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	<title>Colla &#187; numero 5</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Catalogo dei baci di Alessio Arena</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:09:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Legato mani e piedi com’era stato negli ultimi giorni Ulisse non aveva potuto volare. Tutto quel fieno e quell’odore di marcio, lo tenevano costretto alla compagnia di un giovane palafreniere che abitava dall’altra parte del paese, uno che l&#8217;avrebbe tenuto a bada, disse, senza alcuna provvigione, ma per diletto e per curiosità cristiana. Continua a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Legato mani e piedi com’era stato negli ultimi giorni Ulisse non aveva potuto volare. Tutto quel fieno e quell’odore di marcio, lo tenevano costretto alla compagnia di un giovane palafreniere che abitava dall’altra parte del paese, uno che l&#8217;avrebbe tenuto a bada, disse, senza alcuna provvigione, ma per diletto e per curiosità cristiana. <a title="Catalogo dei baci di Alessio Arena" href="http://www.collacolla.org/?p=1930">Continua a leggere</a></p>
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		<title>Rapsodia su un solo tema di Claudio Morandini</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:06:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prefazione (abbozzo n. 2) Ho sempre trovato avvincente come una trama romanzesca il percorso umano e artistico del compositore russo Rafail Dvoinikov. Negli anni venti, egli si è fatto conoscere in Unione Sovietica come un nervoso distruttore di impalcature accademiche; si è presentato al mondo come uno scontroso antiborghese che, al pari di altre avanguardie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prefazione (abbozzo n. 2)</em></p>
<p>Ho sempre trovato avvincente come una trama romanzesca il percorso umano e artistico del compositore russo Rafail Dvoinikov. Negli anni venti, egli si è fatto conoscere in Unione Sovietica come un nervoso distruttore di impalcature accademiche; si è presentato al mondo come uno scontroso antiborghese che, al pari di altre avanguardie di quegli anni, ma con risultati più convincenti e durevoli, ha denudato convenzioni, squinternato tradizioni, buttato all’aria istituzioni e maestri, scrivendo opere di un’offensiva modernità.<span id="more-1098"></span> In virtù di quest’opera di demolizione, beffarda quanto seria, è assurto a membro onorario del consesso di artisti che, in parallelo alla rivoluzione politica nel suo paese, avrebbero voluto rigenerare il mondo delle arti. Ma quando la rivoluzione politica si è adagiata – come spesso, o forse sempre, accade – in un ripensamento via via più cupo e oppressivo dei propri fondamenti, egli, con molti altri, si è trovato prigioniero proprio di quel ruolo di distruttore delle convenzioni borghesi che prima gli era stato attribuito come massimo merito e ora gli veniva rinfacciato come pericolosa deviazione. Sono seguiti anni di difficoltà, di stenti anche, e di pentimenti brucianti come umiliazioni. Dvoinikov, audace sul pentagramma, ha dovuto imparare l’arte di dissimulare il suo carattere, e fingere di essere un prudente esecutore di direttive altrui – senza riuscirvi mai, e in questo fallimento sta la grandezza della sua musica, che oggi possiamo leggere come uno dei massimi esempi di un’arte tanto prepotente da sfuggire allo stesso artefice.<br />
La particolare condizione di Dvoinikov è comune a molti musicisti di varie epoche. In passato, i compositori di corte, vincolati a potenti committenti, sfornavano opere per ogni occasione e mangiavano al tavolo dei servitori, come dipendenti di rango inferiore. Nel Novecento, quando ormai la figura dell’artista e dell’intellettuale sembra essersi emancipata da qualunque genere di autorità, la fioritura di regimi totalitari riporta gli artisti nella stanza da pranzo dei servi – tutti, tranne quelli disposti ad assumere, in piena sintonia con i regimi, ruoli di responsabilità, fino a sporcarsene le mani, e quelli pronti a espatriare.<br />
Dvoinikov non ha scelto il silenzio o l’esilio, come altri suoi colleghi; per umiltà e necessità, non per servilismo, si è inchinato dinanzi alla mediocrità minacciosa dei suoi giudici, e ha provato – senza davvero riuscirci, ripeto, e per nostra fortuna – a non essere originale. Le sue opere degli anni trenta e quaranta, ascoltate oggi, suonano lacerate tra il bisogno di compiacere, un bisogno perseguito con un superiore senso di artigianato, e un persistente, sofferente profluvio di irregolarità, ammicchi, ripiegamenti, urli e tenerezze, incongruità e scatti d’ira, che irrompono nella palude di retorica, tramutando l’accademismo su cui galleggiano in un cumulo sarcastico e potente di rovine.</p>
<p>Nonostante il rispetto generale di cui gode presso la critica più avvertita, Dvoinikov è sfuggito finora a ogni serio tentativo di analisi musicologica, se si eccettuano i contributi di Swantner e Auberson negli Stati Uniti, Moyzes in Germania e Jerkinov in Unione Sovietica, tutti a modo loro pionieristici, ma parziali e non esenti da abbagli.<br />
Jerkinov, nel suo <em>Panorama dei musicisti nel secolo del Comunismo</em>, del 1957, è il primo a dare a Dvoinikov il posto che gli spetta accanto a Shostakovich, e al di sopra di rispettabili talenti come Glière, Kabalevsky e Khachaturian. La sua visione critica, ancora fortemente influenzata dallo zhdanovismo, che pure attacca a più riprese, non considera se non le opere dell’ufficialità, ignorando del tutto la produzione privata (clandestina, per meglio dire), per lo più cameristica, e prescindendo dalla stagione giovanile legata ai movimenti delle avanguardie.<br />
Swantner, nel 1968, è il primo negli Stati Uniti a interessarsi alla figura di Rafail Dvoinikov (<em>Un puro musicista, un musicista puro: Dvoinikov</em>); però, pur con le intenzioni migliori, egli trasforma il suo soggetto in un eroe tragico, che titanicamente resiste alle imposizioni del regime e se ne fa beffe. Ne deriva una figura neoromantica e anzi quasi beatnik di ribelle individualista in una società oppressiva, in una ricostruzione suggestiva ma frutto di un fraintendimento culturale piuttosto naïf, che si può comprendere (non perdonare) solo considerando che Swantner ha avuto accesso unicamente alle opere della giovinezza, giunte fortunosamente in America.<br />
Più documentato e prudente, ma pur sempre limitato, il lavoro di Auberson (<em>Dvoinikov e Shostakovich: un confronto critico</em>, 1974), tutto giocato, ahimè, sulla contrapposizione tra i due compositori, che il musicologo di Philadelphia, che ho avuto l’onore di avere come maestro e mentore qui alla Drexel University, risolve sempre a vantaggio del secondo. A guastare – lo scrivo con rammarico – la prospettiva critica di Auberson, oltre all’accostamento tra due grandi di grandezza diversa, è l’intento dichiaratamente polemico nei confronti di Swantner. Se questi ha esaltato la componente ribellistica di Dvoinikov, Auberson, in possesso di una documentazione più ampia, relativa anche alla lunga, triste stagione della soggezione ai principi del realismo socialista, ne sottolinea invece le rinunce, gli opportunismi, gli adeguamenti umilianti. Il risultato è un ritratto piuttosto desolante di Dvoinikov, come uomo oltre che come musicista – e, naturalmente, un’implicita attribuzione di imbecillità a Swantner, che a suo tempo non se ne è accorto<sup>1</sup>.<br />
Lontano da ogni intento polemico, in isolamento anzi quasi totale, il tedesco Moyzes dà alle stampe nel 1979 il primo vero saggio monografico su Dvoinikov (<em>Dvoinikov compositore di contrasti</em>); è significativo il fatto che egli trascuri i contributi dei suoi predecessori, e non certo per ignoranza. Moyzes intende davvero proporre il primo serio studio su un «musicista la cui grandezza negletta, sbocciata in condizioni di spaventoso disagio, risalterà nelle sue reali dimensioni quando finalmente il mondo saprà di quali effettive condizioni si trattava». Nonostante questa tirata, assai goffa per la verità (ma Moyzes proprio in quegli anni aveva varcato il confine della Germania dell’Est, in circostanze alquanto avventurose), l’opera del tedesco è essenzialmente musicologica e comparativa, irta di tecnicismi e focalizzata sulle partiture, mentre l’uomo, cioè Dvoinikov, quasi non viene considerato. Non è un caso che Moyzes, che ha avuto accesso a un numero ragguardevole di musiche stampate e ha pure consultato abbozzi, revisioni e varianti, non abbia però mai guadagnato la fiducia del compositore russo, che dopo qualche contatto epistolare ha preferito rimanere in disparte.<br />
Bene, come si nota la letteratura critica su Rafail Dvoinikov è superata e ormai inadeguata, alla luce delle più recenti acquisizioni. Egli ha continuato a comporre, con una libertà che non ha mai conosciuto prima, sia pure ad un ritmo meno intenso. È ora di rileggere l’evoluzione del suo stile, le fasi della sua produzione, con un’ottica non più sfocata dalla lontananza come quella di Auberson e Swantner, o dall’ideologia come quella di Jerkinov, o inficiata dall’accademismo e dalle discipline alla moda come quella di Moyzes.<br />
Dvoinikov è un uomo dalla vita complessa e satura di avvenimenti, spesso non piacevoli, e una mente dai ragionamenti mai ovvi, mai lineari. Voglio dare testimonianza anche di questo, oltre che della intricata altezza delle sue composizioni, anche di quelle più controverse.</p>
<p><em>marzo 1996</em></p>
<p><em>Ethan Prescott</em></p>
<p>(…)</p>
<p>DAL DIARIO DI ETHAN PRESCOTT</p>
<p><em>12 marzo</em></p>
<p>«Dvoinikov?» mi scrive Edna. «Ha un mercato?»<br />
Sono abituato alla laconicità delle sue mail. So che non vuole suonare definitiva, ma solo risparmiare tempo, e dunque le sue domande, all’apparenza negativamente scettiche, esprimono solo una perplessità che qualche buon argomento potrebbe smorzare.<br />
«Dvoinikov è il più grande compositore russo vivente. Con Elliott Carter e pochi altri, il più grande compositore vivente e basta» rispondo.<br />
«Davvero? Perché allora non ne sento mai parlare se non da te, caro?»<br />
«Perché frequenti le persone sbagliate, cara.»<br />
«Che vuoi fare, intervistarlo?»<br />
«Intervistarlo, commentarlo, presentarlo al pubblico americano. Nessuno ci ha mai pensato prima.»<br />
«E questo dovrebbe convincermi?»<br />
«Dvoinikov è un pezzo importante di storia del Novecento. È come Shostakovich, ma ha il grande vantaggio di essere ancora vivo, anche se, temo, ancora per poco.»<br />
«Procedi, allora. Ma considera se non sia meglio aspettare di pubblicare il tutto quando sarà morto. La notizia della morte suscita sempre un incremento di interesse.»<br />
«Sei cinica.»<br />
«Sono adorabilmente cinica, mi dicevi una volta. Che fine hanno fatto i tuoi avverbi?»<br />
«L’interesse c’è già: quel vecchio maestro vive isolato in una dacia di famiglia, e non vuole nessuno attorno, se non una collaboratrice. È già un personaggio interessante, sul genere di Salinger, non credo si debba aspettare che muoia.»<br />
«Io lo voglio morto.»<br />
«Sei esasperante.»<br />
«Adorabilmente esasperante, prego. Quando parti?»<br />
«La prossima settimana. Sto via tre giorni, per ora. Poi tornerò a trovare Dvoinikov un altro paio di volte, o almeno fino a che non avrò materiale sufficiente.»<br />
«Non speri che ti paghi io le trasferte, vero?»<br />
«Ci sono i fondi dell’università per questo<sup>2</sup>. È una ricerca per i corsi della mia facoltà, oltre che per il libro che ti renderà ricca. Tutto l’anno accademico è dedicato a Dvoinikov: lezioni, conferenze, concerti… Io in Russia vado comunque, anche se tu non sei interessata. Troverò di sicuro un altro editore disposto a pubblicare il libro.»<br />
«Capito. Ma quando torni ti devo parlare di un altro progetto.»<br />
«Musica?»<br />
«Musica, e che altro? Sei tu che ti credi uno scrittore, Ethan. Detesto i musicisti che scrivono parole. Sanno a malapena finire una frase, e già vogliono scrivere la storia della loro vita. E hanno solo trent’anni! Bene, mi sono sfogata. Buon viaggio, attento a non prenderti malattie.»</p>
<p><center>***</center></p>
<p><em>15 marzo</em></p>
<p>Quando Carl scopre che ho preso un biglietto aereo per San Pietroburgo – uno solo, e per me – comincia a tenermi il broncio come se glielo avessi nascosto.<br />
«Me lo volevi tenere nascosto?» mi dice infatti, con la voce che già trema.<br />
«Oh, andiamo. È un viaggio di studio, non di piacere.»<br />
«Perché non me lo hai detto, allora?» Mi strappa il biglietto di mano, lo scorre con attenzione alla ricerca di qualcosa. «Ecco. Lo hai acquistato tre giorni fa. C’è la data, Ethan. Avevi tre giorni per dirmelo, oltre ai precedenti in cui avresti potuto comunque dirmi che te ne andavi senza di me.»<br />
«Non credevo che la Russia ti interessasse, ecco tutto.»<br />
«La scena jazz russa è incredibilmente interessante, per me, invece» argomenta. «E San Pietroburgo è straordinariamente vivace, da questo punto di vista, dicono. Non ci credo che non hai pensato di propormelo.» E poi, quasi sottovoce ma più aspro: «Ti importa così poco?»<br />
È amabile – detto tra noi – quando si stizzisce per qualcosa. Per mio grande privilegio, il suo caratterino lo porta a stizzirsi spesso, il che me lo rende amabile molte volte alla settimana, spesso più di due volte al giorno.<br />
«Incazzarti non serve a nulla» decido però di mentire. «E, Carl, non ti dona per niente.»<br />
«Non sono incazzato. Voglio solo capire.»<br />
«Bene, ti spiego. L’intervista a Dvoinikov non può procedere solo per lettera. Ho bisogno di parlargli, di vederlo, di sentirlo reagire. Devo registrare la sua voce, capisci? Come musicista, mi interessa moltissimo la sua voce.»<br />
«Alibi fiacco» sibila. Poi si raddrizza la cravatta, che per la verità non mi pareva fuori posto.<br />
«Torno in capo a una settimana, e che diavolo! L’editore mi sta addosso, lo sai com’è Edna, vuole che concluda. E devo scattare delle foto, e curiosare in mezzo alle sue carte – di Dvoinikov intendo, e…»<br />
«Perché non usate internet?»<br />
Ora si sistema il colletto della camicia candida, anch’essa impeccabile.<br />
«Lui non sa nemmeno che cosa sia internet, e poi è quasi cieco, Carl! Deve pure farsi scrivere le lettere da una segretaria…»<br />
«Le segretarie servono a quello, dopo tutto.»<br />
«Insomma, io parto. Mi spiace, avrei dovuto dirtelo. Ma non cercare di farmi sentire in colpa, Carl. Carl?»<br />
Di nuovo lo sguardo stizzito di prima, più di prima. In casi come questo, uno scatto di nervi lo può far piangere come un adolescente che si senta tradito. Lo trovo adorabile anche in tali circostanze, un grande, signorile, asciutto, elegante cinquantenne che piange – e piange per me, e piange in ultima analisi perché mi ama. Ma ora vorrei evitare ogni deriva sentimentale o melodrammatica.<br />
«Voglio le tue scuse» sillaba dopo un po’.<br />
«Le mie scuse?»<br />
«Sì.»<br />
«Ma non ha senso! Non tra noi! Non siamo mica colleghi d’ufficio, per la miseria, siamo…» (ora lo dico) «… siamo fidanzati!»<br />
«Credo che mi sentirei meglio comunque dopo le tue scuse.»<br />
«Non ho nulla di cui scusarmi.»<br />
«Però dopo mi sentirei meglio, Ethan. Basterebbe questo per farti scusare, no? Se mi ami, scusati.»<br />
Un amabile vecchietto. La prospettiva di accompagnarlo verso la decrepitezza e di assisterlo fino agli ultimi giorni mi commuove e a volte mi esalta, anche se ovviamente non sento nessuna fretta di arrivarci.<br />
«Scusami» gli concedo.<br />
«Scuse accettate.»<br />
Prova a sorridere. Poi mi prende la mano.<br />
Non mi sono ancora abituato del tutto a convivere con un jazzista laureato in architettura che ha quindici anni più di me e gira per casa in camicia e cravatta anche quando potrebbe starsene in mutande. Intendiamoci: mi piace abitare con un inappuntabile, virile damerino del ventesimo secolo; solo che non cessa di stupirmi che uno così diverso da me desideri condividere le sue cose con me, e che io lo desideri a mia volta.</p>
<p><sup>1</sup> È incredibile quanto questo vezzo polemico inacidisca la vita delle università. Il prof. Auberson, per il resto studioso di non poche virtù e docente dotato, esibiva la sua natura conflittuale e vendicativa anche durante le lezioni, che spesso vertevano sulle dispute recenti o passate che lo avevano coinvolto e che di solito si fondavano su minuzie di nessun conto, più che sull&#8217;argomento del corso. Si raccontava che avesse anche sfidato a duello un suo avversario (no, non Swantner, ma un altro di cui non ricordo il nome), come avrebbe fatto il più permaloso gentiluomo dell&#8217;Ottocento, per una questione di varianti tra la versione per voci e strumenti della <em>Messa</em> di Stravinsky e la riduzione per voci e pianoforte – imputabile, per quel che ne so, a un banale errore di stampa.</p>
<p><sup>2</sup> Con Edna sorvolo sulle difficoltà che ho incontrato nel fare approvare l&#8217;attività. Nessuno del consiglio accademico conosceva Dvoinikov, e qualcuno si è pure chiesto ad alta voce se fosse opportuno spendere tanti soldi per un vecchio russo, quando tra i nostri giovani musicisti si nascondono tanti talenti brillanti.</p>
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		<title>La mamma di Sandro di Lorenzo Mercatanti</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:05:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Lì le mani le metto io, qui è casa mia.» Bisogna lasciar fare ché poi cambia umore, basta non dirle niente, io torno sui libri e sono subito in difficoltà, la testa tra le mani e allora lei subito a dirmi: «Su, coraggio, molla tutto almeno per oggi – adesso ride – tanto prima o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Lì le mani le metto io, qui è casa mia.»<br />
Bisogna lasciar fare ché poi cambia umore, basta non dirle niente, io torno sui libri e sono subito in difficoltà, la testa tra le mani e allora lei subito a dirmi: «Su, coraggio, molla tutto almeno per oggi – adesso ride – tanto prima o poi imparerai a fregartene di ogni cosa, se non vuoi farti prendere il cervello, o ancora peggio&#8230; il cazzo».<span id="more-1099"></span><br />
Ma che fa Sandro, perché non torna?<br />
Faccio per andarmene, sulla porta la ringrazio. Poi mi dico no, aspetto che torna Sandro.<br />
Lei cambia sguardo. «Vattene via» urla.<br />
Ci capito spesso qui. Delle volte ci sono rimasto a dormire anche due tre notti di fila, per via delle mie periodiche fughe da casa e poi con Sandro è dal primo anno delle superiori che studiamo assieme, e lei è per me una seconda madre. Una madre.<br />
Lei mi racconta della propria di madre, «Chi ha babbo e mamma non pianga, è diverso andar di là e trovarla nel letto, che trovarci il letto vuoto. Adesso ha novantatre anni, è all’ospedale, ha una piaga dietro la schiena. Probabilmente a stare sulla sedia a rotelle con il caldo di quest’estate… stanno morendo come mosche i vecchi, speriamo in grazia di Dio».</p>
<p>«Posso avere un bicchier d’acqua?»<br />
«Sì, ma per favore esci dalla cucina.»<br />
Lei arriva con l’acqua. Io sono vicino alla credenza.<br />
«Lo prendo io il bicchiere, non occorre…»<br />
«No, se permetti lì le mani le metto io, qui è casa mia.»<br />
La lascio fare.<br />
«Ce l’ho il tuo telefono? No. Me lo puoi lasciare? Voglio poterti chiamare. Posso chiamarti, vero?»<br />
Eccolo Sandro, se Dio vuole, era sceso giù al bar a prendere qualche birra fresca, «Mamma, ne vuoi un bicchiere pure te?».<br />
«Grazie.»<br />
Poi la versa a me, «Quanti canti abbiamo ripassato oggi?».<br />
«Tre» faccio io.<br />
«Se tiravamo un po’ via ne facevamo anche cinque ma con te non c’è verso.»<br />
«Dante o si ama o si odia» fa sua madre.<br />
Lui non la sente, «Facciamo basta per oggi».<br />
Sua madre che beve la birra, guarda davanti a sé. Sandro attacca a parlare delle vacanze dopo la maturità e io lo ascolto come parlasse da un sogno, dall’attesa delle vacanze.<br />
«Sì, facciamo basta.»</p>
<p>A volte a sua madre le chiediamo spiegazioni per il latino, lei ce l’ha ancora tutto in testa il latino, anche se è già un bel pezzo che non insegna più, è andata in pensione per via di un esaurimento, ogni tanto ci racconta degli ultimi anni a scuola, degli studenti che le volevano bene e che le erano vicini e di quelli che s’approfittavano della sua condizione, «Chi mi voleva bene e chi s’approfittava». Una volta uno studente stava per spengerle una sigaretta sulla faccia, era arrivato subito il babbo di Sandro, anche lui insegnante in quella scuola, «Era corso a vedere, gli pareva di sentire più confusione del normale, il normale era la confusione, negli ultimi tempi non avevo più il controllo sugli studenti, su nulla, lasciavo correre tutto… non m’accorgevo, anche della sigaretta che avevo davanti agl’occhi… non m’ero accorta… me l’hanno raccontato in infermeria, c’era il preside, il preside mi voleva bene, m’ha voluto bene e sono ancora viva».</p>
<p>«Io vado un attimo di là da Damiano» fa Sandro. Oggi c’è anche il suo fratellino, ha l’influenza, di solito quando finisce la scuola c’è il pulmino che lo porta in una comunità dove trascorre la giornata.<br />
Alla sera il babbo di Sandro passa a riprenderlo per riportarlo a casa. Questa cosa andrà avanti finché sua madre non starà meglio. Finché il medico non dirà che sta meglio.<br />
Lei mi racconta quello che racconta al medico, «Al medico gli dico: “Molte donne, per non ammattire, finiscono che diventano le puttane del marito, poi piangono in bagno, altrimenti il marito se ne va a puttane e l’abbozza d’infastidire la moglie per scopare. Altri mariti, che non vogliono tradire perché sentono la pressione della morale, si masturbano. Casomai alcuni poi vanno pure a confessarsi. È che quando due decidono di sposarsi, prima di andare dal prete dovrebbero andare dal medico. Ci vanno dopo, a cose fatte”. Al medico gli dico che per lui non cambia niente, prima o dopo fa lo stesso, io lo dico per i due che si devono sposare. Al medico gli chiedo: “Cosa resta a queste donne rispetto a me… la cosiddetta salute mentale?”».<br />
Lei ora c’ha questa fissa che il marito la tradisca. Durante le ultime visite, al medico gli chiede sempre se le può raccontare ancora una volta di quel suo paziente, un professionista sposato con due bambini, che gli si era rotto il preservativo con una puttana.<br />
La mamma di Sandro dice: «Oddio, più che la paura dell’aids… c’era andato per confidarsi».<br />
Il medico glielo racconta ogni volta, che quel paziente aveva paura di aver beccato l’aids e che, più che altro, era venuto per confidarsi. Guardiamo, gl’ha detto il medico, e te per ora non scopare con tua moglie, se no… attenzione!<br />
«Attenzione! Attenzione!» mi urla la mamma di Sandro, io la lascio gridare e raggiungo Sandro in camera, da Damiano.<br />
Ai piedi del letto ci sono diversi giornalini, più che altro Topolino, qualche Zagor, tutti gli altri non li conosco.<br />
Il fratellino di Sandro è seduto sul letto, in pigiama, «Ehi ciao, lo sai che ci sono un sacco di modi per dire HUCKLEBERRY FINN, dimmi un po’ chi è questo che dice HUCKLEBERRY FINN». Si mette a fare dei versi, come se avesse un tic a un occhio, «HU… HU-HU… HUCKLE… HUCKLEBERRY… FINN».<br />
Sorridiamo.<br />
«Allora me lo dici chi era?» fa Damiano.<br />
«C’arrendiamo» dico io.<br />
«Era Adriano Celentano che diceva HUCKLEBERRY FINN.» Quindi si mette sdraiato sul ventre e prende a strisciare sul letto, avanzando sui gomiti, «HUCKLEBERRY FINN, HUCKLEBERRY FINN – dice e insieme fa il rumore di una mitraglia – rat-ta-ta-ta-ta, HUCKLEBERRY FINN! HUCKLEBERRY FINN! Vedete, questo è un soldato che dice HUCKLEBERRY FINN».<br />
«Questo l’avrei indovinato.»<br />
«Ecco, lui!» fa Sandro.<br />
«Ehi, lo so che l’avresti indovinato pure te.»<br />
«No no, io non l’avrei indovinato.»<br />
«Ehi, guarda questo!» Damiano prende uno scheletro di quelli di gomma fosforescenti, lo tiene nel palmo della mano, lo guarda fisso, l’espressione seria, il braccio disteso. «HUCKLEBERRY… FINN? Ecco! Questo era il principe Amleto che diceva HUCKLEBERRY FINN.»<br />
«Avresti indovinato pure questo!»<br />
«Ehi, vedi che stiamo imparando!»<br />
Adesso il bambino c’ha in mano un libro preso dal comodino, «Indovina un po’ questo».<br />
«Ok, però mi aiuta anche tuo fratello.»<br />
«No, non può, è lui che me li ha insegnati. Forza! Indovina!» Avvicina la faccia al libro, comincia a soffiarci sopra, soffia sul titolo dall’inizio alla fine. «Allora? Dimmi cos’è.»<br />
«Questo proprio non lo so» mi giro e guardo Sandro.<br />
«Il vento – fa Damiano – è il vento che legge HUCKLEBERRY FINN.»<br />
Noi lo salutiamo e ce ne andiamo in cucina a prenderci da bere.<br />
«Quella del vento mi è piaciuta.»<br />
«Che gli vuoi dire a un bambino.»</p>
<p>La mamma di Sandro, Damiano voleva portarlo dal suo medico, «Il medico dovrebbe saper curare la madre e il figlio, il vecchio e il bambino. Dovrebbe affilarsi la testa come uno strumento chirurgico ma in quei termini lì, madre-figlio vecchio-bambino. È l’unico modo per ottenere qualcosa e fronteggiare qualunque problema gli si presenti. La capisco la specializzazione, è chiaro che ha da esserci e anche esasperata, ma non è una contraddizione quello che dico. Già il pediatra, già il pediatra per me è come un veterinario, solo che la bestia a dieci-quindici anni muore, l’uomo no. E per il pediatra da lì in poi è buio completo. Ma è medico, pensano tutti, lo sa cosa c’è da lì in poi, certo, ma più che va avanti, che fa il pediatra, quotidianamente, il quotidiano dell’ambulatorio pediatrico, le bizze il moccio la tosse, più che diventa pediatra più che si fa buio da quei dieci-quindici anni in poi e più che diventa un ingranaggio, e anche ben oliato e perfettamente funzionante, nel sistema sanità. E i bambini guariscono lo stesso, la maggioranza. Guariscono malgrado il pediatra».</p>
<p>«Il medico annuisce quando gli dico così ma preferisce che Damiano lo porti dal pediatra, poi mi dice che gli faccio venire in mente una donna che conosce. Dev’essere un’altra sua paziente, lui dice che a differenza di me non ha figli, non ha potuto averne. Te ci vai in centro, io non vado più in nessun posto, i muri sono tappezzati di manifesti con su scritto: <em>Il tuo bambino più sano più bello</em>. E ci sono donne che non possono avere figli. Una disgrazia. Non potere avere figli. La peggiore. Le donne che non possono avere figli sono le peggiori. Lo stato gli dà i soldi per il medico invece di dargli un figlio. Io la vedo quella che mi somiglia, davanti a uno di quei manifesti che ti dicevo, far dei freghi sul bambino del manifesto e scriverci oscenità. Se arriva la polizia, mentre è lì che imbratta, si lascia portar via senza protestare, d’altronde l’ha fatto perché venisse la polizia per portarla via, dalla sua disgrazia. La peggiore.»</p>
<p>«I giorni che trascorri in questa casa e i giorni che non ci sei, senza poterti telefonare. Ora che ti sei seduto, che ti sei seduto su questa sedia, ho paura che mio figlio non si possa più sedere. La sento così questa casa, non più come una casa, staccata, come un luogo di ritrovo dove se uno occupa una sedia l’altro sta in piedi.»<br />
Il babbo di Sandro la mattina insegna ai geometri, il pomeriggio e la sera in altre scuole private, più le ripetizioni che dà. Gli avanza un po’ di tempo per rifiatare. Sandro dice sempre: «Magari avesse il tempo per metter due corna alla mamma, casomai sarebbe meno incazzoso quei tre minuti che sta a casa».</p>
<p>Una sera la mia di madre mi dice: «Ha telefonato la mamma di quel tuo amico».<br />
«E te l’hai lasciata parlare e poi hai riappeso, vero?» Erano le istruzioni che le avevo dato, dopo averla avvisata di una possibile telefonata di quel genere.<br />
«No, mi ha detto delle cose molto belle. Mi ha detto che era commossa perché te le avevi fatto un regalo, un libro con su scritto la dedica <em>alla mia seconda mamma</em>. Poi ha detto che i suoi figli sono dei delinquenti…»<br />
Gliel’ho regalato tre anni fa quel libro, di figli in età da delinquente ce n’ha uno solo.<br />
«… che non gliene frega niente delle madri ai figli, che quindi bisogna fregarsene dei figli. Che anch’io devo fregarmene di te. Io le ho detto che aveva ragione e lei m’ha interrotto subito, “Brava! Hai capito, ciao”. E ha riattaccato.»</p>
<p><center>2</center></p>
<p>È da un po’ che non vedo Sandro, che son passate le vacanze dopo la maturità, era giusto da allora che non lo vedevo né sentivo. Al telefono ha detto, ma sì vediamoci, che veniva a prendermi in stazione e io sono già qui in stazione che mi guardo intorno.<br />
Oggi c’è un gran vento, è ancora giorno ma non c’è nessuno in giro, ai giardini niente mamme coi passeggini o nonni coi nipoti o i soliti dementi con le mani in mano, solo un nano a dar da mangiare ai piccioni e poco più in là tre puttane, sedute su una panchina, che non fanno altro che togliersi i capelli dagli occhi. Una donna esce dalla stazione, mi si avvicina sorridendo, vuole attaccar discorso, «Oggi sembra lunedì». Come mai? Mi trattengo dal chiederglielo. Come mai a certe ore, in stazione, ci trovi solo di questa gente che non c’è verso di mettere insieme due frasi senza passare da mezzo scemo pure te?<br />
«È per via della festa, è per quello, non le pare?»<br />
Annuisco, sperando l’abbozzi presto.<br />
«Ma arriverà l’estate?»<br />
Nel frattempo il nano ha allargato le braccia e se ne sta lì, come un crocefisso, mi sembra guardi verso di me e sorrida, le mani a cucchiaio piene di molliche di pane e i piccioni sono tutti per lui. Che soddisfazione! Mi fa quasi rabbia. Casomai conosce questa sconclusionata e se la ride che m’ha accalappiato. Certo che arriverà l’estate, e il solleone squaglierà tutti i nani sbruffoni! Tieniti pure i tuoi piccioni che io questa tra poco me la scrollo di dosso. Ma quando arriva Sandro?<br />
«Lei è proprio di Prato?»<br />
«Sì – mi decido ad aprir bocca – però adesso abito in vallata.»<br />
«Che cos’è la vallata?»<br />
Faccio per indicarle in direzione del fiume, ma lei: «Io sono napoletana».<br />
«È tanto che vive qui?»<br />
«Una vita. Ci sono venuta con mio marito che purtroppo è morto giovane, la mattina non si è svegliato.»<br />
«… non ha sofferto.»<br />
«Niente.»<br />
«Meglio così.»<br />
«Non per chi rimane. Senza preavviso, non ho mangiato per due anni.»<br />
«È sola adesso?»<br />
«Sì, sono sola. I figli, per fortuna ho i figli. Non vivono più in casa però… me lo ricordo benissimo quand’erano bambini, così bene che se vedo un bambino posso indovinare quanti anni ha. Quel bambino laggiù, ai giardini, lo vede?»<br />
Guardo verso il nano e provo a fiutare l’aria e sentire l’odore della stazione, del nanismo, delle puttane, del dolore di questa donna, provo a fiutarlo come lei può indovinare l’età di un nano scambiato per bambino. Il vento non mi porta nessun odore, tranne un clacson fastidioso che si fa sempre più vicino, sono io che non so sentirlo il vento, mi ritrovo i capelli sulla faccia e non fo altro che scostarmeli di sugli occhi e liberare lo sguardo: eccolo Sandro! Con la macchina di suo padre, e risuona, non l’avessi sentito.<br />
«Oh! Che suoni! T’ho visto! Dov’è che andiamo?»<br />
«Domenica c’ho una cosa, mi serve una camicia nuova.»<br />
«Domenica c’hai cosa? Un matrimonio?»<br />
«Dai, monta.»<br />
Io monto ma andare in centro è tutta una coda che si fa prima a piedi.<br />
«Io a piedi non vado più nemmeno in stazione – fa Sandro – chi era quella donna?»<br />
«Chi la conosce… oh! Non sarai mica te che ti sposi?»<br />
«Ma che dici, è un mio compagno d’ingegneria, ha messo incinta la ragazza e si sposa.»<br />
«Senti che ingegnere bravo.»<br />
«Io glielo auguro di diventare ingegnere… ma con questa faccenda dello sposarsi, dell’avere un figlio, mi sa gli tocca mollare e trovarsi un lavoro. Peccato, era uno sveglio.»<br />
«Se ha bisogno di uno che lo sostituisca in facoltà per un due tre anni, finché lui mette da parte qualche soldo e il bambino è già più grande, io son qui.»<br />
«Domani glielo dico. Grazie del pensiero.»<br />
«Figurati.»<br />
Il primo semaforo che incontriamo, rosso, la nostra macchina è bell’e in coda. È così fino in centro, che avevo detto. Ai semafori ci sono delle ragazze con dei volantini. Sandro se le sorbisce tutte, ascolta e non ascolta, dice che ha già fatto in un’altra occasione l’offerta che gli chiedono, le ragazze si sentono dire così e lasciano perdere.<br />
«Te mi credi che l’ho già dati i soldi?»<br />
«Ma per cos’è che te li chiedono?»<br />
«Pensa te che io l’altra volta credevo mi parlassero di un cane cieco.»<br />
«Ci saranno anche loro» penso ad alta voce.<br />
«Merda d’un semaforo!» Becchiamo un altro rosso.<br />
«Cane e cieco, bel casino.»<br />
«Eh sì.»<br />
«Volete fare un’offerta per comprare un cane a un ragazzo cieco?» Un’ altra ragazza. Sandro si fruga in tasca e le dà qualcosa.<br />
«Mi fa piacere rivederti» mi dice come ci rimettiamo in moto.<br />
«Bene, pure a me. Te pensa l’altro giorno ero vicino casa tua e mi dicevo, ora provo a suonare da Sandro. Vabbe’…»<br />
«Dovevi suonare, se non c’ero io c’era mia madre. Te passa che le fa piacere. È un po’ di tempo che si trascina una bronchite e poi qualche mese fa è morta la nonna, io e il babbo in casa ci stiamo poco…»<br />
«Uno di questi giorni ci capito, sicuro, non trovo te trovo lei… e i gatti, come ai bei tempi.»<br />
«No, peggio. T’avviso, la casa è diventata un ostello per gatti.»<br />
«Ce n’erano anche prima.»<br />
«Sì, ma se ne stavano fuori, c’avevano il loro mangiare fuor di casa, non te l’immagini la puzza che fanno tutti quei gatti ad averli dentro. Ho perso pure il conto di quanti sono.»<br />
«Te lo ricordi quando trovammo quello mezzo morto davanti casa?»<br />
«Me lo ricordo, che lo portammo al centro di scienze naturali.»<br />
«Ne trovo uno di questi di adesso mezzo morto, mi sa che non la rifò tutta quella trafila. Oh meno male, eccoci arrivati.»<br />
«Meno male.»<br />
«Che fai m’accompagni?»<br />
«Ti ci vuole sempre una vita a te per negozi?»<br />
«Sì.»<br />
«Allora ti raggiungo tra un po’, faccio prima un giro per il centro.»</p>
<p>Oggi sono passato vicino a casa di Sandro, mi sono fermato e ho provato a suonare. Sandro non c’era, c’era solo sua madre, era caldo, ho fatto per baciarla sulle guance, «Per carità… ho la tigna – mi ha frenato – per via dei gatti».<br />
L’ho seguita fino in cucina, «Come va?». Ho ripetuto la domanda, sovrappensiero, guardandomi intorno, ho passato tanto di quel tempo in questa casa, e fa sempre questo caldo, non si respira, e io e Sandro eravamo di là a studiare, e lei a portarci tutto quel caffè, Sandro sempre a lamentarsi che eravamo indietro coi programmi vale a dire tutti quei nomi le date, roba da matti, più tutta l’altra roba che oltre ad averla in testa era anche da capire, saperla spiegare… e le polpette che ci preparava di continuo, c’era sempre troppa maggiorana in quelle polpette. Parecchie finivano ai gatti.<br />
«Come vuoi che vada. L’altro giorno pensavo a te, figurati, mi sei venuto in mente di una volta che ti eri seduto su di una vecchia sdraio e, qualche giorno dopo, si era rotta.»<br />
«Come va – ho continuato a ripetere come in trance – come va.»<br />
«L’avevo allora messa sul terrazzo e ci avevo sistemato una gattina ammalata, ero poi andata a prendere il giornale. Al ritorno avevo trovato la gattina morta. Da quel giorno non ho più comprato né una sdraio né un giornale: ha cominciato a farsi viva la tigna. L’altra gatta, appena ha trovato la gattina morta, ha preso a evitarmi, a girare lontana da me, per giorni, e ha continuato a portare delle piccole prede come topolini e lucertole per poi deporli dove stava la gattina. Io ho lasciato lì tutto, non ho tolto niente, fino a che non ha smesso di evitarmi, come avesse capito che non era colpa mia, di nessuno.»</p>
<p>Ha smesso di parlare. Guardo verso il soggiorno, il pavimento ingombro di ciotole con il latte l’acqua il mangiare per i gatti. Una volta mi ero addormentato sul divano, una pausa dallo studio, da poco avevo cominciato a sognare sogni dove la scuola era già quello che, di lì a breve, sarebbe diventata anche da sveglio. Avrei presto smesso con la scuola. La maturità, le vacanze subito dopo, qualche mese di università poi basta, qualche lavoretto poca roba, il servizio civile, gli ultimi tre quattro mesi con le mani in mano… rieccoci qua. Questo divano… mi svegliò Sandro. Mi alzai che ero un bagno di sudore. «Vieni a darmi una mano.» Era per un gatto, uno dei tanti che capitava qui a mangiare o a morire. Questo era in fin di vita. «È qualche mese che lo vedo qui a mangiare, dev’essere per questo che si è trascinato fin qui.»<br />
«Ti sei deciso, è due giorni che è steso sullo zerbino in terrazza, che sbava e caca.»<br />
«Dai andiamo, pochi discorsi visto che te n’eri accorto pure te.»<br />
Provammo a portarlo al centro di scienze naturali, ma un vecchio lì fuori ci disse che non potevano prenderli i gatti. «Un si po-ooo-le noi.» Tornati in macchina Sandro gli faceva il verso e rideva male, «E fosse stato un fagiano o una lepre ma questo ‘un è né un fagiano né una lepre, sicuro! Oh! Me l’ha anche assicurato».<br />
Io dissi che bisognava dirgli, grazie dell’informazione.<br />
«Non fare lo spiritoso – mi fece Sandro tutto serio – è vero, non è né un fagiano né una lepre e qui si occupano di quelle bestie e non di altre.»<br />
«Proviamo ai macelli, lì ci son sempre dei veterinari.»<br />
Ai macelli un veterinario ci disse che era intossicato, il gatto messo su un tavolo tutto in tensione tutto inteccherito, c’era poco da fare. Gli fece due punture per aiutarlo a far presto e morire, il gatto disincastrò dalla gola un paio di miagolii e aveva bell’e fatto.<br />
Il veterinario lo mise in un sacco di plastica e quindi in un frigo, voleva poi capire cos’era stato ad avvelenarlo. Noi facemmo cenno di sì, ma non c’interessava più di tanto sapere di che morte era morto. Su una scrivania una rivista che trattava dell’apparato riproduttore della gatta, veniva quasi da ridere.<br />
«Adesso c’è da raccontarlo alla mamma – diceva Sandro mentre tornavamo a casa – la prenderà come al solito, non dirà niente. Da domani comincerà a dire che è stato il babbo, che l’ha avvelenato lui.»<br />
«Chi l’avrà avvelenato?»<br />
«E che ne so.»</p>
<p>I gatti cominciano ad arrivare, come fanno sempre i gatti.<br />
«Lo sapevi che è morta mia madre?»<br />
«Sì, Sandro m’ha detto…»<br />
«Sapessi quanto mi manca ora che è morta. Mi manca tanto la mamma, tutti i giorni, ma lei non vorrebbe che me la prendessi, quando vado di là… non trovarcela…»<br />
Di là, la stanza della nonna, come diceva Sandro, un letto la poltrona lo specchio, «Andiamo un attimo a trovare la nonna», la nonna sempre seduta in poltrona o sulla sedia a rotelle, «Ciao nonna», «Buonasera signora», «Ciao Alessandro, buonasera», poi la nonna che ci chiede, cosa fate di bello? Noi che rispondiamo, siamo a studiare e lei che dice, bravi. Fine della visita.<br />
«Mi dispiace che è morta.»<br />
«Lo so.»<br />
Alle volte la nonna, oltre a dirci bravi ci diceva che anche sua figlia, alla nostra età, era così studiosa, e le dispiaceva per come stava, «L’avessi saputo avrei preferito morire, prima che vederla così».<br />
Adesso che è morta questa frase è come la poltrona di là o la sedia a rotelle, e come il letto, lo specchio, i suoi vestiti, non le servono più. A me invece una frase così, un giorno o l’altro chi lo sa, potrebbe anche farmi comodo.<br />
«Mio marito dice che da quella stanza ci verrebbe bene un altro bagno, e ne avremmo bisogno. Ora però vai, ciao.» Mi saluta veloce, mi dice di andar via, che ha fretta di dar da mangiare ai gatti.<br />
Io non so cos’ho, come trattenuto, vorrei ancora restare e dirle qualcos’altro e mi viene solo, «Quante giornate passate qui, eh, e tutti i caffè e le polpette che ci ha preparato».<br />
«C’era qualcosa che non andava anche in quelle polpette, ora non mi viene in mente cosa. Non andavano bene. Basta.»<br />
Non mi vuole più tra i piedi, senza dir nulla sparisce in cucina a preparare per i gatti. Devo andare, faccio per affacciarmi e salutarla veloce, ma niente, lascio perdere. Me ne vado.</p>
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		<title>Trappole per occhi di Mattia Filippini</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:03:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dice Herbert Marcuse, nel suo famoso saggio <em>L’uomo a una dimensione</em>, che a differenza dei secoli scorsi, in cui l’uomo ha dovuto conquistarsi a fatica e con l’ingegno le tre dimensioni, prima con i viaggi a cavallo, poi su strada, poi in aereo, poi nello spazio, ora che ha esaurito tutte queste possibilità, dice Marcuse, l’unica dimensione che è rimasta all’uomo è una non dimensione, quella in cui l’uomo non si muove nemmeno, sta seduto davanti alla tv e consuma. Almeno mi pare di aver capito così.<span id="more-1100"></span><br />
Al mio banchetto dentro il centro commerciale, di solito, vien della gente che si vede che fan fatica a uscire di casa. Io sto seduto sullo sgabello, vestito con dei colori facilmente riconoscibili, e guardo queste entità che strisciano verso di me, alcune con le famiglie, alcune sole. Sono delle specie di esseri sotterranei, quasi totalmente ciechi, un po’ pallidi e con le occhiaie da radiazioni televisive, che sono usciti dalle loro tane soltanto per necessità nutritive: venir da me a far gli abbonamenti per la televisione a pagamento. In un mondo normale, popolato da persone normali, che fanno delle cose normali, il mio non sarebbe neanche un lavoro. Invece, in questo mondo del sottosuolo, dove le cose funzionano all’incontrario, io spaccio programmi televisivi che suscitano bramosie nella gente.<br />
Domenica, l’unico giorno in cui non lavoro, sono andato alla galleria d’arte che si trova vicino a casa mia, c’era una mostra di un artista di Brescia, volevo proprio vedere che arte girava a Brescia. Nell’unica stanza che componeva la galleria d’arte, tutta pitturata di bianco, c’erano delle sedie, degli sgabelli, dei tavolini di varie altezze sparsi in maniera disordinata, e sopra c’erano appoggiati dei blocchi di ghiaccio più o meno grandi. All’inizio saremo stati in quattro o cinque a guardarci attorno un po’ spaesati, non c’era neanche un foglio con una spiegazione, qualcuno insinuava la fregatura, son sicuro che nella testa di tutti stava passando la frase tipica di un profano davanti a un pezzo di arte moderna, cioè Ero capace anche io di farlo. Poi la piccola stanza si è riempita velocemente di gente, una ventina di persone al massimo, e con il calore dei loro corpi e con il fatto che avevano anche alzato il riscaldamento, il ghiaccio ha cominciato a sciogliersi, ma fin lì niente di innovativo, lo sa anche un bambino che col caldo il ghiaccio si scioglie.<br />
Il centro commerciale è un capannone gigantesco illuminato sempre a giorno, che si trova vicino all’aeroporto, esattamente sulla traiettoria di atterraggio. Ogni quindici minuti i motori a propulsione degli aerei che ci passano sopra sconquassano il centro commerciale, quasi cado dal mio sgabello, e nemmeno la musica tenuta a volumi altissimi riesce a coprire il rumore.<br />
La maggior parte della gente viene a chiedermi gli abbonamenti per vedere più televisione; quelli che non mi chiedono abbonamenti mi scambiano per un centro informazioni, per esempio mi chiedono Scusi, vendete dei pallottolieri moderni (calcolatrici)? Oppure Scusi, mi sa dire quante radiazioni emette questo telefono? Avete le scarpe per la doccia? Quelli che non mi chiedono né abbonamenti né informazioni sono quelli arrabbiati. Di solito arrivano con passo sicuro, li vedi da lontano che sei sulla loro traiettoria, che lo schianto è imminente, ti indicano dalla distanza come a dirti Adesso arrivo e facciamo i conti. Tu hai solo il tempo di inventarti l’ennesima scusa.<br />
Da contratto dovrei dire sempre le stesse cose, principalmente che sono addolorato per questo o quel problema, che si vedrà di risolverlo, ma poi non posso farci niente, mi invento che c’è stata un’esplosione solare e che i raggi magnetici hanno viaggiato velocissimi verso Bologna e hanno messo fuori uso tutti i ripetitori, nessuno se l’aspettava, nessuno ha potuto farci niente. Bisogna averci pazienza.<br />
Dopo, un po’ mi vergogno per queste bugie, dei giudizi spietati che do sull’umanità, mi sembra di aver imboccato la strada di Lombroso che, nel 1891, misurando crani, confrontando orecchie e calcolando pelosità, si era spinto a teorizzare che tra gli animali e gli scaricatori di porto c’era una specie di parentela dovuta soprattutto alla gibbosità. Subito dopo, con il suo sodale Filippo Cougnet, aveva scritto un saggio dal titolo bellissimo di <em>Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle ottentotte, cammelli e zebù</em>.<br />
Poi, dopo, di ritorno dal lavoro sull&#8217;autobus, c&#8217;era una bambina di tre anni che per scendere alla fermata si era bloccata sulla porta, aveva messo le braccia come due maniglie e si era fatta spostare sul marciapiede da sua madre. Allora avevo pensato che i bambini, per un certo periodo della loro vita, hanno la consapevolezza di esser portati come bagagli a mano viventi, e che nel momento in cui questo non avviene più c’è il discrimine tra essere delle valigie ed essere dei bipedi.<br />
E questi zaini di carne vengono indossati per un lungo periodo soprattutto dalle mamme, anche se Lombroso nello studio su <em>La donna delinquente, la prostituta e la donna normale</em>, sosteneva, in base all’esame delle foto degli schedari del capo della polizia parigina, che alcune donne, come i delinquenti, presentano caratteri distintivi fisici, mentali e congeniti, soprattutto l’alluce prensile, che le rendono poco adatte alla maternità. Goron, il capo della polizia parigina, aveva poi scoperto che per sbaglio aveva mandato a Lombroso le immagini di bottegaie in lista per una licenza.<br />
Quando arrivo a casa mi faccio una doccia. Ultimamente mi sono accorto che non mi lavo mai dietro le ginocchia, che è un posto poco frequentato. Poi accendo un attimo la tv per farmi un’idea sulle cose che trasmettono e sulle balle da raccontare alle persone sul lavoro, stanno dando un film vecchio, <em>Zorro contro Maciste</em>, c’è dentro pure Moira Orfei.<br />
Alla galleria d’arte la situazione si stava facendo imbarazzante. Dopo venti minuti ad aspettare in cui non succedeva niente le persone cominciavano a rimettersi i cappotti. Poi qualcuno, il più furbo degli altri, o magari qualcuno pagato apposta per fare quella parte, ha detto ad alta voce Cosa c’è lì? Allora tutti ci siamo girati a guardare e abbiamo visto che dai blocchi di ghiaccio in via di scioglimento spuntavano dei pezzi di metallo che appartenevano sicuramente a qualcosa di più complesso che si trovava ancora incastrato nella parte solida.<br />
Quest’anno è l’anniversario di Maciste, danno tutti i suoi film in cui combatte contro chiunque e contro qualsiasi cosa, in esclusiva sui nostri canali a pagamento, ho detto al cliente che era venuto a chiedermi se facevano dei bei film, sui canali a pagamento.<br />
Sembrava che i nostri sguardi facessero sciogliere più velocemente il ghiaccio, perché a un certo punto tutta la ferraglia che veniva fuori ha cominciato a prendere la forma di meccanismi a molla tenuti fermi dal ghiaccio, delle specie di tagliole di tutte le forme e dimensioni, alcune dentate altre lisce, come se da un momento all’altro avesse dovuto esplodere tutta l’incredibile energia potenziale dei congegni.<br />
Questo fatto di pagare per vedere ancora più televisione mi fa venire in mente l’evoluzione, e precisamente fare un abbonamento è il riassunto di tutta quell’evoluzione che, dall’uomo delle caverne fino ad oggi, ha spinto a inventarsi dei passatempi con delle regole precise per combattere l’aumento di entropia del sistema, in uno scontro fin commovente, mi vien da dire. Io sto seduto sullo sgabello come al solito, mi si avvicina un cliente, mi dice che quelli che han la nostra età son vivi per culo. Avrà una sessantina d’anni. Si dica quel che si vuole, continua, siam vivi per culo. Per esempio, se si prende in considerazione la prima pagina de <em>Il Bologna</em> di stamattina, e mi fa vedere il giornale, c’è la conferma. Il titolo a quattro colonne mette in guardia contro i giocattoli cinesi, che son glassati con le vernici al piombo. In Cina ai bambini piace così, ciucciarsi i veleni, dice il cliente. È una cultura diversa, dice toccandosi una tempia col dito indice. Per esempio, continua, lo diceva anche il commentatore dei mondiali in Corea, che gli italiani hanno perso contro i coreani perché l’ingrediente tipico della cucina coreana è la cipolla, quando i giocatori avversari sudano puzzano, danno fastidio, non gli si può stare vicini, è impossibile il pressing. Comunque anche i giocattoli che usavamo noi da bambini venivano dalla Cina, eran fatti pure quelli con le vernici al piombo, però nessuno faceva allarmismi, noi lo stesso chissà quanta vernice al piombo ci siamo succhiati. Ma le interessa un abbonamento alla tv? gli chiedo. Io non ce l’ho neanche il televisore, mi risponde.<br />
A un certo punto il ghiaccio era per lo più diventato una pozzanghera sul pavimento della galleria d’arte. Ma da un momento all’altro, quando tutti ci stavamo guardando le scarpe che stavano cominciando a inzupparsi, sono partite delle raffiche di colpi secchi da tutte le parti della stanza, che uno non sapeva minimamente da che parte guardare. Dopo un attimo di smarrimento collettivo, si era capito che il ghiaccio rimasto non era più riuscito a tenere i meccanismi, che erano scattati. In quel momento, da dietro una tenda rossa che separava la stanza principale da uno sgabuzzino, era saltato fuori l’artista, che evidentemente era rimasto lì per tutto il tempo chissà a far che cosa, forse a regolare il termostato, e aveva detto guardandoci fisso Queste sono trappole per occhi.</p>
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		<title>Ferrante_Il colpo</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:02:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il colpo di Raffaello Ferrante «Fermi tutti, questa è una rapina!» Minchia, l&#8217;ha detto!, penso dentro al passamontagna di lana già inzuppato di sudore acido misto all&#8217;odore mentolato del Proraso. L&#8217;ha detto per davvero. E gli è pure uscito in tono cazzuto, da film americano. Continua a leggere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Il colpo di Raffaello Ferrante" href="http://www.collacolla.org/?p=1939"><strong><span style="color: #da2722;">Il colpo</span></strong></a><br />
<small>di Raffaello Ferrante</small></p>
<p>«Fermi tutti, questa è una rapina!» Minchia, l&#8217;ha detto!, penso dentro al passamontagna di lana già inzuppato di sudore acido misto all&#8217;odore mentolato del Proraso. L&#8217;ha detto per davvero. E gli è pure uscito in tono cazzuto, da film americano. <a title="Il colpo di Raffaello Ferrante" href="http://www.collacolla.org/?p=1939">Continua a leggere</a></p>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:01:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;ora al mese di te di Anna Galli Io e Jan avevamo passato tutta l&#8217;estate sulla scala antincendio del centro, dividendoci gomme alla menta e sigarette senza filtro, che arrotolavamo con una macchinetta di plastica nera. Giocavamo a carte e a backgammon e fumavamo, controllando i movimenti degli altri ragazzi e del personale di servizio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Un’ora al mese di te di Anna Galli" href="http://www.collacolla.org/?p=1934"><strong><span style="color: #da2722;">Un&#8217;ora al mese di te</span></strong></a><br />
di Anna Galli</p>
<p>Io e Jan avevamo passato tutta l&#8217;estate sulla scala antincendio del centro, dividendoci gomme alla menta e sigarette senza filtro, che arrotolavamo con una macchinetta di plastica nera. Giocavamo a carte e a backgammon e fumavamo, controllando i movimenti degli altri ragazzi e del personale di servizio. <a title="Un’ora al mese di te di Anna Galli" href="http://www.collacolla.org/?p=1934"><span style="color: #888888;">Continua a leggere</span></a></p>
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