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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Diego De Bellis</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 21:43:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1991 a Benevento, è cresciuto a Senigallia. Laureato in Giurisprudenza, oggi vive a Milano.  Ha pubblicato su «Colla»: 23.12.1989.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1991 a Benevento, è cresciuto a Senigallia. Laureato in Giurisprudenza, oggi vive a Milano. </p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="23.12.1989" href="http://www.collacolla.org/?p= 5990"><em>23.12.1989</em>.</p>
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		<title>Domenico de Musso</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 21:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1983 a Venosa (PZ), è laureato in Lettere e Filosofia e ha frequentato la Scuola Holden, dove ha conseguito il Master nel 2010. Copywriter e direttore creativo, ha lavorato per agenzie internazionali; adesso fa lo stesso, ma da freelance. Alcuni suoi racconti sono apparsi su «minimaetmoralia» e «Cadillac». Ha pubblicato su «Colla»: Milano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1983 a Venosa (PZ), è laureato in Lettere e Filosofia e ha frequentato la Scuola Holden, dove ha conseguito il Master nel 2010. Copywriter e direttore creativo, ha lavorato per agenzie internazionali; adesso fa lo stesso, ma da freelance. Alcuni suoi racconti sono apparsi su «minimaetmoralia» e «Cadillac».</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Milano siamo noi" href="http://www.collacolla.org/?p= 5983"><em>Milano siamo noi</em>.</p>
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		<title>Michele Frisia</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 21:29:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Laureato in Fisica teorica e Giurisprudenza, è perito balistico e PhD Candidate. Ha pubblicato con Dino Audino Editore Delitti e castighi (2019), un saggio con la prefazione di Giancarlo De Cataldo, e Corpi del delitto (2020). Vari racconti sono usciti su riviste letterarie e lit-blog («Nazione Indiana», «Osservatorio Cattedrale», «Grado zero», «inutile», «Verde» e altre). Con La buzzonaglia ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Laureato in Fisica teorica e Giurisprudenza, è perito balistico e PhD Candidate. Ha pubblicato con Dino Audino Editore <em>Delitti e castighi</em> (2019), un saggio con la prefazione di Giancarlo De Cataldo, e <em>Corpi del delitto</em> (2020). Vari racconti sono usciti su riviste letterarie e lit-blog («Nazione Indiana», «Osservatorio Cattedrale», «Grado zero», «inutile», «Verde» e altre). Con <em>La buzzonaglia</em> ha vinto la call 2022 per racconti del Premio Calvino. Il romanzo inedito <em>Avere un piano</em> ha vinto il premio Zeno 2020. Il romanzo <em>Ai gentili non vendere armi</em> è stato finalista dell’edizione 2025 del Premio Calvino, ottenendo una menzione speciale.<br />
È redattore delle riviste letterarie «Narrandom» e «Spazinclusi».</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Il figlio migliore della patria" href="http://www.collacolla.org/?p= 6018"><em>Il figlio migliore delle patria</em>.</p>
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		<title>Michele Renzullo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 21:21:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato a Milano nel 1976. Dopo svariati lavori, nel 2016 ha creato la prima accademia di scrittura creativa online, dove, ad oggi, si sono iscritti duemila studenti. Il suo blog raggiunge circa quattrocentomila visite annuali e ha venticinquemila follower. Tra le sue pubblicazioni: L’una di Ferragosto (KDP Amazon, 2016), Manuale completo di scrittura creativa (CSA editrice, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Milano nel 1976. Dopo svariati lavori, nel 2016 ha creato la prima accademia di scrittura creativa online, dove, ad oggi, si sono iscritti duemila studenti. Il suo blog raggiunge circa quattrocentomila visite annuali e ha venticinquemila follower. Tra le sue pubblicazioni: <em>L’una di Ferragosto</em> (KDP Amazon, 2016), <em>Manuale completo di scrittura creativa</em> (CSA editrice, 2021), <em>Farfalle a sonagli</em> (Golem edizioni, 2022), <em>Aurora by night</em> (Morellini, 2023). È stato finalista al concorso Libromania-DeAgostini; ha vinto la targa della critica al Premio letterario Milano international; con il racconto <em>L’uomo che puliva la panchina</em>, poi pubblicato nella collana Giallo Mondadori, ha vinto il concorso Nebbia Gialla. </p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Il dolore delle aragoste" href="http://www.collacolla.org/?p= 5996"><em>Il dolore delle aragoste</em>.</p>
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		<title>Flavio Torba</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 21:15:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1986, è un ingegnere reggino che scrive, sotto pseudonimo, narrativa horror e fantascientifica. Dopo aver mosso i primi passi su riviste letterarie online e antologie («La nuova carne», «L’Inquieto», «Specularia», «Silicio», «Speciale Urania Macchine, IA e robot»), nel 2024 ha pubblicato con Delos Digital il suo primo romanzo, Stupenda creatura idiota, un misto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1986, è un ingegnere reggino che scrive, sotto pseudonimo, narrativa horror e fantascientifica. Dopo aver mosso i primi passi su riviste letterarie online e antologie («La nuova carne», «L’Inquieto», «Specularia», «Silicio», «Speciale Urania Macchine, IA e robot»), nel 2024 ha pubblicato con Delos Digital il suo primo romanzo, <em>Stupenda creatura idiota</em>, un misto di fantascienza e hard boiled, già arrivato in finale al Premio Urania 2022.</p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Veri detective" href="http://www.collacolla.org/?p= 6014"><em>Veri detective</em>.</p>
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		<title>Antonio Amodio</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 21:07:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nato nel 1992 a Foggia. Laureatosi a Bologna in Storia del Cinema Nordamericano prima e Comunicazione Pubblica d’Impresa poi, attualmente lavora come programmista multimediale e collaboratore ai testi nel programma RAI Cultura Wonderland. Suoi racconti sono usciti sulle riviste «Bomarscé», «Narrandom», «GELO», «Metatron», «Malgrado le Mosche», «Quarta Corda», «Silicio», «Coye», «la nuova carne», «Limen Pastiche» [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 1992 a Foggia. Laureatosi a Bologna in Storia del Cinema Nordamericano prima e Comunicazione Pubblica d’Impresa poi, attualmente lavora come programmista multimediale e collaboratore ai testi nel programma RAI Cultura Wonderland. Suoi racconti sono usciti sulle riviste «Bomarscé», «Narrandom», «GELO», «Metatron», «Malgrado le Mosche», «Quarta Corda», «Silicio», «Coye», «la nuova carne», «Limen Pastiche» e «Calvario». Altri racconti sono stati pubblicati nelle antologie <em>Transutopia 2</em> (Elemento 115, 2013), <em>Il libro di Metatron</em> (D Editore, 2024). Con il racconto <em>Fedora</em> (Galileo Editore, 2024) ha vinto il premio Shots ed. 2024, mentre con il racconto <em>It’s dangerous to go alone. Take this</em> ha vinto l’edizione 2025 del premio Oblivion come miglior racconto d’azione. </p>
<p>Ha pubblicato su «Colla»: <a title="Meiyo no chouken – a yakuza story" href="http://www.collacolla.org/?p=6002"><em>Meiyo no chouken – a yakuza story</em>.</p>
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		<title>Il figlio migliore della patria di Michele Frisia</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 16:51:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il ragazzo è cresciuto in un paese da niente, bello, per carità, ma disperso sulle colline, alte, lontane dal mare, e poi qui si conoscono tutti. Così dice sempre suo padre, che lo dice come se fosse una virtù, e invece al ragazzo la mentalità da paese non piace, non succede mai nulla, e soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il ragazzo è cresciuto in un paese da niente, bello, per carità, ma disperso sulle colline, alte, lontane dal mare, e poi qui si conoscono tutti. Così dice sempre suo padre, che lo dice come se fosse una virtù, e invece al ragazzo la mentalità da paese non piace, non succede mai nulla, e soprattutto non lo considerano abbastanza. Io sono diverso, pensa il ragazzo, e sua madre ha pianto, quando si è iscritto in facoltà. È un così bel ragazzo, pensa lei, potrebbe cercare moglie qui in paese. Non aveva mai dormito fuori casa, si confida con le amiche, doveva cominciare proprio adesso? Poteva trovarsi una ragazza per bene, dice in giro, invece vuole studiare legge. Ma no, mamma, non si dice <em>legge</em>, giurisprudenza è più elegante. Che poi comunque il ragazzo è sempre a casa, scende in città solo per gli esami. Intanto lei ha imparato, giurisprudenza, e lo dice a tutti, mio figlio studia giurisprudenza, eh no, non si dice <em>legge</em>: giurisprudenza è più elegante. Anche il padre è contento. In famiglia i soldi non mancano, dice, ma una laurea sì, e presto l’avremo. Farà l’avvocato, dice. Lo dice al bar, e dal fruttivendolo, lo dice a tutti, perfino sul sagrato. Ma no, papà, ti devi aggiornare, l’avvocato è un mestiere che non rende più, sono troppi, non è come ai tempi tuoi che l’avvocato era un signore, adesso fanno la fame, corrono dietro agli immigrati per ottenere un incarico, contestano le espulsioni del Prefetto quando invece è meglio farle, le espulsioni, e intanto il ragazzo studia e si laurea. Settantadue è un ottimo voto e così, tornando verso casa, in macchina, con la radio a basso volume, lo dice a suo padre. Devo fare il concorso, dice, è arrivato il momento di chiamare lo zio. Lo zio di Roma, intende il ragazzo, che conosce un capo di gabinetto o qualcosa del genere, in un ministero gli sembra, che magari non sarà proprio il ministero più importante di tutti, ma è comunque un ministero. E l’amico dello zio è comunque un capo di gabinetto, di un ministero o qualcosa del genere. E così il padre chiama.<br />
Lo zio ha fatto il suo lavoro. Reato omissivo mediante commissione, ha detto al telefono, e il ragazzo ha studiato il reato omissivo mediante commissione. Il giorno del concorso c’è gente dappertutto, fa caldo, e il vicino di banco sembra uno preparato. Il ragazzo sbircia la documentazione, legge il voto di laurea, centodieci, e poi una parola, lì accanto, lode. Accidenti, pensa, ma questo è uno bravo, e poi lo dice, ma tu sei uno bravo. E il vicino di banco, che è figlio di un prefetto, sorride, però non dice niente, è anche arrossito. Il presidente intanto sorteggia la busta, copia il tema col gesso, alla lavagna, e scrive <em>Reato omissivo mediante commissione</em>. Il ragazzo piega la testa e quando la rialza ha già finito il tema, esce dallo stanzone, ha vinto il concorso, saluta il paese, sale sul treno, ed eccolo davanti alla scuola di polizia, stanno per cominciare le lezioni. Ma prima di entrare guarda in alto, sotto l’architrave, vede incisa una frase. <em>Per la sicurezza della patria educo i suoi figli migliori</em>. E il suo vicino di banco al concorso, che lo saluta dal cortile, oltre a essere figlio di un prefetto, sembra anche uno dei figli migliori della patria. Come me, del resto, pensa il ragazzo, e così lui e il figlio del prefetto diventano amici. Anche se non sono compagni di camera, non ancora.<br />
Il corso procede ma c’è qualcosa, alla scuola, che indispone il ragazzo. Ogni mattina, all’appello, sente chiamare il suo cognome, ed è felice, orgoglioso, da buon figlio migliore della patria, ma solo per un attimo, soltanto finché realizza che non stanno chiamando lui, lui verrà dopo, stanno chiamando un altro: un tipo sciapo, con lo stesso cognome, che però nell’elenco alfabetico, per via del nome, addirittura lo precede. La cosa sta diventando insostenibile. E così il ragazzo va dal tipo sciapo e glielo dice. Ehi, dice, senti bene, lo sai perché sei qua? L’altro non risponde. Te lo dico io il perché. Mio zio ha fatto chiamare, ha comunicato il mio cognome al Ministero, perché lo segnassero, mio zio frequenta persone importanti e le persone importanti mi volevano qui. E tu? Qual è il tuo merito? Non rispondi, eh? La tua unica qualità, ricordatelo bene, è che porti un cognome uguale al mio. L’altro allarga le braccia. Ah, non capisci eh? Allora te lo spiego. Al ministero dovevano prendere me, ma non sapevano il nome, e così per non sbagliare ci hanno preso tutti e due. Però sappi, e ricordalo bene, che sono io quello originale, quello che doveva stare qui. Tu invece… tu sei stato solo fortunato.<br />
Ma il tipo sciapo non è l’unico fastidio. Il compagno di camera del ragazzo è un agente di polizia, uno che si è laureato a quarant’anni, ma vi rendete conto, dice sempre il ragazzo ai genitori, uno che cerca di fare carriera a quell’età, assurdo. Avrà copiato di sicuro. Come avrebbe fatto, altrimenti, a vincere un concorso del genere? Talmente difficile che perfino i migliori-giovani-laureati del Paese, se vogliono passare, devono far telefonare da qualcuno. E ora, da semplice agente, diventerà commissario, una cosa inconcepibile. Ma perché li mettono tutti insieme, i figli migliori della patria, e gli <em>altri</em>? Io non voglio stare in camera con lui, pensa il ragazzo, quello è uno che si appiccica, mi parla sempre, ieri voleva addirittura cenare con me. Perché non lo capisce che deve stare al suo posto. Così il ragazzo ne parla con quello che invece, lui sì, è il suo vero amico, il suo migliore amico. E il figlio del prefetto a sua volta ne accenna al padre, glielo dice solo come sfogo, in modo astratto, ma il prefetto invece chiama il direttore della scuola, insiste, fa la voce grossa, e alla fine cambiano gli accoppiamenti. I due amici possono finalmente dormire vicini. E una sera, guardando il soffitto, dopo il contrappello, la bandiera già ammainata nel cortile, il figlio del prefetto dice una cosa strana. Sai, dice, qual era l’argomento della mia tesi? No, risponde il ragazzo. Il reato omissivo mediante commissione, dice il figlio del prefetto. È stato fortunato, pensa il ragazzo, poi lo dice, sei stato fortunato. Già, commenta il figlio del prefetto, sono stato fortunato. E non ne parlano più. Quella sera spengono la luce e il ragazzo si gira su un fianco, chiude gli occhi, e quando li riapre sono passati due anni; il corso è finito, stanno per comunicare le destinazioni, e il figlio del prefetto sorride. Il ragazzo non capisce, poi sente che lo chiamano, si affretta. Sarai dirigente di un commissariato, dice il direttore della scuola, sarai dirigente su al nord. Il ragazzo non sembra felice. Ma sei pazzo? chiede il figlio del prefetto, fare il dirigente già alla prima assegnazione, è un ottimo incarico. Il ragazzo però non sembra convinto. Sarà una botta per la tua carriera, insiste il figlio del prefetto, fidati di me, almeno così dice mio padre. E tu, chiede il ragazzo, dove sei destinato? Al ministero, risponde il figlio del prefetto, e se ne va.<br />
Il ragazzo esce dalla scuola ed è già nel commissariato. Si vedono le montagne e il mare, ma un mare freddo, non come quello che sognava da bambino, e comunque il ragazzo non è lì per il mare, deve comandare un ufficio. L’ispettore anziano, però, non lo considera molto. Lo ascolta, certo, però dopo aver ascoltato non esegue. Ma io, pensa il ragazzo, non sono più un ragazzo, ora sono commissario. Quindi aspetta che l’ispettore se ne vada e prende le chiavi del suo ufficio, entra, e trova il fascicolo, quello per cui hanno discusso tanto. L’ispettore non vuole capire, è così ottuso, e allora ci penso io, lo tratterò io questo fascicolo, sono laureato, ho vinto un concorso, molto difficile, tutto da solo, due anni di corso qualificante, sono uno dei figli migliori della patria, lo tratto io il fascicolo. E così spedisce in procura l’informativa, indaga il criminale, e chiede la tutela della vittima; e gli sembra di aver fatto proprio un buon lavoro. Ma poi il magistrato evidentemente non capisce; sostiene che la vittima non sia vittima, che al contrario la vittima avrebbe commesso il reato, e quindi andava indagata, mentre l’indagato non andava indagato, visto che era lui la vittima.<br />
La cosa non passa inosservata. Il questore lo convoca e non è contento per niente, grida per mezz’ora, ha le vene del collo in evidenza. Ma gli occhi sono bonari. Finita la sfuriata, il questore lo congeda. Vai, dice, che questa cosa mi ha preso fin troppo tempo, devo andare a giocare a tennis. Il commissario esce in corridoio, allarga le braccia. Oggi il questore era proprio arrabbiato, pensa. Intanto lo sente, attraverso la porta sottile, mentre parla col vicario. Il ragazzo si farà, sente dire al questore, chiamo il procuratore e sistemo tutto. E così il commissario prende l’ascensore, preme il bottone, le porte si chiudono, scende, le porte si aprono, e ci sono le montagne, il mare freddo, il ragazzo aspetta, ma non aspetta molto perché lo promuovono.<br />
Finalmente in una questura. I commissariati sono posti di serie B, a ben vedere. Certo, sei tu a comandare, ma che valore ha il comando se nessuno ti considera? In questura invece posso far vedere quanto valgo, pensa il commissario, e infatti lo assegnano all’ufficio volanti. Interventi giorno e notte, che bello, troverò di sicuro il modo per farmi notare. Così pensa il commissario, e lo dice ai sottoposti. Mi dovete chiamare sempre, dice, qualunque cosa succeda, a qualunque ora, mi dovete chiamare in ogni caso. E allora un agente lo prende in parola, e quando alle tre di notte interviene in un cantiere abbandonato, c’è un uomo, a terra, è morto, allora l’agente chiama il commissario, che però sta dormendo, si sveglia, è irritato, e così il giorno dopo l’agente trova una sistemazione più consona presso lo sportello dell’ufficio immigrazione, e tutti sono d’accordo che ha sbagliato. Perché non si può disturbare un commissario quando sta dormendo, così dicono tutti, a mensa, e anche in corridoio. E il tempo passa e nessuno lo chiama più, il commissario, gli arresti vanno avanti, e due ragazzi appena trasferiti riescono perfino a prendere un latitante. A quel punto il commissario se l’è proprio guadagnata, una promozione.<br />
L’ufficio nuovo è dentro una caserma, poco distante, ma adesso il commissario comanda molti più uomini, che obbediscono, tutti, tranne il sovrintendente. Non dice niente, il sovrintendente, ma lo guarda sempre male e questa cosa non va bene. Il commissario posa un fascicolo, lo rialza, e sono passati tre anni. Entra un negoziante per denunciare una rapina e il sovrintendente, chissà perché, lo guarda male. Poi sussurra al commissario che la rapina è inventata. Ma cosa sta dicendo? Come se qualcuno inventasse le rapine, e allora il commissario pensa, me ne occupo io di questa indagine, la mando io la denuncia, ci parlo io col magistrato, che infatti si convince. Arrestano il sospettato, è poco più di un ragazzo ma la rapina è comunque rapina, e il commissario non capisce perché quel ragazzo si debba impiccare in cella. Erano amanti, grida il sovrintendente in corridoio, era una denuncia per ripicca. Lo avrebbe capito anche un idiota, dice il sovrintendente, e così il commissario deve farlo trasferire, questo sovrintendente, certe cose non si dicono ad alta voce, e comunque serviva personale più giovane. Così arriva un agente giovane, ma non sa fare niente, e poi uno meno giovane, che però lo guarda male, e infine uno che giovane non è per niente, ma gioca a tennis e conosce tutti alla curia, soprattutto nei posti che contano. Certo, non obbedisce molto, fa sempre di testa sua, ma è un agente molto utile e infatti il commissario trova casa a buon prezzo, appena in tempo, perché sta arrivando un’altra promozione.<br />
Finalmente un ufficio investigativo, si comincia a fare sul serio. La prima indagine va male, purtroppo, o meglio, va fin troppo bene. Arrestano l’assassino in meno di dieci minuti. Il problema è che la vittima, la moglie dell’assassino, appena prima di morire era venuta in questura per denunciare i maltrattamenti. Ma anche lei!, sbotta il questore, presentarsi alle tredici e trenta, a quell’ora si mangia, non si prendono le denunce. Il commissario l’aveva mandata a casa, le aveva detto che non sarebbe cambiato nulla, aspettando un giorno in più, che la denuncia, a pensarci bene, è solo un pezzo di carta. Il marito la picchiava da dieci anni, suvvia, un giorno in più o un giorno in meno, che cambia?<br />
Anche la seconda indagine non si conclude al meglio. La famiglia accusava un infermiere, ha ucciso nostro padre, così diceva la famiglia. Il commissario però si è dimenticato l’informativa sul tavolo, doveva depositarla in procura, ma le giornate sono tutte piene di impegni, capitano sempre accidenti urgenti che sono più urgenti di quelli che sembravano urgenti prima, e così hanno cremato il cadavere e si sa, niente cadavere – niente autopsia, e niente autopsia – niente indagini. Sembra quasi che tutti stiano manovrando contro il commissario, per farlo sembrare quello che non è. Invidia, ecco cos’è, sono invidiosi. Ma poi, finalmente, sparano a un uomo che stava parcheggiando sotto casa. Aveva appena infilato la retro e zac, due colpi di pistola. Ma si può, all’ora di cena? Il questore convoca il commissario, gli sorride, anch’io sono stato ragazzo, dice, mi raccomando, è un caso importante. E il commissario indaga, segue tutte le piste, ascolta i testimoni, nonostante le seccature, già, perché i suoi sottoposti vorrebbero sentirli loro, i testimoni, sostengono di avere esperienza e che possono fare un buon lavoro, certo, come no, vogliono solo rubarmi la scena. Invece questa indagine è mia, ho capito io chi è stato, quindi mi apposto io sotto casa del sospettato, e poi, e poi si vedrà. Così il commissario si apposta, e passano i giorni, ma quello non esce mai. È faticoso restare qui, in strada, chiuso dentro la macchina, da solo, lo sarebbe di meno se la smettessero di chiamarmi dall’ufficio. Telefonano in continuazione, e per cosa poi? Per firmare scartoffie, congedi, ferie, straordinari: cartacce che possono anche aspettare e aspetteranno. Ma dopo una settimana il commissario è tentato di abbandonare; il sospettato non esce proprio mai, dall’ufficio insistono che deve firmare gli atti dirigenziali, e il magistrato l’ha convocato, vuole i verbali. Che verbali? chiede il commissario. Ha sentito i testimoni? replica il magistrato. Il commissario annuisce. Bene, mi consegni i verbali di sommarie informazioni. Ma io non ho fatto nessun verbale di sommarie informazioni. Il magistrato impazzisce. Grida, testualmente, ma checcazzofai le indagini orali come Montalbano? E poi lo convoca il questore. Ero un ragazzo anch’io, dice, e alla fine i carabinieri arrestano un uomo, in un’altra città, e pare sia stato lui. Il commissario non è convinto ma il questore gli posa una mano sulla spalla. Il tempo è galantuomo, dice. Il commissario lascia stare e intanto lo promuovono.<br />
Il nuovo incarico è importante. Certo, il commissario adesso resta in ufficio, non investiga più sul campo, e dire che era così bravo, lo dicono tutti, un talento, ma la carriera è più importante. E poi lassù, ai piani alti della questura, può imparare dal vicario, che ha la stanza proprio accanto alla sua. La prima cosa che apprezza è la firma; firma, poi, un puntino con la stilografica, oppure un’assegnazione a matita; il vicario non scrive mai e parla poco, quasi per niente, ma si capisce che è un tipo sveglio; non dice ai sottoposti cosa fare, nemmeno una volta, nessun ordine, piuttosto accompagna le loro decisioni e li fa scegliere da soli. Il commissario in effetti sta imparando molto da lui, perché non è proprio corretto dire che il vicario non parla mai, non parla mai per primo, ecco, che è diverso.<br />
Poi un giorno alcuni operai, che stavano sistemando un tetto, trovano un ordigno inesploso. Gli agenti intervenuti chiamano la centrale, mandate gli artificieri, dicono, e la sala operativa contatta il vicario, che però non decide nulla, attende, e allora ci pensa il commissario. Caricatela in macchina, ordina, e poche storie, che gli artificieri li chiamiamo domani. I poliziotti si lamentano, ma quelli non lo conoscono il dirigente degli artificieri, non sanno che tipo è. Il commissario invece lo sa, che tipo è il dirigente degli artificieri, è uno che conta, a Roma, e quindi è meglio non disturbarlo, non comunque a quest’ora del pomeriggio, che è quella in cui si gioca a tennis. E così i due agenti prendono l’ordigno, lo caricano sull’auto di servizio, e sarebbe andato tutto bene, se non fosse per quella piccola buca. Quindi il vicario viene promosso, e il commissario può prendere il suo posto.<br />
Ora il ragazzo siede alla poltrona del comando, vice comando a dire il vero, ma è tutta la vita che si prepara e quindi sa come comportarsi. Però ci dev’essere qualcuno che ce l’ha con lui, perché i mesi passano e non lo stanno promuovendo. Prepara le valige, arriva al ministero, vuole capire cosa stia succedendo, ma il suo vecchio amico, il figlio del prefetto, che è già dirigente generale, beato lui, non ha tempo per riceverlo. È davvero impegnato, dicono. Forse sta giocando a tennis. Il commissario allora torna in questura, aspetta, poi scende di nuovo a Roma, niente, il figlio del prefetto è ancora impegnato, anche oggi, e allora tornerò. Il commissario sta preparando le valige, di nuovo, quando il questore entra in ufficio. Piange. Ma cos’è successo? Lascia stare, un disastro. Ma mi dica. Un massacro, guarda, sangue dappertutto, una tragedia, e qualcuno ha messo in giro la voce che l’ordine l’avrei dato io. Ma come lei? È impossibile. È quello che dico anch’io; e poi avrei dato l’ordine via radio, suvvia, e ci credono tutti, come allocchi, solo perché sono sparite le bobine di registrazione. E allora il ragazzo, non più ragazzo ma commissario, invero non più commissario ma vicario, lo dice. Signor questore, dice, me la prendo io la colpa! E quello si illumina. Ma davvero lo farebbe? Certo, dice il vicario. Bene, allora è deciso. Chiamano Roma, passa un attimo, un battito di ciglia, e il commissario non è più vicario.<br />
È davvero molto piacevole essere questore. Nessuno ti dice più cosa fare – da una parte – ma dall’altra non hai più niente da fare. Il tempo libero, in qualche modo, va riempito, così il questore chiama il suo amico, il figlio del prefetto, che è prefetto già da un po’ (sarebbe così bello diventare prefetto, pensa il questore), lo chiama, e l’ex figlio del prefetto questa volta alza la cornetta, perché il ragazzo adesso è un questore, perciò bisogna rispondere. Come va? chiede il questore. Bene, dice il prefetto, che sembra ieri quand’era solo figlio di un prefetto, ma adesso devo andare, dice, mi aspetta il procuratore capo, che dobbiamo giocare a tennis. Avrei dovuto giocare a tennis anch’io, pensa il ragazzo, che ragazzo più non è, e nemmeno commissario, e nemmeno vicario, è un questore adesso, e stanno bussando alla porta. Che è successo? C’è un giovane commissario, dice il vicario, e questo giovane commissario ha espulso uno straniero. E allora, chiede il questore, che problema c’è? Ecco, dice il vicario, lo straniero in realtà sembrava straniero, ma non era proprio straniero, sebbene un po’ colorato, era piuttosto un cittadino italiano. Fallo entrare, dice il questore, e il giovane commissario entra.<br />
Il questore lo guarda, il telefono sta già squillando, è di sicuro il ministero, avranno saputo della faccenda, saranno incazzati. Ma possono aspettare. Il questore fa segno al commissario di avvicinarsi, glielo fa con la mano. Intanto lo studia: è parecchio abbacchiato, si muove lento e tiene il muso.<br />
Il questore lo insulta un po’, imbastisce una mezza sceneggiata, finge di arrabbiarsi. Il telefono intanto continua a squillare e il giovane commissario resta in piedi, muto, davanti alla scrivania, come un bambino pentito. Ma il questore, a metà della sfuriata, si stanca, smette, sorride al commissario. Non ti preoccupare, dice, che mettiamo tutto apposto. Il telefono sta ancora squillando e il commissario alza la testa, un accenno, come per capire il destino che lo attende. Sai una cosa? dice invece il questore, ma poi non continua, si prende una pausa, sta pensando alla scritta sull’architrave, alla patria, ai suoi figli migliori, a come li educa. Torna con la memoria a ciò che di buono ha fatto nella sua carriera, e non è stato semplice, si è guadagnato tutto da solo. Ripensa al paese, alla mentalità sbagliata che avevano tutti, ma non lui, lui vedeva lontano. E poi l’università, scrivere la tesi, il concorso; la scuola di polizia e quella gente fastidiosa, e il suo amico, un amico vero, un’amicizia disinteressata, e poi la prima destinazione, i tanti incarichi, le sfide nella gestione del personale, indagare, essere ogni volta sul pezzo, come un vero investigatore. Sono stato davvero bravo, pensa, non era facile, ma sono stato davvero bravo. Poi torna a guardare il commissario, lo congeda senza aggiungere nulla, ma quando è uscito si rivolge al vicario. Il ragazzo si farà, dice.<br />
Intanto il telefono squilla e lui sfiora la cornetta con le dita. Magari mi sbaglio, aggiunge, ma secondo me diventerà questore.<br />
Poi risponde al telefono.</p>
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		<title>Veri detective di Flavio Torba</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 16:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tony Scozzi è una creatura che non è nata né da passione né da amore, ma non lo scopre di certo oggi. Sa anche che quelli della sua specie non stanno seduti così. Quelli della sua razza hanno sempre tenuto i piedi sulle scrivanie, mostrando alle clienti le suole consumate dai pedinamenti, dalle corse per scampare alle pallottole, dalla lotta quotidiana sul cemento metropolitano. Tony è costretto invece a rimanere rigido, quadrato sulla sedia, sguardo da Pizia, da impiegato catatonico, davanti a questa sventola da urlo.<br />
Capelli di fuoco appena appena mossi, di una sfumatura che esiste solo sugli scaffali delle boutique. Occhiali scuri, tubino nero. Borsetta sulle cosce e cappello con veletta come prove tecniche di vedovanza.<br />
O il marito è appena morto o lei si prepara all’idea.<br />
Ha detto di chiamarsi Adelaide. Siede con le gambe accavallate, con la sicurezza di chi ha il mondo ai propri piedi. Il mondo glieli bacerebbe, i piedi. Li venererebbe. Nascerebbero culti, su quei piedi.<br />
La sua è l’unica figura non polverosa all’interno di questi quindici metri quadri più bagno riempiti di schedari, faldoni di fotografie sconce e vecchi trench umidi.<br />
Davanti alla creatura divina, Tony pensa a quanto poco c’entri l’amore con la propria esistenza, lui che è nato solo perché il suo creatore voleva un posto al sole.<br />
Chi sono io per sbriciolargli questo sogno?<br />
Per farlo unico, il suo creatore gli ha dato un passato turbolento. Ci ha messo un po’ di tutto: padre violento, un compagno di pattuglia morto in servizio, la cacciata dal corpo di polizia, alcolismo, la dislessia. Sono migliaia in questa città, tutti a fare lo stesso lavoro, tutti con un passato turbolento, il padre violento, eccetera eccetera.<br />
«Mio marito mi tradisce» dice Adelaide, interrompendo il flusso mentale di Tony.<br />
«Allora suo marito è pazzo, signora.»<br />
«Voglio le prove.»<br />
«Le porterò tutte le prove che vuole, se sgancia i bigliettoni» dice Tony, quasi lo grugnisce.<br />
Spera che la sventola non dia peso alla smorfia di sofferenza. La colata di cemento che ha dentro deve rimanere nascosta al mondo, soprattutto ai clienti. Ne va dell’immagine professionale.<br />
Perché il creatore di Tony Scozzi ha trascurato alcuni aspetti basilari della sua quotidianità. Per un certo periodo, quando la situazione era ancora gestibile, Tony godeva segretamente della mancanza di realismo della letteratura di genere. Credeva di essere unico, il primo detective stitico della storia. Era bello sentirsi unici, originali, seppur per una dimenticanza.<br />
Poi si è reso conto che le migliaia di suoi colleghi che operano in questa città di polpa di cellulosa hanno anche loro gli orifizi sigillati, almeno in uscita. Le voci corrono, nell’ambiente. Ai lettori non interessano certi particolari, a meno che non si parli di Irvine Welsh.<br />
E tu non sei Irvine Welsh.<br />
«Lei è molto diretto, signor Scozzi.»<br />
«Sono un tipo semplice. Mi piace arrivare al sodo.»<br />
«Mi piacciono gli uomini che sanno cosa vogliono.»<br />
Il detective sta per aggiungere qualcosa tipo mi chiami Tony, ma si blocca con le labbra dischiuse sulla prima sillaba. Adesso, all’improvviso, basterebbe il più piccolo movimento per lacerare qualcosa all’interno. È un istante di certezza cristallina, di autoconsapevolezza gassosa, che potrebbe schiudersi sull’abisso.<br />
Quando la crisi passa – lei ha notato qualcosa, la sua aria da mangiatrice di uomini vacilla ma subito si ricompone – Tony si accende una sigaretta. Per il tremore alle mani, per i goccioloni di sudore sulla fronte, può fare poco. Insieme al caffè nero bollente di dieci minuti fa, la sigaretta potrebbe far prendere una piega positiva alla situazione o farla deflagrare del tutto.<br />
Porge l’accendino anche ad Adelaide e, per un attimo, dimentica il senso di questa vita metaletteraria quando lei chiude le labbra intorno al filtro. Incavi gemelli le si disegnano sulle guance mentre aspira. Delineano fantasie molto poco professionali. Di solito, almeno nelle storie degli altri, queste fantasie si concretizzano sulle scrivanie, addosso alle porte o direttamente sul pavimento, ben prima di parlare di onorario.<br />
Ma lei sbuffa la prima nuvola e poi si alza.<br />
«Mi chiami appena sa qualcosa» dice. Neanche il tempo di disperdere l’eco delle parole ed è già fuori dalla porta.<br />
Nel chiuso dell’ufficio, il suo profumo regnerà per sempre. Tony inspira più che può, per tenerla con sé.<br />
Quando l’eternità di Chanel n. 5 sembra essere già finita, apre gli occhi e spalanca l’ultimo cassetto della scrivania. I suoi avi ci tenevano il revolver e la fiaschetta del whiskey. Per Tony, invece, quello è il posto della macchina fotografica, delle memory card e dei sali di magnesio.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Esce dall’ufficio, per strada. L’aria della notte forse aiuterà a smuovere qualcosa, anche se va contro le leggi non scritte dell’autore. Ma, più di tutto, per togliersi di dosso l’odore di lei.<br />
Lo scroscio della pioggia copre i tuoni sotto l’ombelico. Tony guarda i canali di scolo che si allagano.<br />
Sarà una notte lunga.<br />
Si ferma in farmacia. Compra Guttalax e glicerina.<br />
Il farmacista non lo guarda nemmeno, come tutti gli aficionados del turno di notte. Si preoccupa solo delle impronte bagnate che rimarranno sul pavimento fino all’arrivo della donna delle pulizie.<br />
Ce l’hai un cesso, là dietro? quasi gli chiede Tony. Lo usi ogni tanto, quando me ne vado? Quando questa smette di essere la tua storia?<br />
Invece afferra il sacchetto e lancia una banconota sul piattino mentre il farmacista batte lo scontrino.<br />
«Vuole scaricare?»<br />
Tony è fuori prima di dovergli tirare un pugno, diretto verso la prossima tappa del suo supplizio. Passa in via dei Martiri e non può fare a meno di sentirsi tale. Si ferma sotto la pensilina del 115 e si accende un’altra sigaretta. L’acqua gli ha inzuppato i calzini e i pantaloni fino al ginocchio.<br />
Il detective guarda la finestra dell’autore e lo immagina intento a mettere su carta le storie banali che hanno costruito questa città e l’hanno popolata di derelitti come Tony. Personaggi in cerca di storie decenti, che si rivelano piene di scazzottate e whisky, ma con pochi momenti privati, di raccoglimento.<br />
Starà inventandosi dei cattivi, pensa Tony. Qualcosa di più moderno dei siciliani ma non troppo commerciale come i russi. I camorristi tirano parecchio, oggigiorno.<br />
Tony è un detective, è stato creato per esserlo, ma ha dovuto lo stesso setacciare gli elenchi telefonici per trovare il suo autore. Ne ha studiato le abitudini e gli spostamenti, ne ha confrontato il volto con la foto di quarta dei suoi romanzi autoprodotti.<br />
E per farci cosa?<br />
Nulla di nulla, ma adesso sa riconoscere la finestra per il gatto appollaiato sul davanzale e il bagliore tenue dello schermo.<br />
Squilla il cellulare. È lei.<br />
«Mio marito è in Corso Mazzini 15. Terzo piano. Appartamento 2.»<br />
A dieci minuti da qui, più o meno, pensa Tony. «Cosa si aspetta che faccia?»<br />
«È lei il professionista, no?»<br />
La chiamata termina all’improvviso. Una scudisciata. Tony sorride alla pioggia fetida.<br />
Una donna pericolosa.<br />
Ormai l’ufficio è troppo lontano. Non c’è tempo per recuperare l’attrezzatura e zoomare in sicurezza verso le finestre nella speranza di catturare una chiappa o un capezzolo. Tony controlla il cellulare. Toglie il flash dall’app della fotocamera.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il condominio che Tony si trova davanti non è degno né di infamia né di lode. Facciata a mattoni e pochi orpelli architettonici. Dichiara discrezione fuori e dentro.<br />
Il detective rifila due bigliettoni al portinaio, a un passo dal cascare dal sonno, e sale al piano indicato dalla sua nuova femme fatale. La porta dell’appartamento non è chiusa a chiave.<br />
Posso sempre fingermi ubriaco e dire che ho sbagliato porta.<br />
Non funziona, ma la mano invisibile di una trama debole lo spinge. Sono circostanze create ad hoc per farlo finire nei guai, ormai Tony le conosce.<br />
Dentro, luci soffuse e jazz. Nessuno in vista.<br />
La cosa puzza, ma Tony entra lo stesso e sguaina il cellulare con la fotocamera pronta. L’aria nelle budella brontola.<br />
Soggiorno, cucina. Tutte le stanze sono vuote, tranne la camera da letto. Un colpo di tosse educato.<br />
Attraverso il filtro della fotocamera, attraverso lo spiraglio della porta, attraverso la luce di un’abat-jour velata di rosso, la sorpresa.<br />
Invece di un uomo di mezza età che se la spassa con una ragazzina al posto della moglie sventolona, tra le lenzuola c’è la suddetta sventolona in autoreggenti e completino intimo di pizzo.<br />
Fuma a letto. Bella come un flacone di Clismalax.<br />
«Ce ne hai messo di tempo» dice Adelaide. Poi spegne la sigaretta in un massiccio portacenere di cristallo sul comodino. Sta aspettando da circa mezzo pacco, a giudicare dai mozziconi sporchi di rossetto.<br />
Quando gli fa cenno con la mano, Tony ha in testa solo le sue labbra. L’autore non esiste più.<br />
Il detective entra nella stanza e abbandona il cellulare sul comò. Si libera dell’impermeabile e del cappello. Via la divisa da impiccione prezzolato e via la cravatta. Mentre ancora armeggia con la cintura, Tony viene artigliato per la camicia e trascinato a letto.<br />
Adelaide abbassa la zip dei calzoni, vi intrufola la mano con perizia chirurgica. Tony stringe i denti e prova a levarsi la camicia, lo sguardo perso dentro il reggiseno a balconcino.<br />
Ma il suo amico inseminatore non collabora. La situazione è brutta in quei quartieri. Tafferugli, guerriglia urbana tra fazioni opposte di rifiuti semisolidi. Ha paura anche lui.<br />
Tony vorrebbe fargli coraggio ma si morde le labbra. Tra qualche secondo lei chiederà se non gli piace abbastanza o se non è abbastanza uomo.<br />
Ma chi tira le fila di questa storia se ne accorge. Finalmente un po’ di attenzione alla fisiologia. Un fiume di sangue inonda i tessuti erettili, abreuve nos sillons, quasi si sente suonare la Marsigliese.<br />
Il corpo di Adelaide è un parco giochi in cui Tony entra gratis. Il biglietto è stato già pagato da terzi. Uno striminzito pubblico pagante che legge sotto l’ombrellone.<br />
La vera storia inizia adesso e non è un giallo. È di un rosso profondo che vira al violaceo, a seconda di come la luce dell’abat-jour colpisce le curve della sventola. Un epilogo di un bianco accecante.<br />
E poi subito la porta che si spalanca – anche se era già aperta – e sbatte contro il muro.<br />
«Tu! Come hai potuto!» grida qualcuno.<br />
Turning point abbastanza fiacco, pensa Tony, prima di riconoscere l’intruso.<br />
Oltre che sulle quarte di copertina, ha visto quella brutta faccia sul blog dove posta le avventure di Tony. Trentasei visualizzazioni al mese, in media, quando va bene.<br />
Il problema è che ha in mano una pistola.<br />
«Tu!» ripete, e Tony ha il dubbio se si riferisca alla sventolona, la fantasia sessuale a cui l’autore stesso ha dato un appartamento e una spiccata tendenza all’infedeltà, o al suo alter ego virile e con l’apparato digerente dimenticato.<br />
L’autore tende il braccio con cui punta la pistola e contemporaneamente volge la testa da quel letto di umori, neanche fosse Raul Cremona che recita un passo di Foscolo.<br />
Il cervello di Tony reagisce in automatico – è scritto che faccia così – e gli fa afferrare il pesante posacenere sul comodino. Il detective lo lancia attraverso la stanza e lo fotografa istante per istante mentre vola, seguito dalla scia di cenere e mozziconi macchiati di rossetto.<br />
Spacca la testa dell’autore prima che possa sparare. Lo fa crollare sulla moquette.<br />
Tony si alza, seminudo, e ammira la pozza di sangue che si allarga dalla testa.<br />
La mia piccola trasformazione in übermensch.<br />
«Fallo sparire» dice Adelaide.<br />
«Avessi saputo, ti avrei fatto pagare di più.»<br />
Tony si carica in spalla il corpo e in soggiorno trova un tappeto in cui avvolgerlo. Vedendo questo tubo rigonfio sul pavimento vorrebbe dire qualcosa di solenne, ma l’unica cosa che gli viene in mente è che in un appartamento con la moquette non ci dovrebbero essere i tappeti.<br />
I particolari fanno la storia, pensa. E i particolari sbagliati la distruggono.<br />
Nessuno lo vede mentre porta il fagotto giù dalla scala antincendio. Solo la sventola. Si è messa addosso una vestaglia nera trasparente e guarda Tony faticare. Lo venderà il prima possibile, è chiaro, ora che ha raggiunto il suo scopo.<br />
Esigenze di trama, più che altro.<br />
L’unica speranza è far sparire le prove. Il detective nasconde il corpo tra cumuli di immondizia che l’autore stesso ha creato con le parole. Venti minuti dopo, il cadavere è nel bagagliaio della Camaro di Tony, diretto alla destinazione finale.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per disfarsi del cadavere, Tony ha scelto un boschetto che conosceva già per altre vicende. Roba di armi e droga rubate alla mafia da un deficiente che poi ha chiesto il suo aiuto. Il personaggio era piatto e il finale prevedibile. Non ha venduto molto.<br />
Tra i fusti carichi di resina, cade ancora una pioggia sottile.<br />
Tony si fa largo in mezzo a rovi e sterpaglie che gli tirano i vestiti, con il tappeto ripieno sempre in spalla. Ci dovrebbe essere un tronco di pino caduto, qualche decina di graffi più avanti, e lì vicino un piccolo spiazzo dove il terreno sabbioso, facile da scavare, ospiterà l’autore a tempo indeterminato.<br />
Quando ci arriva, però, la fossa è già pronta. I soliti, piccolissimi dettagli che non tornano.<br />
Tanto valeva metterci anche una lapide.<br />
Data di morte oggi, quella di nascita non importa. Nome idem, perché è uno pseudonimo. Epitaffio: «Uno che ci ha provato».<br />
Tony adagia il corpo ai margini della fossa e lo libera dal tappeto. Lo fa scivolare piano sul fondo. Per mostrargli il giusto rispetto, deve scendere anche lui.<br />
Ora vorrei davvero dire qualcosa.<br />
La morte dell’autore non ha reso Tony un superuomo, ma uomo d’ossa e tessuti molli, non più di carta.<br />
Ormai ha smesso di piovere, ma un tuono ritardatario strappa la solennità del momento. Tony sobbalza come per un colpo di pistola e guarda in alto, verso le nuvole, oltre le dita a corona degli alberi.<br />
Sembra la conclusione adatta e invece l’autore l’ha pianificato come momento clou.<br />
La pressione aumenta, diventa insopportabile.<br />
No. Non adesso. Non così.<br />
Il temporale non è passato. Ha solo cambiato atmosfera.<br />
L’esitazione di Tony è fatale e la prima scarica gli inonda biancheria, pantaloni e scarpe, insieme alla vergogna e al senso di impotenza.<br />
Perché in questo modo?<br />
Fa appena in tempo a slacciare la cintura per limitare i danni della seconda rata.<br />
Perché così poca considerazione di te stesso?<br />
La fossa è stretta e il disastro inevitabile. Tony ricopre il suo autore, ma non di terra come avrebbe meritato. Il suo regalo di addio è una fossa biologica per l’eternità.<br />
Ci hai provato, hai scritto anche roba discreta. Sei stato solo sfortunato!<br />
Il rettangolo di notte tagliato via dalla fossa si riempie di fasci di luce. Tony li guarda intersecarsi, formare poligoni che illuminano il bosco, mentre l’intestino rifiuta di collaborare.<br />
È il suo momento. La sua Pompei. Il Krakatoa.<br />
Tony si aggrappa al bordo della buca, cerca di tirarsi fuori prima che i proprietari delle torce lo raggiungano, ma non fa in tempo. Lo trovano con i pantaloni sudici ancora slacciati, sporco di terra, sangue e merda, colpevole di omicidio e vilipendio. Almeno, le torce puntate in faccia lo abbagliano e gli risparmiano le espressioni schifate.<br />
E perché odi anche me? si chiede infine.<br />
Lo prendono dalle braccia e dai capelli. Dalle orecchie. Lo trascinano fuori dalla fossa mentre maledice l’autore e la favolosa pensata di chiudere la carriera in bellezza. Tony Scozzi continua a maledirlo mentre lo ammanettano e lo manganellano sulla testa, e poi sbraita dal banco degli imputati, chiuso dentro una gabbia come una scimmia incontinente.<br />
Lo chiamano pazzo, pervertito. Patricida. Anarchico.<br />
È solo nella pace della cella, in attesa di un fine pena che non arriverà mai, che si rende conto di essere anche libero. Niente più avventure, niente più pallottole né viaggi della speranza in farmacia.<br />
È dolce come liquore, questo senso di leggerezza. Dietro le sbarre, dopo anni, Tony è finalmente padrone di sé e del proprio corpo.<br />
Si sente lucido come l’acciaio inossidabile del cesso davanti a lui.</p>
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		<title>Meiyo no chouken – a yakuza story di Antonio Amodio</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 16:23:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[a Claudia La purezza perfetta è possibile, se rendi la tua vita il verso d’una poesia scritto con uno schizzo di sangue. Yukio Mishima Tomoe scoccò uno sguardo al retrovisore. Cullata dal ringhio contralto della Jaguar di Kenzo, scrutava l’autostrada sfuggirle via un sorpasso alla volta, mentre i chiarori del Tarumi svanivano come sogni d’artificio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>a Claudia</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>La purezza perfetta è possibile, se rendi la tua vita il verso d</em>’<em>una poesia scritto con uno schizzo di sangue.</em></p>
<p style="text-align: right;">Yukio Mishima</p>
<p>Tomoe scoccò uno sguardo al retrovisore.<br />
Cullata dal ringhio contralto della Jaguar di Kenzo, scrutava l’autostrada sfuggirle via un sorpasso alla volta, mentre i chiarori del Tarumi svanivano come sogni d’artificio.<br />
La baia, ora melassa di onde, ora spruzzi, risacca, emergeva dall’oscurità fra un lampo e l’altro. La ragazza riportò gli occhi sull’orizzonte. Una saetta scaricò a mare mozzandole il fiato d’improvviso, poi esplose il tuono. <em>Respira</em>, <em>Tomoe-chan</em>, ruggiva il cielo da lassù. La furia del diluvio imminente, coi pugni di monsone già decisi a castigare il Kansai, riecheggiò nell’abitacolo. Quella tempesta li avrebbe afferrati presto, e come ogni <em>kami</em> o <em>yōkai</em> dell’Universo sembrava volerli morti entro l’alba.<br />
Kenzo accelerò, gettando la Mevius dal finestrino.<br />
Il volante gli vibrava sotto le dita.<br />
«Pensionati del cazzo» grugnì.<br />
La sei cilindri sfiorò i centodieci e azzardò un sorpasso, lasciandosi dietro uno di quei torpedoni che scarrozzano i vecchi a Sumoto per metterli palle a mollo nei fanghi.<br />
Lungo il telaio della coupé frusciava un film di riflessi e neon, ma la memoria di Tomoe? Una pellicola diversa. Un horror dove regnavano i suoni della cinematica, gli strappi e schiocchi d’un corpo angelico che piove a tranci sopra le ceneri del suo spirito.<br />
Kenzo infilò la sesta e «Oh» abbozzò, smagliando quel pietoso silenzio, «Sei viva?».<br />
Tomoe sospirò come un’orfana, senza nemmeno voltarsi a guardarlo.<br />
«Ce l’avrà fatta?» gli domandò.<br />
«Be’, c’eri anche tu. L’hai visto. È già un miracolo se respirava.»<br />
«E i ragazzi? Novità dall’ospedale?»<br />
«Tomoe, ma dove cazzo vivi? Sulla luna? Non puoi portarcela un’<em>idol</em> al pronto soccorso. Shogo e gli altri li ho mandati dal dottor Tanaka. La sistemerà lui.»<br />
«È bravo?»<br />
«Era il più vicino.»<br />
«Ma è capace, Kenzo?»<br />
«Senti, lavora all’Oji. Non lo so.»<br />
«All’Oji?», la ragazza si voltò di scatto. Attizzati da un lampo, gli occhi liquidi le brillarono a fil di ciglia come ossidiana. «Cioè, l’hai mollata da un veterinario?»<br />
«Era l’unica soluzione.»<br />
«No, invece. Potevi chiedere consiglio a Daiki.»<br />
«Nei tuoi sogni. È lo <em>shatei gashira</em>&#8230; E sì, forse oggi m’avrebbe solo umiliato di fronte a tutti perché non ho ucciso quella merda giù al club, ma secondo te» ipotizzò lui «dopo un casino così, credi gli basterà tirarmi le orecchie? No, dico, t’è sparito il cervello? Daiki smatterebbe. A tremila. E l’ultima cosa che ci serve stanotte è una tomba d’acqua.»<br />
«Perciò Daiki ti spaventa, ma vuoi addirittura scomodare il Presidente? È una follia.»<br />
«No. So quello che faccio, donna.»<br />
La Jaguar superò le poste di Kamaguchi, un fulmine fra i fulmini, e Tomoe riprese.<br />
«Tu conosci le regole.Tu&#8230; T-tu dovevi&#8230; Tu dovevi ammazzarlo lì, Kenzo, lì! Mentre la pestava, mentre la-» lei s’agitò di colpo «e se ti punisse lui? C-ci hai pensato?»<br />
«Oh! Sentimi un po’, stronza! Che vuoi davvero giocare alla capobanda? Dovevo, dovevo, dovevo&#8230; Cioè io torno dal cesso e tutt’a un tratto dai <em>tu</em> gli ordini? Fosse una roba dei Two Beats riderei» le latrò, piede sul gas e rabbia che montava, «ma ne sai un cazzo della famiglia, del Presidente o delle regole, perché il <em>tuo</em> compito, <em>mh</em>? Il <em>tuo</em> compito è startene al bar, a menare quel culo da trecentomila yen o farci un drink se ti chiamo. E te-lo-giuro, bellezza» scandì poi, «sparami di nuovo un pezzo così e domani ti risveglierai nel buco in cui battevi prima. Nuda. Solamente con un guinzaglio al collo e un bidone di vaselina. Hai afferrato, adesso? Impicciati dei cazzi tuoi. I cazzi. Tuoi. E basta. Ti entra male in quella testaccia da puttana o parlo mandarino?»<br />
Tomoe osservò il pugno di lui avvinghiarsi allo sterzo e «Ok» mormorò a mezza bocca, ben sapendo che di notte i lividi guariscono sempre, <em>sempre</em>, peggio del solito.<br />
Kenzo allora decelerò, e nel goffo tentativo di rabbonirla «Andrà bene» glissò, sfiorandole appena la coscia, «ma mi servi lucida, splendore mio, quindi perché non accendi lo stereo e ti rilassi un po’, eh? Hai carta bianca. Anzi» esitò poi, l’indice sul portaoggetti, «lì c’è un regalo che t’ho preso ieri. Vediamo se ti piace.»<br />
Tomoe aprì lo scomparto.<br />
Dentro c’erano tre bustine di speed, una Tipo Novantadue, le Parabellum prescritte dalla mutua e una cassetta da cui ammiccava il viso angelico di Mariya Takeuchi.<br />
«Bello» sorrise, infilando <em>Request</em> nel mangianastri. «Non ce l’avevo. Grazie.»<br />
Kenzo schiacciò PLAY.<br />
«Dài, chiudi gli occhi.»<br />
Con le palme del lungomare che sfilavano inghiottite dalla sua ombra sinuosa, la donna ubbidì. Il citypop iniziò a sciogliersi nell’aria come morfina, e lei a svanire in sé.<br />
<em>Kokoro no naka itsumo</em>, i campanellini, i synth, tutto risuonava di miele, più lieve d’una nevicata di cristallo, <em>setsuna sa ni yure teru</em>, ma fu allora che li prese il diluvio.<br />
<em>Oh</em>, <em>no</em>, <em>tsumi na futari ne</em>, un lampo, <em>but no</em>, <em>hana rerare nai</em>, poi la sferza del fulmine a dieci metri da loro, <em>oh</em>, <em>yes</em>, <em>kono mama aisare tai</em>, la Jag tremò fino all’ultima vite.<br />
Kenzo inchiodò. Tomoe batté la testa sul cruscotto, cadendo nuovamente nelle grinfie della realtà, <em>oh</em>, <em>no</em>, <em>loving you is not right</em>, quella in cui sentiva una poltiglia di rovi sfregiarle lo stomaco, <em>but</em>, <em>no</em>, <em>don’t take me home tonight</em>, fu peggio che schiantarsi sulle rocce dopo un volo senza paracadute, <em>oh</em>, <em>yes</em>, <em>so baby won’t you hold me tight?</em>, e mentre Kōbe rimpiccioliva lontana, i due s’avvicinavano a Sumoto, alla resa dei conti.<br />
Kenzo tirò a fatica la Jaguar in carreggiata.<br />
«Stai bene?»<br />
Tomoe aprì gli occhi.<br />
«Una favola» rispose sarcastica, già guardando lo slargo più avanti. «Anzi, accosta.»<br />
«Che? Adesso?»<br />
«Sì&#8230; Fermati. Là» insisté la ragazza, mani sulle labbra. «I-io, io d-devo…»<br />
«Oh, merda, no! Non sui-»<br />
Kenzo bloccò la macchina. Tomoe schizzò fuori carponi e nemmeno il tifone poté soffocare i conati di lei che rovesciava le budella sul pietrisco. Ai suoi piedi, il temporale a slavarlo, c’era un amalgama di vomito, <em>yakisoba </em>e Curaçao.<br />
Una sferza d’aria sapida di limo le spettinò i capelli viola, poi arrivò un’altra scarica.<br />
Qualche passo indietro, fra i violini di <em>Kenka wo yamete</em> e il fioco sibilo della Ventotto, stridevano i tergicristalli del coupé. Dopo un ultimo crampo, Tomoe s’alzò e arrancò, ritornando alla Jaguar. Sembrava una spogliarellista riemersa da una fogna per miracolo.<br />
«Andiamocene.»<br />
La donna chiuse la portiera.<br />
«Andiamocene. Bangkok, Seoul, Hong Kong&#8230;» continuò – e gli occhi, assieme ai palmi grigi di fango, le brillavano. «Torniamo in città. Raccattiamo un po’ di soldi, due biglietti, e cambiamo musica. Che ne pensi, eh?»<br />
«Che t’è andato di traverso il cervello. Usa una pistola se vuoi ammazzarti. È meglio.»<br />
«Senti, dico davvero. Ho un brutto presentimento. Veramente brutto.»<br />
«Oh, smettila di fare l&#8217;isterica! Solo i <em>rōnin</em> e i froci scappano, e Kenzo Maeda non va da nessuna parte. Perciò muta. Risolverò io. <em>Io</em>. E ora stop alle cazzate, ok?» grugnì lui, puntando al marsupio insanguinato sul tappetino. «Quello schifo comincia a puzzare.»<br />
Superarono lo Shioya verso l’una, la città già liquida di piombo. Altri lampi, altri tuoni.<br />
E se poco prima il temporale aveva dato solo l’impressione di volerli annegare nel loro sarcofago d’alluminio, adesso era ben più avido d’ingoiarsi qualunque cosa, ogni villa, strada o <em>yatai </em>gli capitasse a tiro. Tutto, pur di scrostarli via per sempre dal Pianeta Blu.<br />
Di là dal parabrezza galleggiava un incubo. Fūjin, Suijin e Raijin, allucinati <em>kami</em> a un baccanale di psilocibina, spellavano il mondo a frustate. Dovunque pioggia e buio, mentre il respiro del tifone plasmava cieli e bitume in un limoso, mastodontico tracollo.<br />
Quando la Jaguar svoltò sul viale a ginkgo per la tenuta del Gran Capo, i due trovarono i cancelli aperti. Oltre il fosco d’oro che sgocciolava pendulo dai filari a bordo strada, la nebbia lacrimò le balconate, i <em>karahafu</em> e una lingua di luci accese.<br />
<em>Lui</em> sapeva, ragionò Tomoe in silenzio.<br />
Alle fontane la brecciolina non aveva ancora smesso di scricchiolare che subito vennero circondati dal corpo di guardia dell’<em>oyabun</em>. Trentasei uomini. Sguardi maligni su entrambi. Tec-9 pronti a impiombarli. Zuppi nell’anima, i gorilla sopportavano il diluvio fermi di fronte a un albicocco mutilo, e così pareva che avrebbero atteso fino a voce contraria – anche se del Giappone fossero rimasti solo ruscelli, ossa e montagne.<br />
<em>Bip bip. Bip bip.</em><br />
Il Motorola suonò e Kenzo lo sfilò di tasca.<br />
Nel frattempo, il coupé oscillava sotto l’acquazzone, lasciando pigolare i tergicristalli.<br />
«Chi è?» gli domandò Tomoe.<br />
«Shogo» sospirò lui, mentre spegneva la macchina. «La ragazza è morta.»<br />
«Caz-»<br />
«Piglia il borsello e andiamo.»<br />
Tomoe obbedì, ma due degli sgherri fecero capolino davanti ai finestrini.<br />
«Venite con noi» ordinò quello accanto a Kenzo. «Kobayashi-<em>sama</em> vuole parlarvi.»<br />
«E muti» abbaiò il secondo.<br />
Li spintonarono verso l’<em>engawa</em> della tenuta come prigionieri di guerra, la ghiaia densa da sembrare catarro, finché sul patio non apparve una giovane domestica.<br />
«Le scarpe, prego» s’inchinò lei, poi accompagnandoli tutti nella sala grande.<br />
Dentro?<br />
Altre pistole. Altri lacchè. Gocce sul <em>tatami</em>. E una quiete rorida d’incenso.<br />
Sadao Kobayashi arrivò col sibilo d’una <em>shōji</em>, e non gli servì più di un’occhiata perché la manovalanza omaggiasse il suo rango; battendo di nuovo le palpebre, forzò i <em>kobun</em> a capo giù, intanto che la destra, <em>venite</em>, spronava Kenzo e Tomoe a farsi avanti.<br />
Lei ondeggiò come nelle sue fantasie da orfana, fiamma di luce a pelo d’acqua, mentre le sembianze del <em>kumicho</em>, passo a passo, aderivano alle nebulose visioni ove albergava quel padre che non aveva mai avuto. O il nonno. <em>Vecchi</em>, pensò Tomoe, <em>strana gente</em>.<br />
Sadao era il Principio, un’autorità capace di manipolare il mondo senza sforzi, ma ciononostante non pareva neanche lontano dai <em>jiji</em> tutti rughe sulla metro, immersi nei libri di Mishima e ancora saldi alle glorie d’un Giappone che, dopo le bombe, era scomparso più in fretta della gioventù dai loro capelli.<br />
Kenzo però sapeva benissimo di non trovarsi davanti a un pensionato.<br />
Allungando la mano a recuperare il borsello, vide che Kobayashi vestiva un <em>haori</em> con su stampigliati non i <em>kamon</em> del Clan Ōtsuka, ma quelli della <em>sua</em> famiglia. Era una faccenda privata, dunque, come un funerale o uno sposalizio – e a riprova di ciò, deglutì a fatica Kenzo, v’era la lisa <em>uwa-obi</em> che cingeva il <em>kimono</em> del suo patriarca.<br />
E la <em>katana</em> sul fianco.<br />
«Mio padre aveva una teoria tutta sua riguardo a giorni come questi» esordì Sadao a mani unite. «Se attorno a noi domina il caos non dovremmo mai affrettarci a risolvere una situazione troppo complessa. Perché quando è il mondo stesso a rivoltarsi da sé, mi diceva, il fallimento è dietro l’angolo.» Inarcando un sopracciglio, chiamò a sé il tirapiedi più vicino. «Ma stanotte qualcosa di voi dovrò pur farne.»<br />
La guardia timbrò le nocche sul muso di Kenzo e lo spedì <em>kappa-o</em>.<br />
Tomoe gridò.<br />
Il lacché strillò di più.<br />
«Inchinatevi al Presidente, pezzenti! Sul <em>tatami</em>, la testa, sul <em>tatami</em>!»<br />
Kobayashi-<em>sama</em> lo fermò.<br />
«Lei no.»<br />
La ragazza restò in piedi a sguardo basso, appena gobba e con le ginocchia tremule.<br />
«Voglio la verità, Maeda. La versione di Daiki non mi basta.»<br />
«<em>Kumicho</em>, i-io, i-io…»<br />
«I-io, i-io, io… Tu» il patriarca fulminò Tomoe. «Raccontami.»<br />
«Oggi al Nurebanzai è venuto un cliente. Nel privé. Di là c’era una donna, da sola.»<br />
«Che donna?»<br />
«Fuiji Yui.»<br />
«La <em>idol</em>?»<br />
«Sì, signore. All’inizio tra la parrucca, gli occhiali e quei vestiti non pensavamo fosse lei, ma dopo che ci ha detto la verità le abbiamo dato subito un bel salottino.»<br />
«Continua.»<br />
«Nel frattempo l’altro s’era già calato sei o sette <em>shōchū</em> e la situazione è esplosa. Erano soli, lui sbronzo da far schifo. Ha preso ad alzare la voce, a molestarla, <em>stronza</em> di qua, <em>puttana</em> di là, ma il peggio è che l’aveva riconosciuta, così s’è accollato, voleva un autografo. Io ho chiamato Kenzo, ho chiamato gli altri, la Fuiji urlava, e quello all’improvviso le ha spaccato una bottiglia in testa, se l’è messa sotto e poi, e poi l’ha massacrata. Di calci. Sulla fronte. Quando siamo arrivati respirava per miracolo.»<br />
Sadao volse un cenno a Kenzo.<br />
«Perciò un verme del genere viene a <em>casa mia</em>, rovina una ragazza e <em>tu</em>? Tu te ne vai.»<br />
«N-no, <em>kumicho</em>, no! L’ho sistemato! L’ho… l’ho sistemato.» Naso sul <em>tatami</em> e labbra sapide di ruggine, sventolò il marsupio. «E-ecco, guardi. G-guardi nella borsa.»<br />
Uno sgherro agguantò il <em>malloppo</em> e lo consegnò al Presidente.<br />
Lui ne sfilò via cinque dita.<br />
Fetide.<br />
Bluastre di sangue.<br />
Mozze ad altezza nocche.<br />
Il medio portava ancora una banda d’oro con su inciso uno stemma.<br />
Alla vista del simbolo l’<em>oyabun</em> digrignò i denti.<br />
«E il resto?»<br />
«C-c-come?»<br />
«Il resto, Maeda. Dov’è il resto del suo corpo?» chiese Kobayashi.<br />
«P-perdono, <em>kumicho</em>. Io, io n-non… N-n-non lo sappiamo.»<br />
«Quindi non l’hai ucciso.»<br />
Kenzo provò a giustificarsi.<br />
«L-le dita erano un avvertimento. E un tributo, signore. V-volevo farne un esempio.»<br />
«Ah, un esempio» ripeté il boss. «Ma tu lo sai a chi appartiene il <em>kamon</em> sull’anello?»<br />
«No, kumicho.»<br />
«Al Clan Azuma» asserì Sadao, gettandoglielo ai piedi. «Appartiene al Clan Azuma.»<br />
Kenzo tirò su col naso. Ormai aveva la fronte livida e la vescica in fiamme.<br />
L’<em>oyabun</em> s’avvicinò.<br />
«Prima quel pornografo a Kotokucho e oggi il Nurebanzai. Vedo che tassarli non è bastato, anzi li ha resi più arroganti. Kyioshi vuole farci la guerra da mesi» spiegò lui, mani dietro la schiena «ma se fino a ieri non s’è azzardato, adesso può. Perché gli hai dato un motivo. Ed era tutto ciò che aspettava» rivelò il boss. «Maeda, tu dovevi ammazzare il bastardo e sistemartela con Daiki, e invece qui davanti ho solo un mucchio di dita del cazzo puntate su di noi. Su <em>tutti</em> noi. Per colpa tua siamo bersagli.»<br />
L’altro singhiozzò. La sua faccia grondava lacrime, vergogna e sangue.<br />
Kobayashi lanciò uno sguardo a Tomoe.<br />
«È uno spettacolo pietoso, non credi?» le disse. «Un uomo, che si umilia così.»<br />
La ragazza rimase a testa bassa.<br />
«Io ci ho provato, Kobayashi-<em>sama</em>.»<br />
«Provato?»<br />
«A farlo ragionare.» sottolineò la donna «Ma non-»<br />
«Ma non t’ha ascoltata.»<br />
Lei annuì.<br />
«E che gli avevi suggerito, sentiamo.»<br />
«Di ucciderlo, Presidente. Ucciderlo lì. E di avvertire lo <em>shatei gashira</em>.»<br />
«Capisco» mormorò Sadao, che nel frattempo sfiorava col pollice il paramano della sua <em>katana</em>. «Ed è la verità, Maeda?»<br />
Kenzo cennò un <em>sì</em> e l’<em>oyabun</em> sospirò di delusione.<br />
«Forse allora dovrebbe farlo lei il tuo lavoro, <em>mh</em>? Una donna. Che conosce le regole meglio di te» infierì Kobayashi «e che porta rispetto senza queste stronzate alla Kitano.»<br />
«<em>Kumicho</em>, ho so-»<br />
«Hai? Hai? E ancora cianci?» Il boss gli schiantò un violentissimo pestone, spezzandogli le dita. Kenzo franò riverso sul fianco. Urlava a denti stretti, una partoriente. «Uno zero di Osaka entra nel <em>mio</em> club, macella una ragazzetta che potrebbe avere l’età di mia figlia e tu non solo scavalchi Daiki-<em>kun</em>, ma hai l’arroganza di venirtene qui, di svegliarmi, e di trattarmi come fossi uno di quei bastardelli che tieni a servizio.» E alla fine chiese a Tomoe: «La <em>idol</em> è viva, almeno?».<br />
Lei mimò un <em>no</em> e cadde il gelo.<br />
Un gelo sordomuto, ma che a piccoli cenni dell’<em>oyabun</em> virò in furia.<br />
Il <em>kumicho</em> chiamò a sé il tirapiedi davanti a Kenzo e gl’imboccò un paio di frasi.<br />
Lo sgherro annuì, accennò un breve inchino, poi uscì dalla sala con altri sei uomini.<br />
«Voi» saettò il boss ai trenta <em>kobun </em>sul <em>chi vive</em>,<em> </em>«Kyioshi Azuma ha commesso il suo ultimo sbaglio. Per l’ora di pranzo, al telegiornale dovrò sentire che il Festival di Sumidagawa è arrivato in anticipo. Mi spiego?» Gli uomini ruggirono un <em>sì</em>, <em>kumicho</em>, tutti assieme. «Bruciate ogni singolo buco. I bordelli, le sale <em>pachinko</em>, i club… vi do carta bianca, figli miei, perciò radunatevi dal <em>waka</em> <em>gashira</em> e rendetemi orgoglioso. L’inferno che farete allo Yūkaku voglio vederlo dal terrazzo.»<br />
Le guardie ruppero le righe, ma Sadao ne bloccò subito una – la più giovane.<br />
«Non tu, Hideo-<em>kun</em>. Forse avrò bisogno di te. Porta qui un secchio d’acqua fredda e lasciaci soli» gli ordinò. «Una decina di minuti basterà.»<br />
La recluta ubbidì e aspettò da parte.<br />
«Bene» riprese l’<em>oyabun. </em>«Gli epitaffi di domani sono scritti, ora veniamo a voi. Tu» e l’indice di Kobayashi trovò Tomoe, «io non t’ho mai visto, ma da tuo Presidente, e da padre, oggi m’hai reso fiero di te. Sei sveglia» l’apprezzò, «però una cosa fatta giusta a metà è pur sempre una cosa fatta male» si rabbuiò lui, «quindi adesso devi rispondermi onestamente. Tu a che tieni di più? Alla tua vita o al Clan Ōtsuka?»<br />
Tomoe non esitò.<br />
«Al Clan.»<br />
«Sembri piuttosto decisa. Direi troppo» la squadrò l’<em>oyabun. </em>«È la paura, forse?»<br />
«No, <em>kumicho</em>. È solo la verità.»<br />
«E saresti disposta a morire, se io lo ritenessi utile all’incolumità di tutti?»<br />
La ragazza accennò un <em>sì</em>.<br />
«Apprezzo la dedizione, ma la nostra è una fede che non risparmia nessuno. Neppure gli uomini migliori» sottolineò calmo Sadao, «e credimi, alcuni di loro sono stati fra i <em>kobun</em> più capaci che abbia mai avuto a servizio. Donna, tu» le disse «te ne andrai scalza lungo una strada tortuosa e oscura, dove non ci sarà spazio per nulla che non sia il Clan. Nulla» ribadì lui. «Non i tuoi genitori, né i tuoi figli o tuo marito. Lo vuoi davvero?»<br />
Tomoe alzò la testa e puntò gli occhi sull’<em>oyabun</em>, incrociandone lo sguardo dubbioso.<br />
«Sì, Kobayashi-<em>sama</em>. Lo voglio davvero» replicò. «Perché prima di Maeda Kenzo battevo in un bordello a Takarazuka, e prima ancora ero soltanto un’orfana che sognava di fare la cantante. I miei genitori non li ho mai visti. Non ho figli, né un marito. Io ho solo lui, <em>kumicho</em>» e l’indice cadde su Kenzo. «Lui, e i miei <em>kyodai</em>.»<br />
«E loro chi sono per te?»<br />
«Tutto ciò che ho sempre voluto» ammise lei. «Sono il mio Clan. La mia famiglia.»<br />
Sadao l’avvicinò a sé, al suo fianco.<br />
«Allora sei fortunata. Quando l’una e l’altro si sovrappongono è più facile.»<br />
«Più facile?»<br />
«Più facile del tenersi a metà fra le due, del compromesso» chiarì Kobayashi. «Ora però torniamo a te» ringhiò a Kenzo, che nel frattempo sgocciolava piscio sul <em>tatami</em> come un rubinetto difettoso. «La vita o il Clan?»<br />
Lui crollò.<br />
«P-presidente, pietà! Abbia pietà!»<br />
«La pietà è degli uomini, Maeda. A me devi chiedere misericordia. E adesso rispondi.»<br />
«La vita, <em>kumicho</em>! La, l-la scongiuro!»<br />
Sadao inspirò a fondo e «Perciò è così» decretò. «Qual è il tuo nome, donna?»<br />
E mentre il temporale fuori scemava di nuovo nei polmoni del buio, lei chinò il capo.<br />
«Maruyama Tomoe, Presidente.»<br />
Il <em>kumicho</em> sfilò la spada dall’<em>obi</em> e la offrì alla ragazza.<br />
«Questa <em>katana</em> è un cimelio della Famiglia Kobayashi da più di quattrocento anni, Tomoe-<em>chan</em>. Non ha nome, ma ne ha incisi tanti. Su dozzine di lapidi» le rimarcò l’<em>oyabun.</em> «E oggi dovrà farlo ancora. Per mano tua. Quindi sguainala e sta’ pronta.»<br />
La donna ubbidì.<br />
«Hideo» chiamò il boss. La guardia tornò col secchio d’acqua. «Appoggialo, togliti la cinta e legagli i polsi dietro la schiena» ordinò Sadao, sguardo sull’uomo a terra.<br />
Il tirapiedi afferrò Maeda per i capelli, lo raddrizzò e strinse la cinghia. Il cuoio sibilò.<br />
Di Kenzo non rimaneva granché – giusto un accrocco di vestiti, ematomi e piscio che trasudava la volontà d’una bambola di pezza, privo del più minuscolo atomo di dignità.<br />
Ormai era solamente lo spettro del maschione in <em>punch perm </em>che la schiaffeggiava per una comanda sbagliata o che le parcheggiava il cazzo in bocca quando lei gli s’addormentava sulle gambe, davanti al televisore.<br />
«Porgimi la sua nuca, Hideo.» Una lacrima sottile, un microbo, rigò il volto deluso di Sadao. Tomoe la vide. La lacrima di un dio, pensò. «Mi addolora punirvi così giovani.»<br />
La cervicale di Kenzo arrivò a tiro di spada.<br />
«Ragazza» riprese Kobayashi-<em>sama.</em> «Alzala e attendi il mio <em>sì. </em>E mi raccomando, devi tagliare fino a metà collo. <em>Non</em> decapitarlo. Hideo, tu tienigli la testa.»<br />
Tomoe sollevò la <em>katana</em>, stringendo l’elsa con entrambe le mani. Davanti, a grugno spaccato e col naso fradicio di muco e sangue, le sussultava un verme al capolinea.<br />
«Hai un’ultima parola per lui?» chiese l’<em>oyabun</em>.<br />
«Grazie» mormorò la giovane a Kenzo.<br />
Un cenno.<br />
La donna vibrò il fendente.</p>
<p>Nulla.</p>
<p>Quando Tomoe riaprì gli occhi, Sadao le teneva i polsi bloccati.<br />
«Allora non mentivi» parlò Kobayashi. «Sei proprio come la venerabile Gozen. Faresti davvero di tutto per il tuo Clan, anche uccidere l’uomo che t’ha levata da un bordello.»<br />
«Sì, se è la vostra volontà, <em>kumicho</em>.»<br />
«E lo apprezzo, ma purtroppo su di me pendono giuramenti e obblighi che la Famiglia Kobayashi ha promesso di rispettare. La tua fede onora il mio ruolo nel Clan Ōtsuka, però la supplica di Maeda mi costringe a una decisione difficile, una scelta a cui, da Kobayashi, non posso sottrarmi. Sapete perché vi ho fatto quella domanda?» chiese loro, riprendendosi la spada dalle candide dita di Tomoe. «Perché quattrocento anni fa, quando le truppe del Re Demone assediarono Hanakuma, il generale Ikeda la pose agli sconfitti. Il mio avo Kobayashi Makomaru era là, e insieme agli altri <em>samurai</em> aveva giurato fedeltà ad Araki Motokiyo, il signore del castello. <em>La vita o il Clan</em> gli dissero. Lui scelse la vita. E da quella battaglia, come tutti i <em>rōnin</em>, soffrì vergogna e povertà. Ma ciononostante non smise mai di resistere al Clan Oda, e nel frattempo il suo seme aveva attecchito anche fra i sassi e il nostro albero fogliato di maschio in maschio, fino a me» annuì Sadao. «Oggi la mia rimane una famiglia di fuorilegge, eppure viviamo ancora per la clemenza che ci offrì il nemico, quindi mi toccherà un compromesso. Se non lo facessi, getterei disonore sui miei antenati.» E allora «Maeda Kenzo» decretò lui, «puoi tenerti la pelle, ma da stanotte sei espulso a vita dal Clan Ōtsuka. Il tuo futuro non ci riguarda più. Hideo t’accompagnerà in città. Ti darò cinque ore per lasciare il Paese, dopodiché avrai una taglia sulla testa. Tu» saettò poi al giovane lacchè, «levamelo di torno, e <em>ah</em>, le chiavi, le chiavi della Jaguar» aggiunse, indicandogli Tomoe. «Dalle a lei.»<br />
«Sarà fatto, <em>kumicho</em>» obbedì l’altro, tirandole il mazzino. La donna lo acchiappò.<br />
E mentre Hideo trascinava Kenzo fuori dalla sala, Kobayashi-<em>sama</em> guardò la ragazza.<br />
«Tomoe-<em>chan</em>» esordì, «ora che Maeda è bandito, a capo del Nurebanzai mi servirà una persona sveglia. Sapresti cavartela?»<br />
«Sì.»<br />
«Ottimo. Allora è deciso. Lo gestirai tu. Hai carta bianca su tutto, luci, menù, ballerine, quello che vuoi. Ma le buste dovranno arrivarmi più gonfie di prima, <em>mh</em>? Il trenta per cento a me, il venti a Daiki e l’altra metà è tua, ragazza. Te la meriti.»<br />
«<em>K-kumicho</em>, io… non ho parole» ammise lei, inchinandosi.<br />
«C’è un’altra questione, però. E conoscendo le regole, sai che non posso affiliarti.»<br />
Tomoe annuì a malincuore.<br />
«Perché una donna vale solo quanto l’uomo che l’accompagna.»<br />
«Brava» la lodò l’<em>oyabun</em>, «ma credimi, piccola Tomoe, troverò una soluzione. Alla miglior figlia spetta il miglior marito» disse lui. «E il giorno che l’avrò davanti lo sposerai, così potremo bere il <em>sakè</em> dalla stessa tazza.»<br />
«Sì, Presidente.»<br />
«Perciò siamo d’accordo» ghignò il boss. «Adesso informa lo <em>shatei gashira</em> e trovatemi quel bastardo, se non è già crepato. Voglio la testa, non le sue dita del cazzo.»<br />
«L’avrà, <em>kumicho</em>.»</p>
<p>Dopo un omaggio all’<em>oyabun</em>, Tomoe uscì dalla villa e attraversò i giardini. Oltre l’<em>engawa</em>,<em> </em>i cortili, o ciò che ne rimaneva dal temporale, parevano il vomito d’un drago. Da Est soffiava una brezza sapida di fango, e ovunque dall’oscurità balenava ora una fronda di palma, ora un moncone d’albero, ma la Jaguar – vide Tomoe – era sempre lì.<br />
Sedutasi al posto di Kenzo, accese la fuoriserie, sfilò <em>Request</em> dal mangianastri e la gettò dal finestrino, sintonizzando giro a giro sull’Ottantanove-e-nove di Kiss FM Kōbe.<br />
Col volume che ingranava e ingranava, Tomoe trovò le Mevius e il cellulare di Kenzo.<br />
<em>Today</em><em> </em><em>I</em><em> </em><em>asked</em><em> </em><em>for</em><em> </em><em>a</em><em> </em><em>god</em><em> to pour some wine in my eyes…</em> sincopavano I Faith No More.<br />
Lei prese una delle bionde dal pacchetto e la fumò. Sferzate di basso e nicotina elettrica, la boccata le strizzò i polmoni. Era come respirarsi un laccio da scarpe.<br />
Tossì.<br />
<em>Never cheer before you know who&#8217;s winning… </em><br />
Il Motorola squillò improvvisamente.<br />
«Pronto?» disse, la mano a scacciare i fumi.<br />
Daiki.<br />
Tomoe abbassò il volume.<br />
<em>If you give him everything, </em><em>he</em><em> </em><em>may</em><em> </em><em>give</em><em> </em><em>you</em><em> </em><em>even</em><em> </em><em>more</em><em>…</em><br />
«Tomoe?» ringhiò lui. «Dove cazzo sta quell’animale dell’uomo tuo?»<br />
«Due minuti fa era con me. Dal Presidente.»<br />
«Era?»<br />
«Kobayashi-<em>sama</em> l’ha espulso.»<br />
«<em>Mh</em>.» Daiki sospirò appena. «Tu invece perché sei viva?»<br />
«Perché così vuole il <em>kumicho</em>. E m’ha ordinato di aiutarvi col tipo del Nurebanzai.»<br />
«Ah, sì? Allora vedi di tornare qui. Ci trovi al magazzino del Tarumi. Lo sai dov’è?»<br />
«Sì.»<br />
«Bene.»<br />
«Ma quindi l’avete preso?»<br />
«Fuori da una farmacia» disse lo <em>shatei gashira</em>. «E comunque sbrigati. Hai un’ora.»<br />
Tomoe fece per agganciare.<br />
«Ah, donna!»<br />
«Sì, Yoshida-<em>senpai</em>?»<br />
«Porta un tubo di lacca e un martello. Ci serviranno.»</p>
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		<title>Il dolore delle aragoste di Michele Renzullo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 15:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 30]]></category>
		<category><![CDATA[Crime]]></category>

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		<description><![CDATA[Queste pagine nascono già come un’ipocrisia. Tutti coloro che scrivono un diario sono ipocriti e bugiardi: affidano a un amico intimo un segreto, un segreto che vorrebbero fosse rivelato al mondo. E voi siete lì, altrettanto ipocriti, con una mano sugli occhi e le dita a siparietto per tentare di spiare. Volete proprio sapere perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queste pagine nascono già come un’ipocrisia. Tutti coloro che scrivono un diario sono ipocriti e bugiardi: affidano a un amico intimo un segreto, un segreto che vorrebbero fosse rivelato al mondo. E voi siete lì, altrettanto ipocriti, con una mano sugli occhi e le dita a siparietto per tentare di spiare. Volete proprio sapere perché uccido? Prima dobbiamo fare un passo indietro, e partire dalle aragoste.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Non vedeva suo fratello esattamente da un anno. Stava tornando a Napoli per le vacanze di Natale. Il questore si era voluto a tutti i costi liberare di lui almeno per quel periodo di feste. «Fammi un favore Matteo, prenditi una settimana di ferie e occupati d’altro.» Ma Matteo non sapeva più cosa volesse dire occuparsi d’altro. Mise un paio di jeans, due felpe e un po’ di biancheria nel borsone marrone di cuoio, quello che usava per andare a jujitsu, e si preparò una caffettiera da tre tazze. Al mattino si imbottiva di caffè, somministrandosene diverse dosi fino a mezzogiorno. Poi la caffeina lavorava come un volano nei vasi sanguigni per il resto della giornata. Nel corridoio si fermò davanti all’anticamera. Aprì il cassetto del mobile di legno e osservò la sua pistola d’ordinanza. Mica doveva usarla, però nella vita non si sa mai. La infilò in fondo alla borsa. Uscì di casa, il vento gelido che proveniva dalla Costiera della Mendola lo svegliò definitivamente. All’edicola comprò due biglietti per il tram. L’aria odorava di neve. Lo sguardo gli cadde sull’«Alto Adige». Coppia scomparsa. Auto rubate. Terroristi. Tredicenne uccisa in modo impietoso. Si fece violenza per non comprare il giornale e rituffarsi con la mente nelle indagini. Prese il tram, salì sul treno e si accomodò sul sedile accanto al finestrino, il borsone di cuoio sotto i piedi. Tirò fuori L’uomo che guardava passare i treni, uno dei romanzi duri di Simenon. I suoi preferiti, quelli dove non si giudicava nessuno, persino chi aveva commesso il crimine. Soprattutto chi lo aveva commesso: l’esperienza gli aveva insegnato che le circostanze possono essere più forti di qualsiasi vocazione antropologica.<br />
Il treno era mezzo vuoto, i castelli, le valli, le montagne, il fiume si abbandonavano alla sua sinistra. Un panorama fatto di chiusure, fortificazioni, confini. Eppure, quel luogo gli sarebbe mancato, anche solo per una settimana. Quel luogo lo aveva accolto, e lo rappresentava.<br />
Arrivò a Napoli nelle prime ore del pomeriggio. Suo fratello Andrea lo aspettava appena fuori dalla stazione centrale. Matteo gli aveva detto di non disturbarsi, che avrebbe volentieri fatto quattro passi a piedi per respirare l’aria di salsedine. «Ma quale disturbo, e poi sarà almeno un’ora di cammino» gli aveva risposto Andrea al telefono. Così eccolo qua, a sbracciarsi dalla macchina lasciata selvaggiamente in tripla fila, gridando «Matteooo, Matteooo». E Matteo represse un moto di fastidio per non potersi sgranchire le gambe e doversi infilare subito nella Panda accidentata. Avrebbe voluto dargli una virile stretta di mano, ma Andrea si avvicinò abbracciandolo e baciandolo.<br />
«Dai qua.» Era sudaticcio. Come al solito, anche d’inverno. Gli prese la borsa di mano, e la mise nel portabagagli. Matteo visualizzava mentalmente la sua Beretta 98FS all’interno della borsa. Soffriva sempre quando non poteva tenerla a vista. Andrea guidava in modo scomposto, una mano sulla frolla, l’altra fuori dal finestrino, il volante in mezzo alle gambe.<br />
«Prendi prendi, stanno là dietro» disse, indicando il cartone con le paste. «Marò, mica ho mangiato per fare in tempo a venire a prenderti» aggiunse.<br />
Matteo dovette mordersi la lingua per non fargli notare che gli aveva suggerito di non venire infatti, e che i pasti saltati sono l’alibi più scontato di chi si ingozza di dolci. Con mezza giornata di viaggio era approdato in un altro continente, un budello fatto di viuzze strette, vicoli ciechi, botteghe antiche, statue di santi sottovuoto in edicole di plastica, Maradona affrescato in ogni dove, opulente chiese barocche fatiscenti, grida di pescivendoli, balconi drappeggiati di panni stesi ad asciugare, guardie e ladri a condividere lo stesso rione. Andrea viveva nello stesso stabile di loro madre. Una palazzina che odorava di grotta, senza ascensore e dalle pareti scrostate. Salirono a piedi le due rampe di scale umide. Andrea girò un’infinità di serrature. Sua madre era lì, seduta sulla poltrona in pelle davanti alla televisione. Doveva essere rimasta in quella posizione per tutto il tempo, dal Natale scorso. Quando si chinò sulla guancia per baciarla, gli sembrò una signora anziana, di quelle che si vedono ai servizi del Tg o agli ospizi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Per la cottura dell’aragosta (da non confondersi con l’astice per via della mancanza delle chele), ci sono diverse teorie. Anzi: due diverse scuole di pensiero che si scontrano. Gli chef più radicali – qualcuno li chiamerebbe spietati – le infilano vive nell’acqua bollente. I seguaci di questa pratica da santa inquisizione sostengono che il crostaceo non avverte il dolore in quanto privo del sistema nervoso. E che questo metodo concorre a presentare ai commensali una carne morbida e freschissima. Vi assicuro che è tutto vero. Ma, avete mai assistito all’urlo impietoso, al fischio straziante del crostaceo che si dimena tra le pareti d’acciaio, mentre indifeso (dicevo appunto che è privo delle grandi chele) muore bruciato vivo, per soddisfare il palato di gente pretenziosamente raffinata?<br />
Nonostante questa fine impietosa, dovete sapere che il crostaceo potrebbe vivere teoricamente all’infinito: il suo DNA, infatti, non invecchia mai. Ma le malattie, la sfortuna, e la malvagità dell’uomo ne minacciano l’immortalità e la sopravvivenza come specie. Allo stesso modo anche il mio DNA, all’età di tredici anni, ha deciso di congelarsi nell’immortalità. I miei compagni di classe si allungavano come sequoie, ai ragazzi spuntavano baffetti come aculei di porcospino, alle ragazze si gonfiavano le magliette. Ma io, rimanevo identico a me stesso. Imberbe. Condannato all’asticella del metro e cinquanta. Un viso da angelo che suscitava solo tenerezza. E con la tenerezza, scoprivo amaramente, non si governa il mondo, né si spogliano le compagne di scuola. Angela fu la prima ragazzina a dirmi di no, che sembravo un bambino nonostante avessi sedici anni. L’avevo conosciuta alla biblioteca comunale di Baggio, lei faceva la terza media, io la seconda superiore. Zena fu l’ultima ragazza a rifiutarmi. Anche lei frequentava la terza media, e l’abbordai facilmente, dato il mio aspetto da tredicenne, anche se di anni ne avevo già quaranta e facevo il cuoco.<br />
Avete già deciso di condannarmi? Pensate sia un pedofilo? Vedete, da un punto di vista prettamente anagrafico avete certamente ragione. Ma la mia pelle è rimasta rosa e liscia, il mio viso non ha subito le trasformazioni del tempo, non si è solcato delle rughe delle esperienze. Soprattutto, dentro. Il tempo è scivolato via sul mio viso, sul mio corpo e sui polmoni lasciandoli immutati. E il mio cuore è sempre riuscito a battere solo per il viso di velluto di una ragazzina, per gli occhi innocenti di una bambinetta con jeans attillati che le fasciano un perfetto culo a pesca, per delle manine piccole senza unghie che immagino accarezzarmi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il giorno dopo Matteo e Andrea andarono a fare la spesa al mercato. Salame, pecorino, uova, strutto, pomodorini, polpo. Per ogni ingrediente Andrea si fermava alla bancarella a chiederne il prezzo, sincerarsi della qualità e della freschezza dei prodotti. Molti commercianti lo conoscevano, lo chiamavano per nome. Matteo non capiva il motivo di quelle indagini, si immaginava che lo stesso teatrino dovesse ripetersi ogni mattina. Cercava di accennare un sorriso, commentava qualche prezzo, il profumo di qualche verdura, ma istintivamente la sua mano ritornava al cellulare per controllare se ci fossero delle emergenze dalla questura, o se fossero arrivati i risultati dell’autopsia sulla ragazzina.<br />
Tornarono a casa. A mezzogiorno li raggiunse la fidanzata di Andrea. Antonella era una ragazzona di quarantotto anni, i capelli da medusa che amava ravviare spesso (a Matteo parve in realtà che fosse un tic per dissimulare un certo disagio. Si domandava anche se il disagio fosse causato dalla sua presenza). Era il 23, e stavano già avviando i preparativi per il venticinque. Il pranzo natalizio era un concetto metafisico che si estendeva per almeno una settimana. Per di più, dato che Matteo si sarebbe fermato solo pochi giorni, i suoi familiari avevano deciso di accorpare Natale e Pasqua in un unico banchetto. Sua madre aprì il frigo e ne estrasse un grande capretto, lo sollevò e lo rimirò come un neonato. Poi prese a lavorare la marinatura. Andrea cominciava la preparazione del casatiello e Antonella del polpo alla Luciana. Matteo visualizzava le sue insalatone e i suoi panini mangiati in piedi a casa, o alla mensa della questura in pochi minuti. Si sentiva come una slavina franata su un costone, la rincorsa a valle interrotta brutalmente.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Dicevo che iniziai la mia carriera da cuoco da grande. Ovvio. Con la mia faccia da bambino avrei potuto cercare solo un lavoro dietro le quinte, in solitaria, e lontano dal pubblico. A vent’anni fui preso in un ristorante di pesce di Milano. Un luogo pretenziosamente elegante, acquattato dietro la Scala. Imparai a far rinvenire pesce e frutti di mare, usando spezie e tecniche di decongelamento rapido, per i palati sciatti di turisti stranieri. Ma soprattutto, divenni il Maestro dei piatti a base di crostacei. E lì scoprii la natura dell’aragosta. Il suo potenziale vivere all’infinito, la sua prigionia nell’acquario, un’isola di vetro dove poteva sopravvivere ma non crescere, il suo immolarsi per la causa. Osservavo il crostaceo e mi riflettevo. Lo afferravo dalla vasca, mi avviavo verso i grandi fornelli e lo immergevo nel pentolone bollente. Un fischio di treno, l’animale che si dimenava nell’acqua gorgogliante. Pochi istanti e poi la morte. Il sacrificio, le zampettine spezzate, la polpa che fuoriusciva, pronta a mescolarsi con un sugo rosso sangue.<br />
In poco tempo feci carriera, diventai capo cuoco, e a soli ventott’anni riuscii ad aprire un ristorante tutto mio. Il re dell’aragosta. Mettere da parte i soldi non fu la cosa più difficile. Quanto, ogni volta, dover superare i risolini, le gomitate, le battute bofonchiate negli incavi delle mani tra gli impiegati di banca, i commercialisti, i notai. Ma riuscii ad aprire l’attività e in due anni la popolarità del ristorante si espanse, prima in tutta la città, poi nella regione, e infine, per tutta la penisola.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Matteo guardava i gesti lenti, infinitamente lenti, di suo fratello, i cubetti di pecorino e salame tagliati con minuzia chirurgica, tutti squadrati e della stessa dimensione.<br />
«Com’era il tempo?» chiese sua madre.<br />
«Il solito. Freddo.»<br />
Sua madre prese a sbucciare le patate da accompagnare al capretto. Ne preparava sempre una montagna infinita, l’esperienza le aveva insegnato che non sarebbero state mai abbastanza.<br />
«Ma mi sono abituato.»<br />
«Eh, vabbè.»<br />
«Non so come fai» commentò suo fratello con un risolino.<br />
Matteo alzò lo sguardo dal bicchiere di vino che sorseggiava, più per tenere le mani impegnate che per voglia di bere. Una nuvola di risposte acide prese a gonfiargli il petto. Voleva rispondere, IO non so come TU fai… ma era Natale, c’era sua madre, e si sarebbe trattenuto.<br />
«Ci si abitua a tutto» disse, pensando che fosse una risposta accettabile per entrambi.<br />
Antonella prese il telecomando e alzò il volume.<br />
«Masterchef, finalmente. È una settimana che aspetto.»<br />
«Hai visto che l’ultima volta è uscita quell’antipatica di Luana?» commentò sua madre.<br />
«La teng’ in coppa o stommaco. Manco era brava a cucinare. E biasimava sempre gli altri» precisò Antonella.<br />
«Però gli chef sono mitici. Sempre la battuta pronta.» Anche Andrea guardava sempre il programma. Matteo sentì il cellulare vibrare in tasca. Finalmente qualcosa che lo riagganciava alla sua vita, qualcosa di utile, concreto. Era un messaggio da parte del medico legale.<br />
La ragazzina è morta per annegamento. Però prima deve avere sofferto moltissimo per le ustioni in tutto il corpo.<br />
Grazie Alberto.<br />
Andrea mise l’impasto nello stampo, con movimenti da chirurgo. Sua madre stava alimentando la montagnetta di patate, Antonella scottava il polpo nell’acqua bollente per fare arricciare i tentacoli. Tutti ipnotizzati davanti alla battaglia degli aspiranti chef alla tv. Matteo osservava silenzioso i minuziosi preparativi per la cena e per i pasti dei giorni successivi mentre ripassava mentalmente il verbale di sopralluogo, i risultati della Scientifica, le poche, esigue, scarne dichiarazioni rilasciate dalle extracomunitarie che lavoravano in nero per una ditta di pulizie. Sfilò dalla tasca dei jeans il telefonino. Anticipava mentalmente le telefonate in questura, la lettura delle e-mail.<br />
Andrea fece esplodere una bottiglia di spumante. Matteo portò istintivamente la mano alla fondina vuota della pistola.<br />
«Cazzo, Andrea!»<br />
«Eh, mamma mia, ispettore» disse Antonella. Sollevò il coperchio del tegame di terracotta per controllare la rosolatura del polpo. «Manco avesse sparato a qualcuno.»<br />
Ma erano tutti concentrati a seguire l’ultima sfida degli aspiranti chef: cucinare l’aragosta presentando un piatto che parlasse del loro trascorso.<br />
«C’è bisogno di sparare per fare del male a qualcuno?» domandò nell’aria Matteo. Era Natale, si sarebbe trattenuto.<br />
«E fatti na’ risata» esclamò Antonella, con lo sguardo a metà strada tra lui e lo schermo.<br />
La gamba di Matteo dondolava nervosamente. Il display del cellulare notificò cinque e-mail in arrivo e una chiamata persa dalla questura.<br />
«Come se ci fosse sempre qualcosa per cui ridere.»<br />
«Madonna mia» replicò piccata, ravviandosi più volte i capelli.<br />
«Madonna che?»<br />
«È l’antivigilia.»<br />
«L’anti… allora, capisco Natale, Santo Stefano, la Vigilia. Ma, l’anti-vigilia? Di cosa stiamo parlando esattamente?»<br />
«Oh ma che cazz t’avimm’… che t’abbiamo fatto noi» la voce uscì fuori incrinata.<br />
«E dai» tentò di mediare Andrea.<br />
Sua madre si avvicinò ai fornelli. Scoperchiò il tegame.<br />
«Antonè… il polpo… vieni a controllare?»<br />
Antonella si alzò, la camminata impettita. Guardò il polpo. Matteo. Il polpo.<br />
«O purpo se coce int’ all’acqua soja.»<br />
Matteo abbassò gli occhi sul telefonino. La chiamata persa era del questore. Le e-mail confermavano la stessa procedura da parte dell’assassino. Nei tabulati telefonici risultavano messaggi da parte di una sim estera. Le ragazzine venivano invitate a pranzo e poi venivano bollite vive nella vasca da bagno.<br />
«Cosa mi avete fatto? Nulla. Appunto. Mi avete chiesto di scendere giù qualche giorno prima. Ma lo sapete che c’è un serial killer che uccide delle ragazzine di tredici anni?»<br />
«Lo so, lo so. Ma noi che possiamo farci?» domandò suo fratello.<br />
«Già. E certo. E che possiamo farci noi. Sempre tutti a scaricarsi dalle responsabilità, a pulirsi la coscienza ben bene.»<br />
«Senti chi ha parlato di responsabilità» disse Andrea.<br />
I quattro rimasero muti e rossi davanti al presentatore che annunciava l’arrivo di un ospite illustre, tre stelle Michelin.<br />
«Dai. È quasi Natale» implorò loro madre. Andrea si alzò per controllare il casatiello che era già dorato. Poi si girò verso il fratello.<br />
«Te ne sei andato. Mi devo occupare di tutto io. La casa, la mamma, l’affitto, le cure mediche. Vieni qui solo per le feste comandate e non riesci neanche a goderti quelle. È Natale, ecchecazzo!» Aprì lo sportello del forno, si infilò i guanti di gomma, estrasse fuori lo stampo, e richiuse con una sportellata violenta. Sua madre si era riaccucciata sulla poltrona, nella stessa eterna posizione. Antonella riprese a imburrare nervosamente le tartine di salmone, sfondando il pancarrè. Gli aspiranti chef applaudirono l’ospite stellato.<br />
«Appunto, è Natale. E la gente muore. E io dovrei fare il mio lavoro.»<br />
I quattro affondarono ancora nel riverbero della televisione.<br />
«Ma non puoi sempre e solo lavorare.»<br />
«E chi lo dice che non devo solo lavorare? Tu? Già…»<br />
«Già che?»<br />
«Lasciamo stare.»<br />
«No, non lasciamo stare. Già che?»<br />
Matteo guardò in giro per il soggiorno dove era cresciuto in cerca di appigli. Ma lo sguardo scivolava dappertutto.<br />
«Potevi fare l’avvocato. Avresti potuto… avresti potuto difendere innocenti, mandare in galera criminali.»<br />
«Ma perché, insegnare ai ragazzini non è importante? Bella considerazione che hai di tuo fratello.» La testa rivolta verso il vetro del forno. Il cellulare riprese a vibrare nella tasca di Matteo.<br />
Antonella spense la fiamma sotto al tegame: «Il polpo si deve cuocere dentro la sua acqua».<br />
«Rispondi va’. È più importante della tua famiglia» concluse amaramente Andrea.<br />
Matteo rispose. In quel momento non ebbe dubbi su cosa fosse più importante. Infilò la porta, fece cenno a sua madre che usciva.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>A trentacinque anni avevo raggiunto successo, soldi, fama e popolarità. Mi invitavano nei salotti televisivi, alle inaugurazioni di ristoranti e centri commerciali. Eppure, mancava qualcosa. Eppure, se non fosse stato per puttane pagate profumatamente, non avrei potuto neanche soddisfare qualche desiderio carnale. Ma queste more, bionde, rosse, italiane, straniere, si alternavano in messinscena tristi e ridicole. Anche loro dovevano trattenere a forza una risata, alcune non volevano credere alla mia età fino a quando non mostravo loro un documento, altre semplicemente volevano centinaia di euro in più. Solo perché gli sembrava di scoparsi un bambino e dovevano mettere doppiamente a tacere la loro coscienza. Nonostante questi palliativi, la mia attrazione viscerale rimaneva sempre rivolta al mio corrispettivo femminile. Un corpo e un viso che corrispondevano alla mia età estetica. Passeggiavo per le vie di Milano innamorandomi sempre e solo delle tredicenni. Provai anche a entrare nei locali frequentati normalmente dai miei coetanei, ma quei gesti studiati, quelle tattiche predatorie di ancheggiamenti e drink offerti al bancone, quegli atteggiamenti da divi da avanspettacolo mi lasciavano la tristezza nel cuore. Una sera, davanti a una discoteca caraibica chiamata Iguana, rischiai di accoltellare il buttafuori perché non voleva farmi entrare (non mi separo mai dal mio coltello sashimi). Mi rintanai nella solitudine della cucina del mio ristorante, con l’anima intrisa di frustrazione per il costante desiderio di quelle che vedevo come mie coetanee, ma che coetanee non erano. E così, dato che non potevo averle, decisi di eliminarle. In un anno uccisi dieci tredicenni nel territorio italiano. E scoprii il fascino della morte.<br />
Se le esistenze sono ordinarie e banali, scontate fino alla nausea, la morte è sempre straordinaria, irriproducibile. Impossibile prevedere la reazione alla lama del coltello affilato, anticipare il guizzo negli occhi di una vittima a un passo dalla fine, il coraggio o la rinuncia. Per quanto mi sforzi di anticipare mentalmente le immagini, la realtà non vi trova mai una perfetta sovrapposizione. È questa imperfezione a tenermi vivo, a eccitarmi, a tenere desta la mia attenzione. La transizione tra la vita e la morte è l’unico momento di un’esistenza a essere autentico, originale, imprevedibile.<br />
La tecnologia mi aiutò moltissimo. Riuscivo ad allacciare facilmente rapporti virtuali. Le ragazzine credono a tutto. Messaggio dopo messaggio imparavo a conoscerle e al momento giusto promettevo ciò che più desideravano. In cambio, avrebbero solo dovuto accettare un invito a pranzo. Con la scusa dei genitori fuori porta, le invitavo a casa. Ogni incontro mi costava una fortuna. Una sim e un telefono nuovi comprati dall’estero, un documento fasullo richiesto al giro degli albanesi, una casa pagata in contanti il triplo, pur di garantire l’anonimato.<br />
Mentre le ragazzine affondavano i canini nell’hamburger, assaporandolo come fosse il piatto più prelibato che avessi cucinato in vita mia, io percepivo nel mio palato tutta la succosità, il sapore selvatico della carne e del sangue e il sentimento di rivalsa. Poi mi avvicinavo con la scusa di dare un bacio sulla guancia, e tappavo loro la bocca con il nastro adesivo grigio.<br />
Quando legavo loro le braccia, gli occhi si ingrandivano prima in un’espressione di incredulità, poi di stupore, infine, una volta sfilettati jeans e camicetta con il mio coltello sashimi, di terrore. Preparavo un battuto di aglio, prezzemolo, limone e pepe nero con cui cospargerle. Rimanevano in piedi, nude e odoranti di spezie, gli occhi sbarrati, la pelle luccicante di olio di oliva. Le annusavo. La mia bocca grondava saliva. Avrei potuto fermarmi lì, ma avete mai rinunciato all’estasi quando siete a un passo dal toccarla? All’incanto dell’odore della pelle nelle narici quando lo stomaco si contrae per lo struggimento della fame?<br />
Riempivo la vasca di acqua ustionante. Ci aggiungevo pentolate di acqua bollente. Infilavo i guanti di gomma. Afferravo le ragazzine e le immergevo in acqua. A differenza dell’aragosta non potevano fischiare. La pelle diventava rosea, poi rossa, gli occhi opachi. Poi schiacciavo sott’acqua la testa, le loro esili braccia, spingevo le lunghe gambe magre contro il pavimento della vasca, fino a quando tutto si acquietava. Infine, mi liberavo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Attraversò le vie del rione col cellulare appicciato all’orecchio. Non c’era nessun indizio, nessuna pista. Sulla scena del crimine erano state trovate solo le impronte della filippina che aveva pulito la casa. L’ispettore camminava veloce, registrando distrattamente innumerevoli contravvenzioni, cogliendo furtivi scambi di soldi e droga, un furtarello, poca cosa. Continuava a rimuginare, su suo fratello, sulle indagini, sulle sue ragioni. Aveva una missione lui. Non si fa il poliziotto, lo si è, ogni minuto, con o senza divisa, distintivo, pistola, dentro e fuori la questura, con o senza indagini in corso. O lo sei o non lo sei, niente mezze misure. Nessuno lo aveva obbligato a fare quella scelta, a vivere quella vita. Suo fratello aveva deciso di fare il professore alle scuole medie. D’accordo, niente da eccepire. Ma quello era un lavoro che potevi accendere e spegnere a piacimento. Finivi le tue ore e chiudevi con la tua mansione. Ma il poliziotto no. Era una scelta di vita. Come un cardinale.<br />
Arrivò fino al porto. Nuvole grigie gravavano su enormi traghetti e navi cargo, puzza di gasolio e pesce marcio impregnava l’aria. Ma chi lo aveva detto che a Napoli c’era sempre il sole? Avrebbe tanto voluto salire su una nave e tornarsene a casa sua.<br />
Il cellulare prese a vibrare in tasca.<br />
«Ma’…»<br />
«Dove sei?»<br />
«Al porto.»<br />
«Compri un po’ di pane?»<br />
«Va bene, ma’.»<br />
«Quando torni?»<br />
«Tra poco.»<br />
«Vabbè.»<br />
Sentì un piccolo morso al cuore per i sensi di colpa. Ma le domande sul tempo, il pane, la spesa, la tavola, la televisione, tutti questi dettagli continuavano a ronzargli fastidiosamente in testa. Lui stava inseguendo uno spietato assassino, cercando di assemblare le tessere di un puzzle complicato. Per farlo doveva mettere in campo diverse abilità, conoscenze tecniche e scientifiche, usare l’intuito, la psicologia, la creatività e il raziocinio. Anni di studio alle spalle. E comunque non bastava. Possibile che a nessuno dei suoi familiari importasse tutto questo? Che di fronte alla tragedia, ma anche alla magnificenza della morte, solo perché era lontana qualche chilometro dal loro centro gravitazionale, ritenessero più importante seguire degli idioti in televisione? Possibile che nessuno gli domandasse niente sulle investigazioni, sul magico mondo forense, fatto di tecniche e di intuizioni?</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>La vita ti delude sempre, la morte mai. Esagero? Fatemi un favore e provate a ripercorrere la vostra vita. Rammentate un traguardo, la conquista di una laurea, un posto di lavoro, il matrimonio con il vostro amore? Vi ricordate i castelli costruiti nella mente? L’adrenalina che vi scorreva nelle vene, la pulsione che vi teneva svegli e vi faceva fantasticare sul futuro? E ricordate, una volta raggiunto questo traguardo, una volta afferrato il premio con le mani e realizzato il sogno, che cosa è successo? Superato quell’attimo di autocelebrazione, il tritacarne della normalità ha cominciato a maciullare tutti i traguardi che componevano l’ideale della vostra vita, e senza accorgervene siete rimasti schiacciati ancora nella prosaica routine di tutti i giorni. E per sentirvi ancora vivi, per dare il colpo di reni e sollevarvi dalla noia, provare ancora l’adrenalina, cosa avete fatto? Avete dovuto costruirne un altro di ideale, spostare l’asticella, stabilire altri traguardi, fabbricare altri sogni.<br />
Ecco perché una morte non è abbastanza. Perché dopo che mi sono girato e rigirato quelle immagini in testa, evaporano e io, per non svanire insieme a loro, per sentire ancora il sangue pulsare nelle vene, per avere un motivo solo per alzarmi dal letto, ho bisogno di un’altra scena, un’altra fantasia, un altro sogno. Un’altra morte.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Si avviò verso casa. Continuava a rimuginare su tutto, alla rinfusa, alle sicurezze quotidiane di suo fratello, la spesa al mercato, la scuola, il rione, la televisione, le ragazzine uccise, bollite vive, bollite, la spesa, il cibo, il polpo, gli elastici. Passò davanti alla scuola media dove insegnava suo fratello. Come si fa a uccidere una ragazzina di tredici anni? E perché? E perché bollirla viva?<br />
Suonò il citofono. Salì le due rampe di scale umide ed entrò in casa. La televisione riverberava fin dal fondo al corridoio. Sullo schermo uno chef basso, con la faccia da bambino, un caschetto biondo e due occhi neri come il diavolo, stava parlando di fronte alla telecamera.<br />
«Per preparare delle aragoste deliziose, affinché le carni risultino il più tenere possibili, è necessario bollirle vive.»</p>
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