è un altro campo?<br />
Credi costruiscano un posto così con un solo campo?<br />
Che vuoi che ne sappia.<br />
Se non stai zitto scendo e ti riempio di schiaffi, ha ruggito quello sull’albero guardando di sotto.<br />
Anche sforzandoci di farlo, cercando di strappare con le dita qualche centimetro in più di telone, agitando il torace contro la rete metallica, non riuscivamo a vedere che di fronte a noi. I due uomini se n’erano andati. Il campo era deserto. Abbiamo sentito un altro suono acuto, simile a un fischio, ma questa volta più lungo e più acuto, e subito dopo come uno sparo attutito e un rumore di cespugli, e ancora uno sparo attutito e uno schiocco e qualcosa che finisce sulla rete metallica, e poi uno sparo attutito e uno scivolare di passi, e così via. Una delle palline è uscita dal campo e ha rotolato fino in mezzo alla pineta. Così, mentre alcuni rimanevano sotto l’albero o aggrappati alla rete, altri correvano in quella direzione, con le facce mimetizzate nel riflesso verde dei teloni di plastica.<br />
All’angolo del campo la rete era rotta.</p>
<p>Siamo tornati il sabato seguente.<br />
Nascosti nei cespugli, tra i binari e il parcheggio del Tennis Club gremito di macchine scure, abbiamo aspettato il passaggio del treno per coprire il rumore dei nostri spostamenti. Uno di noi ha tirato fuori un pacchetto di sigarette industriali che diceva di aver rubato dalla borsa della madre. I suoi genitori erano gli unici ad aver trovato un nuovo lavoro in paese. Secondo un paio di noi, le sigarette non le aveva rubate, le aveva comprate o, al massimo, ha detto uno, poteva averle barattate con il cugino più grande per dei giornali con le donne nude. Mentre restavamo accucciati pancia a terra, lui distribuiva le sigarette e raccontava questa storia. Diceva che aveva letto da qualche parte, non si ricordava dove, che era possibile costruire una specie di mina a pressione tagliando in due una pallina da tennis e mettendoci dentro una testa di fiammifero. Una granata pronta a esplodere a una forte sollecitazione esterna. La chiamavano <em>bolide</em>. Aveva letto che lo avevano già fatto, che funzionava.<br />
Una nuvola si è fermata sopra le nostre teste.<br />
Abbiamo sentito i vagoni sferragliare in lontananza.<br />
Quel pomeriggio, sull’albero è salito un altro. Altri coltelli, altre feritoie. Era tutto come l’ultima volta. Solo che al posto dei due uomini grassi, c’erano due signore di mezza età con la visiera in testa e asciugamani con delle lettere cucite adagiati su una panchina. In compenso sotto gli ombrelloni sedevano molte più persone. Quello di noi che stava sull’albero ha tentato di raggiungere un ramo più alto, e quando ce l’ha fatta si è spinto ancora più su. Si è acceso un mozzicone di sigaretta. Ha sbuffato.<br />
Dev’esserci qualcosa oltre, ha detto.<br />
Oltre cosa? abbiamo domandato.<br />
Oltre la collina.<br />
A casa non potevamo tornare e non c’era più molto da vedere. Il resto del pomeriggio lo abbiamo passato al ponte della ferrovia a est della provinciale, a colpire vagoni merci con qualsiasi cosa ci capitasse sotto mano. Pietre, ossa di animali morti, spazzatura, saliva. Facevamo questo gioco. Legavamo una corda alla base di un palo e la facevamo passare sui binari. Poi la fissavamo alla vita di un ragazzino del paese che voleva unirsi a noi. La maggior parte delle volte, quando i binari cominciavano a vibrare e si sentiva arrivare il treno, l’aspirante cominciava a tremare e poi pregava come gli avevano insegnato a casa o all’oratorio. Gli dicevamo di non preoccuparsi, che se a un certo punto non se la fosse sentita, se avesse cambiato idea, gli sarebbe bastato dire la parola di sicurezza. Se avesse urlato <em>mestile</em>, uno di noi avrebbe tagliato la corda con delle forbici da giardino e sarebbe tutto finito. Non era un granché come prova. La maggior parte delle volte le ruote del treno tagliavano la corda dopo un bello strattone. Altre volte si veniva trascinati per qualche metro prima che il nodo cedesse.<br />
Si stava facendo sera.<br />
Qualcuno si era perso nei campi. Altri erano tornati a casa. Legato alla corda ci stava uno che non avevamo mai visto. E prima ancora che le rotaie si scuotessero e che sentissimo il fragore del treno, il ragazzino si è messo a urlare.<br />
Mestile.<br />
Come dici? lo ha preso in giro uno di noi.<br />
Mestile, ha urlato quello. Mestile.<br />
Non si sente niente, sbuffavamo.<br />
Ho detto mestile.<br />
Abbiamo sentito qualcuno che rideva e ci siamo voltati. Dall’erba alta sono spuntati tre o quattro di noi. Il primo si è fermato e ha incrociato le mani dietro la nuca.<br />
Appena in tempo, ha sospirato.<br />
Quelli dietro di lui lo hanno raggiunto affannati e hanno cominciato a ridere a loro volta.<br />
Mestile, insisteva il ragazzino. Vi scongiuro.<br />
Dove cazzo eravate? ha chiesto uno.<br />
Che ti frega? hanno risposto.<br />
Poi abbiamo sentito il sibilo, e qualcuno ha pensato che fosse il treno. Invece il primo si è voltato, i grilli in sottofondo, il ragazzino che piangeva ripetendo: mestile.<br />
L’esplosione.<br />
La colonna di fumo si è innalzata dal Tennis Club.<br />
Uno stormo di beccaccini se n’è gracchiato via scomparendo nel sole.</p>
<p>Raccontaci, abbiamo detto al tizio del bolide.<br />
Lui ha tastato i pantaloni per cercare il pacchetto di sigarette, ma quando l’ha trovato era accartocciato e vuoto. Aveva le unghie nere e si asciugava il naso con il dorso della mano.<br />
Sono entrato dal buco nella rete, ha detto.<br />
Sì, figurati, è sfuggito a uno di noi.<br />
Se non mi credi, coglione, allora non ti racconto un cazzo.<br />
Fatti furbo, gli ha detto un altro.<br />
Giuro, vi prendo a calci in culo, ha detto lanciando il pacchetto vuoto.<br />
Dai, sputa fuori, ha ordinato il più grande. Come hai fatto?<br />
La rete era rotta all’angolo. Mi sono infilato dentro e ho messo i bolidi nella sputa-palline.<br />
Cazzate.<br />
Giuro.<br />
Mi ci gioco quello che vuoi che non sei stato te.<br />
Il parcheggio era deserto, il cancello transennato. Erano trascorsi tre giorni e l’erba era cresciuta ai lati della terra rossa e nel giardino. Non era passato nessuno a bagnare il campo. Gli ombrelloni erano chiusi, le serrande abbassate. Qualcuno della polizia aveva riparato con il fil di ferro il buco nella rete. Nessuno aveva il coraggio di guardare dalle fessure. Tranne me.<br />
Fammi vedere dov’è successo, ho detto.<br />
Nel campo più a sinistra.<br />
Non vedo un cazzo da qui.<br />
Ti dico a sinistra, ha insistito.<br />
C’è del sangue?<br />
E che ne so.<br />
Se non lo sai tu.<br />
Dai, fagli vedere il sangue, ha detto il più grande di noi.<br />
Per me va bene, ha detto con aria di sfida.<br />
Perfetto, ho detto io.<br />
Abbiamo mandato una vedetta sull’albero per controllare che non arrivasse nessuno. Al via libera siamo corsi verso il cancello e abbiamo scavalcato. Io e lui, uno dopo l’altro. C’era un sentiero di pietre che terminava in una scalinata. Lui ha virato a sinistra e si è messo a correre. Quando ho girato l’angolo era già fermo in mezzo al campo più lontano. Ho sentito un frusciare di passi alle mie spalle e mi sono spaventato. Anche il figlio del ferramenta aveva scavalcato.<br />
Ci siamo radunati attorno a una pozza. Sembrava vernice secca, fatta di scaglie dure, crepe sottilissime su una pellicola croccante. Odore di ferro bagnato. Il figlio del ferramenta ha fatto come per inginocchiarsi a toccarla, ma poi quando l’ha vista da vicino ha cambiato idea e si è allontanato di qualche passo.<br />
Cosa ti avevo detto?<br />
Sta’ zitto, ho risposto.<br />
Altrimenti che fai? mi ha provocato.<br />
Il figlio del ferramenta stava scalando la salita che portava dai campi alla sommità della collinetta. Ha tentato di aprire le porte dell’edificio, ma erano chiuse. C’era una scala di legno che portava direttamente al tetto. Poi, ai piedi della scala, ha visto una manopola e l’ha girata. Un tubo giallo è schizzato dal prato e ha cominciato ad agitarsi come una vipera. Vomitava acqua bollente. Il passaggio in cemento ha sbuffato vapore, tempestando l’aria di umidità. Altri due di noi hanno preso coraggio e hanno scavalcato. Hanno corso verso le reti del campo da tennis, saltandole come ostacoli. Uno è caduto e si è scheggiato un incisivo. I più furbi hanno usato un tronco per rompere il filo metallico nell’angolo del campo e riaprire il buco nella rete.<br />
Altrimenti che fai? ha ripetuto dandomi una spinta.<br />
Ti faccio il culo, ho detto restituendogliela.<br />
Sei più basso di me, stupido, mi ha appoggiato l&#8217;indice sulla fronte.<br />
Fa lo stesso, ho scacciato il dito come una mosca. Non mi fai paura.<br />
Forse dovrei fartela, secco come sei.<br />
Forse dovrei chiuderti la bocca, ho detto avvicinandomi.<br />
Lo stronzo del bolide mi ha guardato dall’alto in basso. Ha inarcato la schiena all’indietro e mi ha spinto con entrambe le mani a terra. Sono caduto di schiena e non ho potuto rialzarmi ché me lo sono trovato addosso. Con le mani gli ho bloccato i polsi. Gli ho sferrato una ginocchiata nel fianco, come avevo visto fare in un film, ma non ha fatto una piega. Sentendoci ruggire, gli altri si sono radunati.<br />
Rompigli il culo, sbraitavano.<br />
Ammazza questo stronzo.<br />
Dagli una lezione.<br />
Tenevo il corpo a distanza, ma cominciava a pesarmi sulle braccia. La sua testa mi faceva ombra. I suoi occhi si facevano più vicini, le sue dita a pochi centimetri dalla mia faccia, dagli angoli della bocca gli colavano rivoli di bava. Più vicino, un battito di ciglia, un millimetro alla volta. Con un colpo di bacino, è riuscito a mettermi le mai al collo e ha cominciato a stringere. Dolcemente, come cercasse la forma dei muscoli, poi sempre più forte, spremendomi con i pollici la gola.<br />
Che cazzo stai facendo, mi urlavano gli altri.<br />
Sei una cazzo di femminuccia, gracchiavano.<br />
Muovi il culo, insistevano. Fagli vedere chi sei.</p>
<p>Quando la vedetta ha ululato, tutti gli altri si sono dileguati.<br />
Ho sentito la stretta intorno al collo allentarsi. Il volto sopra di me ha smesso di fissarmi e ha gettato lo sguardo all’orizzonte. Ho succhiato una manciata di ossigeno e subito ho preso a tossire. Gli occhi mi lacrimavano. La prima cosa a cui ho pensato tornando lucido, l’unica che mi è passata per la mente, è stata di sferrargli un pugno, e così ho fatto. Sul pomo di Adamo. Lui è rotolato di lato, annaspando nell’aria, le palme delle mani come a tappare un buco in gola. Mi sono alzato e ho dato un’occhiata in giro. La vedetta ha strillato, cane da guardia, ed è scesa rapida dall’albero, scomparendo dietro ai teloni.<br />
Il pastore tedesco è spuntato da un angolo, mentre stavo già correndo verso il cancello. Me lo sono trovato sulla strada. Si è fermato a osservare, ha abbaiato. Sono rimasto immobile. Uno di noi lo ha distratto battendo un sasso sul cancello.<br />
Vieni bello, diceva. Vieni da questa parte, stupido cane.<br />
Così sono corso dalla parte opposta, su per la scalinata che portava in cima alla collina artificiale, alla fila di ombrelloni chiusi e tavolini piegati.<br />
Per di qua, ho sentito dire dall’alto. Devi fare presto.<br />
Il figlio del ferramenta era in cima alla scala di legno e guardava verso di me.<br />
Sali, ha detto a voce più bassa. Muoviti.<br />
E poi come scendiamo? gli ho urlato io.<br />
Fai come vuoi, ha detto scomparendo.<br />
Il cane è riapparso sul pendio correndo nella mia direzione. Sono saltato più in alto che potevo, afferrando un piolo. Quando la bestia è arrivata alla base della scala, ero a circa due metri da terra.<br />
Non guardare sotto, mi sono ripetuto.<br />
Giunto alla sommità della scala, mi sono aggrappato alla grondaia e issato sul tetto. Una tegola è volata giù. Solo allora, guardando verso il basso, mi sono accorto che ero rimasto solo. Potevo vedere tutto da lì. Potevo vedere quelli che scendevano dagli alberi e correvano alle biciclette, e poi via, pedalando verso casa. Quelli che attraversavano di corsa i binari e si buttavano nei campi di granturco fino alla provinciale e lungo il torrente. Potevo vedere il tetto di casa e il palo del telefono che ci attraversava il cortile. A sinistra, le fabbriche chiuse, il lanificio. A destra, sul fianco della montagna, la cava di pietra. Dal tetto vedevo la macchia di sangue diventare invisibile sulla terra rossa. Lo stronzo del bolide che correva fino al cancello, scavalcava, e fuggendo verso l’erba alta sventolava il dito medio. In mezzo al prato, usciva ancora acqua dalla pompa gialla e il giardino si era allagato. Alla base della scala il pastore tedesco, seduto, guardava verso l’alto.<br />
Da lì sopra, potevo vedere tutto.<br />
Oltre l’edificio, dopo la collina, c’erano altri campi da tennis, fontane e tendoni bianchi. Siepi con forme umane. Il figlio del ferramenta si era tuffato dal tetto nell’acqua sporca della piscina, un salto di appena cinque o sei metri, e ora correva verso un’uscita secondaria, una porta bassa, facile da scavalcare.<br />
Stupido, avrebbe detto mio padre. Troppo stupido. Figlio mio, devi crescere, avrebbe detto mia madre. Devi capirne di cose della vita, sciocco ragazzino. Ne hai di strada da fare, avrebbero detto in coro, prima di diventare un uomo. Rifletti. Tu sei meglio di così.<br />
Di tuffarmi non se ne parlava.<br />
Così mi sono seduto sul comignolo.<br />
Incastrata nella grondaia, c’era una pallina fluorescente finita lì chissà come. Ho camminato cercando di abbassare il baricentro, evitando di scivolare sulle tegole. Ho allungato il braccio e l’ho afferrata. L’ho tenuta in mano, con il braccio disteso parallelo al terreno. Con l’altro mi sono retto al comignolo. L’ho guardata. Ho cercato di non pensare alla gente che aveva mandato tutto in malora, ho provato a dimenticare i genitori tutto il giorno a casa. Ho chiuso gli occhi e ho inspirato a pieni polmoni, soffiando fuori aria sporca. Ho disteso la gamba all’indietro, ho caricato con forza piegando il corpo in avanti, mantenendo gli occhi fissi sulla palla. Ho allontanato l’idea dello stronzo del bolide e del pastore tedesco che ansimava al fondo della scala. Ho aperto la mano e la pallina ha iniziato la discesa. La coscia si è tesa, ho spostato il peso indietro. Il ginocchio è scomparso, femore e tibia hanno disegnato una sola retta. Ho colpito la pallina con il collo del piede.<br />
Volevo solo che quel gioco finisse.</p>
<p>È cominciato tutto con la storia dei polli, ho detto.<br />
Poi è stata la volta di un cane.<br />
Della polvere da sparo rubata alla cava non sapevo nulla, pensavo bastassero dei fiammiferi.<br />
Mi hanno chiesto del sindacalista a cui era esplosa la mano, e ho detto la verità. Io non c’ero. Avevo sentito delle voci. Magari era stato qualche ragazzo randagio, nulla a che vedere con il mio gruppo. Non scherziamo, avanti.<br />
Hanno fatto delle ipotesi.<br />
Per noi c’entri qualcosa, hanno detto.<br />
Pensatela come volete, ho risposto.<br />
Che ci facevo sul tetto? mi hanno chiesto.<br />
Un giro, ero curioso.<br />
Poi, un poliziotto ha sganciato lo specchio dal muro della stanza in cui fanno domande alle persone e mi ha afferrato il mento. Ha tirato via la garza senza cura e io mi sono lamentato.<br />
Mio padre ti potrebbe uccidere per avermi toccato, l’ho minacciato.<br />
Ma quando la mia immagine si è riflessa nello specchio, per la prima volta ho visto il viola del mio occhio. Le palpebre erano incollate, mi faceva male muoverlo, bruciava per la luce.<br />
Forse non c’entri niente, mi si è seduto vicino un poliziotto in camicia.<br />
Ci puoi giurare, ho detto.<br />
Forse è stato solo un incidente, ha continuato.<br />
Un brutto incidente, ho confermato.<br />
Ma se restassi guercio, mi ha sussurrato nell’orecchio, non vorresti che prendessimo chi è stato? Se l’occhio non tornasse normale, mi ha sfiorato con le labbra perché fossi l’unico a sentire, non vorresti conoscere il volto de colpevole?</p>
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		<title>Maggiodi Antonio Meli</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2016 00:18:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Martedì notte in un letto che non è il mio, in una stanza che non conosco. Un’altra volta. Arrivato a Bologna oggi in pullman, domenica ho deciso che volevo vederla ma ormai i biglietti del treno Italo alta velocità che collega Roma a Bologna costavano troppo per le mie tasche, quindi ho scelto il pullman ma non mi dispiace cambiare percorso e abitudini. La mia amica Stefania non è a Bologna e la sua stanza in via Mazzini aperta a tutti è già occupata, quindi penso di essere nella merda poi però mi ricordo di Sandrina, una ragazza bolognese che ha fatto un anno e mezzo di liceo giù a Cosenza e che non sento da almeno tre anni, però decido comunque di scriverle e lei mi dice che adesso vive da sola e che quindi può ospitarmi se voglio. Ovviamente accetto senza pensarci su. La noia compare quando scopro che il suo appartamento è in una zona piuttosto ricca di Bologna ma distante oltre mezz’ora con l’autobus dal centro. Ma in ogni modo ho un letto su cui stendermi e un posto dove lasciare la mia roba, quindi arrivo nel primo pomeriggio, saluto Sandrina e ci esibiamo nel ciao come stai?, tutto bene e tu?, com’è andato il viaggio?, stancante, mi do una ripulita ed esco, ok?, come se di tempo tra noi non ne fosse passato nemmeno un po’. Dunque eccomi in strada e sono impaziente e rilassato allo stesso tempo e ci incontriamo a Piazza Maggiore e per il suo compleanno le ho comprato una prima edizione de <em>L’abbandono</em> di Tondelli e lei è contenta e dietro la schiena nascondo una peonia che ho comprato da una fioraia gentile qualche centinaio di metri prima, ma non voglio nessun nastro né composizione, mi dia solo il fiore, mi piace di più così, e a lei dico che l’ho raccolto da qualche parte mentre controlla lo stelo ed è effettivamente reciso come fosse stato strappato da terra e allora sorride e non sa dove metterlo e alla fine lo piazza proprio lì nella scollatura tra le tette e a me piace tanto e allora ci baciamo e camminiamo e come al solito finiamo da qualche pakistano a comprare del vino e la serata va avanti così fino a mezzanotte quando lei deve rientrare in convitto e a me proprio non va di lasciarla andare via e allora prima di arrivare davanti l’ingresso – ché le suore ci spiano, dice lei – ci fermiamo in una stradina abbastanza buia e io la bacio però con passione e lei sembra ricambiare e allora mi arrischio a infilarle una mano nei pantaloni tra le mutandine e lei è bagnata e geme e poi però passa qualcuno e quindi la smettiamo però il mio cuore la mia testa il mio cazzo pulsano e vedo la sua voglia fugace che scappa via di schiena insieme alle sue labbra rosse di sesso e allora si gira e mi manda un bacio e poi torna alla sua vita monacale e io resto per un po’ lì smarrito col cazzo inutilmente duro nei pantaloni e dopo qualche minuto m’incammino senza meta e poi chiamo Sandrina e raggiungimi al Pratello, sono qui con delle amiche, dice lei, e arrivo e credo di avere lo sguardo stravolto per via dell’eccitazione inespressa e c’è questa ragazza abbastanza carina con un’espressione come antica e distante e arrapante e parliamo un po’ seduti a terra in piazza San Francesco confusi in mezzo a tanti ragazzi come noi o forse come loro ché io in realtà non faccio mica parte di questa fauna bolognese e poi io e questa tipa, Chiara, ci alziamo a prendere una birra e per strada incontriamo questa vecchia signora coi tacchi e le calze strappate e i capelli sporchi e tutto il resto un’aria sfatta e sfranta e si tratta di Melania la contessa del Pratello, così mi dice Chiara, che tocca i culi dei ragazzi e li insulta e promette cene aglio&amp;olio alle ragazze e butta giù in gola bustine di zucchero come fosse un atto trasgressivo, da queste parti è quasi una celebrità, noi però passiamo oltre senza farci invischiare in questa faccenda e arriviamo all’<em>Alto tasso</em> e una volta dentro ordiniamo due birre senza però tornare dagli altri, rimaniamo lì e lei sembra quasi impaziente mentre beve e mi scava un buco nel torace coi suoi occhi densi e continua a farmi domande strizzando un po’ l’occhio destro in corrispondenza di ogni punto interrogativo e il mio cazzo è stranamente ancora duro in maniera imbarazzante e allora che ne pensi di Orfeo ed Euridice?, mi chiede, e queste non sono proprio chiacchiere da bar dico io, e lei alza le spalle e dice sì ma tu che ne pensi?, e io dico qualcosa riguardo l’incomunicabilità tra le persone e l’impossibilità di essere veramente vicini e toccarsi e vedersi, e penso a lei da sola nella sua stanza in convitto e si può mai veramente toccare qualcuno?, dico, solo l’arte riesce a racchiudere tutto, a dire qualcosa, a <em>significare</em> davvero qualcosa pur essendo soltanto la proiezione di ciò che non esiste e lei sembra ascoltarmi distrattamente però mi lascia concludere e alla fine butta giù il resto della sua birra e inclinando il viso verso sinistra dice io credo semplicemente che lui avesse voglia di un ultimo pompino e non so perché ma scoppio a ridere versandomi un po’ di birra addosso e lei dice oh vieni andiamo in bagno a darti una ripulita e una volta lì invece mi mette una mano sul cazzo e dice allora lo vuoi questo pompino o no?, e io sono confuso ed eccitato però dico solo ehi ma che cazzo ti prende ed esco fuori dal locale e raggiungo Sandrina e le sue amiche senza voltarmi e una volta lì temo sguardi e domande indiscrete invece nessuno mi dice nulla né mi chiede che fine ha fatto la loro amica e stiamo un po’ lì a chiacchierare sul niente e io non dico più una parola e dopo un po’ vedo Chiara dall’altra parte della piazza limonare con un tipo e sorrido perplesso e sono stanco e si fanno le due allora siamo in macchina e torniamo verso casa in piazzale atleti azzurri d’Italia e mentre Sandrina guida mi parla del suo ragazzo che vive a Berlino e domani lei prende l’aereo e va da lui ed è felice e quindi io penso che dovrò trovarmi un altro posto dove dormire mercoledì ma ormai penso una notte alla volta e intanto lei parla del tirocinio in ospedale e del fatto che in pratica non fa che controllare tutto il giorno la prostata a vecchi sessantenni e allora le chiedo se è vero che la stimolazione della prostata causa un’eiaculazione spontanea e lei dice macché a quei sessantenni non viene mica più duro e io dico be’ io spero di avercelo ancora duro a sessant’anni se no sai che noia, poi penso al mio cazzo moscio nel letto di una Giulia qualsiasi qualche settimana fa e lei intanto mi sta raccontando di questa tipa che ha delle mani magiche e che una volta è riuscita a far drizzare l’uccello di uno che era sotto anestesia totale e chissà come ha fatto e ridiamo entrambi e poi mentre siamo fermi ad un semaforo le chiedo e invece che mi dici di Chiara? E lei non sembra stupita e mi chiede se è successo qualcosa ma conosce già la risposta e allora le faccio un resoconto più o meno sommario dell’episodio nel cesso e lei dice be’ Chiara è fatta così, ha un brutto passato alle spalle e io chiedo quale passato?, e lei dice non dovrei parlartene ma insomma due anni fa Chiara era una persona completamente diversa, non aveva quello sguardo quasi assente e deviato dall’interno, non si comportava in questo modo come se disprezzasse la vita, e insomma mentre guida Sandrina finisce col raccontarmi questa storia davvero triste che più triste forse adesso non si può e io però ci trovo dentro anche qualcosa di perversamente comprensibile e per farla breve una sera Chiara e il suo ragazzo – stavano insieme da diversi anni, precisa Sandrina, e si amavano ed erano felici – ecco quella decisiva sera di due anni fa mentre stavano pomiciando nel parco della Montagnola ed era una serata abbastanza fresca e buia e solitaria ad un certo punto sono sbucati fuori questi due negri che se la sono sbattuta entrambi, mentre uno la violentava l’altro teneva fermo lui e poi si son dati il cambio ancora e ancora finché lacrime non ce n’erano proprio più né forza per gridare e dopo questa triste faccenda lei non è più tornata quella di prima, e come biasimarla, ha lasciato la facoltà di medicina ed è andata via di casa e ha iniziato a drogarsi ed è arrivato il degrado il declino la fine di tutto e si è messa a scopare in giro con chiunque, quasi per esorcizzare quella notte, quasi per punirsi, sentendosi come una puttana profanata dal cazzo di due negri che le hanno fatto male ma che forse le hanno causato anche piacere, sì,<em> piacere</em>, un piacere così folle e perverso e malato e deviato ma che non aveva mai provato prima, e allora non riesce ad accettarlo, non riesce a darsi una giustificazione, e se sono una puttana e l’amore non conta più niente e la mia fica è solo un buco da riempire allora voglio tutti i cazzi del mondo dentro di me, voglio che mi sfondino e mi facciano male e mi soddisfino a tal punto che un giorno non proverò più niente, voglio essere riempita fino a sentirmi vuota, e quando il sesso avrà smesso di significare qualcosa, quando questa mia colpa sarà espiata, quando non ci sarà più spazio per nessun altro cazzo allora potrò tornare dal mio ragazzo e donargli il mio amore, e questo Sandrina non me lo dice mica, no, non usa queste parole né ci si avvicina, ma ho questa scossa dentro le viscere del mio midollo e per un istante posso quasi <em>provare</em> questa sensazione, questa sensazione perversa che immagino dietro una storia semplicemente triste, una storia che adesso sono gli occhi densi di Chiara a raccontarmi, a darle un <em>significato</em>, e che ne è stato di lui?, chiedo poi. Lui pensavo che fosse uno stronzo, dice Sandrina, ma ciò prima che venissi a sapere di questa faccenda. È entrato nella polizia, è diventato un leghista del cazzo, vuole tutti gli immigrati extracomunitari fuori dall’Italia e io gli ho sempre dato del fascista e sai quante volte abbiamo discusso, poi però ho saputo dello stupro e allora be’ non è che abbia cambiato idea o cosa, però lo capisco, ecco, ho smesso di discutere con lui, tutto qui. E io allora penso che dietro le persone ci sono storie che nessuno potrà mai capire pienamente, e penso alla mia ragazza e alla storia che vorrebbe raccontarmi ma che proprio non ce la fa, penso alle volte in cui a letto – nei nostri letti che non hanno una vera stanza e che sono sempre letti altrui in camere altrui o divani logori o sedili della macchina – ecco penso alle volte in cui mi rifiuta, in questi luoghi che non sono nostri e non esistono nella nostra vita reale e però c’appartengono in qualche modo, e lei ha una storia che non mi ha mai raccontato eppure mi ha sempre lasciato degli indizi, e anche se non abbiamo ancora fatto l’amore io non ho intenzione di lasciarla, non ho intenzione di allontanarmi da lei, perché non <em>conosco</em> ma <em>capisco</em>, e penso a Guccini e alla <em>sua</em> piccola storia ignobile, conosci questa canzone?, mi aveva detto una volta, e chissà se due persone che si guardano a lungo potranno mai riuscire a vedersi, penso adesso in questa macchina che Sandrina parcheggia sotto casa, e saliamo al sesto piano e la casa è enorme e vuota, nel frigo non c’è nulla, i genitori di Sandrina sono entrambi dottori ma vivono a Cosenza, sua fratello maggiore invece si è trasferito qualche mese fa quindi posso dormire in camera sua, allora ci diamo la buonanotte e prima di spegnere la luce mi guardo intorno e ci sono diverse fotografie di questo ragazzo che io non ho mai visto eppure adesso mi trovo nella sua intimità, vedo lui da piccolo insieme a sua madre, lo vedo ai tempi del liceo che stringe in mano un pallone da basket e sorride e sembra felice e adesso ha una vita altrove ma i suoi ricordi sono qui sotto i miei occhi, e curioso tra i suoi dischi e tra i suoi libri, lo immagino in piedi qui proprio dove sono io adesso, al centro della stanza, e immagino di guardare coi suoi occhi, immagino di vivere la sua vita e avere i suoi ricordi e i suoi rimpianti e le sue ambizioni e per un attimo mi sento lui, mi sento <em>veramente</em> lui, e infine spengo la luce e mi metto a letto e non riesco a prendere sonno, questo non è il mio letto e non mi trovo nella mia stanza a casa mia, e non sono un’altra persona e sono tante altre persone, sono tante storie e improvvisamente mi sento come fossi un ladro, un impostore, un usurpatore, e con questo pensiero mi addormento in questa notte bolognese a cui non riesco a trovare un senso, e in cui ne trovo tanti, ma mi sfugge ancora quello giusto.</p>
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		<title>Sette animali italiani (1992-2016)di Giovanni Blandino</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2016 18:36:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aragosta di Carloforte Nelle sere già afose di luglio gli abitanti di Carloforte consigliano sempre di versare un po’ di succo di limone lungo le tubature delle proprie case, prima di andare a dormire. Chi non compia questo gesto, per scetticismo o dimenticanza, al suo risveglio troverà quasi certamente un’aragosta appollaiata tra il lavello e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Aragosta di Carloforte</strong><br />
Nelle sere già afose di luglio gli abitanti di Carloforte consigliano sempre di versare un po’ di succo di limone lungo le tubature delle proprie case, prima di andare a dormire. Chi non compia questo gesto, per scetticismo o dimenticanza, al suo risveglio troverà quasi certamente un’aragosta appollaiata tra il lavello e il frigorifero. Al calare della prima luna, dopo il solstizio d’estate, l’aragosta di Carloforte ha terminato il suo periodo di fertilità ed è quindi pronta a lasciare il mare per risalire le tubature che si ramificano sotto la cittadina. Seguendo il suo istinto naturale s’installa dall’oggi al domani nelle case degli isolani, il che, di per sé, non sarebbe un grosso problema. L’aragosta di Carloforte non mangia, non si muove troppo, non sporca, ha un colore lucente che svecchia i vetusti arredamenti delle cucine dell’isola, non puzza, ma anzi emana una gradevole fragranza alla pesca. Il problema potrebbe ancora essere il suo continuo bisbigliare, ma, diciamo, è così fievole che lo si può udire solo dopo qualche ora, abituandosi al silenzio prolungato. Ma è quando si inizia a intendere la litania del crostaceo che arrivano i guai. L’aragosta infatti bisbiglia un unico pensiero, notte e giorno ripete le sue parole descrivendoci un’idea di quelle semplici e belle. E quando l’idea ha attecchito nel tuo cervello e tu, dannato, chiedi all’animale come avverarla, lei continua a fissarti con quegli occhi vuoti e neri, da roditore più che da aragosta, e sembra dire: perché mi stai parlando?</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Aragosta-di-Carloforte2-e1479059251880.png"><img class="alignleft size-full wp-image-4983" title="Aragosta di Carloforte" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Aragosta-di-Carloforte2-e1479059251880.png" alt="" width="800" height="602" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Aragosta di Carloforte</em> di Daniele Roccaro</p>
<p><strong>Pappagallino della Nostromo</strong><br />
Nel biennio 1992-1993 fu un pappagallino a spingere la goriziana Nostromo sull’orlo del fallimento, tanto che l’azienda fu rilevata dalla multinazionale spagnola Luis Calvo Sanz. Il pappagallo della Nostromo è un uccello di taglia piccola, quasi minuscola, ma per niente dissimile dai suoi parenti di giusta dimensione. Nell’aprile del 1992 iniziarono i primi avvistamenti all’interno di alcune confezioni di Tonno Nostromo. Le scatole in questione, del tutto integre e senza segni di manomissione, ospitavano al loro interno il piccolo pappagallo avvolto in una foglia di lattuga fresca e lavata. All’inizio i consumatori pensarono a una buona trovata pubblicitaria. Poi gli avvistamenti divennero più frequenti e si scatenò una vera e propria mania: i collezionisti andarono a caccia delle confezioni contenenti un esemplare di pappagallino e i bimbi assillavano le mamme affinché queste acquistassero quantità sempre maggiori di Tonno Nostromo. Il fenomeno fu così diffuso che ancora oggi se ne trova spesso menzione in corsi di marketing e pubblicità.<br />
L’avvento del pappagallino sarebbe dovuta essere una gran fortuna per l’azienda. Ma le cose andarono diversamente: il comando provinciale della Guardia di Finanza mise infatti sotto sequestro lo stabilimento Nostromo, non conforme, secondo il prefetto, alle vigenti normative igienico-sanitarie. L’inscatolamento del tonno si spostò prima a Napoli, poi a Marsiglia, ma non ci fu niente da fare: gli avvistamenti del pappagallino non accennarono a diminuire. Improvvisamente le scatolette contenenti l’animale divennero molto rare verso la fine del 1993, ma in pochi se ne accorsero: era autunno e il pappagallo non rappresentava più un fatto così straordinario. Poi sparì completamente.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Pappagallino-della-nostromo1-e1479059380726.png"><img class="alignleft size-full wp-image-4993" title="Pappagallino della nostromo" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Pappagallino-della-nostromo1-e1479059380726.png" alt="" width="650" height="642" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Pappagallino della Nostromo </em>di Alessandro Ripane</p>
<p><strong>Yök</strong><br />
<strong></strong>Lo Yök (codice articolo 002.638.50) è un mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia <em>Bovidae</em> e commercializzato da Ikea a partire dal settembre 2012. In tutto simile al suo cugino yak, o bue tibetano, lo Yök può essere montato molto facilmente grazie a semplici istruzioni e ai cacciavitini contenuti nello scatolone. Nelle ventiquattro ore successive all’assemblaggio, lo Yök deve essere lasciato immobile. Questo è infatti il tempo necessario perché il suo pelo assuma una colorazione coordinata al resto dei mobili Ikea presenti nella stanza. Per la famiglia, lo Yök rappresenta un originale mobile da disimpegno in cui riporre comodamente scope, prodotti per la pulizia e accessori vari: materiale che può essere fatto sparire senza problemi tra la sua pelliccia. Per i bambini, lo Yök è uno spassoso compagno in grado di produrre simpatiche pernacchie puzzolenti.<br />
Nonostante le premesse, la storia di questo prodotto è però particolarmente sfortunata. Nella prima versione messa sul mercato, il pezzo corrispondente alla zampa posteriore sinistra risultava più corto del dovuto. Lo Yök assumeva di conseguenza una postura sbilenca, decisamente poco elegante e tutt’altro che pratica nel caso in cui l’animale fosse stato usato, come spesso accadeva, come piano d’appoggio. Una versione aggiornata fece la sua comparsa nei negozi Ikea l’1 febbraio 2013 per poi essere ritirata nuovamente nell’agosto 2014, questa volta in via definitiva. Un difetto congenito di fabbricazione faceva infatti morire gli esemplari di Yök dopo cinque o sei mesi dall’assemblaggio e i vecchi, nelle famiglie, se ne dispiacevano.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Yok-e1479060247693.png"><img class="alignleft size-full wp-image-4992" title="Yok" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Yok-e1479060247693.png" alt="" width="640" height="468" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Yök</em> di Silke De Vivo</p>
<p><strong>Gazza viola di Fiè</strong><br />
<strong></strong>La gazza viola è un uccello tipico di una zona molto circoscritta delle Dolomiti. Nidifica infatti sulle pareti verticali dello Sciliar, quelle che si affacciano verso nord-ovest, e passa lì le ore più calde della giornata. Verso sera gli esemplari maschi adulti scendono al laghetto di Fiè che si trova alle pendici della montagna e si mettono lì in bella vista vicino all’acqua. Il volatile è particolarmente triste e bello: il suo piumaggio è violaceo e tetro e ha dei riflessi che possono variare, a seconda della luce, dal verde a un crespo porpora. Pur essendo solo un uccello, la gazza viola raggiunge vertici di poesia inusitati.<br />
Gli esemplari sostano vicino al lago per circa un’ora compiendo ciclicamente una serie di gesti molto composti. Dapprima gonfiano il loro grande petto e distendono le ali mostrando fino all’ultima piuma. A questo punto ciò che ci si aspetterebbe da un normale uccello è quello di udire il suo canto. In questo particolare caso poi, un canto triste e bellissimo. Purtroppo però, una volta aperto il becco, la gazza viola sembra ripensarci e, richiusolo, espira l’aria dai polmoni senza produrre alcun tipo di suono. Muove poi in obliquo la testa come a dissimulare il suo fallimento imitando la condotta di un buffo uccello.<br />
A Fiè le opinioni sul comportamento di questo animale divergono parecchio. I più anziani dicono che l’uccello sia vittima di un qualche sortilegio delle streghe che di notte frequentano l’altopiano dello Sciliar e ne animano il punto più alto, il Petz, con danze e orge. Secondo questi resoconti, l’animale di natura sarebbe dotato di una voce così toccante che le streghe, invidiose, l’arraffarono, la infilarono dentro uno sacco cucito con tela di ragno e la portarono via con loro. Per questo dalla gazza non esce alcun suono e passa le sue giornate lì, sulla montagna, a cercare la propria voce. Altri sono invece più scettici. Affermano che la gazza abbia in realtà un verso orribile ed è per questo un animale maligno e ipocrita. Un ricercatore dell’Università di Bolzano nel 2012 ha catturato un esemplare dell’uccello e lo ha vivisezionato per studiarne la trachea. La ricerca ha evidenziato che – cito il comunicato stampa dell’Università – «la conformazione della trachea, a livello teorico, permetterebbe all’esemplare di gazza viola di produrre sia un suono armonico quanto disarmonico. Per risolvere questa ambiguità sarebbe necessario studiare il movimento dell’organo mentre l’animale produce il suo verso, occorrenza evidentemente ad oggi impossibile». Lo studio ha scatenato diverse proteste e una denuncia per il ricercatore. Un ornitologo della Facoltà di Biologia dell’Università di Siviglia ha invece suggerito che il comportamento dell’animale non abbia in realtà niente a che fare con la volontà di emettere un suono, ma che sia collegato alla sua digestione.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Gazza-viola.png"><img class="size-full wp-image-4987 aligncenter" title="Gazza viola" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Gazza-viola.png" alt="" width="622" height="420" /></a></p>
<p style="text-align: center;"> <em style="text-align: center;">Gazza viola di Fiè</em><span style="text-align: center;"> di Riccardo Torresi</span></p>
<p><strong>Uccello gargiulo</strong><br />
Vidi per la prima volta un esemplare di quello che è volgarmente chiamato l’uccello gargiulo a Manfredonia, in una torrida estate di metà anni Novanta. Il termometro aveva superato i quaranta gradi e io stavo cercando disperatamente del refrigerio e un po’ di ombra. Li trovai, insieme a qualche tartina e del prosecco, al Palazzo dei Celestini dove era appena iniziata la premiazione di un certo concorso di poesia. L’uccello gargiulo all’epoca era un <em>divertissement</em> colto e bizzarro, utile a smorzare con presunta eleganza l’atmosfera troppo seriosa di alcuni eventi culturali della costa. Ero in seconda fila, non lontano dal ventilatore, e da lì riuscii a osservare l’uccello nei minimi dettagli. Convenni subito che si trattava di una razza del tutto particolare. Attorno al becco, che di per sé era estremamente minuto e quasi inesistente, aveva un rado piumaggio che andava via via a scomparire lasciando ben visibile la pelle rosa dell’animale. Le zampe sembravano come montate al contrario. Più volte mi chiesi come facesse a mantenersi in equilibrio. La cosa doveva essere resa ancora più complicata dalla coda sproporzionata, assai lunga e tanto dura da sembrare quasi ossea. Un aspetto così disarmonico sarebbe risultato forse insopportabile alla platea se non lo si fosse camuffato con un gentile cerchietto di fiori bianchi posto sulla sua fronte. Portando bene in alto il becco e in basso la coda, in una posizione che mi sembrò innaturale e di grande sforzo, l’uccello gargiulo iniziò a espellere un canto soave che puntualmente commosse tutte le signore in sala. Uno scroscio di applausi chiuse la performance.<br />
Durante il buffet che seguì mi ricordo che continuai a parlare con un ornitologo che si era seduto accanto a me durante lo spettacolo. Discorremmo a lungo di etologia e in quell’occasione illustrai il mio progetto di raccogliere le descrizioni delle bestie che popolavano il nostro Paese in una sorta di collezione animale. Lui mi diede informazioni su un paio di casi interessanti e mi consigliò di non fermarmi ai confini italiani. Parlando dei suoi viaggi attorno a Manaus a un certo punto mi guardò fisso e mi riferì di esseri talmente bizzarri la cui apertura anale assomiglia incredibilmente a quello che noi considereremmo certamente il cavo orale dell’animale. Poi sorrise e ingoiò la tartina al salmone.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Uccello-gargiulo-e1479060777864.png"><img class="size-full wp-image-4991 aligncenter" title="Uccello gargiulo" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Uccello-gargiulo-e1479060777864.png" alt="" width="275" height="352" /></a><em style="text-align: center;"></em></p>
<p style="text-align: center;"><em style="text-align: center;">Uccello gargiulo</em><span style="text-align: center;"> di G.C. Cuevas</span></p>
<p><strong>Paguro Solvay</strong><br />
È un paguro di dimensioni straordinarie, ogni esemplare misura precisamente 210 mm dalla punta delle chele al termine della conchiglia. Sprigiona un intenso profumo di limette e menta e, al tatto, la parte grassa dell’addome ricorda vagamente la soffice ruvidezza della sabbia fine. Lo si trova principalmente in tre versioni, tutte realizzate con conchiglie provenienti dai mari del Sud su cui si può leggere la scritta <em>Follow me… </em>incisa in blu (Pantone 286c). I primi avvistamenti si registrarono all’inizio del 2012. Ideato per la campagna pubblicitaria dei villaggi Veratour, il paguro sembrava già crogiolarsi beato nel suo destino: eccitare i sepolti vivi degli uffici insinuando l’idea che fosse sempre possibile mollare tutto e aprire un bar ai Caraibi, o almeno prenotare due settimane ad Antigua usufruendo del 15% di sconto. È ancora un mistero il fatto che, da almeno un paio di anni, una grande concentrazione di questi insoliti animali si raduni tra gli ombrelloni delle spiagge bianche di Rosignano-Solvay, da cui il loro nome comune. Alcuni ricercatori del CNR di Pisa stanno ancora studiando la vicenda, mentre gli abitanti se ne sono fatti subito una ragione trovando un destino migliore per il crostaceo: in zuppa con pomodoro e cipolla, accompagnato da fette di pane fritto.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Paguro-Solvay-e1479058789444.png"><img class="size-full wp-image-4989 aligncenter" title="Paguro Solvay" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Paguro-Solvay-e1479058789444.png" alt="" width="600" height="394" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Paguro Solvay</em> di Stefano Orsetti</p>
<p><strong>Medusa dei Fangoni (o radiomedusa)</strong><br />
L’ombrello superiore di queste meduse è leggermente convesso, quasi piatto, negli esemplari più grandi può arrivare a due metri di diametro, i più piccoli sono di qualche centimetro. Obbligato dalla sua forma, l’animale vive sul pelo dell’acqua e si muove spinto dalle correnti marine, si trova così accidentalmente a convivere in colonie molto popolose che contano anche trecento esemplari. La parte superiore dell’ombrello è costituita da una membrana sottile ed estremamente sensibile. Quando un’onda sonora si infrange sulla radiomedusa la membrana oscilla velocemente, il suono è così trasformato in segnale elettrico e immagazzinato nel corpo dell’animale. Se stimolata con un bastone o da un brusco movimento, la medusa per difesa rilascia in un sol colpo tutto ciò che ha ascoltato e memorizzato. Non è raro quindi avvertire il gracchiare disturbato, simile a quello di una radio, di una medusa alla deriva che sbatacchiata dalle onde sversa nell’aria il suo carico sonoro.<br />
Colonie molto popolose di radiomeduse nel Mediterraneo si trovano in particolare nella zona dei Fangoni, un’area a fondale basso a venti miglia dal litorale marchigiano che si estende per quaranta chilometri a sud del monte Conero. La comparsa di questa specie, nei primi anni Duemila, ha risollevato l’economia della zona, affossata dalla crisi del calzaturiero: la radiomedusa è infatti estremamente remunerativa. Quando il sole inizia ad abbassarsi dietro le colline, dagli scali di Porto Recanati, Civitanova e San Benedetto partono regolarmente pescherecci riadattati carichi di turisti perlopiù inglesi, tedeschi e olandesi. Stare lì al tramonto, a motore spento, e attendere di sentire in lontananza una colonia di radiomeduse è forse l’ultima esperienza rimasta a un romantico del mare. Delle restanti colonie, quelle che non sono preservate a scopo turistico, la maggior parte è invece pescata regolarmente e inscatolata il giorno stesso in tutta la riviera: la radiomedusa è particolarmente ricca di Omega 3.</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Medusa-dei-Fangoni-e1479061059513.png"><img class="size-full wp-image-4988 aligncenter" title="Medusa dei Fangoni" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/Medusa-dei-Fangoni-e1479061059513.png" alt="" width="320" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: center;"> <em>Medusa dei Fangoni</em> di Uomini nudi che corrono</p>
<p><strong>Gli illustratori</strong></p>
<p><strong>Daniele Roccaro </strong>è nato a Palermo nel 1984. È un designer-artist con all’attivo mostre in giro per l’Europa. Ha studiato Architettura in Spagna e in Italia. Nel 2011 ha lavorato a Vienna come architetto, per poi spostarsi a Berlino dove vive e lavora attualmente anche come illustratore. La sua pagina Facebook è: <a href="https://www.facebook.com/roccarodaniele" target="_blank">https://www.facebook.com/roccarodaniele</a>.</p>
<p><strong>Alessandro Ripane </strong>è nato a Genova nel 1989. Per tutto il periodo dell’infanzia è stato un esperto di animali feroci e supereroi, conoscenze che si sono rivelate inutili, visto che nella sua amata città natale non è presente nulla di tutto ciò. Molte cose sono cambiate da allora, anche se ogni tanto un Batman fatto male lo disegna ugualmente. Il suo sito è: <a href="http://alessandroripane.com/" target="_blank">alessandroripane.com</a>.</p>
<p><strong>Silke De Vivo </strong>è un’illustratrice e designer altoatesina. Ha studiato pittura a Bologna, disegno industriale a Venezia e illustrazione a Macerata. Nel corso degli anni è stata selezionata alla Fiera del Libro per ragazzi di Bologna, al CJ Picture Book award in Corea e all’Annual dell’Associazione Illustratori Italiani. Attualmente collabora come illustratrice/designer freelance con varie agenzie di comunicazione e aziende. Il suo sito è: <a href="http://silkedevivo.com/" target="_blank">http://silkedevivo.com/</a>.</p>
<p><strong>Riccardo Torresi </strong>è un artista, illustratore e video maker di stanza a Berlino. Dal 2009 affianca agli studi in architettura diversi progetti di grafica, illustrazione e fotografia. Ha realizzato video musicali per Godblesscomputers e Copycatclub. Attualmente lavora come media artist ed è assistente e ricercatore alla Berliner Technische Kunsthochschule dove si occupa di interaction design. Il suo sito è: <a href="http://riccardotorresi.com/" target="_blank">http://riccardotorresi.com/</a>.</p>
<p><strong>G.C. Cuevas </strong>è un giovane artista italiano con base a Londra. La sua maggiore fonte di ispirazione arriva dall’arte macabra di Edward Gorey, ma anche dai lavori di Tim Burton, Mark Alan Stamaty, Quentin Blake e Jean Giraud. Le sue illustrazioni si concentrano su ambienti surreali, dove bambini si trovano spesso in situazioni di pericolo, poiché accompagnati da creature bizzarre, misteriose figure mascherate o oggetti sproporzionati e fuori contesto. Il suo sito è: <a href="http://gccuevas.tumblr.com" target="_blank">http://gccuevas.tumblr.com.</a></p>
<p><strong>Stefano Orsetti </strong>è nato a Catanzaro nel 1992. Laureato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, allo studio delle tecniche artistiche tradizionali affianca da sempre la passione per la narrazione, con immagini o senza. Ha pubblicato <em>Pitoon: Piloti e Cartoon nella Valle dei Segni</em> (ComicOut, 2015). Nel 2016 ha partecipato a una residenza d’artista ad Algeri insieme a due artisti algerini e il progetto finale è stato presentato al F!BDA (Festival International de la Bande Dessinée d’Alger). Attualmente realizza fumetti, vignette e illustrazioni per blog, fanzine e riviste online. La sua pagina Facebook è: <a href="https://www.facebook.com/stefanoorsetti92" target="_blank">https://www.facebook.com/stefanoorsetti92</a>.</p>
<p><strong>Uomini nudi che corrono </strong>è un gruppo creativo di Macerata. Ne fanno parte integrante Marco Filicio, Tommy Gun Moretti, Marie Cécile, Nove Dix e Sdolz. Dal 2012 partecipano attivamente ai più importanti festival di editoria indipendente spalla a spalla con gli amici e colleghi del gruppo Ratatà. Hanno da poco pubblicato un libro che non è un libro, una bibbia che non è una bibbia, bensì «una raccolta iconica di divinità» da colorare: <em>Deus Ex Novo, Ora et colora</em> (Uomininudichecorrono Autoproduzioni, 2016). La loro pagina Facebook è: <a href="http://facebook.com/uomininudichecorrono" target="_blank">facebook.com/uomininudichecorrono</a>.</p>
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		<title>Ogni minimo residuodi Michele Cocchi</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2016 17:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[numero 22]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho scritto questo racconto nel 2004, avevo venticinque anni, mi ero appena laureato in psicologia e svolgevo il mio tirocinio post laurea in una struttura per bambini e adolescenti. Non c’era ancora stata la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, la guerra civile in Siria, la strage della Libia del 19 aprile 2015, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ho scritto questo racconto nel 2004, avevo venticinque anni, mi ero appena laureato in psicologia e svolgevo il mio tirocinio post laurea in una struttura per bambini e adolescenti. Non c’era ancora stata la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, la guerra civile in Siria, la strage della Libia del 19 aprile 2015, la foto di Aylan.</em></p>
<p>«Ecco. È tutto pronto. Adesso puoi muovere, è il tuo turno» dico. La scacchiera pronta sul tavolo.<br />
Christian si tasta la fasciatura tutt’attorno la testa, sulla fronte e sugli occhi. Si assicura che le ferite siano coperte. Poi solleva il mento e rimane immobile, le braccia abbandonate lungo i fianchi.<br />
«Avevo capito che volessi giocare» dico con calma.<br />
Cerco di essere paziente, la terapeuta ha detto che devo essere paziente. Il caldo è intollerabile, si propaga a ondate, dando la sensazione che le superfici si increspino: il lastricato di pietre del piazzale, le sedie bianche seminate sotto gli alberi, la vernice metallizzata delle automobili nel parcheggio. Christian accomoda le braccia sul tavolo, abbassa la testa.<br />
«Hai cambiato idea?»<br />
Fa sì con la testa.<br />
«Però prima avevi voglia. Mi hai fatto capire che avevi voglia.» Lui fa spallucce. «È semplice. Ricordi? Si muove una volta ciascuno. Vince chi allinea per primo tre pedine. Ho messo lo scotch sulle nere così puoi riconoscerle.»<br />
Faccio un respiro profondo, cerco di restare calmo. Mi volto a osservare gli altri ragazzi giocare ai margini della siepe. Fare una sorta di guardie e ladri usando le grandi ortensie come tane. I più piccoli corrono spesso alle gambe dei volontari, per assicurarsi della loro presenza, poi si lanciano eccitati a giocare. Si sbracciano per farsi rincorrere e poi scappano più veloci che possono. Frenano la corsa bruscamente, lasciando segni neri di gomma sulle lastre del selciato.<br />
Dopo la prima settimana sono più disinvolti. Ai tavoli colorano con le tempere a dita; manipolano la pasta di sale; ritagliano le riviste lavorando a sculture di carta. Sulla spiaggia scavano interminabili piste per le biglie; in cerchio cantano filastrocche e brevi scioglilingua; gareggiano a chi per primo si tuffa in mare.<br />
Christian no. Rimane impassibile. Nessuna proposta sembra interessarlo. Si rifugia in una panchina, dove si accuccia piegando le gambe sotto il sedere; oppure nella veranda, dove allunga i piedi sotto il tavolo e china la testa sul petto; o in camera, dove si sdraia sul letto e si addormenta, con le ginocchia strette alla pancia e la fronte rivolta alla parete. Io lo osservo, seduto sul letto di fianco il suo, mentre con l’unghia seguo le cuciture della coperta, in alcuni momenti pieno di frustrazione, in altri pieno di tristezza.</p>
<p>Riapro gli occhi. Le mani di Christian indugiano lungo i bordi della scacchiera, afferrano una pedina, giocherellano col pezzetto di scotch che ho attaccato sopra. Per un istante ho un moto di speranza. Ha dita arrossate dal sole, braccia lunghe, spalle sporgenti; i primi peli che coprono morbidi la pelle asciutta del volto. Infine lo osservo lasciare la pedina e rifugiarsi nuovamente nella sedia.</p>
<p>La terapista procede tra i tavoli, discute coi ragazzi che hanno allestito i laboratori di collage; per mano accompagna una bambina al tavolo dove disegnano coi pennarelli. Cerco il suo sguardo, agito la testa per dirle che non ce la faccio, che mi arrendo. Ma lei chiude il pugno all’altezza della faccia, come dire: non mollare, ce la puoi fare.<br />
«Passerà due settimane al Centro Estivo» ha detto. «Per fargli trascorrere un po’ di tempo sul mare, permettergli di socializzare e soprattutto aiutarlo a ritrovare l’autonomia.»<br />
Seduti sopra le sedie di giunco dell’ufficio mi spiegava in cosa consisteva il mio lavoro, e intanto il medico assentiva con la testa, sfogliando la cartella clinica. «Tu sei il più grande. Ti sei appena laureato. I volontari sono tutti dei ragazzi. Per Christian ci vuole qualcuno con un po’ di esperienza.»<br />
Che esperienza avevo io? Avevo letto delle cose sui libri, certo, ma che ne sapevo di ragazzi ciechi e profughi? Sentivo il chiacchiericcio degli altri volontari, attendevano il loro turno dietro la porta per ricevere informazioni sui propri assistiti. Io continuavo a osservare la foto di Christian che i familiari gli avevano messo nello zaino, prima di spedirlo clandestinamente in Italia a bordo di un peschereccio. Era un primo piano, e Christian indossava una maglietta blu a maniche corte. Sullo sfondo, una spiaggia, le mura di un’antica torre d’avvistamento. La bocca di una caverna che penetra nella profondità di una scogliera. Nella foto Christian aveva dei begli occhi neri espressivi.</p>
<p>La temperatura non è cambiata, nel primo pomeriggio questo caldo appiccicoso avvolge il Centro. Il lungo tavolo dove i ragazzi lavorano è ricoperto di rotoli di cartoncino bristol colorato, scotch, colla, pennarelli a punta fine e grossa, una pila di giornali e di riviste. Organizzano le proposte di gita per il weekend. Scelgono le località e ritagliano le foto; le incollano sul cartoncino e scrivono sotto le modalità di viaggio e i prezzi. Li osservo da lontano, seduto su una panchina, una rivista aperta sulle ginocchia. Christian, le braccia inerti, siede vicino a me. Le spalle ricurve, la testa che vacilla in avanti come quella troppo pesante dei neonati.<br />
Stamani gli ho rifatto il letto e preparato i vestiti: costume, maglietta, calzoncini, le ciabatte con la suola di gomma. L’ho guidato lungo le scale e in veranda gli ho apparecchiato la colazione: versato il latte nella tazza, imburrato il pane spalmandoci la marmellata, preparato una scodella di yogurt e cereali. L’ho guardato masticare e bere silenziosamente.<br />
Al tavolo vicino una bambina inzuppava un biscotto nel latte. Con l&#8217;altra mano sollevava una lunga ciocca di capelli facendola ricadere sulle spalle. All&#8217;improvviso ha mollato il biscotto ed è venuta verso di noi. Si è inginocchiata sulla sedia libera, ha guardato Christian e gli ha domandato come si chiamasse. Poi, senza aspettare la sua risposta ha detto: «Io mi chiamo Martina».<br />
Ha infilato la mano dentro la tasca dei pantaloncini e tirato fuori una piccola marionetta da dita. Una tigre di stoffa che ha adattato all&#8217;indice e agitato davanti a Christian. «Io sono Martina tu come ti chiami?» gli ha chiesto di nuovo con voce roca, per imitare la tigre. Dopodiché ha ruggito.<br />
«Martina, lui è Christian» ho detto io. «Non può vederti, ha una ferita agli occhi.» Poi mi sono rivolto a Christian: «Martina sta giocando con una marionetta da dita, una piccola tigre di stoffa».<br />
Christian ha lasciato cadere il tovagliolo sul tavolo e si è lasciato andare sullo schienale della sedia.<br />
«Ti sei fatto bua agli occhi?» ha domandato Martina, sempre con la voce da tigre. Agitava la marionetta su e giù, piegando il dito. «Puoi vedermi se faccio così?» ha detto facendo una linguaccia. «E se faccio così?» si è premuta un dito sul naso schiacciandolo in una smorfia.<br />
Ha sollevato una ciocca di capelli che le sono ricaduti in due ciuffetti sulla spalla. «È arrabbiato?» mi ha chiesto.<br />
«Non lo so. Forse sì, è arrabbiato. Non parla nemmeno con me.»<br />
Mi sono rivolto a Christian: «Sei arrabbiato? Vedi Martina? Non risponde nemmeno alle mie domande».<br />
«Forse è triste, allora.» La bambina è balzata a terra, si è avvicinata a Christian e gli ha mollato un bacio sulla guancia, poi è corsa al suo tavolo e ha ripreso il biscotto che aveva lasciato.<br />
Martina ha ragione. Christian è triste, e di fronte alla sua tristezza io mi sento impotente. «Che posso fare io?» ho domandato più tardi alla terapista.<br />
«Devi comunicare con lui.»<br />
«Come?»<br />
«Non lo so, devi trovare un modo.»<br />
È quando Martina se n’è andata, che ho visto Christian leccarsi il dorso di una mano e strofinarsi la guancia proprio dove lei aveva premuto le labbra, come per cancellare ogni minimo residuo.<br />
In camera, prima di andare sulla spiaggia, gli chiedo di aiutarmi a fare lo zaino. Ginocchioni davanti ai cassetti, gli mostro la consistenza della spugna degli asciugamani rispetto all’acrilico dei costumi. Tastiamo la carta, la plastica, il vetro, il metallo. Gli faccio notare che hanno temperature diverse, diverse consistenze e superfici. In bagno gli suggerisco come riconoscere lo shampoo e il docciaschiuma sul piano della doccia. Per almeno sei mesi le sue mani dovranno essere i suoi occhi. Deve farci l’abitudine, non può pensare che ci sarà sempre qualcuno ad aiutarlo.<br />
Lo osservo muoversi annoiato nella camera, eseguire meccanico i miei suggerimenti e poi abbandonarsi sul letto, o sulla sedia, o rimanere in piedi in un angolo della stanza con la testa ciondoloni. «Ha capito che sarà per sei mesi? Che poi gli occhi riprenderanno a funzionare?» «Lo sa, ha capito» dice la terapista. «Il problema non è cosa gli occhi non vedono, ma cosa hanno visto.»<br />
Mi lavo le mani e mi sciacquo il viso. Viene da un Paese in guerra, mi ripeto. I suoi genitori sono lontani, i familiari apparentemente irraggiungibili. Al davanzale della finestra guardo fuori e premo l’asciugamano sulla pelle. Nel piazzale gli altri sono pronti per andare, snocciolati lungo la siepe come per sottrarsi a questa luce incandescente. Lascio l’asciugamano e mi specchio passando le dita sulle palpebre chiuse, le riapro, mi concentro sul colore dei miei occhi.<br />
«È ora Christian» gli dico.</p>
<p>Dopo la spiaggia sediamo ancora fuori. Il piazzale adesso mi appare deserto. I ragazzi sono nelle camere a riposare, oppure si sono incamminati lungo la passeggiata, diretti alla gelateria. Sul nostro tavolo, molti barattoli di plastilina colorata. Vicino allo stenditoio, riconosco le teste di due bambini giocare sotto un lenzuolo; fanno capolino per controllare se qualcuno li cerca e ancora si nascondono ridendo.<br />
«Perché non mi racconti qualcosa?» gli propongo. La voce già arrendevole. «Sai parlare, no?»<br />
Lui fa sì con la testa.<br />
«Allora perché non mi racconti qualcosa? Qualunque cosa.»<br />
Lui fa no con la testa.<br />
«È una settimana che stiamo insieme e ancora non mi hai detto niente. Potresti parlarmi del posto dove vivevi. Se era in montagna, oppure al mare.» Afferro un salsicciotto di plastilina e lo scarto.  «Magari in città.»<br />
Ma lui rimane seduto senza scomporsi, il respiro pesante come si fosse assopito.<br />
«Potresti parlarmi della tua scuola. Se era grande, o se era piccola.» Alzo il mento, come per pensare, poi inizio a manipolare la pasta per ammorbidirla. «Potresti dirmi dei tuoi compagni. Avevi dei compagni, no?»<br />
Lui non risponde e allora sento un calore in mezzo alla stomaco e le braccia tendersi. Immagino di scuoterlo e di urlargli qualcosa in faccia. Non ti puoi comportare così. Qua ci sono persone che ti assistono, ti danno affetto, ti aiutano dalla mattina quando ti alzi alla sera quando vai a dormire. Il tuo comportamento è ingiusto. È ingrato. Ma devo trattenermi. Questo è un tirocinio, mi ripeto. Devo dimostrare che ho imparato qualcosa. Non posso farmi sopraffare dalle emozioni. Per questo mi hanno scelto, perché posseggo degli strumenti.<br />
«Un amico del cuore, uno con cui andavi d’accordo. Uno di quelli con cui non ci si stanca mai di stare insieme.» Mi rendo conto che adesso parlo tanto per parlare. Per rompere questo silenzio intollerabile.<br />
Una bottiglia di plastica rotola sul piano di un tavolo vicino. La osservo cadere. Il tempo è cambiato senza che me ne accorgessi, ora il vento ha preso a tirare e il cielo è offuscato da nuvole minacciose. I bambini sotto il lenzuolo sono scomparsi. Da lontano, in direzione del mare, arriva il riverbero dei tuoni.<br />
«Io alla tua età un migliore amico ce l’avevo» dico quasi senza pensare. «Si chiamava Giacomo. Con lui ho fatto tutte le scuole elementari, eravamo nella stessa classe. Vivevamo in campagna, e la nostra scuola era a pochi passi dal paese. Andavamo e tornavamo da soli, questo ci faceva sentire grandi. Ci sembrava straordinario, a otto o nove anni andare a scuola senza essere accompagnati e già possedere le chiavi di casa. Ci fermavamo nei campi a rubare le pannocchie di granturco, poi il pomeriggio facevamo un fuoco e le abbrustolivamo. Una volta, sul fuoco, ci abbiamo tenuto un uovo, per quasi due ore, alla debita distanza, nella speranza che si schiudesse. Capisci? Pensavamo di far nascere un pulcino.»<br />
Quando sollevo la testa, Christian è proteso verso di me, in una posizione di attenzione. Le labbra leggermente schiuse. Gli sorrido: «Dai, mettiamo a posto questa plastilina e andiamo a prepararci. Dobbiamo farci la doccia e poi andare dalla dottoressa per la medicazione».<br />
Mi aiuta, e vedo chiaramente che mentre riponiamo i salsicciotti nei barattoli, Christian ne prende due e li infila nella tasca dei pantaloncini. Però non dico niente, voglio vedere cosa ha in mente.</p>
<p>Alla sera, in ambulatorio, resto in piedi, in disparte, la schiena poggiata alla parete. Lo osservo sedersi sul lettino e afferrarsi le ginocchia con le mani.<br />
«Cercherò di non farti male» dice la dottoressa mentre prende il necessario dal cassetto.<br />
Taglia le bende e disfà la fasciatura, lentamente, un giro alla volta. Lui serra le dita spingendo un ginocchio contro l’altro e contrae i muscoli delle cosce. Ancora, dopo una settimana, questa scena mi fa soffrire, sento lo stomaco chiudersi in una morsa. La fronte di Christian è coperta di una pelle rossastra; le sopracciglia non sono ancora ricresciute; sulle palpebre le cicatrici fresche; alla radice del naso delle piaghe color ruggine. Durante la medicazione, nella penombra della stanza, intravedo anche la cornea, rosso fuoco, l’iride e la pupilla sepolte sotto una pellicola di sangue non ancora riassorbito.<br />
Le sue dita uncinano la gomma del lettino. «Ho quasi finito» gli dice la dottoressa con un soffio di voce. Poi gli rifà la fasciatura.</p>
<p>Lo lascio in sala mensa e torno in camera per prendergli una felpa. La nostra stanza è piccola. Una scrivania e un armadio di legno chiaro. Due lettini alle pareti. Le valigie aperte in un angolo col contenuto sparso sui letti: magliette colorate, bermuda, creme protettive all’olio di cocco, un mangiacassette giallo, due cuffie per la piscina. Con la coda dell’occhio vedo tutto questo, e poi vedo gli oggetti di plastilina sul mio cuscino. Deve averceli messi mentre mi facevo la doccia. Non metto subito a fuoco, poi capisco: una pannocchia blu, lunga e appuntita, con tante palline rosse attaccate come chicchi; e un uovo, sempre blu. Uno vicino all’altro, rudimentali ma precisi. Li tengo, incredulo, tra le mani, poi li lascio sul comodino.</p>
<p>Dopo cena raggiungiamo i ragazzi più grandi nella saletta interna. Poltroncine di pelle e un grande televisore appeso a una parete. Molte sedie sparse nella sala. Ci sono anche i volontari, i terapisti e i medici. Tutti concentrati a guardare un servizio al telegiornale. La Marina Militare ha recuperato, a trecentosettanta metri di profondità, un barcone affondato nel Canale di Sicilia. Dicono sia stato il più grave naufragio del Mediterraneo, con più di cinquecento morti. Nella sala si accende una discussione. Qualcuno sostiene che sia soltanto uno spreco di risorse, che i morti sono morti e il mare dà loro degna sepoltura. Per qualcuno è soltanto una vetrina politica, uno specchietto per le allodole. Altri sostengono che sia un atto di grande umanità, un gesto d’amore nei confronti di quegli uomini e dei loro parenti. Altri ancora che avrebbero dovuto, anziché ripescare barconi, aiutare i profughi. Due volontari, sui diciassette anni, magliette attillate e anelli di acciaio alle dita, sono i più accaniti: buttare questi soldi per uomini e donne che in Italia nemmeno ci vogliono restare, dicono, è davvero uno scandalo. Christian, seduto su una poltroncina, piange. Non me ne accorgo subito, lo capisco per via dei singhiozzi, e per il fatto che tira su col naso, perché le lacrime vengono assorbite dalle garze intorno agli occhi.<br />
«Vieni, andiamocene» gli dico. «Andiamo dagli altri.»<br />
Ci mettiamo fuori, coi più piccoli, dove sul grande telo proiettano un cartone animato. Non gli chiedo perché pianga, sarebbe inutile, però lo ringrazio per le piccole sculture di plastilina e gli passo una mano tra i capelli. «Domani» gli dico cercando di farlo sorridere «ti racconto di quando io e Giacomo ci siamo convinti di aver trovato l’oro nel torrente dietro casa. E la mattina dopo siamo scappati per andare in città a comprare due setacci.»</p>
<p>Dico alla terapista che Christian è malato. Stamattina rimane a letto a riposarsi, non è opportuno portarlo fuori con questi dolori intestinali, forse ha qualche linea di febbre.<br />
Cammino da solo, fuori dal Centro. Lungo il viale asfaltato osservo i giardini delle villette. Oltre le recinzioni, le donne stendono i panni; gli uomini montano amache per i bambini; i più piccoli pedalano coi tricicli e giocano alle costruzioni. Se chiudo gli occhi continuo a sentire le loro voci. Nella piazza alberata compro focaccine rotonde all’olio; una bibita al chiosco; il quotidiano all’edicola. Seduto sulla panchina getto le briciole ai piccioni grassi che beccano la ghiaia. Dall’altra parte della piazza, tra due case rosa chiaro, c’è una piccola cartolibreria con una matita di gommapiuma all’ingresso. Il vento soffia improvviso e una folata ingrossa la tenda del chiosco con uno scoppio rumoroso. La luce finalmente mi appare più tenue.</p>
<p>Christian si è appena svegliato. Strofina la testa sul cuscino, si aggiusta la fasciatura sugli occhi.<br />
«Ti ho comprato un regalo» gli dico.<br />
Sistemo i recipienti di coccio sulla scrivania, la bacinella con l’acqua, i rulli per spianare, le forbici, gli stampi metallici, la carta assorbente.<br />
Passa le mani tra i capelli arruffati, si aggiusta i pantaloni. Alla scrivania muove le mani per esplorare gli oggetti.<br />
«È creta» gli dico mentre tasta il pacchetto avvolto in una pellicola trasparente. «Ci sono anche le forbici.» Faccio una pausa. «Ma solo se ne avrai voglia…» aggiungo.<br />
Christian taglia la confezione e tocca il panetto per prendervi confidenza. Affonda le dita nella pasta, poi la scava con le unghie deformandola. Ne stacca un pezzo grande come un pugno e lo massaggia col palmo delle mani. Nella stanza si solleva un odore di ciclamino; di castagno fiorito; di resina collosa; di mora matura. Quando il pugno di creta è abbastanza morbido lo preme coi polpastrelli. Io raggiungo il lavandino nel bagno e bevo un bicchiere d’acqua. Fuori si vedono gli ultimi bambini correre distratti sul selciato, mentre gli altri sono già nella veranda per i laboratori della mattina.<br />
«Ho detto alla terapista che non stai bene. Sei libero di restare in stanza, se vuoi. Io torno tra un’oretta, così puoi lavorare in pace.»</p>
<p>Di Christian, negli anni, ho avuto poche notizie, sempre più diradate nel tempo. Purtroppo ha perso l’uso di un occhio, l’altro invece è guarito completamente. Dopo alcuni mesi ha ripreso a parlare. Si è trasferito in Francia, dove hanno rintracciato alcuni suoi parenti, uno zio e un fratello maggiore. Di lui conservo cinque o sei piccole sculture, delle molte che ha modellato nelle due settimane successive; ha deciso di regalarmele, e io per questo gli sono grato. La prima, però, è quella che non potrò mai dimenticare. Due parallelepipedi, uno più grande dell’altro. Due bare. Che sono bare lo so perché vi ha inciso sopra una croce col coltellino. Non so a chi appartenessero, se fossero morti reali o immaginari, se dentro vi fossero i genitori lontani o io e lui chiusi dentro quella stanza. Non gliel’ho chiesto e lui non me l’ha detto, e anche di questo, in un certo senso, gli sono grato.</p>
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		<title>Overlovedi Alessandra Minervini</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2016 16:56:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Overlove è il romanzo di esordio di Alessandra Minervini, uscito il 3 novembre per LiberAria. Un romanzo che racconta l’amore partendo dalla sua fine: cosa siamo disposti a fare per amore? Tutto, anche lasciarci. Carmine è un cantautore indipendente, ossessionato dal controllo del peso. È sposato, ha una figlia piccola, ha il dono di prevedere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Overlove</em> è il romanzo di esordio di Alessandra Minervini, uscito il 3 novembre per LiberAria.<br />
Un romanzo che racconta l’amore partendo dalla sua fine: cosa siamo disposti a fare per amore? Tutto, anche lasciarci.<br />
Carmine è un cantautore indipendente, ossessionato dal controllo del peso. È sposato, ha una figlia piccola, ha il dono di prevedere le perturbazioni climatiche. Anna è più grande di dieci anni, è stata molto ricca, adesso lavora in quel che resta della lussuosa boutique di famiglia fondata dal padre. I due si prendono e si lasciano diverse volte, ma dopo anni di clandestinità, Anna decide di mettere un punto: pur essendo ancora innamorata, lascia Carmine. Carmine si getta nel lavoro, tenta la carriera nazional popolare a arriva il successo. Anna, invece, rimasta sola con gli enormi debiti, intraprende un viaggio nella sua Puglia che, pian piano, diventa fonte di energia vitale. Intorno a loro, una sgangherata umanità composta da anaffettivi cronici, artisti egocentrici, goffi ipocondriaci, giovani ricchi dell’Est Europa.</p>
<p>Di seguito presentiamo il secondo capitolo di <em>Overlove</em>.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Anna lo aveva lasciato subito dopo il concerto.<br />
Quello che accade quando due persone non stanno più insieme è nulla. L’impressione è che non sia cambiato alcunché.<br />
Tranne tre cose: ci si affeziona sempre meno a tutto. Primo.<br />
Si preferisce la brevità in ogni suo aspetto, anche i capelli corti a quelli lunghi. Secondo.<br />
Non si sta più insieme. Terzo.<br />
Questo elemento – il terzo – è senza dubbio quello a cui ci si abitua meno.</p>
<p>Da quando si erano incontrati la prima volta, cercandosi fino a stare male e scambiandosi false promesse, erano passati troppi mesi di mancanza e così, senza conoscere il momento esatto, tra loro era piombato il silenzio. Un silenzio consumato da distanze perbene. In quel tempo interrotto, lui dentro di lei si era sedimentato come una frittata disposta da poco su un piatto rivestito di carta antiolio.<br />
Quando erano lontani, come succedeva per la maggior parte dei giorni, ad Anna per la nostalgia fiorivano addosso delle piume smodate, viola con sottili striature verdi. Il peso delle piume era imprevisto come un temporale e, dopo un po’, a seconda della distanza che li separava, le piume diventavano insopportabili. Cicatrici ossidate. Con questo peso sulle spalle, novella dea della mancanza, Anna aveva preso la loro storia e l’aveva schiacciata come si fa sulle pareti con gli insetti minuscoli, quelli che si temono anche se non possono nuocere. Non aveva cercato una motivazione più convincente di un’altra. In fondo, per lasciarlo, non esisteva davvero un motivo migliore o uno peggiore. Un momento perfetto invece sì. Anna aveva detto basta proprio nel momento in cui tutte le cose della sua vita – pur facendole schifo – sembravano contare più di lei e Carmine messi insieme. Se si fa schifo – ripeteva a se stessa – bisogna stare da soli.</p>
<p>La prima volta di lei coincide con il battesimo di lui. Carmine, un ragazzino non le era mai sembrato, nonostante fra loro passassero dieci anni. I folti capelli avvolti nel gel, le spalle ampie, il mento sodo, le guance dritte e uno sguardo che era un misto di fiscalità e corruzione; sulla fronte di lui, troppo alta, si formava spesso una piega della pelle, un’onda anomala per la quale Anna aveva perso la testa.<br />
Carmine aveva una cosa, una caratteristica: in assenza, attiva o passiva, vinceva sempre. Non seguiva una certa strategia eppure creava dipendenza. Per esempio non taceva e basta, professava silenzi così lunghi da diventare offensivi. Dopo diversi anni – tre – e alcuni mesi – cinque – Anna aveva capito che essere innamorati non basta per desiderare qualcuno. Voleva bene a Carmine. Voleva bene persino a sua moglie e a sua figlia, pur non avendole mai viste. Quella a cui non voleva più bene era se stessa.</p>
<p>Per la maggior parte dei loro incontri Anna aveva adoperato un guardaroba che transitava tra lei, gli attaccapanni degli alberghi, le spalliere dei divani, le lavanderie, le piccole valigie e il corpo di lui. Questa trascuratezza era dovuta al suo stile di vita: aerei, macchine private, taxi (una volta qualcuno le chiese: «Che macchina hai?», lei aveva riposto: «Il taxi»).<br />
Da un po’ di tempo però le cose erano cambiate. Era stata costretta a sostituire i debiti agli agi e la sua prima reazione, come quasi sempre fanno tutti coloro che sono pieni di debiti, fu di nasconderli, fingendo di non averne. Per questo, la sciatteria era stata subito rimpiazzata da una pacchiana ostentazione che l’aveva convinta, il giorno del concerto, a scegliere il famoso vestito blu. Quello realizzato da suo padre, quindici anni prima. Le piaceva molto, anche se non l’aveva mai indossato. Quel colore e il ricamo a mano sul seno. Una spirale blu. Non il blu degli inglesi o dei preti. Nemmeno il blu del mare o del cielo. Un blu che richiamava la freschezza dell’adolescenza, una tonalità di colore ammansita per essere stata lasciata troppe ore sotto il sole. Quando suo padre terminò il disegno dell’abito, pensò che fosse la cosa più onesta che avesse fatto nella vita. Nunzio disse proprio così alla figlia: «Tu mi fai sentire una brava persona». La voce di suo padre sapeva di gazzosa come se nella bocca avesse avuto bollicine che sputava in ogni parola: «La seta quando è pura non si sgualcisce» aveva detto ad Anna, consegnandole il vestito.<br />
La voce è l’ultima cosa che se ne va quando una persona sparisce, non si dimentica. Le parole diventano una lingua perduta ma le storie che ha raccontato continuano a esistere, mettendo alle strette chi rimane.</p>
<p>La pelle di Anna non si era smagliata, il suo corpo non aveva accumulato chili di troppo, non un filo di cellulite sulle cosce, nemmeno quella standard. In viso, non una grinza. Dentro un vestito nuovo o vecchio non faceva differenza. Sulle gambe screpolate per via del lenzuolo, i jeans universitari le calzavano ancora alla perfezione e questo le dava una sensazione di perdita di controllo sul tempo, sulla femminilità.<br />
Quell’abito, eccessivamente gonfio sui lati, la faceva sentire una principessa inciampata.</p>
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