<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Colla &#187; numero 24</title>
	<atom:link href="https://www.collacolla.org/?cat=109&#038;feed=rss2" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.collacolla.org</link>
	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
	<lastBuildDate>Mon, 23 Feb 2026 17:40:06 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	
		<item>
		<title>Flavia Montecchi</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5286</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5286#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 19:16:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Flavia Montecchi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5286</guid>
		<description><![CDATA[Nata a Roma nel 1985. Project manager e creativa, lavora nel campo degli eventi, tra musica e arte contemporanea. Dal 2015 tiene un laboratorio di scrittura creativa per ragazzi in provincia di Ravenna. È laureata in Dams con il percorso storico-critico e ha collaborato con diverse testate di arte tra cui «Arte&#038;Critica», «Exibart» e «Insideart». [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata a Roma nel 1985. Project manager e creativa, lavora nel campo degli eventi, tra musica e arte contemporanea. Dal 2015 tiene un laboratorio di scrittura creativa per ragazzi in provincia di Ravenna. È laureata in Dams con il percorso storico-critico e ha collaborato con diverse testate di arte tra cui «Arte&#038;Critica», «Exibart» e «Insideart». Gestisce il blog www.ladisordinata.it e vive tra Bologna e Roma. Alcuni suoi racconti si trovano su: <em>Az</em> (Tapirulan Edizioni, 2016) e <em>Repertorio dei matti della città di Roma</em> (Marcos y Marcos, 2015).</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Jenny si è spappolata la faccia" href="http://www.collacolla.org/?p=5253"><em>Jenny si è spappolata la faccia</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5286</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Alessandro Mazzarelli</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5283</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5283#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 19:12:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Mazzarelli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5283</guid>
		<description><![CDATA[Nato a Roma nel 1976. Alcuni racconti e articoli sono stati pubblicati su «&#8217;tina», «minima&#038;moralia», «Toilet», «inutile», «l&#8217;Unità», «Europa». Nel 2018 uscirà il suo primo romanzo per Elliot. Ha pubblicato su «Colla»: Perdere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Roma nel 1976. Alcuni racconti e articoli sono stati pubblicati su «&#8217;tina», «minima&#038;moralia», «Toilet», «inutile», «l&#8217;Unità», «Europa». Nel 2018 uscirà il suo primo romanzo per Elliot.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Perdere" href="http://www.collacolla.org/?p=5250"><em>Perdere</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5283</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Elena Ghiretti</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5279</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5279#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 19:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Ghiretti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5279</guid>
		<description><![CDATA[Nata sul Po tra Mantova e Ferrara, ha vissuto a Venezia, Lugano, Parigi, Eindhoven, Bruxelles, Funo di Argelato, Ginevra, Milano, dove si è incistata. Ha pubblicato racconti sulle riviste «‘tina», «Cadillac», «The Lifestyle Journal», «MarieClaire Italia», «Carie Letterarie» e un romanzo, L’intelligenza della specie, per Baldini&#038;Castoldi. È architetto, si occupa di innovazione, brand strategy e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata sul Po tra Mantova e Ferrara, ha vissuto a Venezia, Lugano, Parigi, Eindhoven, Bruxelles, Funo di Argelato, Ginevra, Milano, dove si è incistata. Ha pubblicato racconti sulle riviste «‘tina», «Cadillac», «The Lifestyle Journal», «MarieClaire Italia», «Carie Letterarie» e un romanzo, <em>L’intelligenza della specie</em>, per Baldini&#038;Castoldi. È architetto, si occupa di innovazione, brand strategy e scenari futuri.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Fate thailandesi" href="http://www.collacolla.org/?p=5247"><em>Fate thailandesi</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5279</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Francesco Formaggi</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5276</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5276#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 19:03:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Formaggi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5276</guid>
		<description><![CDATA[Nato nel 1980 ad Anagni, in provincia di Frosinone. È editor e insegnante di scrittura. Ha collaborato con le riviste letterarie «Nuovi Argomenti» e «E-mood», è stato caporedattore del magazine «Riders». Tiene laboratori di scrittura narrativa per adulti e bambini. Il suo primo romanzo, Il casale (Neri Pozza 2013), è stato finalista del premio John [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1980 ad Anagni, in provincia di Frosinone. È editor e insegnante di scrittura. Ha collaborato con le riviste letterarie «Nuovi Argomenti» e «E-mood», è stato caporedattore del magazine «Riders». Tiene laboratori di scrittura narrativa per adulti e bambini. Il suo primo romanzo, <em>Il casale</em> (Neri Pozza 2013), è stato finalista del premio John Fante Opera Prima. Sempre per Neri Pozza ha pubblicato nel 2017 <em>Il cortile di pietra</em>, libro del mese di aprile di Fahrenheit. Il suo ultimo romanzo è un giallo per ragazzi, <em>Non chiudere gli occhi</em> (Pelledoca 2017).</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="L'Intruso" href="http://www.collacolla.org/?p=5241"><em>L&#8217;Intruso</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5276</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Raffaele Cataldo</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5272</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5272#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 18:59:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele Cataldo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5272</guid>
		<description><![CDATA[Nato nel 1991 in provincia di Bari, è laureato in Letteratura inglese e spagnola. Ha scritto e illustrato racconti per il blog letterario «Narrandom». Oggi vive a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden, che ha deciso di sostenere con il Premio Phoebe la stesura del suo primo romanzo. Ha pubblicato su «Colla»: Survivor.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1991 in provincia di Bari, è laureato in Letteratura inglese e spagnola. Ha scritto e illustrato racconti per il blog letterario «Narrandom». Oggi vive a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden, che ha deciso di sostenere con il Premio Phoebe la stesura del suo primo romanzo.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Survivor" href="http://www.collacolla.org/?p=5257"><em>Survivor</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5272</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Filippo Balestra</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5269</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5269#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 18:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Balestra]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5269</guid>
		<description><![CDATA[Nato a Genova nel 1982. Scrittore, poeta e performer, ha pubblicato racconti e poesie sia su carta sia su web. Da anni porta nei bar e nei teatri le sue Poesie normali (Miraggi Edizioni, 2015). Cura la rivista di racconti illustrati «Costola» ed è coordinatore ligure del circuito L.I.P.S. Lega Italiana Poetry Slam. Ha pubblicato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Genova nel 1982. Scrittore, poeta e performer, ha pubblicato racconti e poesie sia su carta sia su web. Da anni porta nei bar e nei teatri le sue <em>Poesie normali</em> (Miraggi Edizioni, 2015). Cura la rivista di racconti illustrati «Costola» ed è coordinatore ligure del circuito L.I.P.S. Lega Italiana Poetry Slam.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Troppi giapponesi in casa" href="http://www.collacolla.org/?p=5261"><em>Troppi giapponesi in casa</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5269</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Troppi giapponesi in casa di Filippo Balestra</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5261</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5261#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 16:57:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[numeri]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Balestra]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5261</guid>
		<description><![CDATA[In pratica mi entrano dei giapponesi in casa. Non so quanti, dieci, quindici, dodici forse, non so, mi entrano tutti insieme precisini in fila e sento la voce di Carlo, ovviamente, sempre lui, Carlo, dal pianerottolo, «prego prego», «fate fate» e ancora, «prego», «fate». Io non sono in pigiama, stavo leggendo alcuni articoli fondamentali riguardanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In pratica mi entrano dei giapponesi in casa.<br />
Non so quanti, dieci, quindici, dodici forse, non so, mi entrano tutti insieme precisini in fila e sento la voce di Carlo, ovviamente, sempre lui, Carlo, dal pianerottolo, «prego prego», «fate fate» e ancora, «prego», «fate».<br />
Io non sono in pigiama, stavo leggendo alcuni articoli fondamentali riguardanti alcune strategie geopolitiche, non sono in pigiama perché non ho un pigiama, quindi va bene, insomma, sono incappucciato in una felpa di un&#8217;università americana e tante volte mi sono chiesto dove me la son presa, questa felpa, e perché mai io dovrei avere una felpa di un&#8217;università americana, mi sono anche chiesto <em>come ci sono entrato io in questa felpa</em>, ma son cose della vita, cose geopolitiche, quasi, e in questi casi poi non m&#8217;interessa neanche troppo stare a preoccuparmi di una felpa perché ci sono tutti questi giapponesi adesso in casa e sono gentilissimi, per carità, lo sappiamo come sono i giapponesi, moltissimi inchini, mi presento, ciao, Lorenzo, piacere, mi fanno delle foto e tutto sembra dover andare così, dover andare bene così. Carlo intanto è entrato con la sua faccia tipica di un suo certo entusiasmo franoso e dice «lui è Lorenzo, viviamo insieme», e loro continuano a fare foto, fotografano l&#8217;interruttore della luce in cucina, che è un interruttore piuttosto normale, e io non posso dire niente, fotografano la presina per la pentola, fatta di quella lanetta, e cosa gli dico? Fotografano poi un chiodo alla parete, fino a qualche mese fa c&#8217;era un quadro attaccato, poi Carlo l&#8217;ha staccato e allora mi viene da spiegarmi, con questi giapponesi, mi viene da dire che non c&#8217;è niente da fotografare, il chiodo è lì perché prima teneva un quadro, ma loro fotografano divertiti da questo chiodo e anche lì, all&#8217;inizio ci provo ma poi, cosa vuoi spiegare ai giapponesi, di &#8216;sto chiodo, di &#8216;sto quadro che non c&#8217;è più, di com&#8217;è fatto Carlo.<br />
 Perché Carlo ha questa sua fissazione che dice che nella vita bisogna farsi accadere delle cose strane, predisporsi all&#8217;accoglienza dell&#8217;impensabile, il più possibile, e allora sul davanzale teniamo delle uova da far marcire, che non si sa mai, dice Carlo, e i giapponesi giù a far foto a queste uova e anche lì, vorrei spiegare, vorrei dire di stare attenti che sono uova vecchie marcite di mesi, che servono a far accadere cose strane, ma niente, come prima, inutile mettersi a spiegare Carlo, inutile mettersi a spiegare, non c&#8217;è niente da spiegare. Vedendo un lieve disappunto sul mio volto, mentre ancora gli ultimi giapponesi entrano inchinanti, Carlo decide allora che è il mio turno, decide di spiegare a me: «sono giapponesi», mi dice «li ho portati a casa». E infatti avevo capito bene, sono giapponesi, li ha portati a casa, e allora mi infilo ancor di più nel mio cappuccio di felpa americana, non rispondo niente.<br />
«Ho fatto bene?»  Non rispondo niente. <br />
L&#8217;ultima ad entrare è la signorina con la paletta da guida turistica, sembra estremamente riconoscente e, vedendomi incappucciato più di quanto il cappuccio potrebbe, mi dice «ci scusi per il disturbo ma proprio non abbiamo potuto rifiutare l&#8217;invito di Carlo».  E certo, Carlo, Carlo il magnifico, Carlo eroe dei due mondi, io qui che stavo finendo di leggere un articolo di geopolitica d&#8217;indispensabile importanza strategica, io qui che avrei ben altro da fare che stare a farmi invadere da questa mandria di fotografi incalliti e giapponesi, e lui invece tranquillo, eroe dei due mondi, Carlo, sereno e sorridente si apre facile a quest&#8217;internazionalità da migliaia di chilometri, provo a immaginare un gasdotto che collega il Giappone a casa mia, quanti chilometri sarà lontano il Giappone? Migliaia.<br />
«Signorina» dico io mentre lei alla finestra è intenta a tradurre cose che chissà poi cosa sta dicendo, che cosa ne sa lei delle uova e di Carlo, di com&#8217;è fatto Carlo, «signorina, mi dispiace ma non credo che la nostra abitazione possa essere considerata sito di interesse turistico».  «Oh, ma non si stia a preoccupare, è così bello entrare nelle case, è un&#8217;ingiustizia che i musei siano aperti e le case siano chiuse, non trova? È così bello entrare nelle case.»<br />
Quest&#8217;ultima argomentazione non saprei, non riesco a controbattere con qualcosa, mi ci vorrebbero delle armi paroliere, dei mitra retorici, una missilistica vocabolaria tutta di ampia gittata indirizzata contro quest&#8217;impertinente signorina guida turistica che io non so se ha ragione oppure no, poverina, non lo so, però io qui stavo leggendo di un nuovo balance of power nel Sud America, a quanto pare, nuovi interessi da parte di diverse e grosse aziende multinazionali, nuovi assetti e manipolazioni governative e dittature instaurate ad hoc per l&#8217;occasione, era un articolo importante, parlava dei falchi e delle colombe, perché la signorina forse non lo sa ma ci sono i falchi e ci sono le colombe e invece lei, lei dev&#8217;essere una tipo Carlo, una che se ne frega, ma i falchi e le colombe ci sono e ci sarà sempre una qualche sopraffazione da qualche parte, sarà così per forza, per sempre, ci saranno i falchi e le colombe e ci saranno sempre morte e distruzione e tensione al confine sorvegliato, ci saranno nuove bandiere e altri eserciti ancora, ci saranno altre corse alle armi di distruzione migliore, soggiogazione per tutti, regalata, distribuita porta a porta, soggiogazione per tutti, per i falchi e per le colombe, per tutti, regalata, e noi lì, a balbettare in un angolino, con le nostre riviste specializzate di geopolitica internazionale, noi a cercare di finire di leggere un articolo nonostante tutti questi giapponesi in casa.</p>
<p>«Carlo&#8230;» dico io, ma Carlo non c&#8217;è, dov&#8217;è? È in bagno, sta mostrando le tende della doccia. Ci ha disegnato dei fiori con dei pennarelli non resistenti all&#8217;acqua e così ogni volta che ti lavi cola giù tutto un blu che ti finisce tra i piedi. Per me questo è ovviamente un problema, Carlo invece dice che un&#8217;idea del genere la potrebbe mettere su internet, dice così, farci un sacco di soldi su internet, docce colorate, dice, deve solo trovare il modo giusto per metterla su internet, questa idea, e la spiega ai giapponesi, continua ad aprire l&#8217;acqua e farla scorrere sulle tende, loro fanno foto ma non capiscono, non colgono questo suo business ispirato, «Carlo» dico io, «potresti per favore ascoltarmi un pochino?»  «Un attimo!» mi dice lui, che ha questa euforia da scorribanda addosso e io stavo finendo di studiare le nuove mappe territoriali, l&#8217;allocazione delle risorse energetiche, «Carlo, per favore» e adesso sto quasi urlando ma lui non vuole girarsi e io mi sento tirare per la mano; mi sento tirare per la mano ed è la signorina a fermarmi, la guida turistica, «la prego, si calmi» mi dice, «così spaventa i giapponesi» mi dice, «si calmi, io mi chiamo Gilda» mi dice, come se con il suo nome potesse giustificare la presenza di tutti quei giapponesi, e giustificare la sua, pure, di esistenza, e non lo sa, Gilda, non può immaginare quanto d&#8217;altro io abbia per la testa, non lo sa ed è così dolce nel dirlo, e non lo sa che ho ben altro da fare che stare qui a guardare la bellezza, ovviamente, Gilda&#8230; «venga in cucina, le offro il tè» mi dice, ed è come se improvvisamente avesse indossato delle fragorose scarpe di legno, da giapponese geisha totale floreale. <br />
Ma non è giapponese e per lei la conversazione non è un&#8217;arte ma una via di fuga e così guarda una padella e ci troviamo in imbarazzo in cucina a parlare di bastoncini di pesce, mi chiede se metto l&#8217;olio per cuocerli perché lei non si fida, ha paura che si possano attaccare alla padella, anche se è antiaderente, e io dico che non lo so, che non ci avevo mai pensato, che non lo so.<br />
I giapponesi sono ovunque e fanno foto mentre io, costretto in questo contesto internazionale, dimostro al mondo di non saper niente, ce lo metto l&#8217;olio? Li mangio i bastoncini di pesce? Non lo so, veramente, non lo so&#8230;<br />
«E invece quel chiodo?» mi chiede Gilda, e accanto a lei c&#8217;è un giapponese fotografico che mi guarda anche lui, è lui che vuole sapere sorridendo, è lui che si è fatto tradurre la domanda&#8230; il curiosone.<br />
«È un chiodo» dico io, «un chiodo piantato nel muro.»<br />
«C&#8217;era appeso un quadro di Matissa, l&#8217;ex ragazza di Lorenzo» dice Carlo che è tornato dal bagno, che sa tutto, lui, che ha sempre una spiegazione pronta, lui, che non sa niente, lui, dei delicati rapporti tra Cile e Nicaragua, niente, o la questione Bretton Woods?&#8230; niente, eppure se deve mettersi a parlare di Matissa, ad esempio, allora eccolo lì, senza vergogna, pronto a parlarne come fosse qualcosa di cui parlare, qualcosa d&#8217;interesse internazionale, poi, che ci sono tutti questi giapponesi che adesso mi guardano e sono un po&#8217; dispiaciuti, alcuni si passano questo nome come fosse una parola, «Ma-ti-ssà», se la sussurrano tra di loro, e all&#8217;improvviso sento quanto soggettivo possa essere il significato, quanto possa essere vuoto e neutro&#8230; è solo suono quello che rimbalzano tra di loro ma per me sono sputi, in faccia, e non ce la faccio, all&#8217;improvviso esco fuori dal mio cappuccio di felpa d&#8217;università americana e «SMETTETELA» urlo, «COSA NE SAPETE VOI DI MATISSA? SIETE SOLO DEI GIAPPONESI» mi sfogo e mi sento un po&#8217; più leggero, mi sembra di aver difeso Matissa o di aver almeno limitato questo sopruso in atto e sento la voce di Gilda, sta traducendo quello che ho appena urlato, ma a modo suo, che è un modo un po&#8217; gentile e un po&#8217; giapponese, traduce quello che dico e mi sento ancora più libero, è bello veder traslare il proprio sentimento in qualcosa di così alieno, è bello sentirlo mutare in una dispersione indefinita di suoni.  «Lorenzo, calmati», Carlo mi mette una mano sulla spalla, Gilda traduce, e io non mi calmo, faccio un discorso alla nazione, spiego al Giappone quanto sia difficile oggi mantenere un rapporto duraturo, stabile, di fiducia reciproca, quanto l&#8217;impiego di energie vada equilibrato e quanto sia difficile far confluire le proprie intenzioni in qualcosa che sia chiaro, diretto e trasparente e decidere le proprie entità, stabilire dove finisce l&#8217;io e fino a che punto può sovrapporsi e sconfinare nel noi due e dove, poi, inizia a essere lei, e dove è, adesso, lei, eh? Sempre lei, eh? Dov&#8217;è lei? Eh? Dov&#8217;è Matissa? <br />
«Proprio carina Gilda» mi dice Carlo mentre appoggiati alla finestra guardiamo giù.<br />
Sotto di noi vediamo i giapponesi in fila uscire, tutti allineati dietro a Gilda e alla sua paletta, escono adesso dal nostro portone condominiale, li vediamo sotto di noi, vorrei attirare l&#8217;attenzione, cercare di recuperare su quella sbuffata di calore che non sono riuscito ad arginare, prendo le uova marce, queste sul davanzale e guardo Carlo che mi guarda, Carlo mi guarda e mi vuole bene ed è un cretino, guardo giù, i giapponesi con Gilda si stanno allontanando e io in un attimo ho l&#8217;impressione di essere in ritardo, di aver perso, un&#8217;altra volta, un&#8217;occasione.<br />
Guardo le uova&#8230;<br />
«Che dici Carlo, le lanciamo di sotto? Facciamo succedere qualcosa di strano?»<br />
Carlo mi guarda e mi vuole bene ed è un cretino. E non capisco com&#8217;è possibile che a volte riesca a tenere quell&#8217;espressione lì, non so come fa Carlo, non so com&#8217;è che diventa a volte, non so come, improvvisamente, saggio.<br />
Mi dice no. Mi dice:  «Oggi no, oggi va bene così».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5261</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Survivor di Raffaele Cataldo</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5257</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5257#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 16:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[numeri]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele Cataldo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5257</guid>
		<description><![CDATA[«Allora, come sta il mio fringuello?» Quella voce così calda e familiare emergeva a fatica, graffiata, dalle cavità del telefono pubblico. «Ti stai divertendo?» Non avevo il coraggio di dirle che stavo odiando ogni minuto. Non che non le avessi già manifestato qualche perplessità, prima di partire. La parola «colonia» mi sembrava si addicesse di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Allora, come sta il mio fringuello?» Quella voce così calda e familiare emergeva a fatica, graffiata, dalle cavità del telefono pubblico. «Ti stai divertendo?»<br />
Non avevo il coraggio di dirle che stavo odiando ogni minuto.<br />
Non che non le avessi già manifestato qualche perplessità, prima di partire. La parola «colonia» mi sembrava si addicesse di più a un gruppo di animali che a degli esseri umani. Mia madre però sembrava tenerci davvero tanto: non faceva che parlare con rimpianto dei bei giorni andati della colonia estiva – quelli trascorsi dai suoi fratelli, visto che lei, l’unica figlia femmina, era dovuta rimanere ogni volta a casa. Alla fine non me l’ero sentita di dirle di no. A malincuore, avevo ceduto.<br />
La colonia quell’anno si era insediata in un villaggio turistico a tre ore di macchina da casa, ma poteva anche essere dall’altra parte del mondo. D’altronde, sin dal primo momento, quando il «Tutor» aveva guidato me e i miei compagni verso i nostri «bungalow», fu chiaro che da quelle parti si parlava tutta un’altra lingua.<br />
Per tre settimane ci si aspettava che convivessi con altri quattro ragazzi. Di alcuni non ricordo nemmeno il vero nome, dato che inspiegabilmente ci si rivolgeva l’un l’altro con il paese di provenienza; questo quando non riuscivano a trovare un insulto abbastanza colorito.<br />
«I compagni come sono? Simpatici? Vi state divertendo, vero?» Mia madre doveva faticare non poco per cavarmi di bocca qualche balbettio.<br />
«Mm… fanno delle <em>cose</em>…» cominciavo. Speravo che nel mio silenzio lei intuisse l’inimmaginabile.<br />
«Ti vergogni di dirmelo?» Dalla voce si capiva che sorrideva. «Che c’è, fanno a gara a chi fa pipì più lontano?»<br />
Se fosse stato solo quello, magari avrei anche potuto passarci sopra. La verità era che cose ben più inconfessabili avvenivano sotto il tetto di paglia del nostro bungalow.<br />
Non so chi avesse avuto per primo l’idea. Era successo la prima sera, quasi di comune accordo, per un istinto di cui io solo sembravo sprovvisto. Il crepuscolo era calato sul villaggio, le palme avevano iniziato a risuonare degli stridii di uccelli sconosciuti, e i miei compagni si erano riuniti in cerchio al centro della stanza per dare il via a una gara a cui mi ero rifiutato categoricamente di partecipare ma da cui non ero riuscito a staccare gli occhi orripilati.<br />
«Vabbè, hai vinto» si era arreso subito Bitonto, dodici anni e un’ombra grigia sopra il labbro. Guardava gonfio d’invidia il suo vicino.<br />
«Non hai visto niente» aveva minimizzato Giovinazzo, dall’alto dei suoi quattordici anni. Ma non riusciva a trattenere un ghigno luccicante di metallo. «C’è mio cugino di sedici anni che ce l’ha <em>tanto così</em>».<br />
«Mo vi faccio vedere io» aveva detto Molfetta, di anni tredici. «Basta scuoterlo un po’…»<br />
La serata era andata avanti così per un bel pezzo. Alle misurazioni – approssimative, dato che nessuno aveva pensato di portarsi un righello – era seguito un lungo confronto sugli sforzi condotti da ognuno nel segreto delle loro camerette per distillare una certa sostanza a me ancora sconosciuta. Quando mi permisi di chiedere chiarimenti, i miei più esperti compagni me la descrissero come una sostanza «bianca e puzzolente». Il fatto che fosse «puzzolente» venne ribadito con una certa insistenza, quasi si trattasse di una qualità particolarmente rara e apprezzabile.<br />
«Ed Elia, come sta?» chiedeva mia madre, a ogni telefonata. «È uno spasso quel ragazzino, lo dico sempre.»<br />
Elia era l’unico dei quattro coinquilini che conoscessi già, visto che eravamo compagni di classe. Ciononostante, già poco dopo il nostro arrivo avevo scoperto un lato di lui che non aveva mai mostrato tra i banchi di scuola: non soltanto sembrava divertirsi moltissimo durante le irripetibili conferenze che si tenevano nel nostro bungalow, ma vi partecipava con entusiasmo e con una competenza a dir poco stupefacente. Si era subito conquistato l’approvazione del gruppo quando aveva rinominato la sostanza bianca come «latte paterno»: una denominazione che tutti avevano trovato deliziosamente disgustosa.</p>
<p>La tribù del bungalow aveva l’abitudine di intrattenersi ogni sera fino a tardi davanti alla tv, in attesa di certi film che mandavano dopo la mezzanotte su Telecapri. Le luci allora si spegnevano e tutti si ammucchiavano sul letto matrimoniale dove dormivano Giovinazzo e Molfetta per godersi lo spettacolo e commentare insieme le scene di maggiore interesse. Le stesse scene venivano poi recitate, parodiate e mimate di continuo nei giorni successivi, suscitando sempre ululati d’ilarità. Io avrei di gran lunga preferito rintanarmi in bagno, magari mettermi a sfogliare la mia collezione di schede telefoniche del WWF. Ma era impossibile chiudersi in una stanza senza che qualcuno facesse insinuazioni infamanti.<br />
«Non ho capito una cosa…» esordii una di quelle sere, mentre se ne stavano tutti ammassati sul lettone come un grappolo di lemuri. Quelli non smisero di fissare la tv, continuarono a darsi gomitate e a emettere squittii d’eccitazione.<br />
«Non ho capito una cosa» ripetei, a voce appena più alta. «Ma la donna… La donna si fa male?»<br />
Per qualche istante si sentirono solo i versi della tv. Poi, uno dopo l’altro, Elia, Giovinazzo, Molfetta e Bitonto si voltarono a guardarmi.<br />
«È che urlano sempre…» dissi.<br />
La luce azzurra dello schermo faceva luccicare i loro occhi vacui. Sembrava che non avessero capito la domanda.<br />
«No, <em>gli</em> piace anche a loro» borbottò Elia, alla fine. Sembrava un po’ accigliato. Distolse lo sguardo da me e anche gli altri tornarono subito a guardare la tv, facendo come se non avessi mai parlato.<br />
Da quella sera evitai di condividere le mie perplessità. Mi sforzai di assorbire quante più informazioni dai loro discorsi, che erano pieni di parole esplosive e a me sconosciute ma che ben presto seppi ricondurre a una gamma di significati tutto sommato ristretta. Su certi argomenti, i sinonimi sembravano non bastare mai.<br />
Prima della colonia la mia nozione di sesso si limitava alla distinzione tra vivipari, ovipari o ovovivipari. L’aspetto pratico della riproduzione, ora, a dieci anni dalla mia nascita, all’improvviso mi si presentava come un’incombenza angosciante, per la quale non potevo che essere del tutto impreparato. A colazione, nel self-service del villaggio, mentre mi riempivo il vassoio (evitando con cura lo yogurt bianco e qualunque cosa vi somigliasse), mi mettevo a osservare le famiglie di villeggianti. Studiavo soprattutto i neonati. Mi sembrava inconcepibile che loro, che io… potessimo essere il prodotto fermentato di una sostanza «puzzolente». In quegli occhioni sbarrati riconoscevo il mio stesso sbigottimento.</p>
<p>Presto nel bungalow cominciò a circolare un’aria di sospetto nei miei confronti. Mi sforzavo in ogni modo di compiacere i miei compagni, anche a costo di ripetere a pappagallo tutto ciò che dicevano (più che altro i loro discorsi si limitavano a quello che avrebbero fatto <em>loro</em> alle attrici dei film di Telecapri se solo ne avessero avuto l’occasione). Più cercavo di imitare il loro linguaggio, però, più sembravo convincerli di essere un impostore.<br />
Col trascorrere lento dei primi giorni di villeggiatura, la diffidenza nei loro sguardi cedette ben presto il posto a qualcos’altro: qualcosa che somigliava alla pietà, unita a una punta di disagio, forse persino ribrezzo. Questo soprattutto quando cominciai a scoppiare in lacrime senza alcun preavviso, nei momenti più impensabili.<br />
Finché eravamo impegnati nei giochi e nelle attività diurne riuscivo a tenere a bada le mie crisi. Ma all’ora di cena il pensiero di casa tornava a riaffacciarsi, e dovevo correre a rintanarmi nella nicchia di plastica rossa dove c’era il telefono pubblico.<br />
«Fringuello, è normale avere nostalgia, all’inizio…» mi confortavano a turno le mie sorelle. «Quando ti sarai <em>ambientato</em> inizierai a divertiti, vedrai.»<br />
«Mi prometti che ti <em>sforzerai</em> di divertirti?» diceva ogni volta mia madre prima di riagganciare. Ogni volta promettevo, ma sempre con minor convinzione.<br />
In quei giorni il mio linguaggio cambiò ancora una volta. Senza rendermene conto, iniziai a ripetere cose come «Qui dentro c’è aria di chiuso!» o «Ma che vi costa tirare lo scarico?» e tutta una serie di formule che a casa mi sentivo ripetere fino alla nausea ma che ora custodivo come gli ultimi frammenti di un’antica, più evoluta civiltà.</p>
<p>Ormai lo facevo ogni giorno: chiuso in bagno di mattina, sotto le coperte di notte, davanti al calendario che mi ero appeso sopra al comodino. Quando la voglia di piangere mi assaliva non c’era nulla che potessi fare per trattenerla. Una volta, a metà di una partita di calcetto, finsi un mal di pancia solo per poter avere il bungalow tutto per me e piangere, piangere senza ritegno. Il nostro Tutor venne a controllare che stessi bene e mi trovò a inzuppare di lacrime il letto matrimoniale. Io non mi accorsi subito di lui: ero troppo occupato a singhiozzare. Nella disperazione mi ero dimenticato di chiudere la finestra e il Tutor ci aveva infilato la testa. Mi fece pensare alla giraffa dello Zoo Safari che aveva ficcato il muso nella nostra macchina durante una gita di famiglia. Quel ricordo mi fece sentire ancora peggio. Non sentii una parola di quello che balbettò. Il Tutor chiaramente non vedeva l’ora di andarsene, mi lasciò ai miei sfoghi solitari e scomparve dietro le acacie.<br />
Quando, quella sera, il cielo iniziò a scurirsi e i miei compagni fecero ritorno al bungalow, Elia venne a sedersi sul mio letto. Mi fece ascoltare la musica dal suo walkman. Si era portato un paio di cuffie in più.<br />
«Bella questa» mormorai, dopo un po’ d’ascolto, la voce ancora roca.<br />
«È fichissima, vero?» disse Elia. «Sono le Destiny’s Child, <em>Survivor</em>. Sai che vuol dire, <em>Survivor</em>?»<br />
«Che vuol dire?»<br />
«“Sopravvivere”. Me l’ha detto mia sorella. E Destiny’s Child significa “Figlie del Destino”.»<br />
«“Figlie del destino…”» gli feci eco, colpito.<br />
«C’è quella gran bonazza di Beyoncé che c’ha un cu…». Elia s’interruppe un attimo, per darmi un’occhiata veloce. «È molto <em>bella</em>, lei.»<br />
«Come hai detto che si chiama?»<br />
«Beyoncé» ripeté Elia, indicandomela sulla copertina della cassetta. «Mia sorella dice che è un nome da shampoo.»<br />
<em>Beyoncé</em>. Nella mia bocca suonava piacevolmente dolciastro. C’era un che di elastico, tra quelle sillabe, come una carica d’energia, qualcosa capace di catapultarmi lontano con un balzo, oltre i cancelli del villaggio…<br />
Un paio di volte riuscimmo a beccare il videoclip su MTV: Beyoncé e le sue amiche finivano su un’isola sperduta nell’Oceano Pacifico. All’inizio arrancavano sulla sabbia, i vestiti laceri, ma pian piano si rimettevano in piedi e cominciavano ad ambientarsi. Le si vedeva mentre giravano per la giungla vestite con pelli d’animale. Si fabbricavano delle lance per pescare e a un certo punto scalavano persino una parete di roccia, a mani nude, e si mettevano a ballare in un tempio abbandonato che si trovava là in cima.<br />
Da allora <em>Survivor</em> divenne un inno. Non c’era giorno che Elia e io non la cantassimo. Ci sfidavamo a cantarla persino sott’acqua in piscina. Quando pensavamo ci fosse troppo silenzio, uno dei due attaccava con Survivor e in un attimo ci trovavamo a saltare sui letti e a cantare finché qualcuno nel bungalow non ci diceva di piantarla. Ma noi gridavamo più forte: <em>Amma SURVIVOR! Amma SURVIVOR! Amma Big BABOL! Amma SURVIVOR!</em></p>
<p>Poi, a sorpresa, la tribù del bungalow perse un membro.<br />
Molfetta aveva deciso di lasciarci. Per giorni non l’aveva dato a vedere, ma si scoprì che aveva sofferto anche lui la nostalgia di casa, finché non ce l’aveva fatta più: i suoi erano venuti a riprenderselo.<br />
Fu uno shock. Come se una via di fuga, una minuscola breccia, si fosse aperta solo per poco, e io ero stato troppo distratto per accorgermene. E mi ero distratto perché avevo cominciato a divertirmi.<br />
Tornai a versare lacrime e lacrime sul telefono pubblico. Ma chiamavo casa molto meno spesso di quanto avrei voluto, dato che ero costretto a chiedere soldi al Tutor per comprare le schede telefoniche. Attorno alla vita, sopra i pantaloncini militari, aveva un marsupio da cui gestiva le nostre finanze per conto dei genitori. Dover chiedere soldi a un estraneo era una di quelle cose che mi facevano venir voglia di piangere. Anche se sapevo che erano soldi miei. Del resto le cose più banali, in quel posto, mi facevano venir voglia di piangere. Ad esempio, il bucato: mi ossessionava il pensiero delle signore che lavoravano nella lavanderia della colonia, le donne senza volto che leggevano il mio nome-e-cognome scritto sull’etichetta delle mie mutandine sporche; e chissà quali commenti ci facevano sopra.<br />
«Fringuello, se stai così male ci mettiamo in macchina e ti veniamo a prendere» diceva mia madre.<br />
Mi convinsi a rimanere solo per Elia. Sentivo che se me ne fossi andato prima della fine della colonia non avrei più avuto il coraggio di guardarlo negli occhi, una volta tornati a scuola.</p>
<p>Tra una lacrima e un ripensamento, quella prima, interminabile settimana riuscì a concludersi. Fu a quel punto che Elia e io ci trovammo un nuovo amico.<br />
Lo incontrammo in piscina. Aveva scelto un ombrellone accanto al nostro. Elia gli aveva fatto i complimenti per un tuffo a bomba particolarmente spettacolare, e da lì era stato facile passare alle presentazioni. Sannicandro aveva tredici anni, un largo sorriso bianco ed era agile e abbronzato come una pantera. Anche lui faceva la collezione delle schede telefoniche del WWF. Mi regalò persino il cuculo, che aveva a doppione. Ci disse che lui la sostanza «bianca e puzzolente» riusciva a ottenerla con una certa regolarità e consistenza già dall’inizio dell’estate. La prima volta si era aiutato con la crema per le mani di sua madre e una vecchia foto di Carmen Russo. Elia era visibilmente ammirato.<br />
Passammo tutta la domenica insieme, Elia, Sannicandro e io, a fare tuffi e capriole sott’acqua. Il giorno dopo, a colazione, lo cercammo con lo sguardo e il suo sorriso ci rispose dal fondo del self-service. Lui ci fece un cenno con la mano e ci invitò a raggiungerlo al suo tavolo. Mangiammo insieme anche a pranzo e a cena, e continuammo a farlo nei giorni successivi. In generale cercavamo di approfittare di ogni momento libero per stare in sua compagnia.<br />
Uno di quei giorni ci sembrò un po’ abbattuto. Ci disse in confidenza che non si trovava tanto bene con i suoi compagni di bungalow. Appena lo sentimmo Elia e io alzammo entrambi lo sguardo dalla nostra coppetta di gelato e ci guardammo, riconoscendo l’uno negli occhi dell’altro la stessa brillante idea.<br />
C’era ancora il letto di Molfetta inutilizzato, e non c’era motivo per cui i Tutor dovessero fare storie: il trasferimento di Sannicandro nel nostro bungalow avvenne quel pomeriggio stesso.<br />
Fui io ad accoglierlo. Ricordo ancora oggi l’entusiasmo con cui corsi alla porta, non appena sentii le ruote del suo trolley grattare sull’asfalto del viale.<br />
«Benvenuto!» esclamai, aprendo la porta.<br />
Sannicandro accennò una risata, scoprendo i denti bianchissimi.<br />
«Vuoi una mano?» gli dissi, tenendogli la porta aperta.<br />
Lui lasciò la valigia sull’uscio ed entrando mi diede una spallata. «E lèvati, <em>ricchione</em>».</p>
<p>Fu come se tutta l’aria mi venisse aspirata dai polmoni. Subito dopo sentii il risucchio dello sciacquone e la porta del bagno che si apriva, con Elia che ne usciva. Nell’aria si sentiva ancora lo spettro del deodorante di Molfetta.<br />
«Uelà, amico!» esclamò Elia. Andò incontro a Sannicandro e fecero la stretta di mano speciale che lui ci aveva insegnato in piscina. «Vieni, ti faccio vedere il tuo letto…»<br />
Sannicandro non si mosse. «Veramente mi piace questo qui» disse, indicando il mio, che era il più vicino alla porta.<br />
«Quello è suo» disse Elia, lanciandomi un’occhiata.<br />
«Sì, ma lui me lo cede» disse Sannicandro.<br />
Elia mi interrogò con lo sguardo. Io non riuscii a dire niente, ed Elia sembrò sollevato.<br />
Sannicandro si mise subito a disfare le valigie. Alla prima occasione, quando entrò in bagno, tirai Elia per il polso e lo portai fuori sul portico. Col cuore che batteva all’impazzata gli ripetei quello che mi aveva detto.<br />
Elia per qualche istante non disse una parola.<br />
«<em>Nah</em>, non è possibile.»<br />
Neanch’io riuscivo ancora a crederci.<br />
«Avrai capito male» disse Elia. Aveva le sopracciglia aggrottate. Sembrava osservare qualcosa tra le acacie, ma ad ogni occasione si voltava verso la porta del bungalow. «Non mi sembra proprio il tipo…»<br />
«Giuro che mi ha detto così» dissi, con la voce che già mi tremava.<br />
Non staccavo gli occhi da Elia, da quel viso che ormai conoscevo così bene: una faccia a forma di cuore, con in cima una fila di capelli a spina.<br />
Lui sospirò. «Avrai sentito male» ripeté. Sembrava esausto, come se per tutti quei giorni mi avesse caricato sulle spalle. Sospirò e finalmente mi guardò negli occhi, ma solo per un istante. «Adesso non cominciare di nuovo a piangere.» Poi rientrò, senza dire altro.</p>
<p>Il ritmo ossessivo delle cicale mi premeva sulle orecchie. Iniziai a correre. Non mi fermai un attimo, finché non vidi il telefono pubblico, simile a un grande orecchio rosso pronto all’ascolto, oltre la tenda verde dei salici. Afferrai la cornetta, la mano mi tremava tanto che non riuscivo a infilare la scheda. Il koala stampato sopra si aggrappava forte all’eucalipto per non cadere.<br />
Mentre il segnale della linea continuava a tubare io pensavo che dovevo andarmene al più presto da lì. Dovevano venirmi a prendere subito, mettersi in macchina in quel preciso momento. In quel bungalow non avrei dormito una notte di più.<br />
Ma in casa non c’era nessuno. Provai e riprovai, senza alcun risultato.<br />
Dovetti tornare indietro. Dalla strada sentivo già le voci di Sannicandro ed Elia. Ridevano, insieme a Bitonto e Giovinazzo. Sannicandro si stava vantando ancora con la storia della crema per le mani e di Carmen Russo.<br />
Mi fermai davanti al portico. Non potevo più entrare.<br />
Mi guardai intorno, in cerca di un posto dove andare, finché quasi non cominciò a girarmi la testa. Attraversai altri tre viali di villette tutte uguali. Alla fine mi infilai nello stretto spazio vuoto che separava due bungalow indistinguibili. Mi sedetti lì per terra e mi premetti il viso contro le ginocchia.<br />
Pregai con tutto me stesso che un elicottero venisse subito a portarmi via, come alla fine del videoclip di <em>Survivor</em>, o perché un meteorite attraversasse il cielo e finisse dritto su Sannicandro, riducendolo in poltiglia. Pregai perché ci fosse un repentino salto evolutivo e la gente potesse riprodursi senza il sesso, semplicemente sdoppiandosi, come i batteri o le alghe azzurre. Mi sarei considerato fortunato anche se un meteorite fosse caduto dal cielo per ridurre <em>me</em> in poltiglia.<br />
Non ricordo quanto tempo rimasi lì, a strappare l’erbetta dalla terra e a bagnarmi le ginocchia. Ricordo che a un certo punto mi passò davanti un gatto rosso. Mi osservò per un po’ con i suoi occhi dorati, io allungai una mano, ma fuggì non appena udimmo delle voci. Venivano da dietro il cespuglio che copriva la vista del viale.<br />
«Tagliamo da qui» aveva detto qualcuno. «Facciamo prima.»<br />
Per un folle istante pensai che le mie preghiere fossero state ascoltate. Mi immaginai le Destiny’s Child, o almeno mia madre e le mie sorelle. Invece dal fogliame emersero due signore, che si facevano strada nella vegetazione sollevando i lembi dei loro scamiciati a fiori. La più giovane aveva un asciugamano celeste poggiato come un velo sui capelli bagnati.<br />
«E tu che ci fai qui?» chiese la più anziana.<br />
Lacrime e muco risposero al posto mio.<br />
«È un bambino della colonia» disse l’altra, riconoscendo il mio berretto arancione. Mi fecero qualche domanda, ma capirono subito che prima avevo bisogno di sfogarmi un po’. Mi presero per mano e mi aiutarono ad alzarmi.<br />
Così mi portarono al loro bungalow. Durante il tragitto parlarono solo loro. Scoprii che erano milanesi, una madre e sua figlia non sposata. Il loro bungalow era diverso dal nostro. Sembrava fatto di materiale più solido, era più grande, e aveva anche un cortiletto con un eucalipto altissimo. Mi fecero sedere lì all’ombra, a un tavolo di plastica con una tovaglia a fiori, e mi offrirono un bicchiere di tè freddo (per fortuna, era alla pesca).<br />
Non ero pronto per raccontare quello che era successo. Non gli parlai né del tradimento di Elia né di Sannicandro. Loro non insistettero, comunque. Mi chiesero della scuola, della famiglia, di com’era vivere con quattro donne, e io cominciai timidamente a parlare delle mie sorelle: c’era Letizia, detta Lizzy, che suonava il pianoforte ed era bravissima in tutte le materie; Giò, che scriveva poesie e che una volta aveva anche fatto una recita a teatro; e poi Mary, che studiava danza classica e che fino a qualche anno prima mi portava sempre con sé a lezione. Alla scuola di danza avevo una sediolina riservata; le sue compagne mi si affollavano intorno facendo frusciare i tutù, che sembravano coperti di zucchero.<br />
«E a te cosa piace?» mi chiesero le due signore, mentre bevevo un secondo bicchiere di tè. «Sai già cosa vuoi fare da grande?»<br />
Anche se conoscevo già la risposta, ne approfittai per pensarci ancora un po’. «Lo zoologo, credo.»<br />
«Ma senti-senti!»<br />
«Mi piace disegnare gli animali.»<br />
Stavo giusto iniziando ad approfondire l’argomento quando la testa pelata del Tutor apparve sopra la siepe. Ci guardò distrattamente, stava per andare via, poi però mi riconobbe, e trasse un lungo sospiro.<br />
Le signore lo invitarono ad entrare. Lui si scusò.<br />
«Ma si figuri, è un bambino così a modo.»<br />
«Sì, ma non può sparire così.»<br />
Le due donne mi difesero, dicendogli che era stata una loro idea portarmi con loro, che mi avevano visto piangere e non ce l’avevano fatta a lasciarmi solo. «D’altronde, poverino, a quest’età non è mica facile stare lontano dalla mamma.»<br />
«Lo so, signora. Anche alla mia età non è facile» disse il Tutor, e gli spuntò un sorriso un po’ triste.<br />
«Da quanto tempo è qui?» chiese la signora più anziana.<br />
«Due settimane, quasi» rispose il Tutor.<br />
«No, non il bambino. Intendevo <em>lei</em>…»<br />
«Ah, io? Dall’inizio della stagione. Devo rimanere fino alla fine di agosto.»<br />
Mi misi a osservare più attentamente il Tutor. Doveva avere al massimo vent’anni, ma fino ad allora mi era sembrato praticamente un vecchio. Sulla testa l’ombra dei capelli rasati sembrava quasi verde. Il grosso pomo d’Adamo faceva su e giù mentre parlava. «Poi ho anche un fratellino della sua età…» stava dicendo intanto.<br />
«Scommetto che sente la mancanza del fratellone» disse la signora più anziana.<br />
«Mm… non ci giurerei. Ha tutta la stanza per lui, ora» disse il Tutor, e rifece lo stesso sorriso di prima. Mi posò una mano sulla spalla. «Adesso dobbiamo proprio andare. Scusate ancora per il disturbo.»<br />
Ci furono saluti e ringraziamenti, poi il Tutor e io – a malincuore – lasciammo il cortiletto e ci incamminammo. Mi aspettavo una ramanzina, invece non mi disse niente. Mi strinse solo la mano. Forse temeva che scappassi di nuovo. Comunque non tornammo subito al bungalow: prima mi portò al bar della piscina e mi fece scegliere un gelato. Al momento di pagare non aprì il marsupio, ma tirò fuori dalla tasca il suo portafogli. Mentre mangiavo in silenzio, seduto allo sgabello, lui rimase in piedi, i gomiti appoggiati al bancone, a guardare i tuffi e gli inseguimenti degli altri bambini a bordo vasca.<br />
«Tutto bene?» mi chiese solo. Feci cenno di sì con la testa, mentre leccavo quel che rimaneva del mio Croccante.<br />
Ci eravamo appena rimessi in cammino, quando in fondo al viale vedemmo qualcuno correre verso di noi. Il Tutor sollevò le nostre mani unite e gridò: «L’ho trovato!».<br />
Elia si fermò a qualche metro di distanza e si poggiò le mani sulle ginocchia. Aveva il fiatone. «Ma dove <em>cazzo</em>…eri finito…eh?»<br />
«<em>Le parolacc</em>e…»<br />
«Mi sono… girato tutto il… villaggio!» continuò Elia.<br />
«Andate a prepararvi per la cena» disse il Tutor. «E mi raccomando…» Mi riservò uno sguardo severo e, subito dopo, un occhiolino.<br />
Prese la direzione opposta, e noi proseguimmo da soli. Per un bel tratto ascoltammo in silenzio il grattare delle cicale.<br />
«Sai…» disse poi Elia, cupo. «Mentre non c’eri ha detto…» Lasciò la frase in sospeso e diede un calcio a un sassolino. «Insomma, non me lo facevo così&#8230;»<br />
Io non risposi e guardai dritto davanti a me.<br />
«Mi sa che non è stata una grande idea…» continuò. «Farlo venire a stare da noi.»<br />
Ci mettemmo a guardare l’asfalto scorrere sotto i nostri piedi.<br />
«Ci siamo cascati tutti e due» dissi alla fine.<br />
«Già…»<br />
«Come degli…» Mi interruppi un attimo, per dare un’occhiata veloce a Elia. «<em>Come due teste di ciola</em>» dissi, con un sorriso incerto.<br />
Elia si fermò di botto. Si voltò a guardarmi e scoppiò in una grande risata delle sue. Finivano sempre con un guaito da cane-lupo.<br />
«Gli ho detto che deve dormire nel letto di Molfetta, comunque» disse poi, stringendo gli occhi davanti al rosso abbagliante del sole. «Altrimenti se ne può tornare a casa sua…»<br />
Gli sorrisi e anche Elia mi sorrise, abbassandosi la visiera sugli occhi. Eravamo arrivati al nostro bungalow.</p>
<p>Quella sera, prima di cena, ritornai al telefono pubblico. Rispose mia madre: «Fringuello, ho una bella notizia, sai? Domenica veniamo a trovarti, sei contento?»<br />
Con quella prospettiva fu molto più facile affrontare i giorni che seguirono. Ce ne vollero pochi, comunque, perché Sannicandro si rivelasse anche al resto della tribù per quello che era veramente. Lui ed Elia arrivarono quasi alle mani. Successe mentre ero in piscina con la mia famiglia. Visto che non aveva più nessuno dalla sua parte, Sannicandro andò dal Tutor e chiese di essere trasferito in un altro bungalow, ma non c’erano più letti vacanti. I suoi ex-compagni non lo volevano più, e non a torto, visto le storie che venimmo a sapere.<br />
Così i suoi genitori vennero a prenderlo. Lo portarono via dalla colonia che mancavano soltanto tre giorni alla fine.<br />
Quando sua madre entrò tutta imbronciata nel bungalow per aiutare il figlio – altrettanto imbronciato – a fare le valigie, Elia le si avvicinò con un’aria furbetta e le fece i complimenti per le sue belle mani. «Sembrano davvero morbide, signora. Che crema usa?»</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5257</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Jenny si è spappolata la faccia di Flavia Montecchi</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5253</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5253#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 16:31:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[numeri]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Flavia Montecchi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5253</guid>
		<description><![CDATA[Jenny si è spappolata la faccia. Veramente non tutta quanta, ma solo il lato destro. Il lato destro della sua faccia color amuchina. Jenny è famosa nel quartiere per sembrare un ectoplasma, le si vedono le vene sotto gli occhi, e sulle mani. I suoi capelli sono delle sottili striscioline, color miele di acacia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Jenny si è spappolata la faccia. Veramente non tutta quanta, ma solo il lato destro. Il lato destro della sua faccia color amuchina. Jenny è famosa nel quartiere per sembrare un ectoplasma, le si vedono le vene sotto gli occhi, e sulle mani. I suoi capelli sono delle sottili striscioline, color miele di acacia e non le rinvigoriscono certo il volto. Ora che ci penso bene, credo che le uniche punte cromatiche del suo viso siano proprio le sue vene.<br />
Io non c&#8217;ero quando è successo, me lo ha raccontato Marcello che poi l&#8217;ha portata mano nella mano davanti la porta di casa. Ero in bagno quando sono entrati, gli ha dato Jenny le chiavi.<br />
La via di casa nostra è solo una piccola apparenza di tranquillità che sbuca sulla statale. Jenny e io prendiamo sempre le biciclette per raggiungere la piscina o la scuola. Le prendiamo anche solo per farci delle grandi passeggiate: dopo tre chilometri circa la statale fa una curva sulla sinistra e si lascia alle spalle Parco Montanari. Non è un granché quel parco, ma spunta qualche ciuffo di erba quando piove e ci sono i giochi di legno per i bambini, con le altalene per i grandi e per i piccoli. La cosa che mi piace di più sono i vecchi binari del tram: mozzati da chissà quali piani regolatori, attraversano i giardini senza nessun senso e si incastrano tra i ciottoli che ne marcano il tragitto. Quando ci cammini sopra sono davvero scomodi, ti rovinano i tacchi o le ruote della bici, eppure non posso fare a meno di passeggiarci. Parco Montanari è spesso pieno di ragazzi stranieri, solo uomini non chiedetemi perché. Ce ne sono di ogni nazionalità: indiani, africani, albanesi. Se ne stanno per la maggior parte del tempo seduti sui tavoli da pic-nic o sui davanzali delle finestre del centro sociale all&#8217;interno del Parco. Alcuni di loro bevono birra, altri osservano la gente passeggiare. Ogni tanto lo facciamo anche io e Jenny, beviamo Beck&#8217;s e osserviamo la gente. Oggi Jenny è uscita da sola ma non per andare al Parco, doveva passare in biblioteca che è dall&#8217;altra parte della città, io sono rimasta a casa per via di Mogwai che vomita da una settimana e ci riempie la lettiera di schifezze.<br />
È uscita a piedi, niente bici; in più Jenny è la classica persona che odia i mezzi pubblici. Quando starà meglio, mi racconterà che l&#8217;ha messa sotto una ciclista che mentre pedalava era intenta a salutare una sua amica sull&#8217;autobus. Mi racconterà che camminava per fatti suoi sulle strisce pedonali e che non ha fatto neppure in tempo a capire come fosse meglio cadere quando la ciclista l’ha investita. È caduta come cadono i birilli quando la palla da bowling li colpisce per uno strike, talmente quella rotola nella loro direzione. La ciclista è la signora Raversi, abita a qualche isolato dal nostro. Non lo diresti mai che è una che va in giro a mettere sotto la gente e infatti Jenny non l&#8217;ha riconosciuta subito, lo farà più tardi in ospedale. Marcello ha detto che anche la signora Raversi non ha visto Jenny passare, che ha attraversato la strada nonostante il semaforo fosse rosso, si ricorda anche della faccia che ha fatto a un certo punto la sua amica dal bus. Si è scusata però, la signora Raversi, soprattutto perché è la terza volta in una settimana che mette sotto qualcuno. Ha detto proprio così.<br />
Jenny si è spappolata la faccia e i medici non sono sembrati molto ottimisti. È caduta schiacciando tutto il lato destro del viso, quello in grado di toccare la strada: orecchio destro, guancia destra con dentro il canino, zigomo destro, cavità oculare esterna destra e parte della tempia, sempre destra. L&#8217;impatto è stato talmente forte che alcuni granelli d&#8217;asfalto si sono infilati nella pelle, creando dei minuscoli fori scuri, come grossi punti neri mai spremuti. Inoltre la guancia destra si è gonfiata e deformata insieme, come il fermo immagine interminabile del pallone di Mila e Shiro dopo una schiacciata. Jenny però riesce a parlare, ancora non può sorridere o meglio, si sforza di farlo con il lato buono della faccia che le rimane. Sì perché Jenny non piange praticamente mai.<br />
Mi ricordo di una volta in cui cadde dal motorino di Filippo. Ci stavamo sfidando a una gara motociclistica fatta in casa, o meglio, per le vie della provinciale, eravamo in due su due motorini omologati per uno: Aurelio era alla guida del suo e dietro portava me, mentre Filippo aveva Jenny. La difficoltà della gara, oltre a battere la velocità nel percorrere un rettilineo di venti chilometri nel minor tempo possibile, stava nel mantenere l&#8217;equilibrio che Jenny e io avevamo garantito solo in partenza: infatti non stringevamo i nostri compagni sulla vita, ma davamo loro le spalle, puntandogli i gomiti sui fianchi e stringendoci alle maniglie dello Scarabeo. Guardavamo la strada sfrecciare sotto le ruote allontanarsi sempre di più, con il vento che ci spingeva i capelli sulle guance e proiettava il resto del corpo lontano da noi. Jenny perse.<br />
Oltre a somigliare a un ectoplasma, Jenny ne incarna anche il peso, ovvero nessun peso per le sue ossa. Ha un corpicino minuscolo che può farsi battere solo da una piuma: dopo sette chilometri volò via, letteralmente parlando. Aurelio e io ce ne accorgemmo solo perché a un tratto la vedemmo sfrecciare di lato: Filippo non aveva percepito nessun tipo di assenza dietro di lui. Quindi inchiodò e noi subito dopo, per poco non finii a terra anche io, mentre Jenny ruzzolava lungo i chilometri di provinciale rimasti dietro di noi. Il suo moto era regolare, non c&#8217;erano ostacoli in mezzo alla strada. Quando finalmente si fermò, aveva le ginocchia e i gomiti bruciati, era un impiastro di sangue che solo Cristo in croce, eppure rideva, non la smetteva più: <em>Vi ho battuto tutti! Ho vinto!</em>, era entusiasta. Sosteneva che, essendo tornata al punto di partenza prima in volo e poi rotolando, poteva dichiararsi inimitabile vincitrice assoluta.<br />
I medici le hanno detto che non ha nulla di rotto, ma che per via dell&#8217;impatto, la sua pelle ha subìto diversi traumi da flessione permanente in troppi punti e che non è possibile isolarli per ripristinare la fisionomia della sua natura. Si tratterebbe di micro chirurgia extra specializzata e loro purtroppo non sono in grado di lavorarla. Bisognerebbe portarla d&#8217;urgenza in un centro adatto, ma anche in quel caso si potrebbe rischiare di arrivare tardi: la pelle è talmente sottile che se non si riuscisse a intervenire al più presto, quella parte di faccia sarebbe persa del tutto. Dunque è persa, del tutto. Jenny ha retto il colpo. Pensavo svenisse e invece no. Mi ha raccontato della ciclista, di come erano andati secondo lei i fatti e poi mi ha detto di portarla da <em>Ellain lineanera</em>. Ha firmato perché la dimettessero e insieme siamo andate da lui prima che chiudesse lo studio; Ellain è il tatuatore più famoso del quartiere, forse perché è in realtà l&#8217;unico tatuatore del quartiere.<br />
Jenny gli ha appena chiesto uno sciame di farfalle con le ali rosse, blu e verdi che volano partendo dalla tempia destra fino a scomparire lungo parte del collo, toccando contorno occhio e guancia. Tra una farfalla e l&#8217;altra poi ha chiesto di aggiungere molti fiori, con dei petali come lacrime e qualche nota musicale di un inchiostro nero, pieno: solo semiminime e crome. Poi ha chiesto di rateizzare il pagamento, ma Ellain guardandola come si era ridotta, si è commosso: dice che la tatuerà gratis, bisognerà solo aspettare qualche giorno, quando la sua faccia si sarà sgonfiata e le cicatrici avranno preso il posto definitivo sulla pelle. Dice che ci vorranno otto sedute da tre ore ciascuna, meglio andarci piano. Jenny ha sorriso con il lato sinistro del viso, quindi ha annuito: tornerà dopodomani.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5253</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perdere di Alessandro Mazzarelli</title>
		<link>https://www.collacolla.org/?p=5250</link>
		<comments>https://www.collacolla.org/?p=5250#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 12 Jan 2018 16:25:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[numeri]]></category>
		<category><![CDATA[numero 24]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Mazzarelli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=5250</guid>
		<description><![CDATA[Colazione a casa, la mattina, Marco non la faceva più. Gli metteva tristezza.  Appena alzato preferiva infilarsi in doccia, vestirsi in silenzio e scendere a prendere il motorino col casco già allacciato. Al bar accanto evitava di entrare. Il bancone laccato non gli piaceva, le luci al neon lo infastidivano; diceva che gli sembrava arredato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Colazione a casa, la mattina, Marco non la faceva più. Gli metteva tristezza. <br />
Appena alzato preferiva infilarsi in doccia, vestirsi in silenzio e scendere a prendere il motorino col casco già allacciato. Al bar accanto evitava di entrare. Il bancone laccato non gli piaceva, le luci al neon lo infastidivano; diceva che gli sembrava arredato col gusto di un casalese appena sbarcato da Ibiza. <br />
Per resistere al bisogno di caffeina, slegava la catena senza alzare lo sguardo e come un rivolo di nessuna importanza confluiva nel traffico maleodorante della Tiburtina in uno stato di apnea cognitiva fino a San Lorenzo, per fare colazione sotto al pergolato di un bar all’incrocio tra via dei Volsci e via dei Latini, per credere di abitare ancora in quel quartiere, per poter continuare a pensare che l’alloggio buio e lontano dove era finito non fosse che una sistemazione temporanea, un brutto scherzo del destino, una piega scomoda della vita che presto sarebbe stata superata. Si sedeva al tavolino d’angolo sotto i tralicci, in attesa di ordinare un cappuccino scuro senza schiuma alla cameriera dall’aria sfatta e studentesca, coltivando l’inquieta speranza che la giornata finisse in fretta.<br />
La campagna elettorale che da mesi occupava le prime pagine era all’ultimo giro, Roma aspettava un nuovo sindaco, i capi di Marco erano impegnati nella lotta. Lui, per mille motivi, meno.<br />
Ultimamente gli sembrava che niente avesse senso; insofferente alla sveglia, ai giornali, ai commenti sui social, alle trasmissioni televisive, agli automobilisti distratti che parlavano al cellulare, al manto stradale dissestato di via Nazionale, in quelle settimane anche il vento caldo in faccia gli sembrava più soffocante che mai, con la giacca di lino che – dopo aver svolazzato in coda mentre superava le macchine incolonnate – gli si appiccicava alla camicia a ogni semaforo; gli capitava sempre più spesso di imprecare contro i turisti che come mandrie bovine gli attraversavano la strada, pascolando col muso all’insù fino a piazza San Silvestro liberata dagli autobus, la cui nuova pavimentazione senza alberi rifletteva il calore fin dentro l’adiacente ufficio postale, da dove uscivano professionisti ogni giorno più nervosi e accaldati; anche i negozi un tempo punto di riferimento del lusso e dell’eleganza sprofondavano nel pacchiano. Osservava giornalisti e fotografi volteggiare intorno ai palazzi della politica come uccelli che scrutano il pelo dell’acqua, pronti a tuffarsi. E sapere cosa avessero nel becco non gli interessava più.<br />
Perfino il tramonto di Roma gli appariva come l’orpello di una città inutilmente bella.<br />
Mentre lo scontro politico si svolgeva altrove, restava seduto alla scrivania per ore, giacca cravatta e computer acceso. Come uno di quei soldati che si sono dimenticati di andare a riprendere. Senza nemmeno più la paura che dalla giungla qualcuno potesse sparare, solo con la sensazione di perdere tempo e una gran voglia di tornare a casa. Pazienza se non c’era più nessuno ad aspettarlo e se quel bilocale dove adesso abitava era molto più squallido e triste del suo ufficio luminoso. In quelle settimane mettersi a letto era l’unica cosa che voleva. Senza cenare, senza leggere, senza accendere la televisione. Solo spogliarsi lasciando cadere tutto a terra, e sdraiarsi al buio, fissando il soffitto che intravedeva appena, fissando l’idea di soffitto. Era l’unica cosa che gli dava sollievo, oltre al cappuccino scuro di San Lorenzo. Ma quello, diceva, durava troppo poco.<br />
Con Marco Iodice siamo stati compagni di banco per tutto il liceo, sono stato il suo testimone di nozze. Poi gli impegni di ognuno, il lavoro, la famiglia. Quando il matrimonio con Ilaria è andato in crisi, io non sapevo nemmeno che stessero litigando. <br />
Ero andato a casa sua con la speranza di trascinarlo almeno al cinema. <br />
Mi aprì in mutande, il tempo di biascicare un Ciao e tornò a letto. L’appartamento era piccolo, al muro un tavolino ricoperto di fogli e giornali, l’angolo cottura con due soli fornelli; nell’altro ambiente un mobile separava il letto da un divano macchiato, il posacenere sul bracciolo e un televisore poggiato a terra con la presa staccata. L’aria era viziata, sulle pareti aloni di umidità, né un quadro, né un poster a coprire.<br />
«Sai una cosa» mi disse restando sdraiato, dopo che per interi minuti aveva respinto i miei tentativi di conversazione a monosillabi, i suoi piedi nudi che si accavallavano, «l’accondiscendenza è il vero male dell’amicizia, e vale anche per la sinistra.» Lo sentii ridere da dietro il mobile.<br />
«È vero che a Roma perdiamo?»<br />
Si mise a tossire, poi sbuffò. <br />
«Non lavorerei in un partito politico» disse accendendosi una sigaretta, gli passai il posacenere «e non sarei un militante se non ci credessi fino all’ultimo, se nascosta da qualche parte, anche con i sondaggi più infausti e le analisi più pessimistiche, non coltivassi anche solo la speranza di un miracolo. Oggi invece penso semplicemente che dovrei cercarmi un altro lavoro, andare a vivere in un’altra città. Te lo ricordi all’università, quando a ogni sopraggiungere d’autunno ci chiedevamo se non stessimo sbagliando tutto? Poi però alle manifestazioni ci andavamo lo stesso, le occupazioni, i centri sociali. E ora questi ci urlano <em>servi delle banche</em>, a noi? <em>Collusi con le mafie</em>, addirittura. Vicino casa di Ilaria, dietro al mercato di San Lorenzo, c’è una scritta sul muro, <em>Viva il comunismo</em>, e sotto con un tratto diverso hanno aggiunto, <em>E anche tu&#8217; madre</em>.»<br />
Per non strozzarsi si era tirato su, il viso aveva un pallore insano, le occhiaie scavate, gli occhi lucidi di chi ha la febbre. Si guardò la pancia come se si accorgesse solo in quel momento di essere in mutande. Allungò una mano per afferrare una maglietta da sotto al letto e se la infilò facendo passare prima le braccia, e infine la testa come fosse sbucato da una tana di conigli.<br />
«Non riesco più a parlare con Ilaria, litighiamo in un attimo, prima non era così, prima anche quando avevamo delle divergenze ci prendevamo il nostro tempo, provavamo a venirci incontro, ora nemmeno il tempo di finire la prima frase che già ci stiamo urlando contro. Mi faccio noia da solo, cosa c’è di peggio? Dicono che accettare la separazione sia il primo passo. Come in politica, te che dici? Anzi no, non mi dire niente. Te lo sai che lavoro fai? Quelli dicono architetto, avvocato, cameriere, impiegato, insegnante, io una perifrasi lunga un chilometro che non significa niente.» <br />
Gli dissi che al Tibur davano un ottimo film.<br />
«Davvero vai ancora al cinema? E scrivi anche lettere con la penna stilografica?»<br />
Mi passò il posacenere e si ributtò di schiena sul letto. Gli angoli del lenzuolo lasciavano intravedere un materasso sottile di gomma piuma. <br />
«Da me credono ancora ai sondaggi. Li pagano, quelli gli dicono i risultati che i nostri sperano e invece di chiuderla lì, ci credono. Negli uffici fanno tutti la faccia scettica, alzano le spalle, ma poi a casa, quei numeri, quei grafici, gli si annidano nel cervello, e nel giro di un paio di giorni smettono di essere sondaggi pagati dal partito e diventano le loro sensazioni personali, le loro percezioni, il loro sesto senso e si convincono, le spacciano in giro ad altri che subiscono lo stesso processo. Ma non credo basti per vincere.»<br />
Gli dissi che eravamo preoccupati per lui, che non poteva passare tutta l’estate chiuso in casa. <br />
«L’altra sera sono andato a una cena… che mica solo a voi v’è presa ‘sta mania di farmi conoscere gente, e più dico no grazie, più mi rompete i coglioni, speravo di trovarmi una scusa con calma, invece poi richiamare per disdire mi faceva ancora più fatica. A casa di Palmieri, non so se te lo ricordi, quello che suonava il basso, facevano le cover degli U2, che un periodo usciva anche con noi, una sera l’abbiamo riaccompagnato a casa ubriaco che non stava in condizioni di guidare, credo abbia vomitato dal finestrino dietro, da dentro però, senza abbassarlo, cazzo come fai a non ricordarti la puzza di vomito? Vabbè ora s’è sposato, ha tutto un giro di amicizie della moglie. Una bella casa dietro via Merulana, con un salone ampio, si vede che la moglie è una che ci tiene, che va in giro per negozi d’antiquariato spacciandoli per mercatini. Palmieri ha sempre quell’aria un po’ svagata ma un prezzo l’ha pagato anche lui, ha servito gli antipasti con il grembiule di un corso di cucina fatto a Marsiglia. C’era un medico con la barbetta e gli occhiali alla John Lennon che ha detto che scaraffare i vini è una cosa anni Novanta. Al secondo bicchiere ero già pentito di esserci andato. Erano pure tutte coppie, ho pensato di simulare un malore, però lo sforzo di alzarmi dal letto ormai l’avevo fatto. Almeno mangiavo decentemente. Sono arrivate anche due ragazze senza fidanzati. E insomma ci siamo messi a tavola, conversazione inutile sulle vacanze, i viaggi, chi è stato dove, ti presto la guida, conosco un albergo, mandami il link, e mentre eravamo intenti ad arrotolare le linguine agli scampi senza sporcarci la camicia, la moglie del medico, quello contro le caraffe, con un vestito verde fasciato – che secondo me anche meno andava bene lo stesso – comunque questa approfittando di un momento di pausa nella conversazione dice, <em>Certo che il Pd fa davvero schifo, non trovate?</em> Non era rivolto a nessuno in particolare; mi sono sforzato di trovare nel tono un’acredine più marcata, l’indignazione per una qualche ingiustizia, una colpa grave, ma ti giuro che non c’era niente, la frase suonava uguale a tutte le altre che aveva lasciato cadere sulla tavola, uguale a quelle sul tempo e la besciamella venuta male.»<br />
Era tornato a sedersi sulle gambe incrociate, gli occhi febbricitanti, sotto le ascelle la maglietta già bagnata. Il suo sguardo correva per la stanza come una donnola in fuga, ma non c’era molto su cui posarsi, anche il mobile che divideva la stanza era vuoto, nemmeno un libro appoggiato tra gli scaffali, si vede che stavano ancora tutti da Ilaria. Sembrava entrato in quell’appartamento il giorno prima per sbaglio; e invece ci viveva da mesi. Quando il suo sguardo tornò a fermarsi su di me sembrò calmarsi. Dopo un breve momento d’imbarazzo la conversazione era ripresa, qualcuno aveva chiesto del vino, qualcun altro faceva i complimenti ai padroni di casa per l’arredamento e per le linguine, altri parlavano col vicino di posto.<br />
«Non tanto quella seduta di fronte a me, ma l’altra era un po’ il mio tipo, aveva lunghi capelli neri, piuttosto giovane se devo dire, cercavo di inserirmi nella conversazione, di farmi notare; non che mi senta particolarmente brillante, però nemmeno volevo fare la parte del depresso che guarda fisso nel piatto; sicuro lo sapevano tutti che sto divorziando, figurati se non ci ricamate da settimane. Cercavo di incrociare lo sguardo di questa ragazza, quando la moglie del medico è tornata sul tema, <em>Quelli sono proprio i peggiori, falsi e moralisti</em>. Non una voce si è levata in difesa del mio partito, neanche una. Anzi, hanno preso a scherzarci sopra, queste capre, facevano le battutine. Metà delle cose che dicevano erano false o imprecise, soprattutto quelle che diceva il medico, ma non importava a nessuno, alcuni si contraddicevano da soli, senza capirlo, c’era un ingegnere che per un periodo ha lavorato a Milano, che ce l’ha ripetuto più volte, che aveva lavorato a Milano, con la fidanzata incinta di fianco che gli teneva sempre la mano come se dovesse volare via tipo palloncino, questo diceva che di motivi per parlarne male ne poteva trovare a decine; non li ha mica elencati, ha solo fatto finta, faceva quello informato, e in un attimo è diventato facile per tutti, le critiche confluivano da ogni parte del tavolo, trovando immediato successo, sprigionando il sorriso, la complicità, l’intesa. Li ho osservati bastonare il mio partito con allegria e soddisfazione per tutta la cena, come avevo visto bastonare solo le pignatte alle fiere di paese, con le risate sguaiate e gli applausi di contorno di quelli che seguono sempre la maggioranza. E non è che non mi sia venuta voglia di rispondere, che un conto è se lo critico io, il mio partito; se ci fosse stata Ilaria forse l’avrei anche fatto, mi sarei messo a discutere, che di bicchieri non stavo mica indietro, ma per chi, per il medico? Per quella gente che conoscevo appena, per Palmieri che restava pur sempre uno che aveva vomitato sul finestrino, per fare colpo su quella ragazza di cui nemmeno ricordavo il nome? Certo che la risposta adesso è sì, vale sempre la pena, perché può essere utile alla causa, anche solo nel medio periodo, perché si può avere la fortuna di convincere, oppure di soccombere ma avendo seminato un dubbio, per consentire al medico con gli occhialini o all’ingegnere ho-lavorato-a-Milano di ascoltare una versione diversa o anche solo per una frase che avrebbe ripreso a scavare poi. Sulla carta vale sempre la pena, ma dove la prendevo la forza per non rimanere in silenzio? E se anche l’avessi trovata lì, sotto la sedia, tutta l’energia per litigare, tornato a casa credi che avrei trovato la mia piantagione di dubbi potata di qualche ramo? Sarebbe rimasta intatta anche se avessi litigato con tutti, rigogliosa e immarcescibile, coi dubbi in fiore. E non avrei potuto far altro che annaffiarla con tutte le parole ascoltate, depurate giusto delle più sciocche.» <br />
Si sdraiò di nuovo sul letto, gli occhi al soffitto, i pochi ricci appiccicati sulla fronte sudata. Aspettai alcuni minuti in silenzio, muovendomi ogni tanto sul divano. Ma non aveva più voglia di parlare. <br />
Non era finito giugno che sulla spiaggia di Fregene incontrai Palmieri con la moglie. Grandi saluti, baci, abbracci. Mi chiesero di Marco, se l’avessi visto negli ultimi tempi, che loro l’avevano invitato una sera a cena ma non si era presentato. Senza neanche avvertire. <br />
Tornando a Roma chiamai Ilaria. Mi disse che Marco le raccontava di appuntamenti di lavoro inesistenti, di riunioni a cui fingeva di andare, che inventava bugie pur di non uscire di casa. «Ci stiamo separando» sospirò, «non ho voglia di litigare anche per questo.»</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.collacolla.org/?feed=rss2&#038;p=5250</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
