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	<title>Colla &#187; numero 13</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Alessandra Minervini</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 17:36:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[biografie]]></category>
		<category><![CDATA[numero 13]]></category>
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		<description><![CDATA[Nata a Bari, nel 1978. Ha cambiato molte città, tagli di capelli, e tantissime idee. Ma Fëdor Dostoevskij resta, sempre, il suo scrittore preferito. Oltre che su Colla, ha pubblicato racconti sulle riviste Cadillac e Effe. Il suo romanzo d&#8217;esordio è Overlove (LiberAria, 2016). Ha pubblicato su Colla: Dove chi entra urla, Overlove.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nata a Bari, nel 1978. Ha cambiato molte città, tagli di capelli, e tantissime idee. Ma Fëdor Dostoevskij resta, sempre, il suo scrittore preferito. Oltre che su Colla, ha pubblicato racconti sulle riviste Cadillac e Effe. Il suo romanzo d&#8217;esordio è <em>Overlove</em> (LiberAria, 2016). </p>
<p>Ha pubblicato su Colla: <em><a href="http://www.collacolla.org/?p=2917">Dove chi entra urla</a></em>, <em><a href="http://www.collacolla.org/?p=4964">Overlove</a></em>.</p>
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		<title>Le parole e il peso della ceneredi Ivano Porpora</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 12:47:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[numero 13]]></category>

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		<description><![CDATA[‹‹Chiudi gli occhi›› mi dice Gabriele. ‹‹Chiudi gli occhi›› ripete. ‹‹Chi­udi gli occhi. Ora vai su. Ti sei calmato?›› ‹‹Sì. Li posso riaprire?›› Lo sento ridere, dall’altra parte della cornetta. ‹‹Sì, riaprili. E vai.›› ‹‹Tu come stai?›› ‹‹Come vuoi che stia. Vai.›› ‹‹Vado. Ciao.›› Riattacca. Riaprendo gli occhi ho avuto l’impressione di essere in una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>‹‹Chiudi gli occhi›› mi dice Gabriele. ‹‹Chiudi gli occhi›› ripete. ‹‹Chi­udi gli occhi. Ora vai su. Ti sei calmato?››<br />
‹‹Sì. Li posso riaprire?››<br />
Lo sento ridere, dall’altra parte della cornetta. ‹‹Sì, riaprili. E vai.››<span id="more-2894"></span><br />
‹‹Tu come stai?››<br />
‹‹Come vuoi che stia. Vai.››<br />
‹‹Vado. Ciao.››<br />
Riattacca. Riaprendo gli occhi ho avuto l’impressione di essere in una cabina pressurizzata in fondo al mare, anziché in una cabina della Sip all’angolo tra via Alpignano e via Ravetto. Tutti quei pesci, il cui nome non potrei riconoscere, a girarmi attorno e guardarmi, chiedersi se sia commestibile. Quanti sono i pesci che conosco?<br />
Blanka mi aspetta sulla mia sedia, leggendo un libro di Danilo Kiš. ‹‹Ha un nome che sembra un bacio›› dice. Polifemo, il carlino che mi ha regalato mia sorella – cieco da un occhio, Polifemo: gira sempre in tondo – le russa vicino, appollaiato sulla pantofola destra. In casa c’è freddo: m’ha detto prima, al telefono, che non vuole spendere denaro ulteriore per mettere a posto la caldaia di un appartamento nel quale detesta vivere.<br />
‹‹Toccava a te, la bolletta.››<br />
‹‹È il principio›› mi ha detto, strascicando al solito sulla c.<br />
La lancetta che dovrebbe stare sull’uno, più o meno, sta sullo zero. Mi immagino i termo collassati; mi immagino che gli stessi pensieri, miei o suoi o miei e suoi, si formino, ghiaccino, cadano a terra. Che il pendolo che abbiamo posizionato all’ingresso si fermi, magari in diagonale.<br />
‹‹Sì, ma la casa è mia.››<br />
‹‹È il principio.››<em> </em><br />
La segreteria lampeggia: dice sì, no, sì, no, sì.<br />
‹‹Perché non hai risposto?››<br />
‹‹È il porco che chiama ogni tanto. Prova a sentire.››<br />
Schiaccio play: dall’altra parte una voce grugnisce, le dice che se l’immagina bionda, che le vorrebbe toccare il culo, poi altro.<br />
Cancello. ‹‹Si è limitato, stavolta.››<br />
‹‹Hmm…››. Ha una mano che tiene il libro, l’altra pizzica il ginoc­chio; il libro è sulle cosce, indossa una tuta felpata, d’un colore indici­bile, con la scritta a brillantini <em>Hey Ci Sey</em>? Il piede zoppo è nascosto sotto la sedia. Mi guarda; poi torna al libro; mi guarda. La saluto, le passo una mano attorno al collo, sorrido, la bacio.<br />
‹‹Non credevo che tornavi›› mi dice. Il suo alito a un centimetro da me.<br />
‹‹Sai che torno ogni volta.›› Il mio alito a un centimetro da lei.<br />
‹‹Lo so. Ma stavolta credevo di no.›› Il suo alito, un centimetro da me. La bacio di nuovo. Le lingue a contatto, le labbra staccate. Profili in controluce, come in una cartolina trascolorata, piegata su se stessa tante volte che i bordi accennano a strapparsi. Saluti da Lamezia Terme. Chissà dov’è Lamezia Terme.<br />
‹‹Dove sei stato?›› mi fa.<br />
Penso al minimarket davanti al quale l’ho chiamata; prima ho chia­mato Gabriele, ho cercato un po’ di sostegno. ‹‹A cercare cibo›› dico; tolgo dallo zaino a spalla, lo stesso che usavo all’università e con cui oggi vado in Municipio, un tubetto di maionese, tre mele, un vaso di sottaceti, due hamburger precotti. Il conto, settemila duecento lire – 1999, bic su carta, collezione privata. Le verso un bicchiere d’acqua; si accorge che la sto guardando, si passa le mani fra i capelli mori, li mette in bocca, si gira altrove, mi guarda.<br />
(<em>come potrei non esistere mentre mi guarda come potrei rarefarmi in una prova d’alta magia disintegrarmi in quello sguardo e ricomparire solo in quelle pupille in musica che cola nera dalle sue orecchie in uno sparo frontale in un foglio di giornale aperto sull’oroscopo in una sedia rovesciata come potrei dissolvermi prosciugato in quello sguardo nero</em>)<br />
‹‹Cosa intendi?››<br />
‹‹Non c’era più nulla da mangiare per te. Io ho preso un panino con la salsiccia.››<br />
‹‹… Ti avevo preparato un paio di tramezzini col surimi.››<em> </em><br />
‹‹Mi fa cagare il surimi.››<br />
‹‹E così ingrassi ancora, che poi ti devi mettere le bretelle… Vieni qua, Paolo. Hai la bocca sporca di grasso.›› Si prende con le dita la manica della felpa, mi pulisce così; quando provo a protestare dice ‹‹Tanto devo fare un’altra lavatrice prima di sera››.<br />
Mi aspetta leggendo libri slavi in lingua, per non perderne l’uso; o guardando la tv. O, meglio, mi piacerebbe mi aspettasse: e invece sono io che parto, vado a bermi una birra o mangiare una salsiccia – c’è un locale giù all’angolo gestito da un romeno che si fa chiamare Davide, cucina benissimo le salsicce –, e quando mi son pulito la bocca dal grasso e dalla schiuma della birra torno a casa. A volte chiamo Gabri­ele, nel mezzo di una delle fasi (scendere-salsiccia da Davide-pulizia bocca-risalire). Per quel che può mi consola, o mi dice ‹‹Smettila con lei››. In ogni caso non lo ascolto; salgo. Quando apro la porta la trovo che si regge i capelli, l’elastico rosa in bocca; ascolta musica o cucina, male, per entrambi. Tramezzini, in particolare; troppo spesso al su­rimi. Telefona anche: si avvolge intorno al filo, così che il suo corpo si occulta dentro cavi neri già avvoltolati su se stessi che la girano e rigirano. La parola che le sento più spesso, ‹‹Dosta!››. Polifemo ringhia qualcosa o dorme. Un’attesa perpetua, continua; una sorta di tensione, come dopo un terremoto. La mia voce nelle orecchie; i suoi capelli sui miei vestiti, il mio odore fra le lenzuola, il suo. Sa che rientrerò, non fosse altro perché è casa mia. Sa che sto salendo: dalle ampie vetrate del locale riesce a vedere la strada senza esserne vista.<br />
‹‹Ci sono tante auto›› mi ha detto l’altro giorno.<br />
‹‹Sì.››<br />
‹‹Hai pensato mai a quante auto ci sono in giro?››<br />
‹‹No.››<br />
‹‹Mio padre quando ero piccola mi faceva guardare giù dalla finestra della cucina, mi raccontava che le macchine, quando le lasci troppo tempo ferme, …passami la sciarpa…, vanno in giro da sole. Aspet­tano che tu ti addormenti e broom!, si mettono in moto e partono. Io mi immaginavo tutte queste auto per Vela Luka. Anche se abitavamo vicino alla casa di Nedo Farčić, che tornava a casa ogni tanto da Bel­grado; lui, tutte noi pensavamo che non si dormiva mai.››<br />
‹‹Non dormiva.››<br />
‹‹Eh?››<em> </em><br />
‹‹Non dormiva. Non Non si dormiva.››<br />
‹‹Che palle, Paolo.››<br />
Ci penso su un attimo; dico ‹‹Sarebbe bello. E invece si scarica la batteria››.<br />
(la chiusura delle sue palpebre il sollevarsi delle sue ginocchia il rinnovarsi della sua pelle il suo corpo disteso e corazzato come il dorso d’una collina che avvolge una cittadina rannicchiata il suo respiro non limitato all’aria che digerisce ed espelle il respiro che le allarga il seno il chiudersi e aprirsi delle sue palpebre delle sue labbra)<br />
Blanka senza braccia, quando infila la sola testa nel maglione e resta immersa così; il suo corpo pare un pesce senza squame, coltello senza lama. Il suo corpo zoppo: le hanno strappato tre unghie da un piede, una per ogni volta che ha provato a scappare. Dice che il suo capo si chiamava Drago. Un nome che è un manifesto programmatico. E al­lora sembra un corpo perfetto nel suo caracollare, dotato di seni che non sono suoi, incollati al petto e soffiati in vetro veneziano; piedi troppo lunghi, sproporzioni evidenti inchiodate all’evidenza da un naso aquilino. Poi si alza in piedi e scarica il peso sull’anca opposta: e il resto a me pare falsità.<br />
Sorride. ‹‹Quante storie che mi raccontava mio padre. Aveva questa grande barba…››<br />
‹‹Tuo padre diceva solo cazzate›› le dico. ‹‹Ci credo che hai fatto la fine che hai fatto.››<br />
Si alza e se ne va. Sono un coglione. In parte ho ragione, ma sono un coglione. Sul tagliere c’è un bastoncino di surimi; l’allungo a Polif­emo che lo guarda con l’occhio buono, lo annusa, ci gira intorno, lo annusa di nuovo; lo lascia lì. L’ho conosciuta alla stazione. Caricata in macchina. Ha acceso l’autoradio, non è venuta. Mi ha piantato le dita nella schiena, così, forse più per abitudine. Mi sono innamorato del suo non avere unghie – come i pesci, del resto: i pesci, si sa, non hanno unghie. L’ho conosciuta alla stazione, ho pensato che avrebbe potuto essere mia dallo sguardo che m’ha lasciato a indagare addosso e ripetutamente, come fosse una mosca, quello sguardo, ad appender­si fastidioso ai punti dolenti del corpo. Come a cercare di capire se io, pesce del suo oceano, fossi lì per mangiarmela o per nuotare accanto a lei, o per avvolgerla e stringerla forte, e non mollarla più.<br />
Quando l’ha vista, Polifemo ha abbaiato. Polifemo: questo è il nome che lei gli ha dato. Prima si chiamava Whiskey, con la e, all’irlandese, per via del colore. Ma al nome Whiskey non ha mai risposto. Quando lo chiamo Polifemo, scodinzola, almeno. È un passo avanti.<br />
Si è chiusa in bagno. Metto le cuffie nello spinotto; ascolto Charles Trenet.<br />
<em>Ce soir le vent qui frappe à ma porte</em><br />
<em> me parle des amours mortes.</em><br />
Mi viene da piangere: mamma ascoltava sempre Trenet, diceva che le ricordava i giorni belli, i giorni in cui la cenere ancora non aveva peso. Mi accendo una sigaretta; la cenere resta appesa appena alla carta, poi cade. Ha un suo peso anche lei.<br />
Tutto ha un peso.<br />
<em>Que reste-t-il de nos amours</em><br />
<em> Que reste-t-il de ces beaux jours</em><br />
<em> Une photo, vieille photo</em><br />
<em> De ma jeunesse.</em><br />
La porta del bagno è chiusa. L’acqua scorre inutile nel lavandi­no, sporco di qualche macchia di dentifricio sputato in fretta prima d’andare al lavoro; un tubetto schiacciato dal basso, in alto nello spec­chio riflessa la coda della sua immagine. Lei incollata alla porta. Lei che ascolta i rumori. Lei che non parla, non dice; come la cornice vuota che ha appeso accanto alla porta in attesa che troviamo foto di noi.<br />
‹‹Esci. Non volevo offenderti.››<br />
‹‹L’hai fatto.››<br />
Dice una sola parola, <em>Lhaifatto</em>, lei che spesso non ha altro che le mani per parlare.<br />
L’ho conosciuta alla stazione. Io indossavo un paletot nero foder­ato di un trapuntino giallo brillante, la macchina era quella che avevo prima, una Peugeot 206 con l’autoradio sempre infilata sotto il sedile del passeggero; lei, una camicia fucsia, una parrucca blu e una gonna stretta e corta. Il seno visibile; l’ombra delle due sfere ricadeva a sezi­onarne profondo il petto. Mi ha guardato, visto che la guardavo. È rimasta con il tacco del piede insano contro il muro, s’è accesa una sigaretta: inspirando tremava. S’è avvicinata zoppicando appena; pen­savo si fosse fatta male come si fa male la popolazione adulta, pren­dendo contro un umidificatore, o lo spigolo d’un comodino.<em> </em><br />
Roba che qualche ora e bestemmia dopo passa.<br />
Quando Romolo l’ha vista m’ha detto ‹‹La conosco, è una putana. La putana zoppa››. Così, con una sola t. Putana. Non gli ho potuto dire niente: è una puttana, lo è davvero. Spero solo che non ci sia an­dato pure lui. È un porco che non si lava.<br />
Sono un porco anche io.<br />
(<em>ti proteggerò. non avere paura. dove sarò io non sarà debolezza. non avere paura</em>)<br />
S’è accesa una sigaretta. Inspirando tremava. Inspirando taceva, es­pirando gettava nel mondo piccole scaglie di fumo, come se al suo interno avesse modellato una creatura croata di tabacco e vento e quel che ne usciva fossero trucioli e foglie. Anche i trucioli hanno un peso. Avrei voluto baciarla mentre fumava, sigarette leggere. Avrei voluto baciarla, non avrei voluto che prima di farlo masticasse chewing-gum alla fragola.<br />
È salita in macchina. Indossava quella parrucca che non le ho visto più.<br />
‹‹Quanto?››<br />
‹‹Venti di bocca, cinquanta di figa.››<br />
‹‹Va bene.››<br />
Nel portafogli avevo cinquantasettemila e settecento lire, un rosario tascabile, un santino di Sant’Antonio che m’ha lasciato mia madre e che reputo opportuno inserire qui.</p>
<p style="padding-left: 60px;"><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/Santino.jpg"><img class="wp-image-2976 alignnone" title="Santino" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/Santino.jpg" alt="" width="163" height="268" /></a></p>
<p>‹‹Non c’è l’autoradio?››<br />
‹‹Aspetta.››<br />
Mi sono avvicinato a lei; ha creduto altro, m’ha detto ‹‹Vacci pia­no, che qui è pieno di gente››. Quando ho estratto da sotto il sedile l’autoradio speravo sogghignasse, e no: ha guardato altrove, aspettato che la infilassi nel supporto; l’ha accesa.<br />
Dopo ha pensato al modo più rapido per far venire me, salendo e scendendo sopra con colpi secchi e imprecisi; ‹‹Te ne vai?›› le ho detto quando mi ha detto dove farla scendere.<br />
‹‹Sì.››<br />
‹‹Sei qua domani?››<br />
‹‹Sì.››<br />
‹‹Venti di bocca, cinquanta di figa›› mi ha detto il giorno dopo, quan­do ho accostato. Ha finto di non ricordarsi di me – o forse davvero non si ricordava. E così il giorno dopo ancora, che sembrava la trom­ba di Rava, da tanto era triste: ‹‹Venti di bocca, cinquanta di figa››, con lo stesso ritmo di <em>Que reste-t-il de nos amours</em>. Ora la guardo cammin­are a piedi scalzi sul mio pavimento lasciando minuscole impronte di grasso e sudore, o meglio un’impronta e uno strisciare, un’impronta e uno strisciare; lascia tracce nel barattolo di nutella.<br />
La figa, ora, è gratis. Gratis per me per la prima volta; per la prima volta pure per lei.<br />
‹‹Ho sempre avuto un prezzo. Venti di bocca, cinquanta di figa.››<br />
Io avrei voluto dirle anche io. Avrei voluto dirle che anche io ho sempre avuto un prezzo. Venti la bocca, cinquanta la figa.<br />
L’ho portata a bere, poi. Nulla di più facile per provarci che andare in un locale dove si suona, si fuma, si beve. In un’osteria che stava alle spalle di piazza Castello, il padrone coi capelli grigi rasati e l’accento pugliese. Vi porto la lista, no grazie. E, sottovoce, <em>U pan mocc a ci non ten l’dind</em>. E io che ho pensato vorrei proteggerti, farti da scudo. Essere di completa protezione dai pensieri cattivi. Che l’uomo nero quando tornerà non ti trovi. Che l’uomo cattivo quando verrà si dimentichi di te.<br />
Ci siamo diretti verso il fondo. Un bambino pakistano ha comincia­to a girare chiedendo soldi in cambio di fiori. Si è scambiato occhiate con un’altra ragazzina dalla faccia sporca di ditate. È venuto da me, m’ha guardato. Lei m’ha versato due dita di vino.<em> </em><br />
‹‹Compra un fiore per la bella signora›› m’ha detto.<br />
‹‹Venti di bocca›› ho pensato.<br />
‹‹Potrei amarti›› avrei voluto dirle – impreciso come poche volte nei miei discorsi. Perché sono consapevole che i miei sono discorsi corti, densi e precisi; nessun aggettivo fuori posto, nessuna parola che possa essere scambiata con nessun’altra. E invece in quel guardarla mi sono accorto che l’unica frase ch’avrei potuto dirle senza sentirmi idiota sarebbe stata ‹‹Potrei amarti››. Senza sentirmi minimamente idiota.<br />
‹‹Compra un fiore per la bella signora.››<br />
‹‹… Vuoi un fiore?››<br />
‹‹Sì.››<br />
Gliene ho preso uno, se l’è girato per guardarlo tra le dita; ha tolto un moscerino che si era appollaiato sullo stelo e non se ne andava. Quando ho sgusciato un pistacchio che ci hanno portato per ammaz­zare la fame ha fatto un sobbalzo.<br />
‹‹Che c’è?››<br />
‹‹Mi dà fastidio.››<br />
Ne ho sgusciato un altro – mi piacciono, i pistacchi.<br />
‹‹Puoi… smetterla?››<br />
‹‹La smetto.››<br />
‹‹Butta via quei gusci. Subito.›› Quando ho fatto per prenderli si è girata; ha aspettato che tornassi. Era scossa.<br />
E mentre per recuperare in qualche modo le stavo per parlare di cose, mentre le ho guardato quel minuscolo ricciolo che le scende tut­tora dall’orecchio come in un film muto, mentre ho pensato ‹‹potrei amarti›› senza sentirmi minimamente idiota è partita la musica. Jazz: polvere, pulviscolo dissolto nel locale.<br />
‹‹Sono una cagna›› m’ha detto.<br />
‹‹Sì.›› Le ho sistemato il fiore; le è caduto nel piatto. ‹‹Vuoi ballare?›› le ho detto.<br />
‹‹Non posso. Mi fa… Il piede.››<br />
‹‹Non c’è problema›› le ho detto. ‹‹Balleremo seduti.››<br />
‹‹No.››<br />
Ho preso la sedia, l’ho accostata alla sua, le ho preso la mano. Era difficile per colpa dei braccioli, troppo alti – ci credo che l’osteria ha chiuso. Ma abbiamo ballato.<br />
Poi abbiamo mangiato, quasi in silenzio, e io tenevo gli occhi bassi.<br />
Quando ho alzato lo sguardo Blanka era a casa mia, nel mio letto, l’alzarsi e scendere del suo torace mentre dormiva anorgasmico e len­to.<br />
Ho preso dal secondo cassetto del comodino il taccuino su cui ave­vo scritto COSE FATTE NELLA VITA.<br />
C’era una lista di sei punti (ora sono nove). Ho aggiunto:<br />
<em>Fumare mentre qualcuno dorme accanto a te</em>. (Quando parlo con me stes­so mi do sempre del tu). Le ho sfilato dalla borsa il pacchetto di si­garette, ne ho presa una; mi son messo a guardare, seduto sul letto, il mio riflesso nel vetro. Il perfetto impiegato comunale: un naso che s’incunea, niente barba, le labbra troppo carnose, le guance scavate che mi fanno sembrare più un portiere di serie B che una persona che riesca ad indicare una qualsiasi via. Avevo bisogno di comprare da mangiare.<br />
La mattina (la segreteria telefonica ancora non c’era) mi ha tele­fonato un amico. Credeva fossi partito per Roma, così come gli avevo detto. ‹‹Mi avevi detto che saresti andato a Roma.››<br />
‹‹Ho mai mantenuto una promessa?››<br />
Sapere che mi ero imbarcato con una puttana l’ha imbestialito. Ha detto ‹‹Questa è una delle tue solite stronzate››, detto ‹‹Ci sarà un gior­no in cui non ti seguirò››; chiuso il telefono con rabbia.<br />
Ho pensato che non fosse il giusto momento per chiuderlo in una scatola di ricordi. Ho pensato che forse aveva ragione, ma non per questo stava dicendo la cosa giusta. Ho pensato che Blanka poteva aver fame, che le avrebbe probabilmente fatto piacere bere spremuta d’arancia, mangiare un toast al prosciutto, sedersi sul letto nuda ancora a parlare con me. Quando mi sono girato l’ho invece trovata sveglia.<br />
‹‹Vorrei un toast al prosciutto›› mi ha detto. ‹‹Nei telefilm americani mangiano sempre i toast al prosciutto.››<br />
‹‹Vuoi crudo o cotto?››<br />
‹‹Non lo so. Basta che è prosciutto.››<br />
‹‹Sia.››<br />
‹‹Eh?››<br />
‹‹Basta che sia prosciutto. Non è.››<br />
‹‹Che palle.››<br />
Siamo andati in cucina; mi ha spiegato come voleva la sottiletta – a metà, in modo che non coli nel tostapane –, come voleva il prosciutto – a contatto delle due fette di pane, secondo lo schema logico pan carré, prosciutto, sottiletta, prosciutto, pan carré.<br />
Quando mi sono girato l’ho trovata intenta a guardarmi. Occhi sgra­nati, sguardo affamato.<br />
‹‹Il permesso di soggiorno, ce l’hai?›› le ho detto.<br />
‹‹Sshht. Me ne sto occupando.››<br />
‹‹Vuoi che ci pensi io?››<br />
‹‹Me ne sto già occupando.››<br />
Una sera si è spostata da me, è salita con un trolley con la ruota rotta, e un quadro; ha detto che voleva portare gli altri, ma che dovevo andarli a prendere io. ‹‹Sono grandi.››<br />
Era quasi irriconoscibile, con quegli abiti neutri. ‹‹E i documenti?›› le ho chiesto.<br />
‹‹I documenti sono a posto: ci ha pensato la mia sorella. Puoi andare a prendere le valigie nel taxi?››<br />
‹‹La smetti anche col lavoro?›› le ho chiesto.<br />
‹‹Aspetta. Ci tengo all’altro piede.››<br />
‹‹E Drago?››<br />
‹‹Drago non è più un problema. Puoi andare al taxi?››<br />
‹‹… Va bene.››<br />
Quando sono risalito – ventiduemila e ottocento lire – ha rotto la carta marrone che proteggeva la tela; mi ha chiesto un Martini.<br />
‹‹Mi piace come dipingi›› le ho detto.<br />
Lei non si è girata nemmeno. Ha sorriso e basta. ‹‹Tu impari dagli errori, Paolo?››<br />
Ci ho pensato. ‹‹Mai.››<br />
‹‹Neanche io.››<br />
I corpi mezzi nudi di donne avvolte. Donne ricercate. Donne in­filate in colli di bottiglia da cui seni escono fuori straniti. Donne senza volto, donne senza testa, lacerate, contuse da sessi maschili induriti. Ha sorriso e basta.<br />
‹‹Che t’hanno fatto?›› le ho detto di nuovo.<br />
Ha sorriso e basta.<br />
‹‹Ti piacciono davvero?›› mi ha chiesto poco dopo.<br />
‹‹Sì.›› Non è vero: non li trovavo belli, né belli li trovo ora. Interes­santi sì, ma io di pittura non me ne intendo. Solo che ho capito che aveva bisogno di un sì. Ci sono volte che tra la verità e una bugia bi­sogna preferire il peso della cenere.<em> </em><br />
‹‹Mi hanno appena offerto di mostrare i miei quadri in giro.››<br />
‹‹Chi, un cliente?›› ho chiesto soprappensiero. Mi ha guardato male, poi, grazie al cielo, ha sorriso. ‹‹No. Uno che pensa che faccio le puli­zie solo perché una volta avevo i guanti di gomma sotto casa mia. Mi ha detto che ho un grande talento pur facendo la colf. Io ho pensato così per un sacco di tempo che la colf era la puttana, e a chi me lo chiedeva dicevo che facevo la colf. Cos’è la colf?››<br />
Sì, certo che sì, ha detto; sa che sarebbe anche un mio sogno dipin­gere e scrivere e unire le due cose, mi prende in giro, ancora avvinaz­zata e un po’ stanca. ‹‹Tu sei buono per fare le carte di identità. Si vede che ci hai quel tipo di cervello.››<br />
‹‹Hai.››<br />
‹‹Eh?››<br />
‹‹Hai. Non ci hai.››<br />
‹‹Che palle…›› Poi: ‹‹Aveva anche una tremenda puzza di pipì, quell’uomo, che sembrava di essere nei bagni dell’autogrill. Ho avuto paura di dovergli fare un pompino. Quando mi ha detto arrivederci ho fatto un sospiro di sollievo…››</p>
<p>La segreteria lampeggia. La solita voce dice ‹‹Sono nudo. Ce l’ho duro come il marmo, cazzo. Come un sasso. Ho una roba che non ti sogni››.<br />
‹‹Ha detto che ce l’ha duro come il marmo›› ho detto mezz’ora dopo a Gabriele, passeggiando per i portici di via Pietro Micca (le orecchie, pezzi di alluminio ghiacciati). Chi era Pietro Micca?<br />
‹‹Si è sforzato con l’immaginazione.››<br />
‹‹E tu che avresti detto?››<br />
‹‹Che ne so. Non sono capace di fare telefonate porno.››<br />
‹‹Non dirmi che non hai mai fatto telefonate porno.››<br />
‹‹Io no. Tu sì?››<br />
‹‹…››<br />
‹‹Sei un porco.››<br />
‹‹Lo so.››<br />
Abbiamo continuato a camminare; saltato un piccolo gradino, at­traversato la strada, guardato una vetrina. Ogni tanto mi spiega come i portici di Bologna siano i più estesi del mondo, mi parla di chilometri, mi porge una Prinz comprata a tremila lire in un bar poco lontano. Dobbiamo evitare un uomo steso sull’asfalto – gli potrei segnare la sagoma col gesso intorno: qualcuno si avvicina, dice ‹‹Ha avuto un malore, chiamate qualcuno››. Noi passiamo oltre; Gabriele continua a parlare. Io manco lo ascolto; penso al mio sogno, al collo di bot­tiglia da cui sbuca un cespuglio folto di peli, o un seno. Del resto ce lo siamo già detti ridendo, io e Gabriele, che abbiamo il grande pregio di non ascoltarci. Camminiamo parlando, nessuno segue l’altro. Un pregio che l’umanità intera dovrebbe riscoprire.<br />
Quando parla gli vedo uscire dalla bocca un fumetto bianco nel quale sbucano parole in codici fiscali. Che freddo. Chi è Pietro Micca?<br />
Gli ho parlato di lei. L’ho fatto in maniera trasversale. Gli ho detto d’incontri che avrei fatto senza spiegargli dove, gli ho detto d’una donna senza dirne il nome; ho taciuto, nel caso si trattasse di tacere. Gli ho detto dei tramezzini: di quelli sì.<br />
‹‹Adesso cosa c’entra il surimi?›› mi ha chiesto a un tratto; ma pen­so abbia capito. Me l’auguro. Spero soprattutto abbia capito come io pensi d’amarla nonostante la conosca pochissimo; spero abbia capito cosa significa per me tornare e bussare alla porta del bagno, sentirne dietro la porta il respiro, sentirne le vibrazioni di paura all’idea che io m’allontani.<br />
‹‹Mi piace come dipingi›› le ho detto. Non è completamente vero: ma quando ami una persona non le devi dire necessariamente la veri­tà. Amare una persona significa per me darle un po’ di solidarietà, che ne so, un po’ di fiducia. A volte, semplicemente, starla ad ascoltare mentre parla d’altro. Quando fa un errore di grammatica Blanka, io non la correggo – o provo a non farlo più.<br />
Questo per me è amore. Pensavo intanto a come sarebbe stato piacevole esserle dentro, dentro come una mano in un guanto o in una marionetta, farle da nuove ossa – a volte sottili come ossi di pollo che se ti s’infilano in gola ti possono uccidere, a volte spesse come femori –, infilato in quel corpo: toccando la pelle da dentro. Pen­savo a come sarebbe stato piacevole osservare da dentro i movimenti di fuori, esserne il centro reciso. Lei intanto avvinazzata dall’idea di poter esporre le sue opere; colpita dall’idea che prima girava come una puttana fra le stazioni con rossetti da poter sbavare, che ora può concedersi il lusso di temere il mio ritorno ritardato.<br />
‹‹Ci sarà un giorno che lo chiamo e glielo dico. Drago, vaffanculo!›› mi ha detto una notte. ‹‹Giuro che ci sarà.››<em> </em><br />
‹‹Guarda!›› mi ha detto qualche giorno dopo, pagliaccio che ride. Il rossetto allargato.<br />
‹‹Guarda!››, e piangeva – il mascara che le colava dagli occhi alla bocca.<br />
‹‹Guarda, Paolo! Venti di bocca e cinquanta di figa!››<br />
Io pensavo a quello che m’aveva detto e che non posso qui ripor­tare, perché le parole sono come la cenere e hanno un peso. Pensavo che come ogni pagliaccio non faceva ridere; pensavo che faceva tutto meno che ridere.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Il mio sogno sarebbe stato volare. Un giorno. Lo dico tuttora che giro con un orribile paletot blu foderato di giallo, ora che in ufficio parlo con un vecchio di settantaquattro anni che si deve rifare la carta d’identità perché, dice, un <em>nàpuli</em> gli ha rubato il portafogli. Lo dico ora che Blanka di là sta preparando tramezzini con tonno e uova sode.<br />
L’unica cosa che del resto sia capace di cucinare: toast e tramezzini. Ci mette anche un po’ di maionese; quando apre il pane, sistematica­mente, Polifemo le si avvicina (a volte prende contro una gamba della sedia) e abbaia. Adora la maionese, Polifemo, e lo capisco. Non ci sta affatto male.<br />
Si è offerta di pagarmi un viaggio con Gabriele. Ha detto che po­tremmo andare in sidecar in giro. Che le piacerebbe le scrivessi almeno una cartolina al giorno: almeno una. Da Lamezia Terme, Follonica, Igea Marina, Lido di Camaiore, Sarajevo. Che le dedicassi un solo pensiero in una giornata. Che le rivelassi una breccia del mio mondo con Gabriele in una giornata.<br />
Lui purtroppo ha da fare: sua madre si è appena suicidata. Temo che per qualche tempo non riuscirà a trovare tempo a sufficienza per me.<br />
Blanka di là ancora, comunque. Sta preparando tramezzini con ton­no, maionese e uova sode. Di nascosto ci mette il surimi, sperando che io non me ne accorga. Canta sufficientemente intonata una can­zone di Sanremo, la radio accesa; quando l’ho conosciuta m’ha detto che non reggeva la stupidità dei dj, il loro interrompere le canzoni durante le canzoni.<em> </em><br />
Ora canta <em>Tu credi ma non sai che sia la tua ragazza sempre</em>. E mentre lo fa io penso che le carte d’identità, forse, sono il mio mondo.<br />
Penso che sto male, d’un male cane, che mi morde in fondo all’anima. Penso che avrei dovuto salvarla da Drago, all’epoca, o almeno dire <em>Te li do io, i milioni del riscatto</em>.<br />
Che sto bene. Che, in fin dei conti, sto bene.<br />
Che voglio bene a una donna che fa la puttana zoppa, e che il suo corpo è un corpo nudo in piscina la notte. Qualunque cosa ciò voglia dire. Qualunque cosa quel che ho detto voglia dire.<br />
La guardo. Fa finta di non accorgersi di me, i suoi occhi pianeti pi­eni quando mi fissa. Vorrei brindare a lei, l’ho fatto con lui. Chiasmi temporali in ciò che faccio. Parole discutibili, quelle che dico.<br />
Blanka avida. A chiudere gli occhi son capaci tutti. Il suo chiudere gli occhi e annusare nervosa i miei odori; il suo splendere lenta, una stella che sa quando è il momento di esplodere.<br />
Alla fine sono andato con lei, in viaggio. Abbiamo affittato due bici­clette e fatto cinquanta chilometri di strada al giorno – il male che mi faceva il culo, io lo so; lei si è abituata ogni volta a scendere dal por­tiere e chiedere tre pezzi di pane, a comprare la cartolina quotidiana da inviare a un Gabriele che non sono abituato a vedere disarcionato, a strusciare il suo tiepido pelo sul mio sedere ogni volta che desid­erava farmi venire dentro di sé.<br />
(‹‹Tu non verrai.››<br />
‹‹No.››<br />
‹‹Vorrei venissi.››<br />
‹‹Smettila.››)<br />
Quello che ho raccontato fino ad ora. Dovuto sinceramente a una sola serata. A un solo albergo a tre stelle, le nostre biciclette incatenate insieme nel parcheggio, stai attenta che i raggi non si scontrino, come fanno i raggi a scontrarsi, tu stai attenta, luci scure ovunque, solo fari come occhi aperti a tracciare scie quasi silenziose nello specchio. Quasi silenzio. E lei che parla. Lei che mi dice sei il mio quadro senza colori e senza forme. Non sei il mio quadro perché prima dei pennelli. Sei il mio quadro senza luci e prospettive, orme e paesaggi. Non sei il mio quadro perché non hai una firma. Sei il mio quadro perché sei mezzo vivo e mezzo morto. Non sei il mio quadro perché l’unica cosa che non ho mai capito come dipingere.<em> </em><br />
Io non le ho detto niente. Ho solo guardato lo specchio, a sinistra della camera, vicino alla finestra. Specchio che riflette qualche luce qui e là, sbavature notturne, qualche luce lunare. Mi sono addormentato alcuni minuti dopo. Quasi silenzio, tutt’intorno.<br />
Quando mi sono svegliato lei non c’era. Sono andato in sala e ho visto, nel buio, una bambina. E poi lei, seduta. E in piedi davanti al frigo una ragazza che le somigliava, solo più giovane; e ai suoi piedi, a rovistare nello scomparto del congelatore in cerca d’un gelato, lei adolescente. E poi altre e altre lei, venti di ogni età, fino a una lei nel box, ancora innocente. Leggera: proprio leggera, ancora. Io mi sono guardato allo specchio a tutta parete, e avevo un naso che s’incunea, un principio di barba, le labbra troppo carnose, le guance scavate che mi fanno sembrare più un portiere di serie B che una persona che ri­esca a indicare una qualsiasi via.<br />
‹‹Ti va di andare a dormire?›› mi ha detto lei, guardandomi. Le altre si sono girate a osservarmi.<br />
‹‹Tu vieni con me?››<br />
‹‹Sì, Paolo. Dammi una mano.›› Gliel’ho allungata, piano. Cercando di essere leggero anche io.</p>
<p><em>Bonheur fané, cheveux au vent</em><br />
<em> Baisers volés, rêves mouvants</em><br />
<em> Que reste-t-il de tout cela</em><br />
<em> Dites-le-moi</em></p>
<p><em>Un petit village, un vieux clocher</em><br />
<em> Un paysage si bien caché</em><br />
<em> Et dans un nuage le cher visage</em><br />
<em> De mon passé.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I dolori del giovane Werther come soluzione alla noia di Marco Lazzarotto</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 12:46:24 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La fermata dove ogni mattina aspettavo il 44 era anche conosciuta come la Fermata del Grande Cazzo Blu, perché qualcuno, con una bomboletta spray, aveva disegnato all’interno della pensilina un grande cazzo blu. <span id="more-2921"></span>Lo avevano tracciato sul vetro dietro al quale venivano messi i manifesti pubblicitari. I manifesti cambiavano più o meno settimanalmente, mentre il cazzo rimaneva lì e andava a sovrapporsi alle offerte speciali di qualche Auchan nelle vicinanze, talvolta coperto da A4 di colori sgargianti – una preferenza per il verde brillante – con gli avvisi delle attività della parrocchia, organizzati attorno a un prospetto della chiesa: una sorta di rampa per snowboard, un edificio che non avrebbe sfigurato in Finlandia, ma qui, da noi, a Collegno, sì.<br />
Per me, quel cazzo era sempre stato lì, vecchio come il mondo e, come tante altre cose del mondo, accettato senza pensarci troppo. Rappresentava qualcosa di arcaico, per certi versi anche misterioso, un po’ come il gigante di gesso di Cerne Abbas, quella figura di uomo alto cinquantacinque metri, scolpito in una collina del sud dell’Inghilterra, con la mano sollevata a brandire una clava nodosa e un fallo in erezione che gli arriva fin quasi al diaframma. La patina di mistero del Grande Cazzo Blu era stata grattata via in fretta, dall’abitudine, come del resto credo accada a un qualunque cittadino del Dorset che passi da Cerne Abbas con una certa frequenza.<br />
Quel cazzo cominciò ad avere un’esistenza quando qualcuno me lo fece notare; era Riccardo: lui stava nel quartiere Terracorta e aveva bisogno del mio quaderno di Antologia. Stavo cercando di spiegargli dove scendere col 44 quando lui mi ha detto, Ma è la Fermata del Grande Cazzo Blu? Ci avevo dovuto pensare un po’ sopra, prima di rispondergli, poi ne ero convenuto, Sì, giusto, bravo, proprio quella, il grande cazzo blu. Ecco perché la fermata, la numero 2349 viale Partigiani – via Allegri secondo la dicitura dell’ATM, è chiamata Fermata del Grande Cazzo Blu e non dell’Enorme Pene Turchino – che sicuramente suonerebbe più educato. Riccardo lo aveva osservato, gli aveva dato un nome, lo aveva fissato nella Storia.</p>
<p>È un sabato sera del marzo 1997 e ci sono quattro persone alla Fermata del Grande Cazzo Blu.<br />
Sulla strada davanti alla fermata: un motorino assemblato sul quale è seduta una figura tozza. Dalla posizione delle gambe, dalla tensione del busto, dal modo in cui le dita sembrano più sfiorare che afferrare il manubrio, capiamo che la figura tozza vorrebbe alzarsi, ma non è in grado di staccare il proprio culo dal sellino. Non è chiaro se ha bisogno dell’aiuto di una gru o se non può abbandonare il motorino come una chiocciola la propria conchiglia oppure se, proprio come la conchiglia della chiocciola, il motorino non sia un agglomerato calcareo che col tempo è andato accrescendoglisi sotto il culo. Il viso tondo trasuda stanchezza in ogni singolo foruncolo e brufolo, ma anche una sorta di fretta millenaria, una sottile vibrazione che prelude allo scoppio delle punte bianche dei brufoli, eruzione finale di pus impaziente, e una certa rassegnazione sofferta, nelle labbra corte e semispalancate, alle quali manca soltanto un ricamo di schiuma e un filo di bava per rendere meglio l’idea. Questo è Giampiero C., e si capisce che se ne vuole andare via, forse perché ha un appuntamento al secondo centro commerciale, o forse perché ha fame o deve cagare, o entrambe le cose, ma è meglio cagare, prima di mangiare, liberare lo spazio prima di introdurre altro cibo. Il suo sguardo è rivolto verso il marciapiedi, fuori dalla pensilina: una figura esile dall’inclinazione nervosa, il petto all’infuori, le braccia tese lungo i fianchi e i pugni chiusi, alla quale resta solo da decidere con cosa colpire per primo, col destro o col sinistro? I capelli biondicci ingellati sono un tentativo fallito di averli dritti e raccolti in tante punte. La fronte bassa e gli occhi incavati, nonché la forma del cranio che si direbbe simile a un fagiolo, farebbero la felicità di Cesare Lombroso, il quale dopo essere stato presente a questa scena potrebbe tranquillamente salutare tutti i suoi detrattori con una pernacchia, lui che a Collegno ci ha lavorato davvero, nei primi anni del Novecento. Ha un orecchino ad anello infilato nella curva superiore dell’orecchio sinistro e indossa una tuta Adidas rossa. Questo lo chiamano Alex Tuta Rossa perché a quanto pare il suo guardaroba, nella migliore delle ipotesi, è costituito solo da tute Adidas rosse – nella peggiore delle ipotesi possiede solo quella. Questa sera ad Alex Tuta Rossa girano particolarmente i coglioni, probabilmente perché oggi pomeriggio la sua tipa ha rifiutato di scopare con lui, non ha nemmeno voluto dedicargli un po’ di attenzione attraverso un surrogato orale o manuale, con la scusa che in casa c’erano la madre, il fratello tredicenne e la nonna invalida al quaranta percento. Il desiderio sessuale si è convertito in desiderio di menarla, ma anche in quel caso l’astensione è stata d’obbligo: primo, perché lui, Alex Tuta Rossa, è un signore, secondo, perché in casa c’erano la madre, il fratello tredicenne e la nonna invalida al quaranta percento e, terzo, perché se l’avesse menata difficilmente lei avrebbe voluto ancora scopare con lui. Ma adesso ha un coagulo di ira che necessita di sgorgare a fiotti, deve eiacularla su qualcuno, qualcuno che non può essere Giampiero C., il quale non appena lo tocchi si mette a piagnucolare, non dà alcuna soddisfazione, e magari questo qualcuno potrebbe trovarsi proprio qui, sotto la pensilina, davanti a lui: una figura con gli occhi strabuzzati, il collo proteso in avanti, il braccio destro piegato e le dita raccolte in un gesto senza nome che significa, Ma che vuole questo individuo da me? Ha un cappotto nero, la camicia di flanella, i jeans, le Nike bianche e nere e i capelli dritti – come se avesse sventrato un istrice e se lo fosse piazzato in testa a mo’ di parrucca. Questo è Riccardo B. e all’epoca ha diciassette anni e quattro mesi. Frequenta il liceo scientifico statale Marie Curie di Grugliasco ed è al quarto anno. Il suo ultimo investimento è <em>Complete Anthology</em> dei Minor Threat, ma non è che gli piaccia veramente.<br />
Sul marciapiedi, lontano da tutti: una figura con le mani in tasca, che si guarda intorno; i palazzoni grigi, le strade, i marciapiedi, i lampioni con gli stickers della Lega Nord, la palina dove qualcuno è riuscito a forzare l’ultima invenzione dell’ATM per conservare gli orari dei pullman alla portata di tutti, il cestino metallico della spazzatura deformato come se qualcuno l’avesse preso a calci, la pensilina col Grande Cazzo Blu dipinto sul lato più corto dei due occupati dalle pubblicità, gli alberi le cui radici hanno crepato il marciapiedi, le due panchine sbrecciate e incise, li osserva tutti come se fosse la prima volta e non – come invece è in realtà – come uno che vive qui da sedici anni. Quella figura che sta fingendo di non conoscere tre individui – due nei pressi della pensilina, in procinto di venire alle mani, uno dei quali è il suo «migliore amico», e uno in strada, sul motorino – che in realtà conosce, sono io. Ho un cappotto nero, la camicia di flanella, i jeans, le Nike bianche e nere e i capelli cortissimi, e all’epoca ho diciassette anni e nove mesi. Sono compagno di classe di Riccardo e al momento mi piace pensarmi innamorato di una ragazza di nome Laura, dagli occhi azzurrissimi, con la quale ho parlato una volta soltanto.<br />
Dietro tutti e quattro, dietro il marciapiedi, dietro una bassa siepe: un parallelepipedo di cemento alto sei piani, i prospetti sulla strada e sul cortile coperti di minuscoli ciottoli, gli altri due lati ciechi, i balconi strette aperture rettangolari nel cemento. Sono le case che il CIT ha fatto costruire nella metà degli anni Ottanta, due sono qui, all’altezza del primo centro commerciale, le altre otto intorno al secondo. Questo è il quartiere Basse Dora di Collegno.</p>
<p>Cinque minuti prima. Ci sono soltanto due persone alla Fermata del Grande Cazzo Blu. Grandi cose devono ancora accadere nelle loro vite.<br />
Visti così, entrambi col cappotto, la camicia di flanella, i jeans e le Nike bianche e nere, Riccardo e io sembriamo i rappresentanti di una setta che avvicina la gente alle fermate del pullman – in giro per Collegno ci sono almeno altre tre persone vestite così.<br />
Siamo annoiati, Riccardo e io. È come in quel film, <em>Ricomincio da capo</em>, dove Bill Murray rivive all’infinito sempre la stessa giornata, soltanto che a noi ci sembra di ripetere in loop non una sola giornata, ma tutte le giornate che hanno costituito i nostri diciassette anni: giunti alla trecentosessantaseiesima di queste giornate, il giorno del nostro compleanno, il diciottesimo, dopo il quale tutto deve cambiare, dopo il quale, si dice, le cose cominceranno a succedere – si prende la patente, si vota, si decide se andare a scuola o meno, si scopa!, si vive! – be’, quel giorno ci sveglieremo e la prima persona che incontreremo, nostra madre o nostro padre o entrambi, ci faranno gli auguri e ci tireranno le orecchie, e alla diciassettesima tirata d’orecchio noi ci aspetteremmo la diciottesima, perché dopo il diciassette viene il diciotto, giusto?, ma non succederà, non arriverà, e allora ci renderemo conto che siamo ancora qui, daccapo, al punto di partenza, è così che ci sentiamo. Siamo annoiati, Riccardo e io.<br />
Riccardo e io, alla fermata, parliamo. I nostri dialoghi iniziano tutti più o meno alla stessa maniera:<br />
«Cheppalle.»<br />
«Chessifà?»<br />
In questi incipit Riccardo e io siamo assolutamente intercambiabili. Fino a un paio di mesi fa eravamo in tre a lamentarci. Ma Nicola, appena ha potuto, s’è dileguato. Nicola ha trovato una ragazza. Riccardo e io l’abbiamo battezzata Il Roito, e questo potrebbe anche essere sintomo d’invidia, e sì, forse lo è, perché Riccardo e io mica l’abbiamo trovata, una ragazza, però resta il fatto che Sonia, la ragazza di Nicola, è veramente brutta. Scopano, Nicola e Il Roito, e non è che ci sia da stupirsi, dopotutto Nicola i diciotto li ha già compiuti, è riuscito a compierli, è uscito dal circolo dei diciassette e così le cose hanno cominciato ad accadergli. Ma come ci è riuscito? Fatto sta che si è dileguato e a lamentarci siamo rimasti in due.<br />
Dopo un breve pronostico sull’andamento della serata («Speriamo che non sia un’altra serata di merda» e «No, vedrai che stavolta ci divertiamo», anche qui con i ruoli intercambiabili), di solito sono io a cercare di condurre il dialogo. Lo porto nel campo delle possibili soluzioni per combattere la nostra noia.</p>
<p><em>Prima ipotesi</em><br />
IO: Secondo me dovremmo trovarci una ragazza. Come ha fatto Nicola.<br />
RICCARDO: Io non ci voglio mica stare con un roito. Se tu vuoi metterti con un roito, fai pure, ma io no.<br />
IO: Non ho mica detto che dobbiamo trovarci una ragazza come quella di Nicola. Ho detto che dobbiamo trovarcene una, se vogliamo dare uno scossone alle nostre vite, e basta.<br />
RICCARDO: Lo so io che scossone ci vorrebbe alle nostre vite. Comunque una ragazza non li risolve i nostri problemi. Tanto per dire, guarda Nicola: a lui non gliene frega un cazzo del Roito, se la scopa e basta.<br />
IO: Sì, ma io intendo una cosa seria, qualcosa di duraturo, non tanto per scopare e basta. Chennesò, uscire tutti insieme e–<br />
RICCARDO: Ma a me non è che una storia duratura interessi. Non c’ho tempo, col nuoto, guarda che è pesante. Preferisco farmi delle storie. Se capitano. Guarda, c’ho già i cazzi miei per la testa, non è necessario che mi venga lo sclero per trovarmi una ragazza. Come fai tu.<br />
IO: Boh, la mia era solo un’idea.</p>
<p><em>Seconda ipotesi</em><br />
IO: Secondo me dovremmo mettere su un gruppo musicale. Io ormai con le lezioni di batteria sono a buon punto. Hai mai pensato–<br />
RICCARDO: Scusa se te lo dico, ma l’idea di suonare in un gruppo mi sembra una stronzata.<br />
IO: E perché?<br />
RICCARDO: Ma perché sì, è una perdita di tempo, poi io c’ho il nuoto, ne porta via, di tempo.<br />
IO: Sì, capisco, ma uno strumento come il basso? Non ci vuole niente a impararlo. Darebbe uno scossone alla tua vita.<br />
RICCARDO: Lo so io che scossone ci vorrebbe alla mia vita. E comunque non c’ho voglia. Ripeto: è solo una perdita di tempo. Tu continua pure con la tua batteria, vai pure avanti col tuo gruppo.<br />
IO: Sì, sì, ma a me sarebbe piaciuto suonare insieme a te: i Dead Kennedys, i Clash, i Minor Threat… vedrai che un giorno ti convinco. Il basso. Pensaci: il basso.</p>
<p>A grandi linee, i nostri discorsi si sviluppano attorno a queste due tracce, prima una, poi l’altra, o viceversa, quasi fossero complementari; oppure insieme, intersecate, intrecciate. Riccardo, però, butta sempre in mezzo quel suo Lo So Io Che Scossone Ci Vorrebbe Alla Mia Vita che varrebbe quasi come una</p>
<p><em>Terza ipotesi</em><br />
RICCARDO: Secondo me dovremmo fare come il giovane Werther de<em> I dolori del giovane Werther</em>, cioè potrei farlo io, tu che cazzo vuoi?<br />
IO: Fare cosa?<br />
RICCARDO: Hai capito, dài, fare quello che fa il giovane Werther alla fine de <em>I dolori del giovane Werther</em>. Se no, vattelo a leggere. Io comunque ho capito.<br />
IO: Sì, sì, ho capito anch’io. Atteggiati sempre. Il maudit. Bello &amp; dannato. Come fa Nicola.<br />
RICCARDO: Come?<br />
IO: Sì, sì, fa’ vedere che per una volta hai letto un libro. O te l’ha raccontato Nicola come va a finire?</p>
<p>che però non si è mai esplicitata, nel senso che Riccardo, sì, cita spesso<em> I dolori del giovane Werther</em> come soluzione alla noia – ammesso che lo abbia letto – ma no, io non gli ho mai detto cosa penso.<br />
Comunque, siamo alla fermata del Grande Cazzo Blu, Riccardo e io, e stiamo parlando della Prima ipotesi, o della Seconda, o di un qualcosa che si situa tra le due e le mescola (suonare in un gruppo insieme alla propria ragazza?), mentre aspettiamo il 44, quando vedo che Riccardo segue con lo sguardo qualcosa dietro di me, in strada, e sorride, guarda me e ride, guarda in strada e continua a ridere.</p>
<p>Li chiamano in modi diversi. Penso che siano l’unica sottocultura giovanile che l’Italia sia riuscita a produrre. Non si è esportata all’estero, forse perché non è esportabile. Non esistono categorie aprioristiche con cui definirli. Quando ne incontri uno, scatta qualcosa nel tuo inconscio, qualcosa che rimanda a figure archetipiche, all’inconscio collettivo, e genera nella tua mente una parola, una parola che lo definisce e lo conclude. Le parole che nascono sono uguali per tutti, quasi il nostro inconscio andasse a pescarle nel dizionario collettivo dell’Iperuranio.<br />
Sono personaggi evocativi: evocano nella nostra mente parole che non esistono, ma che sono le stesse per tutti.<br />
È così che sono stati dati i primi nomi?<br />
Le parole nate nella testa di Riccardo e nella mia, con le quali ciascuno cerca di denominare quei due individui, sono uguali. Si può dire che almeno a livello inconscio ci troviamo d’accordo, lui e io.<br />
<em>Tarri</em>.</p>
<p>Insomma, sono io quello che sta parlando, probabilmente sto convincendo Riccardo che il basso è più semplice della chitarra soltanto perché ha due corde in meno, lo sto guardando dritto negli occhi, quando sento il rumore scoppiettante di una marmitta modificata, come se dentro ci facessero i pop-corn, una marmitta modificata non per aumentare le prestazioni del – presumo – motorino, ma semplicemente per fare più rumore, e vedo gli occhi di Riccardo spostarsi oltre me, seguire il rumore della marmitta.<br />
Sorride, mettendo in mostra gli incisivi laterali superiori troppo inclinati che un apparecchio fisso sta correggendo. Poi, i suoi occhi tornano indietro, dalla strada a me, e il sorriso si trasforma in una risata, e con la risata gli occhi tornano sulla strada, complice un’alzata di sopracciglia che significa, Dài, guarda in strada anche tu, ridiamo insieme!<br />
Il motorino arranca, perché è troppo piccolo per il suo conducente, il tarro di nome Giampiero C. So una cosa che il tarro non sa e che in qualunque situazione mi darebbe un vantaggio su di lui: so chi è e come si chiama e lui non sa che io so; andavamo all’asilo insieme, eravamo entrambi negli azzurri, e sono sicuro che lui non sa chi sono io, né come mi chiamo. Ecco perché sono in vantaggio.<br />
Il problema per il disgraziato motorino è che sullo stesso sellino, aggrappato al panzone di Giampiero C., c’è un altro tarro. È Alex Tuta Rossa. I miei rapporti con lui sono circoscritti al 33 barrato: una volta, scendendo, mi ha detto, Ciao pipistrello – probabilmente a causa del mio cappotto, meno probabilmente per le mie orecchie, molto più probabilmente per nessun motivo in particolare; un’altra volta, sul pullman, mi ha lanciato addosso alcune monete da cinquanta lire, unico motivo plausibile: aver condiviso lo stesso 33 affollato di studenti. In entrambe le occasioni ho tenuto un atteggiamento di stupefatta indifferenza.<br />
Si stanno avviando verso l’incrocio, e il motorino rallenta, o perché non ce la fa più, o perché il conducente si è reso conto che c’è lo stop.<br />
Mancano pochi metri allo stop, quando il tarro che sta dietro, Alex, si gira a guardare verso la fermata del pullman.</p>
<p>Li seguiamo con lo sguardo, Riccardo ride di gusto, io no.<br />
Li indica, e dice, Ma te lo sei visto quello davanti?<br />
Li indica, mi guarda e continua a ridere.<br />
Li guardo, guardo lui e sorrido a disagio.<br />
Mentre lui li indicava e rideva, Alex Tuta Rossa si è girato. Penso, Speriamo che non abbia visto.<br />
Riccardo continua a ridere, non ha visto che forse è stato visto.<br />
Adesso li vedo: sono fermi allo stop e stanno aspettando che arrivi un’auto che, dal punto in cui mi trovo, è invisibile a causa delle siepi.<br />
Si è girato proprio verso la fermata mentre Riccardo indicava e rideva, non è possibile che Alex Tuta Rossa non lo abbia visto.<br />
Adesso scommetto che girano e tornano qua.<br />
Riccardo ha detto, Ma te lo sei visto quello davanti? e si è girato quello dietro.<br />
Sono ancora fermi allo stop. Penso, Guarda che non stanno mica aspettando che passi una macchina. Guarda che non c’è nessuna macchina. Adesso vedrai, girano e tornano qua.<br />
Riccardo li stava indicando e mentre li indicava rideva e il tarro che stava dietro lo ha visto.<br />
Il motorino sta girando a sinistra. Il motorino sta facendo un’inversione a U. Il motorino sta tornando qua.<br />
Ho pensato, Adesso vedrai che girano e tornano qua, e loro hanno girato e adesso stanno tornando qua.<br />
Riccardo continua a ridere. Non si è accorto che il motorino ha compiuto un’inversione a U. Ma che ci sarà di tanto divertente in Giampiero C.? Sarà che io lo vedo spesso, qui nel quartiere, ci ho fatto l’abitudine, per Riccardo era la prima volta, è un po’ come la storia del Grande Cazzo Blu.<br />
Riccardo li ha visti, ha riso, li ha indicati, il tarro si è girato, lo ha visto e adesso stanno tornando indietro.<br />
Sono cazzi.</p>
<p>Il motorino inchioda davanti alla fermata. Alex Tuta Rossa balza giù e si fionda su Riccardo. Giampiero C. rimane sul motorino. Nessuno dei due mi rivolge uno sguardo; nessuno dei due si ricorda di me.<br />
Mi sembrano due buoni motivi per allontanarmi dalla scena.<br />
La situazione più o meno è questa:</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/mappa.jpg"><img class="alignnone  wp-image-2977" title="mappa" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/mappa.jpg" alt="" width="427" height="460" /></a></p>
<p>ALEX TUTA ROSSA: Cazzo c’hai da guardare, eh? Cazzo vuoi, ti conosco? Dimmi ti conosco?<br />
RICCARDO: No, guarda che non ce l’ho con te. E poi non t’ho mai visto prima.<br />
ALEX TUTA ROSSA: No, tu guardavi me. Che cazzo vuoi?<br />
RICCARDO: Ma se ti ho detto che non ce l’ho con te, che non ti conosco, si può sapere che cazzo vuoi te?<br />
ALEX TUTA ROSSA: Oh, tu Cazzo Vuoi a me non me lo dici, vabbene? Oh, ma l’hai sentito Giampi, m’ha detto Cazzo Vuoi!</p>
<p style="padding-left: 30px;">Caro Riccardo, ti domando scusa, ma adesso io mi allontano e ti lascio da solo in balia dei tarri. Lo so, non è un comportamento da amico, ma te lo posso spiegare dicendoti semplicemente che ho paura. Ma prima, lascia che ti dica un’altra cosa. Quello che stai adottando non è l’approccio corretto. Con i tarri non si deve discutere. Non si deve cercare di farli ragionare. Non si deve dimostrare che si ha ragione. Loro hanno ragione e gli si deve chiedere scusa. Solo a quel punto ti lasceranno in pace. Non vorrai mica venire alle mani? Non vorrai mica fare il loro gioco? Anche a me è capitato un episodio simile. Quel pomeriggio ero con Il Sandrone e ci stavamo dirigendo verso il primo centro commerciale, quando gli ho chiesto, Ma come cazzo ti sei vestito? Lui indossava un cappotto nero, camicia di flanella, jeans e un paio di Nike bianche e nere – un pioniere, ma allora non potevo ancora capirlo – e mi ha risposto, Mah, io i vestiti li prendo a caso dall’armadio. Ah, gli ho fatto, Non sei mica come quello, e con lo sguardo sono andato dall’altra parte della strada, su un truzzo seduto sul proprio motorino, il quale era vestito, relativamente all’ambito truzzo, in maniera piuttosto ricercata, camicia bianca dentro i pantaloni, gilè nero, scarpe lucide dalla punta quadrata, tutto sommato un abbigliamento che faceva a pugni con la sua faccia devastata, le guance incavate, i capelli unti che sembravano incollati a ciocche sul cranio ridotto. Nel momento in cui io l’ho guardato, lui mi ha guardato, e la cosa lì per lì mi ha lasciato del tutto tranquillo – non parlavo forte, non l’ho indicato, soprattutto non ho riso – senonché dopo neanche due minuti me lo sono trovato davanti, a cavalcioni del suo motorino, a impedirmi di attraversare le strisce pedonali. Cazzo c’hai da guardare? mi ha fatto. Ci conosciamo? mi ha fatto. Con una flemma che normalmente non mi appartiene, l’ho liquidato con un No, Non Ce L’avevo Mica Con Te, Scusa Se Ho Guardato Nella Tua Direzione, Ma Davvero, Proprio Non Ce L’avevo Con Te. Il truzzo ha insistito ancora un po’, ma senza convinzione; ha detto alcune frasi che suonavano più come dei convenevoli che come delle minacce («Ah, perché se c’avevi qualcosa lo risolvevamo») e poi se n’è ronzato via. Il Sandrone mi ha persino fatto i complimenti, sai? E poi mi ha recitato il curriculum vitae del truzzo e del padre del truzzo e del nonno del truzzo e dello zio del truzzo e io quasi quasi svenivo lì, sul marciapiedi. Credo che truzzi, tarri e tutte le varie sub-speciazioni siano un po’ permalosi e soprattutto, molto, molto insicuri. Ma questo è un altro discorso. Fatto sta che stai sbagliando, adesso. Dagli ragione e chiedigli scusa. Non insistere. Non capisco perché ti stai comportando così. Dove vuoi arrivare? Perdonami se non intervengo, ma come ti ho già detto prima, ho paura. Questi abitano nella mia zona. Questi rischio di vederli ogni giorno. Io con questa gente non voglio averci a che fare. Se io adesso intervengo, se io adesso cerco di difenderti, sono marchiato fino all’ultimo dei giorni in cui vivrò in questo quartiere di merda. Ogni volta che mi incontreranno, mi insulteranno, mi seguiranno, mi incendieranno i pulsanti del citofono, mi metteranno i mozziconi delle sigarette nella buca delle lettere, mi aspetteranno sotto casa e infine mi picchieranno. Sarebbe la fine. Questo posto, per me, non deve esistere; devo subirne il minor numero possibile di stimoli. Casa mia è una scatola bianca sospesa sopra la città. Per questo ti chiedo di scusarmi. Forse queste cose non te le dirò mai, forse, se tutto questo finirà senza morti &amp; feriti, resteremo zitti e non commenteremo l’episodio, ma sappi che mi dispiace per come mi sto comportando. Con affetto, Marco.</p>
<p>GIAMPIERO C.: Eddài, minchia, Ale, lascialo perdere, andiamo.<br />
ALEX TUTA ROSSA: Cazzo Vuoi tu a me non me lo devi dire, hai capito?<br />
RICCARDO: Ma non mi rompere i coglioni, io dico quello che voglio.<br />
ALEX TUTA ROSSA: Oh, ma l’hai sentito adesso? Mi ha detto che non gli devo rompere i coglioni!</p>
<p>Sono lontano dalla pensilina, adesso. Ho una mano appoggiata al tronco di un albero. L’albero non è piantato direttamente nel marciapiedi: spunta da un cerchio di terra delimitato da getti di cemento ricurvi. Con la mano sempre a contatto con la superficie dell’albero, cammino sul cerchio di cemento, lentamente, con una certa disciplina: a ogni passo, il tacco deve aderire alla punta dell’altro piede. In prossimità del cerchio di cemento, l’asfalto del marciapiedi si solleva e si crepa. Le crepe sembrano una versione sintetica delle vere radici.<br />
Sollevo lo sguardo e mi fermo.<br />
Da questa posizione, posso vedere – anche se parzialmente coperto da Riccardo – il Grande Cazzo Blu. È una stilizzazione con un suo fascino primitivo. La posizione – verticale, il glande puntato verso l’alto – sembra un arcaico simbolo del potere.<br />
Per quanto identico a migliaia di cazzetti stilizzati che ho visto, trovo che ci sia qualcosa di sbagliato.<br />
I testicoli: due circonferenze più o meno identiche – ma sia chiaro: l’autore non è Giotto. Una simile rappresentazione dello scroto mi fa pensare che si tratti di una proiezione ortogonale del pene sul piano orizzontale, ma visto da sotto.<br />
Il pene: due linee parallele, unite da un arco raffigurante il glande, mentre una linea orizzontale separa il corpo del pene dal glande. Il problema: un segmento, piuttosto corto, che parte dal culmine dell’arco-glande e scende verso il basso, ma senza andarsi a congiungere con la linea orizzontale-pelle. Quindi, deduco che si tratti del meato uretrale. Ma per come è rappresentato il pene, è impossibile che quello sia il foro dell’uretra – a meno che non si tratti della proiezione di un cazzo sulla via dell’ammosciamento, e allora sì che è comprensibile, ma chi lo disegnerebbe mai? Eppure, quel segmento lo disegnano tutti, ed è lì che mi rendo conto che tutta una tradizione di cazzetti – tracciati a matita sui banchi di scuola o sul quaderno della vicina di banco, con l’Uniposca sulle pareti dei cessi, con le chiavi di casa sul tavolo di un pub dove il servizio si fa attendere – è errata, interpretando male una qualche stilizzazione primordiale. Perché quel segmento dovrebbe continuare fino alla linea orizzontale. Quel segmento – affinché la rappresentazione abbia un senso – non è il meato: è il prepuzio.</p>
<p style="padding-left: 240px;"><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/pene.jpg"><img class="alignnone  wp-image-2978" title="pene" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/01/pene.jpg" alt="" width="73" height="168" /></a></p>
<p>GIAMPIERO C.: Massì, che cazzo ti frega, andiamo, dài.<br />
ALEX TUTA ROSSA: Andiamo un cazzo, io a questo qui gli rompo il culo! Hai capito che ti rompo il culo?<br />
RICCARDO: Minchia, che palle… ma che ti ho fatto? Che cazzo vuoi ancora?</p>
<p>Osservo il mio amico Riccardo, lo osservo mentre si difende e rilancia l’attacco. Guardo Riccardo: mi sembra di vederlo per la prima volta; intanto, in una zona della mente che non sono in grado né di controllare né di comprendere, si sta componendo una parola.<br />
Tarro.</p>
<p>GIAMPIERO C.: Dài, Ale, lascialo stare, mo’ mi sono rotto i coglioni pure io.<br />
RICCARDO: Lo vedi che lo dice anche il tuo amico che sei un cagacazzo?<br />
ALEX TUTA ROSSA: Oh, ma io ti alzo le mani, hai capito? Ti alzo le mani!<br />
QUARTA VOCE: Che succede qua?</p>
<p>I tarri non sanno di essere tarri. Non è che uno la mattina si alza e decide, Voglio diventare tarro, e si studia un look a tavolino. Il loro modo d’apparire è un’efflorescenza di ciò che hanno dentro, c’è una corrispondenza biunivoca tra l’apparire e l’essere. Da questo punto di vista, sono molto più autentici e spontanei di tante sottoculture giovanili importate, nella loro versione italianizzata.<br />
«Tarro», comunque, è soltanto uno dei tanti termini che sbocciano nelle zone più recondite del nostro cervello. Ci sono anche <em>truzzo</em>, <em>zarro</em>, <em>tamarro</em>. Ho sentito anche qualcuno dire<em> iarro</em> – o<em> jarro</em>, che fa più sabaudo – ma io non ho mai visto nessuno che sembrasse uno iarro.<br />
Le sfumature tra un termine e l’altro esistono, sono minime e puramente istintive.<br />
Così, d’istinto, quello che ha appena attraversato la strada, forse proveniente dal primo centro, che ha deviato il proprio percorso verso la pensilina e che ha detto, Che succede qua? mi pare un truzzo, anche se non ne sono così sicuro. C’è qualcosa di nazi in lui. Quello che più colpisce della sua persona sono le scarpe da ginnastica con dieci centimetri di suola. Indossa jeans aderentissimi e una giacchetta stretta stretta. I capelli, rasati ai lati e sulla nuca, sono un basso cilindro di riccioli compressi. Ha un faccino minuscolo, corrugato, ogni sua ruga converge verso un punto centrale, all’incirca sulla punta del naso, e porta un paio di occhiali da vista enormi – ma si tratta di un viso che reclama un pizzo ben folto.<br />
Non so come si chiama né se possiede un soprannome. Abita all’ultimo piano del palazzone qui dietro. Ogni tanto puoi vedere le zeppe appoggiate fuori dalla finestra a prendere aria e soprattutto renderti conto di cosa ascolta: dance estrema, i Doors, i Motorhead.<br />
Ha i modi di fare di uno che è un’autorità presso tarri, truzzi, zarri, tamarri. Lo si capisce dal modo in cui Alex Tuta Rossa si sta rivolgendo a lui: la scolaretta indifesa che va dalla maestra per dirle, Il mio vicino di banco mi tira i capelli! Mentre ascolta, il nazitruzzo ostenta una calma e una ponderazione che mi fanno paura.<br />
La situazione, ora, non può che precipitare.<br />
Sono cazzi.</p>
<p>ALEX TUTA ROSSA: ’Sta testa di cazzo m’ha guardato e s’è messo a ridere, poi m’ha detto Cazzo Vuoi, m’ha detto che gli rompevo i coglioni, ’sto minchione…<br />
IO: Rick? Il 44. Andiamo.</p>
<p>Il 44 si ferma, apre le porte e Riccardo e io saliamo senza che nessuno si frapponga tra noi e il pullman. Tuta Rossa e il nuovo arrivato ci guardano con le bocche spalancate. Mentre le porte si chiudono, Alex urla qualcosa del tipo, Fatti vedere ancora una volta da queste parti e ti apro il culo!<br />
Riccardo e io non abbiamo parlato per le successive dieci fermate. Poi siamo scesi.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>È un mattino del maggio 2004 e c’è una sola persona seduta su una delle panchine della fermata 2349 viale Partigiani – via Allegri (secondo la dicitura della GTT). Sono io. Mentre attendo il 33 barrato, leggo <em>I dolori del giovane Werther</em>. Sono curioso. Non l’ho mai letto.<br />
La pensilina col Grande Cazzo Blu è stata rimossa lo scorso anno; l’asportazione ha lasciato delle cicatrici sul marciapiedi, curate con piccoli getti di cemento, da cui sono miracolosamente riusciti a nascere dei ciuffi d’erba. Adesso c’è una pensilina nuova, quattro pilastri di metallo che sorreggono una copertura a botte in lamiera, il tutto smaltato di verde scuro. Il sedime stradale è stato ridotto e ora il marciapiedi è più largo. Sono state messe anche tre panchine nuove.<br />
Non siamo più amici, io e Riccardo. Non lo vedo dallo scorso luglio. Eravamo giù al Pad, dove hanno montato un grosso palco nello spiazzo sterrato tra il padiglione 14 e le lavanderie. Per me era ormai diventata una consuetudine, raggiungere Riccardo e gli altri Pixel mentre smontavano dal palco con gli strumenti ancora imbracciati. Prima, durante il concerto, avevo visto gente che sapeva i testi delle loro canzoni a memoria. Riccardo portava sempre i capelli dritti, ma sembravano più rifiniti, meno punk. Aveva una camicia di seta azzurra, infilata dentro i pantaloni, un paio di jeans quasi aderenti da cui sbucavano delle scarpe nere con la punta quadrata, lucidissime. Mi ha visto, mi è venuto incontro e mi ha sorriso. Non portava più l’apparecchio. Aveva un orecchino ad anello infilato nella curva superiore dell’orecchio sinistro. Ho dato il via al dialogo con i soliti argomenti: i nuovi pezzi, che mi sono piaciuti; la chitarra di Enrico, che non si sente, mai; Francesco, il nuovo batterista, che mi sorprende ogni volta di più; lui, Riccardo, che col basso ci sa veramente fare. Bravi, davvero. È stato raggiunto da una ragazza scosciata, una certa Erika, l’avevo già conosciuta, stavano insieme da più di un anno. Tutto quello che lei indossava sembrava avere il prefisso mini. Stefania mi piaceva di più, era più graziosa e raffinata. Con lei era stato tre anni. Poi Riccardo mi ha chiesto che facevo, se suonavo con qualcun altro, e io gli ho risposto di no, che avevo deciso di smettere, tralasciando il fatto che tra i motivi della mia decisione c’era una crisi personale dovuta alla fine della relazione con una ragazza di Ciriè, alla quale tenevo tantissimo. Era durata esattamente due settimane. Riccardo ha aggiunto che tra breve sarebbero entrati in studio di registrazione e che un loro pezzo sarebbe finito nella colonna sonora dell’ultimo film di Marco Ponti. Per un po’ non avrebbero più suonato dal vivo. Fino a quel momento ero andato a tutti i suoi concerti, ma non per il piacere di vederlo o sentirlo. Si trattava di una formalità da sbrigare regolarmente, consegnavo tutte le volte la dichiarazione che non provavo più nessun rancore nei suoi confronti; però, ben presto mi ero reso conto che lo facevo soltanto perché il rancore persisteva, eccome. Poi qualcuno, non importa chi, ha tirato fuori l’argomento Università: lui frequenta Ingegneria Chimica, io Storia e Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Abbiamo entrambi liquidato il discorso con un Bene, Manca Ancora Qualche Esame. E così è finita, Riccardo ed Erika si sono abbracciati, mi hanno salutato e se ne sono andati.<br />
L’episodio di quel sabato sera del maggio 1997 mi ha fatto capire molte cose: sulla natura di Riccardo, e più in generale sulla natura di tutti noi. Ho capito inoltre che il suo atteggiamento era un tentativo di dare il tanto desiderato Scossone Alle Nostre Vite, ma a suo modo, un’approssimazione della Terza ipotesi. Per fortuna, ha fallito.<br />
Non ho mai più rivisto Giampiero C., ma Tuta Rossa sì, l’ho incontrato ancora alcune volte, per poi non vederlo mai più. Sul finire del 1997 andavo al secondo centro commerciale a fare scuola guida. Per tornare a casa salivo sul 33 barrato al capolinea, che si trovava proprio davanti al secondo centro, e scendevo alla fermata successiva, la Fermata del Grande Cazzo Blu. È sul 33 barrato che ho incontrato Alex Tuta Rossa. Era con un amico di cui non ricordo la faccia. Era con un amico e, si sa, i tarri non agiscono mai soli. Si sono presentati. Mi hanno fatto domande. Sorridevano, scherzavano. Anch’io sorridevo e scherzavo. Lui non si ricordava di me, di quando mi tirava dietro le monetine o di quando ero con Riccardo e se le volevano dare. Ho guadagnato il suo rispetto, quando alla domanda, Ma tu ce l’hai il cellulare? gli ho risposto che ne avevo tre. L’avevo incantato, addirittura mi ha chiesto se scopavo («No») e mi ha lasciato nome e numero di telefono di una ragazza «che la dà» («No, grazie per l’aiuto, faccio da solo», gli ho risposto). Ho prenotato la fermata, li ho salutati, sono sceso. Ciao Marco, mi ha detto Alex Tuta Rossa.</p>
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		<title>Dove chi entra urla di Alessandra Minervini</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 12:42:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi lascio chiamare Priso, che da dove sto camminando significa Pitale: recipiente destinato a raccogliere l’urina o anche le feci, orinale specifico per bambini. A otto anni sono stato abbandonato dal mio clan familiare composto da più di cinquanta membri tra titolari, affiliati, consoci e nani da giardino. Avevo gettato dieci volte dal mio terrazzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi lascio chiamare Priso, che da dove sto camminando significa Pitale: recipiente destinato a raccogliere l’urina o anche le feci, orinale specifico per bambini.<span id="more-2917"></span><br />
A otto anni sono stato abbandonato dal mio clan familiare composto da più di cinquanta membri tra titolari, affiliati, consoci e nani da giardino. Avevo gettato dieci volte dal mio terrazzo il gatto che viveva a spese degli abitanti del mio cortile.<br />
Detesto i parassiti.<br />
Vi leggo i titoli dei giornali locali in proposito:</p>
<p>1. «Allarme nel quartiere: bambino lancia gatti a tradimento»<br />
2. «Aveva preso un brutto voto a scuola. Bimbo detto “Priso” tortura gatti dal terrazzo»<br />
3. «Bimbo di otto anni lancia un gatto dal terrazzo. In quel momento la tv era accesa».</p>
<p>I miei parenti presero casa nel salotto di una televisione locale dove dichiararono che in ogni famiglia che si rispetti esiste la mela marcia. Altrimenti non è una famiglia rispettabile. Quella mela marcia ero io: precipitato dall’albero senza che nessuno si fosse piegato a raccogliermi.<br />
Il giorno della mia Prima Comunione sparirono. Tutti. Nessuno della mia famiglia si presentò in chiesa per vedermi, nemmeno per sbaglio. A parte mia madre, con la quale festeggiai nel bar del sotto passo della stazione, quello dell’extramurale. Io ordinai un pacco di patatine e un crodino, lei, mia madre, prese una girella con il succo d’ananas che le è sempre piaciuto da quando ha saputo che l’ananas depura le viscere, e io, quel giorno, mi ero convinto che le viscere fossero gli occhi, perché era da loro, dai suoi occhi, che venne giù un torrente.</p>
<p>Dieci anni dopo, la città era diventata la Disneyland delle casalinghe: ogni due isolati nascevano ipermercati ripieni di surgelati di surrogati d’oltremanica, grattacieli di detersivi specifici per tutte le macchie umane, concept store della glaciazione del più violento istinto sessuale. Io intanto ero diventato maggiorenne. Un Priso maggiorenne è un Priso minorenne che ha compiuto diciotto anni. Non cambia niente. Avevo lo stesso silenzio posturale, la propensione a evitare discorsi con i familiari, l’elasticità nel gestire egoismo e atarassia esistenziali, un autentico bisogno di non rivolgere la parola al genere umano. Priso, del resto, come nome è un ottimo filtro. Nessuno è disposto a dirsi amico di uno che si gira quando lo appellano come un contenitore di rifiuti umani organici. L’unica differenza rispetto all’infanzia è che la gente mi poteva dire: STRONZO!, epiteto che un essere umano dotato del vitalizio conformista non attribuirebbe mai a un bambino.<br />
Sbagliando.<br />
Quelle angosce paranoidi che infettano il cervello di ogni diciottenne (dove si trova un incavo femminile a buon mercato?, quanto deve essere tosto prima di infilargli il guanto?, quante ore prima del rapporto è utile smettere di tirarselo da solo?) scavalcavano la mia curiosità. Un Priso è privo di diritti sessuali. Si sottrae alle erezioni auto ed etero-condotte: uno a uno, due su uno, uno a molti, uno e basta.<br />
In quanto Priso rivendicavo il diritto di essere fuori tempo e fuori luogo. Proprio così, fuori tempo e fuori luogo. Sì. Non temevo i goffi e i cacasotto. Chi ha una grande consapevolezza di se stesso, non cerca conferme dall’esterno. Intanto in città la gente non aveva mai un grandissimo nulla da fare, ma voleva farlo il prima possibile. Le strade venivano allungate e i quartieri dilatati per stare più larghi nell’indigenza legalmente riconosciuta dallo Stato.</p>
<p>Adesso la parola che non devi dimenticare è auto-sabotaggio. Lo faceva anche Leonardo da Vinci. Quando aveva una buona idea, all’inizio la negava a se stesso sotto forma di schizzi prosperosi che poi abbandonava sulla strada. Se non dai forma al pensiero, il pensiero non c’è. Se l’aspettativa è caldissima, diserta. Fischietta e ruota la testa dalla parte opposta. Non ce l’hanno con te. A scuola, a casa, all’università, al lavoro. Non vogliono te. Mamma, le tipe che non infilavo, l’affitto che non ci stavo, i pensieri. Non ce l’avevano con me.<br />
Diserta la vita e la vita si dimenticherà di te.</p>
<p>Per i miei diciotto anni, mamma mi regalò iscrizione e corso di scuola guida. Durante le lezioni con Bartolo Scaramuzzi, detto ‘Tolino, la curva più temuta è sempre stata quella sotto l’extramurale: km e km di cemento disarmante che sputa polveri sottili e trancia la città come fettine di tonno sottomarca a filetti. Sempre la stessa curva dove Bartolo mi aveva segato enne volte all’esame pratico di guida, e la cosa lo rendeva affettuosamente disinteressato al mio caso disumano.<br />
«D’altronde…», capitava spesso negli incipit dei suoi discorsi che Bartolo si imbattesse in un <em>d’altronde</em> o in un <em>infatti</em> anche quando la prima e la seconda parte della storia erano senza ponte, «… ognuno ha il suo prurito, Priso. Tu c’hai quello della extramurale. Ognuno ha il suo.»<br />
L’acume provinciale di persone come Bartolo Scaramuzzi riserva spesso barlumi di saggezza ineguagliabili, al di là di qualsiasi risorsa umana de-formata da anni di corsi professionali.<br />
«Quale sarebbe il tuo prurito?» gli chiesi, senza concentrarmi troppo su una circostanza in cui all’epoca mi capitava di imbattermi di rado: essere interessato all’opinione che di me avevano gli altri.<br />
«Sai, io sono uno allergico, ma qui non lo sanno, i miei amici non lo sanno. Quando mi viene l’allergia mi gratto in continuazione» mugugnava Bartolo.<br />
«Esattamente a cosa sei allergico?»<br />
Avevo tentato un approccio esotico: la generosità.<br />
«Te lo giuro sopra ai figli miei… No, non posso. Se potevo, te lo dicevo. Ma una cosa è certa: fa male.»<br />
«Quanto?»<br />
«Hai presente quando ti infilano una lancia dritta dritta su per il culo?» disse Bartolo mentre la macchina costeggiava QUELLA curva.<br />
Non risposi.</p>
<p>Sulla strada di casa, <em>ognuno ha il suo prurito</em> faceva tic tac nella mia testa. Tradotto in italiano priso-centrico quell’elementare principio di bartoliana fattura significava che ogni persona possiede un neo che non accetta, un callo al cervello che gli ottura il sangue, una paura silenziosa che decompone grattandosi in parti improbe del corpo.<br />
Tornato a casa, non riuscivo a dormire. Avevo un bart-prurito. Ed era dappertutto. Il prurito umano si era riversato dentro me, mi grattavo ogni lembo della superficie cutanea. La notte seguente la stessa tortura: tutto il prurito del mondo si era raggrumato sulla mia scorza dura. Per strada dovevo aggrapparmi ai paletti e strisciare lungo le saracinesche unte dai vizi urbani per ritrovare un po’ di sollievo.<br />
Presto la città si dimostrò intrigata dal sex appeal di un Priso con il prurito ubiquitario. Tutti mi cercavano. Per questo dovevamo sparire, io e il mio prurito. Avevo sbarrato porte e finestre. Temevo che venissero a prelevarmi da un momento all’altro. Non usavo lo scarico del gabinetto perché ero convinto che sotto la fogna qualcuno mi prendesse per il culo e analizzasse le mie feci.<br />
«Priso, hai trent’anni. Non lavori. Non studi. Non fai sport. Non hai la fidanzata. Non hai la patente.» Mia madre non concludeva i suoi anatemi con un prevedibile: Priso a cosa servi?, solo perché è sempre stata una donna di classe che preferiva concludere in modo più beckettiano con un: «Tuo padre alla tua età era già morto sotto un’impalcatura.»<br />
«Già.» E quasi quasi avrei voluto aggiungere: beato lui.</p>
<p>Facciamo che qualcuno mi avesse chiesto, dieci anni fa, per strada o sull’autobus per andare a scuola, e facciamo che costui fosse il mio compagno di banco ricco bello e copione e che mi stesse parlando dall’alto della sua comoda posizione esistenziale, come ci si sente ad avere un morto bianco come padre precipitato da una impalcatura di una furiosa mattina di Ferragosto quando legalmente si dovrebbe stare al mare a sbafarsi di parmigiana e non a lavorare sulla suddetta impalcatura con tanto sudore e senza un casco in testa o le scarpe adatte che se metti un piede in fallo puoi, dico puoi, precipitare di sotto che poi ti trovano stecchito il giorno dopo, se va bene, quando la città ritorna alla cosiddetta normalità. Tu cosa avresti risposto?</p>
<p>Ritornare alla normalità è sempre difficile, soprattutto se non sei normale.</p>
<p>Con il prurito affondato in poltrona, mi arresi in cerca di una soluzione. Pensavo. Non ho provato mai più niente di così vicino al sado-masochismo: pensare è rinunciare alle enne possibilità che non ti vengono in mente. Urlare e pagare. Entrare e uscire. Eliminare il prurito e sostituire un sorriso. Se un numero imprecisato di persone ha il suo prurito, lo stesso imprecisato agglomerato umano ha un urlo che desidera sfogare. Anche un Priso come me urlerebbe in uno spazio dove chi entra urla ed esce sorridente, senza chiedere altro.<br />
Quattro mesi. Bastavano quattro mesi. E l’indennità di mio padre che mia madre aveva conservato <em>per quando ti sposi</em>.<br />
Il primo mese: tracciare un quadro generale del progetto: spese, burocrazia, motivazione.<br />
Il secondo: stilare un migliaio di ipotesi profilo-utente.<br />
Il terzo: affittare un <em>sottano</em>: un locale sulla strada, dotato di chiusura ermetica e riservata, una saracinesca, non molto distante dalla stazione centrale per accogliere i pruriti provinciali.<br />
Il quarto mese: inaugurare lo spazio utopico dove il cliente entra, urla e lascia il suo prurito. Per sempre.<br />
Il pagamento doveva essere preventivo, molto informale, tacito. Ci si accordava solo su alcune specifiche inerenti il prurito barra dolore. Di solito la tariffa più alta veniva stabilita per anzianità: chi detiene il prurito da più tempo paga di più. I pruriti freschi erano i più convenienti. Chi non riusciva a urlare la prima volta, il secondo tentativo costava la metà, ma solo per il primo urlo. Dalla volta dopo, ogni urlo, strozzato o riuscito, aveva un costo singolo. Non accettavo comitive, al massimo si poteva prenotare un programma personalizzato a seconda del prurito, e pacchetti convenienza in modo da scegliere se urlare tutto in una volta o in più ingressi durante il weekend.</p>
<p>A dispetto della sfiducia umana su di me, in poco tempo mi rifeci di tutte le spese della scuola guida, riversai il malloppo sul conto corrente di mia madre che noleggiò un’auto con autista incorporato e regolarmente laureato. A modo mio, saziai le aspettative che lei aveva partorito prima che nascessi.<br />
Anche la città non aveva di che maledirmi. Ero diventato quel cittadino operoso che ogni esponente politico del luogo desiderava governare.<br />
Vi leggo i titoli dei giornali locali sulla notizia:</p>
<p>1. «Molto successo per il <em>sottano</em> di un intraprendente imprenditore barese»<br />
2. «Un <em>sottano</em><em> </em>dove chi entra urla. E a Bari ora si vive meglio»<br />
3. «Conferma per l’estro creativo pugliese: molte adesioni per il posto dove chi entra urla. A Bari niente fuga dei cervelli».</p>
<p>Tutte le persone che sono passate dal mio <em>sottano</em> «dove chi entra urla» hanno perso il loro prurito urlando una, due, tre volte. La quantità non è mai stata importante né motivo di discussione, la qualità invece si paga.<br />
Quanto a me, avevo preso il vizio di pensare, inventare, creare, costruire, essere utile. Le istituzioni locali facevano carte false per incollare il loro logo sui manifesti pubblicitari del mio <em>sottano</em>. Potevo definirmi un Priso arricchito, dotato di normalità pubblicamente patrocinata. Me la potevo godere alla stragrande. Avevo fondato un mondo.<br />
La mia idea l’avevo spremuta a dovere lavorando anche sulle sue varianti. Oltre al <em>sottano</em> dove entrare e urlare avevo fondato la scuola di urlatori creativi, il format di un reality show, una catena di <em>sottani</em> in tutto il mondo dotati di una collezione di totem dislocati nei punti turistici delle città da cui sentire le urla wi-fi dei clienti.</p>
<p>C’è solo un fattore che accomuna il Priso pre-successo al Priso post-successo. Non avevo mai smesso di pensare a Bartolo Scaramuzzi dall’ultima lezione di guida. Lo incontrai una mattina, sul molo, a pochi metri dal mio totem preferito che mandava in onda l’urlo scheletrico della moglie di un assessore allergica alle cozze e per anni perseguitata da un prurito perbenista che non aveva mai potuto sfogare in una città che fa delle cozze il suo simbolo. Bartolo era sempre lo stesso: il neo ciclopico sul naso, gli sparuti capelli sulla testa a uncino, gli occhi caleidoscopici, le labbra all’ingiù in attesa delle parole giuste, e il suo prurito, ben visibile, come un vello d’oro.<br />
Ci fissammo negli occhi un bel po’. Poi scoppiò in una risata tipo il sibilo di un serpente che centrifuga in lavatrice.<br />
«La curva dell’extramurale sta ancora là che ti aspetta» mi disse.<br />
«………»<br />
«Fai come vuoi» disse.<br />
«Ognuno hai il suo prurito, no?» rilanciai. «Tu non mi hai mai detto il tuo. Dimmelo.»<br />
Anche questa volta Bartolo non mi rispose. Si girò verso il mare che uno squadrone di nuvole aveva giusto giusto in quel momento imbrunito. Lo osservai salire sulla barca celeste con due bande laterali gialle. La barca zoppicava sulle irritanti onde verso il largo, dove confondi la città e le persone con i pali della luce.<br />
Bartolo, trónfio<strong> </strong>sulla prua, continuava a grattarsi selvaggiamente. Più si allontanava dalla riva, minore era la consistenza del prurito, come una famigliare mestizia a cui non fai più caso. Osservavo la sua miniatura, compressa tra il cielo e il mare, con quel prurito che lo deformava, rendendolo inviolabile.</p>
<p>«Il mare. Non dirlo a nessuno, Priso. Non dirlo soprattutto a te stesso se un giorno ripenserai a me. Quando respiro l’aria di mare, respiro la morte. Se lo dico in giro, mi accuseranno di non fare la persona perbene, di non essere normale. Rovino la vita a tutta la mia famiglia. Per me la tua curva dell’extramurale è il mare. E fa male Priso, fa male. È una lancia di legno che ti infilano dritta dritta su per il culo. Pure da morto me lo porterò questo prurito.»<br />
Mi disse Bartolo, prima di raggiungere il largo e allontanarsi per sempre dal molo, da me, da questa città, dalla sua paura.</p>
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		<title>Sardegna di Gianvittorio Randaccio</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 12:37:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una cosa che da moltissimi anni nella mia testa rimane nella più assoluta indefinitezza è la Sardegna. È da quando sono piccolo che la gente mi parla delle sue vacanze in Sardegna, del mare bellissimo della Sardegna, dei traghetti per andare in Sardegna, e io ogni volta mi trovo a non sapere cosa dire, perché, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una cosa che da moltissimi anni nella mia testa rimane nella più assoluta indefinitezza è la Sardegna. È da quando sono piccolo che la gente mi parla delle sue vacanze in Sardegna, del mare bellissimo della Sardegna, dei traghetti per andare in Sardegna, e io ogni volta mi trovo a non sapere cosa dire, <span id="more-2919"></span>perché, anche se ho trentasei anni e nella mia vita ho fatto anche l’interrail, quindi una certa propensione per il viaggio ce l’ho, in Sardegna non ci sono mai stato. Una volta si parlava molto anche dei rapimenti della Sardegna, ma adesso mi sembra che questa cosa attiri meno l’attenzione delle persone che parlano della Sardegna, probabilmente perché i rapitori si sono dati una calmata.<br />
Le cose che conosco a proposito della Sardegna sono poche e tutte per sentito dire: so che è in Italia, so che è un’isola, so che è sotto la Corsica, che è un’altra isola simile ma francese, so che il capoluogo è Cagliari, e so che ha una forma un po’ allungata ma abbastanza proporzionata, non è una cosa tipo il Giappone, che sembra un fagiolino, stretto e lungo, o la Svezia, che ricorda uno spermatozoo gigantesco. Al massimo può assomigliare a una patata, o a un sandalo, come dicevano i greci secondo un mio amico.<br />
Parlare della Sardegna mi mette sempre in grande difficoltà, perché quando la gente va lì in vacanza e poi torna e te ne parla, dà per scontato che tutti almeno una volta nella vita ci siano stati e abbiano delle conoscenze di base, anche minime, per affrontare un dialogo serio e soddisfacente sulla Sardegna. Così ti citano per nome le calette e le isole che hanno visitato, ti raccontano delle barche che hanno visto, delle città in cui sono stati, con una gioia e un orgoglio che è palpabile, che quasi puoi toccare con mano, tanto è evidente. Perché poi, ogni volta in Sardegna tutto è meraviglioso e le vacanze lì non sono mai delle vacanze brutte, ma di una bellezza sconvolgente.<br />
Tutte le volte che cominciano questi discorsi sulla Sardegna, io cerco di far finta di niente, di annuire con uno sguardo interessato, ma senza avere negli occhi quella smania di sapere di più, o quel desiderio di fare delle domande, di sviscerare per bene questa meravigliosa isola che a tutti sembra un vero e proprio paradiso terrestre. È come chiacchierare con uno che parla in tedesco: io ascolto, annuisco, sorrido, ma spero sempre che questa ipotetica persona che parla in tedesco la smetta una buona volta, perché io di tedesco non conosco nemmeno una parola.<br />
Uno, per esempio, mi dice che è stato alla Maddalena, che da poco ho scoperto che è un’isola, ma che non so minimamente collocare in una ipotetica cartina della Sardegna: sarà a sud, a nord, a est, a ovest? E chi lo sa? Oppure un altro mi dice che è stato a Porto Cervo, dove è pieno di gnocca e di gente ricchissima. E io anche qui non so mica dov’è Porto Cervo, non l’ho mai vista neanche in cartolina, Porto Cervo, ne ho solo sentito parlare da mia nonna. E anche Cagliari, che sicuramente è una città importante, se uno mi dice dov’è io lo ringrazio, perché non mi è mai venuta nemmeno la curiosità di saperlo.<br />
Tutti, poi, parlano sempre del mare meraviglioso della Sardegna, che è un po’ quasi come parlare della costituzione, bisogna avere lo stesso rispetto che si è obbligati a concedere a un dogma che non ci si può permettere di mettere in discussione per nessuna ragione al mondo. Anche se in realtà io il mare meraviglioso della Sardegna faccio una gran fatica a immaginarmelo, perché di mari belli nella mia vita ne ho visti, in ogni parte del mondo, e ogni volta che ho visto un mare bellissimo, dentro di me mi sono detto che quello era sicuramente il mare più bello del mondo. Mi sbagliavo, evidentemente, perché ogni volta le persone che erano vicino a me a godere di quel mare bellissimo mi dicevano che il mare della Sardegna era sicuramente più bello. E se anche non era più bello era come minimo una cosa di un fascino che io non potevo capire. E in effetti ogni volta mi sono trovato a pensare che dev’essere veramente una cosa fantasmagorica questo mare meraviglioso della Sardegna, perché se è più bello di quelli che ho visto vuol dire che è di una trasparenza che tende quasi all’assenza, che lotta instancabilmente contro la materia, roba che se fai un tuffo magari ti viene paura di sbattere sugli scogli di sotto, perché è un mare così trasparente che sembra non ci sia. L’estate scorsa, per esempio, sono stato in Sicilia, e lì io posso assicurare che il mare è veramente incantevole, in alcuni punti c’è un’acqua che quasi puoi vedere i piedi di uno che sta facendo il bagno a un chilometro da te, tanto è pulita e trasparente. E allora mentre facevamo il bagno in queste stupende acque siciliane la mia fidanzata, che è stata in Sardegna più di una volta prima di conoscermi, a un certo punto ha detto che quel mare era bello, sì, ma mica come quello della Sardegna, che era sicuramente più bello. E questo mi ha fatto anche un po’ arrabbiare, perché mi sono sentito un morto di fame, che la porta in vacanza in un posto che è bello, sì, ma neanche poi tanto.</p>
<p>Ogni persona che va in Sardegna ha il suo aneddoto da raccontare, alcuni ne hanno anche più di uno, perché sembra quasi scontato che in Sardegna accadano fatti mirabolanti e indimenticabili, che uno si sente quasi obbligato a raccontare, sarebbe un peccato tenerli tutti per sé. Una volta un mio amico mi ha raccontato che lui e la sua fidanzata hanno parcheggiato la macchina sul ciglio della strada e con solo le infradito e due asciugamani hanno camminato per tre ore, fino a quando non sono arrivati nella spiaggia più bella che avessero mai visto e lì hanno goduto del sole e del mare più incredibili sulla faccia della terra; e la cosa più bella era che erano completamente soli, perché nessuno conosceva quella spiaggia, e anche dal mare nessuna barca era arrivata ad attraccare e a disturbare quel silenzio marittimo così magico. Anche le tre ore del ritorno alla macchina non le avevano quasi sentite, tanto erano ancora immersi nell’atmosfera senza tempo di quella spiaggia sarda. Oppure una volta ho sentito parlare un signore in treno e diceva che una cosa bellissima che gli era successa in Sardegna era che era finito in una spiaggia che, purtroppo, quel giorno era affollata, per via di una strana festività tipicamente sarda. Nonostante questo, però, lui era riuscito a trovare un posto microscopico su quella sabbia finissima e quando aveva fatto il bagno si era stupito della presenza di migliaia di pesciolini che sguazzavano a riva, incuranti di tutta la gente che faceva il bagno. Al signore era sembrato che anche i pesci sentissero quell’atmosfera così serena e tranquilla che trasmetteva la Sardegna e che anche loro volevano godersela un po’, anche se in acqua avevano il loro bel daffare per evitare di infilarsi in qualche costume da bagno o, peggio, essere schiacciati da qualche pinna. Un’altra volta, a un concerto, ho sentito uno che diceva a un suo amico che in Sardegna, sarà stato l’anno prima, in un posto chiamato Capo Teulada, lui e la sua fidanzata erano saliti sulla barca di un pescatore che li aveva portati vicino a delle stupende scogliere, e che erano anche entrati in delle grotte che da fuori neanche lo capivi che erano delle grotte, sembravano delle fenditure nelle rocce, che al massimo ci passava qualche uccellino, e neanche tanto grosso; ecco, erano lì, e si erano anche fermati per fare il bagno nel mare più bello che avessero mai visto, appena fuori dalle grotte, quando ecco che lui aveva pensato che, vacca boia, si era dimenticato di prendere la maschera con il boccaglio, e questo gli aveva fatto venire un nervoso che ancora gli prudevano le mani, a ripensarci, visto che un posto così se lo sognava di rivederlo.</p>
<p>Le uniche informazioni di un certo peso che in famiglia mi arrivavano sulla Sardegna erano quelle di mia nonna, che mi raccontava che lei in Sardegna ci andava una volta, perché conosceva personalmente l’Aga Khan, una delle persone più ricche del mondo, che negli anni Cinquanta, siccome gli piaceva la Costa Smeralda, aveva deciso di costruire tutta una serie di case per i suoi amici e conoscenti, portando tutto il mondo che contava, quello del jet set internazionale, su quelle spiagge così belle e sabbiose. Tutte quelle case erano poi diventate Porto Cervo, che una volta era veramente una meta esclusiva, dove potevi andare solamente se avevi il sangue blu o se eri amico di qualcuno di molto importante: di giorno si facevano dei gran bagni nel mare stupendo della Sardegna e alla sera c’erano sempre dei ricevimenti principeschi in cui si pasteggiava con ostriche e champagne e si ballava con l’orchestra fino a tarda notte. Poi, purtroppo, diceva mia nonna, quell’atmosfera si era un po’ rovinata e tutto era si era di molto involgarito, perché a Porto Cervo avevano cominciato ad arrivare un sacco di borghesi arricchiti che si facevano chiamare signori anche se erano dei cafoni con un sacco di soldi, che le buone maniere non sapevano neanche cosa fossero. Lei, così, in Sardegna non ci era più andata, e anche quando ci si avvicinava con la barca di qualche amico, sentiva una tale puzza di cafonaggine che nemmeno si tuffava per fare il bagno.</p>
<p>Sempre mia nonna, poi, ogni tanto mi raccontava che la mia famiglia una volta la conosceva bene la Sardegna, visto che il mio bisnonno veniva proprio da lì e lì aveva anche una fidanzata che avrebbe dovuto sposare nel giro di breve tempo a un’età molto giovane, come si faceva a quei tempi. Solo che il mio bisnonno era un soldato e un bel giorno era stato mandato sul continente, come dicono i sardi, perché doveva fare qualche corso da ufficiale e poi perché aveva il pallino dell’aviazione, che in Sardegna invece era poco diffusa: la gente sarda non sapeva neanche cos’era un aereo, andavano tutti in giro con gli asini e i carretti, al massimo la gente che viveva vicino al mare aveva una barchetta. Ecco, il mio bisnonno era andato via e per un po’ non era tornato, girando per Torino, Vercelli, Modena e altre città italiane, tanto che si era dimenticato della sua fidanzata sarda e si era sposato con una ragazza del continente, facendo addirittura anche quattro figli. Quando la fidanzata sarda e i suoi parenti avevano scoperto questa cosa si erano arrabbiati moltissimo e avevano fatto sapere al mio bisnonno che se fosse tornato in Sardegna non ne sarebbe più uscito vivo, e tantomeno avrebbe potuto raccontarlo a qualcuno; che loro lo aspettavano e lo avrebbero perdonato a suon di botte e bastonate. Così il mio bisnonno, che all’inizio non era tornato in Sardegna perché aveva un sacco di cose da fare sul continente, poi non era più tornato in Sardegna perché avrebbe rischiato di morire, cosa che gli era successa poi neanche tanto tempo dopo in guerra, in maniera più eroica e sensazionale.</p>
<p>Per lungo tempo, ma è un pensiero un po’ stupido, forse, ho pensato che potesse essere stato il mio bisnonno ad attaccarmi a sua insaputa questo sentimento di forte incomprensione con la Sardegna che, in termini che mi sono sempre poco chiari, mi impedisce di considerarla come una qualunque regione italiana, come un posto che, se volessi, potrei visitare in qualunque momento. Ho pensato che probabilmente le sue questioni con la gente sarda si sono tramandate misteriosamente per tre generazioni, fino ad arrivare a me che, se mettessi piede in Sardegna e venissi riconosciuto, mi troverei a dover fronteggiare decine di sardi armati di pietre e cocci di bottiglia, furiosi con me per il comportamento maleducato e offensivo del mio bisnonno. Quindi, per via quasi genetica, e solamente per quanto riguarda il genere maschile, visto che mia sorella in Sardegna ci è andata più di una volta, e sempre con grande entusiasmo, la ritrosia verso quest’isola deve essermi arrivata in qualche modo, anche se è una cosa un po’ strana, in effetti. E anche immotivata, perché magari i sardi sono persone poco vendicative e piene di comprensione per chi sbaglia e in genere vorrebbero solo perdonare e abbracciare chi si perde per la via. Però, chissà, forse il mio bisnonno l’ha combinata veramente grossa, e adesso sono io che, a distanza di un secolo, ne pago le conseguenze.</p>
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		<title>La casa era vuota di Lorenzo Iervolino</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 12:36:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La casa era vuota. Non più il tappeto finto persiano comprato in saldo da Etienne in quel negozio perennemente in chiusura. Non il divano di pelle con la spalliera alta e la chaise longue che si litigavano fin quasi a mettersi le mani addosso. Non il quadro di Marilyn che sorride nella vasca da bagno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La casa era vuota. Non più il tappeto finto persiano comprato in saldo da Etienne in quel negozio perennemente in chiusura. Non il divano di pelle con la spalliera alta e la chaise longue che si litigavano fin quasi a mettersi le mani addosso. Non il quadro di Marilyn che sorride nella vasca da bagno, in salone. <span id="more-2920"></span>Né il mobiletto di pezza colorato con dentro la collezione dei 45 giri di <em>papà</em> Gainsbourg. E neppure il tavolino trasparente dove facevano colazione la domenica mattina, in terrazzo, col vento fresco che sparecchiava di continuo la tavola, ma che non gli evitava di ridere e iniziare bene la giornata, perché in quelle mattine, qualsiasi brezza, qualsiasi piccola tempesta, Giampaolo ed Etienne se la mangiavano con un sorriso.<br />
La casa era vuota. All’improvviso. Giampaolo se n’era accorto un pomeriggio d’inizio inverno, di quelli in cui piove sempre e sembra che esista solo la notte, perché anche quando è giorno il cielo è coperto e tutte le cose che ci circondano sono cosparse di una luce deprimente e inesorabilmente grigia. Quel pomeriggio, era il primo dicembre, una data che non avrebbe più dimenticato, Giampaolo non aveva trovato neppure un pezzo di cartone per asciugarsi le scarpe, o un giornale di quelli sporchi di vernice accatastati nella Stireria/Palestra/Nascondiglio dei panni sporchi di Etienne, che nei suoi progetti, ma <em>mai</em> nella vita reale, sarebbe dovuto essere uno studio. Non c’era un giornale, non c’erano i barattoli di vernice, non c’era l’asse da stiro, né gli attrezzi di Etienne: c’era a stento la porta con il cartello che Etienne lo aveva convinto a pitturare, imbrattando la scatola vuota di una confezione di merendine, su cui avevano scritto <em>Sgabuzzino di fatto</em>.<br />
E così anche in corridoio, in salone, nella cucina abitabile, nei <em>cinquemetriquadri</em> del terrazzo, nella camera da letto che per Giampaolo era ancora la <em>loro</em> camera da letto, anche se Etienne, per tutti e undici i mesi in cui ci si era addormentato, l’aveva sempre chiamata la <em>tua</em> camera da letto.<br />
Giampaolo non era riuscito a credere ai suoi occhi: aveva attraversato stanza per stanza senza dire una parola. Si era trascinato in giro sgocciolando dappertutto, ancora vestito con tanto di giubbotto, k-way e casco in testa, assumendo le sembianze di un agente immobiliare col cliente alla porta a cui ha promesso un appartamento di tre stanze completamente arredato ed invece se lo ritrova senza neppure una mensola: solo mura e pavimento. Così <em>nudo</em> che non si trova neppure la <em>proprietà</em>.<br />
Etienne nei suoi borsoni griffati, e rossi come aragoste, aveva rapito solamente qualche quintale di vestiti e i suoi due poster della <em>piccola</em> Gainsbourg mentre sorride sotto l’ombrellino, appena sbarcata in America. Giampaolo aveva aspettato in terrazzo che Etienne li riempisse uno ad uno, che lasciasse cadere le stampelle sul pavimento a formare un tappeto di foglie di legno che annunciano l’arrivo dell’autunno e, per forza di cose, la fine dell’estate. Il rumore era poi terminato. Ogni suono percettibile era sparito. Così come Etienne. Non aveva fatto in tempo a sentire la porta, Giampaolo. Il suo Etienne si era dissolto nel nulla. Il suo sorriso da pirata. La lana morbida dei suoi ricci afro. Se avesse sentito un solo suono avrebbe tentato di fermarlo, smettendola con quella forzata diffidenza. Stupido orgoglio. Sarebbe rientrato dal terrazzo, avrebbe gridato, rotto quel silenzio che gli sembrava incredibile.<br />
Ora invece ci doveva credere.<br />
La casa era vuota. Deserto. Giampaolo non se ne riusciva a capacitare: come aveva fatto Etienne a far sparire tutto? A trasformare una casa in una scatola vuota, con quella facilità? E mentre queste domande rimbombavano nella sua testa, di notte anche i suoi passi delicati risuonavano altrettanto misteriosamente tra le pareti scarne, passi con i quali Giampaolo, ipnotizzato come un sonnambulo, si avventurava a cercare un bicchiere d’acqua oppure un libro, purché non sembrasse parlare di loro due.<br />
Ma tanto, in casa, non c’era più nessun libro, né bicchieri, né acqua.</p>
<p>«Non scende l’acqua calda&#8230; fai qualcosaaa!» la voce di Luca è come le campane suonate nell’orario sbagliato da qualcuno che vuol fare uno scherzo al prete. Riempiono la casa con una cadenza fastidiosa, urlate. Per Giampaolo sono però più simili allo schiaffo sulle guance dopo che si è perso conoscenza per un colpo di sole improvviso. La sabbia appiccicata al colletto della camicia, lo stordimento di ritrovarsi distesi, si dissolvono grazie a quel gesto brusco, violento, necessario. Il vociare stizzito che scuote la porta del bagno è per Giampaolo, ancora una volta, e contro ogni sua volontà, il risveglio da uno svenimento.<br />
La casa era vuota. Finché Luca.<br />
Finché i suoi calzini in corridoio, le colline dei libri sotto le quali seppellire la paura per il prossimo esame. La casa era vuota finché Paco non ha iniziato a graffiare la pelle dei braccioli del divano, quello con la spalliera alta e la chaise longue per usufruire della quale, una vita prima, Giampaolo ed Etienne si sarebbero potuti tranquillamente prendere a pugni.<br />
Giampaolo apre la porta del bagno dopo aver corricchiato per il corridoio scivolando nelle infradito basse da samurai occidentale. Luca è in piedi nella vasca, nudo e bianco e bellissimo con i capelli umidi che gli coprono gli occhi e il naso, ma non il suo disappunto.<br />
«Ciccio, ma qui hai trasformato tutto il bagno nel lago di Bolsena&#8230;»<br />
L’acqua scorre nelle venature regolari delle mattonelle celesti del pavimento del bagno, andando a bagnare la pianta dei piedi di Giampaolo che cerca di evitarla spostando il peso del corpo alternativamente sull’interno e sull’esterno della caviglia: senza successo.<br />
«Ma quale lago? Qui non esce una cazzo di goccia calda e ti preoccupi del pavimento! Poi pulisco, porca&#8230;»<br />
Luca si sbraccia, quasi schiaffeggiando la tenda di plastica che sventola come la vela di una barchetta risucchiata da una tempesta, e Giampaolo pensa di amarle quelle braccia, forti e delicate al tempo stesso, così lunghe anche per quel corpo di quasi un metro e novanta; <em>poi pulisce&#8230;</em> pensa fra sé, ma è il solito infantile capriccio e se fosse accaduto con Etienne, santo cielo!, ci sarebbe stata la guerra: il bagno allagato, le urla all’ora di cena coi vicini che non aspettano altro che un po’ di chiasso, e le bugie, perché anche Etienne non muoveva un dito. Ma Etienne non era Luca e alla fine prendeva lo spazzolone e lo straccio perché era viziato, sì, anche lui, e profondamente, ma sapeva come voleva stare al mondo, e questa sua visione comprendeva l’orgoglio di pulirsi una casa, di risolvere le questioni pratiche da sé: perché ad Etienne piaceva litigare per fare la pace. Luca, invece, è un cucciolo che grida perché gli venga portata una preda da sbranare.<br />
«Chiudi un attimo l’acqua, che controllo la caldaia» conclude Giampaolo, non riuscendo a trattenere un sorriso.<br />
«Ma che ci trovi da ridere? Fai in fretta che mi ammalo.»<br />
«Ah sentilo, poi sarei io il vecchio! Bello, dovresti essere <em>tu</em> a correre perché io non mi ammali» ma queste ultime parole Giampaolo se le dice quasi tra sé e sé. In verità tra sé e la caldaia che si era fermata bloccando la sua magia elettrica, così come ordinatogli dalla dittatura del timer.<br />
La casa era vuota. Finché Luca ha detto <em>Va bene</em>, quasi senza guardare Giampaolo negli occhi, tra un sms e l’altro. Ma per Giampaolo lo stupore era stato più grande della rabbia sottile di quando le cose sperate si concretizzano in forme diverse da come le si è sognate. E lo aveva abbracciato, accettando la sua poca convinzione come una ramificazione della sbadataggine che avvolge i gesti e ne condiziona gli slanci. La stessa che lui anche aveva avuto a quell’età. O almeno questo è quel che confidava al suo silenzio.<br />
<em>Va bene</em>, aveva detto Luca facendo cadere in poche settimane tutti e dieci i «comandamenti» che Giampaolo aveva scolpito nelle tavole di almeno sei dei suoi trentacinque anni, da quando cioè aveva deciso di pagare il mutuo per quella casa: Luca fumava in giro per il corridoio e in stanza e in salone e in cucina; quasi mai in terrazzo. Come gli era stato cortesemente <em>consigliato</em>. Paco mangiucchiava i suoi croccantini un po’ su tutti i pavimenti e anche lui, come fosse d’accordo col suo padrone, quasi mai in terrazzo, dove Giampaolo, accanto alla ciotola blu, aveva appeso un piccolo poster plastificato del gatto Silvestro che ha finalmente tra le grinfie il suo amato/odiato rivale pennuto. Il sabato pomeriggio in salone c’era sempre qualche studentello pugliese o calabrese coi capelli colorati e jeans che gli partivano da sotto le chiappe che organizzava assalti guerriglieri ad inespugnabili fortini etero.<br />
Eccetera e ancora eccetera, fino all’ultimo barlume di regola.<br />
Ma era bastata una piccola borsa da tennis con qualche maglietta già sporca, due paia di scarpe che sembravano avere vita autonoma per quanto era impossibile trattenerle all’ingresso tra le due file di mensole di ferro <em>utopicamente</em> apostrofate da Giampaolo con il nome di scarpiera.<em> </em>Era bastata la sua totale inaffidabilità per gli orari, i peli del gatto fin sopra il microonde, le notti piene della sua pelle liscia, i muscoli giovani e i modi distratti e pretenziosi, perché tutto riprendesse vita, Marilyn tornasse a sorridere nella vasca da bagno appesa in salone, il tavolino di vetro fosse di nuovo in terrazzo ad attendere una nuova domenica, il divano di pelle, non più capace di provocare un qualsivoglia litigio, sovrastasse ancora una volta il tappeto finto persiano comprato in saldo da Etienne in quel negozio perennemente in chiusura, ben infilato sotto al mobiletto di stoffa ripieno dei dischi di <em>papà</em> Gainsbourg.<br />
Era bastato Luca per trasformare il deserto in un ricordo che ora sembrava appartenere ad un’altra vita. Un’altra vita vissuta da un altro, di cui ci si ricorda solo la faccia seria vagamente simile a quella della persona che si è amata, nel momento in cui si volta, sparisce, e con sé, in un unico gesto, riesce a svuotarti di tutto ciò che vi ha circondati per diciassette mesi.</p>
<p>«Com’è andato l’esame?»<br />
«Mm, ri&#8230; rim&#8230; l’hannormndato qgli stro..nzi!» farfuglia Luca senza smettere di masticare.<br />
«Ci devo credere? Devo chiamare, come si chiama quel punk-chic di Napoli?»<br />
«Perché non dovresti crederci?»<br />
«Ciccio vuoi che ti ricordi com’è andata con Psicologia del lavoro?»<br />
Luca si alza da tavola, attraversa il salone come se fosse rincorso dai cannibali e va ad infilare le dita nel cappotto appeso ad una sedia in cucina: si accende la sigaretta, fa due tirate lì, un paio nel corridoio e poi viene a completare l’opera in salone, a tavola, sulla faccia di Giampaolo:<br />
«Se ti riferisci ad <em>Andrea</em>, ti vorrei ricordare che è di Battipaglia e <em>non</em> di Napoli, ma evidentemente non sei molto attento quando i miei amici ti parlano.»<br />
«Oh-oh-oh, come siamo suscettibili per una provincia sbagliata.»<br />
«Non si tratta di una <em>provincia</em> o delle tue cazzate, è che mi girano e tu non te ne accorgi mai: pensi sempre che abbiamo tutti la tua calma piatta da zombie, ma noialtri siamo vivi, bello mio! Sai cosa vuol dire? Te lo ricordi?»<br />
Luca ha quasi già finito la sigaretta, che divora fino all’arancione. Giampaolo avrebbe incenerito il tavolino, il salone e forse tutta la palazzina se solo Etienne avesse osato a. Ma Luca non è Etienne e riesce sempre a fargli scricchiolare qualcosa in fondo al petto e a strozzargli ogni parola in gola, finché questa non perde completamente il suo significato, il suo fuoco, e tiepida come l’acqua di un lavandino dimenticato attappato, esce fuori intrisa della calma della comprensione:<br />
«Che c’è, <em>Luchino</em>?»<br />
Luca spegne il mozzicone premendolo con forza nel vetro del posacenere; poi riattraversa il salone, ma con minore foga di quando i cannibali gli davano la caccia: va a svuotarne il contenuto nel comparto apposito del secchio a cassettoni che Giampaolo ha piazzato, con poche speranze di successo, nell’angolo della cucina. Forse per la prima volta da quando vive lì. Alleluia! Torna a tavola, beve mezzo bicchiere di vino:<br />
«Quel coglione di Andrea&#8230; il <em>punk-chic</em>, come lo chiami tu, doveva comprare entro ieri i biglietti che <em>io </em>avevo prenotato&#8230; e non l’ha fatto.»<br />
«E&#8230;?»<br />
«<em>E</em>?<em> </em>Non ci arrivi da solo? E niente Berlino.»<br />
Giampaolo istintivamente va a ricercare l’ora sul display spento dell’i-phone e si accorge che non solo ha già dovuto aspettare le undici e quaranta per cenare ma che adesso avrà davanti a sé solo cinque ore di sonno. E cinque ore di sonno sono sinonimo di frasi appuntite da parte di Conti, un assist alla sua indiscrezione, alla sua invadenza che travalica ogni limite fra datore di lavoro e dipendente.<br />
Ma, lo stesso, decide di provarci.<br />
«Be’, lo sai, Ciccio, io vado dai miei a Lucca: se vuoi e non hai niente da fare, <em>possiamo</em> partire il ventiquattro mattina, farci la vigilia lì e poi tirare a Firenze, visto che <em>qualcuno </em>ancora non c’è mai stato.»<br />
«Non ci riesci mai a dire una cosa carina senza buttarla in competizione, eh?», Luca salta dalla sedia che pare stia bruciando, come bruciano le sue mani che riempiono l’aria di traiettorie impazzite. Giampaolo è colto di sorpresa. Per un attimo sta lì a guardarlo: in piedi, bello, perdutamente immaturo, permaloso e pieno di sé. Com’è diverso da Etienne, pensa. Etienne era un uomo e Luca è un bimbo. Questo pensa Giampaolo. Ma non sa che pensare quando, dietro le spalle di Luca che ha preso a puntargli il dito contro e a sbrodolare rancori che hanno abbondantemente sorpassato la loro data di scadenza naturale, il quadro di Marilyn sembra essere svanito. Non c’è più il suo sorriso disegnato dai puntini di Liechtenstein, né la vasca da bagno da dove la bionda diva controllava il salotto di casa. «Il quadro&#8230;?» sussurra Giampaolo accorgendosi in quello stesso momento che ha perso le ultime invettive di Luca e sapendo benissimo che questa dimostrazione di poca attenzione non farà che peggiorare le cose.<br />
E infatti: «Cosa?»<br />
«No, niente.»<br />
«Ti sto parlando dei nostri problemi e tu mi chiedi del quadro.»<br />
«L’hai tolto tu?»<br />
«Sei proprio uno stronzo. Ma cosa me ne frega del tuo quadro del cazzo.»<br />
Luca si gira su se stesso un paio di volte, dice che a Lucca e Firenze c’andasse per i cazzi suoi. Giampaolo sbuffa. E sbuffa perché in fondo sa che la notte sarà lunga e lui ha già sonno. E perché gli interessa davvero di più sapere che fine abbia fatto il quadro, piuttosto che attendere che Luca si calmi, si fumi le sue sigarette, prenda Paco sulle gambe accarezzandolo per ore, finché non sarà disposto a parlare di nuovo. Eppure, se Giampaolo ci pensa bene, ora attorno al tavolo ci sono solo due sedie. Erano quattro, solo un istante fa. Lo potrebbe giurare. Luca si allontana. Giampaolo lo guarda. Come sono finito con questo bambino? si chiede. E sorride, ma dentro, senza farsi accorgere, se no non basterebbero settimane.<br />
Invece lo sa, Giampaolo. Lo sa come c’è finito. Per Etienne fare la pace era un rito, con Luca invece è una lenta scalata di un monte da cui però si vede la valle dell’Eden. E la notte è lunga, dolce come quella pelle, come le prime ore del mattino raggiunte con la stanchezza di un naufrago, ma con la testa svuotata, magazzino in saldo natalizio, di ogni preoccupazione. Neppure quella di Conti, il capufficio, che non lesinerà battute sulle sue occhiaie, e sui motivi delle sue occhiaie. Niente intacca la visione dell’Eden. E Giampaolo sa che un’altra scalata sta per iniziare.</p>
<p>Il mattino dopo Marilyn sorride come se non fosse successo niente. È sempre stata lì, comoda come Roy l’ha punteggiata. Una bellezza che il genere umano dimenticherà a fatica. Le sedie anche sono lì, al posto loro. Quattro. E tutto il resto riempie la casa come se non ci fosse mai stato il dubbio che il contrario potesse accadere.<br />
<em>Va bene</em> aveva detto Luca, tra le lenzuola e tenendogli le palpebre aperte col suo desiderio. Va bene, andiamo dai tuoi. E poi a Firenze. Natale coi tuoi sarà meglio che maledire Andrea tutto il giorno per la storia di Berlino. E poi tua madre è svedese, per lei il mondo non ha preconcetti. Mica come la mia. Giampaolo lo ascoltava con gli occhi. Che non si staccavano dalla bocca di Luca. Su quelle labbra vedeva disegnato il piacere, e non si sarebbe mai stancato di ascoltarlo. Ma a ripensarci, a quelle parole, certo non alle labbra, né alle mani, né a tutto il resto di Luca, ma solo a quelle parole, al loro senso e a quello che di più dicono rispetto alla grammatica, alla fonetica, e cioè al loro tono, a Giampaolo sembra che qualcosa non torni. Andare con lui dai suoi, non dovrebbe solo essere un’<em>anticchia</em> meglio che non maledire quella testa vuota del punk-chic che s’è scordato di comprare i biglietti aerei e ha fatto scadere la prenotazione. Così Giampaolo decide che vale la pena, anche quella sera, di cenare alle undici passate per aspettare Luca. E i suoi orari da studente ghiro.<br />
Dopo che la porta di casa si è aperta e richiusa. Dopo le fusa di Paco, la sigaretta là dove non dovrebbe, Giampaolo la butta lì:<br />
«Insomma, sei ancora convinto per Lucca?»<br />
«Certo, perché non dovrei?»<br />
Luca lo guarda appena, sedendosi e ispezionando gli involtini che lo attendono da un’ora e mezza, sdraiati nel piatto.<br />
«Non so, magari a letto si dice sì a tutto&#8230;»<br />
«Così la pensi? Così pensi che io sia?» ora invece lo fissa, Luca.<br />
«No, Ciccio, dicevo soltanto che&#8230;»<br />
«Ho capito bene quello che dicevi, caro mio. Sappi che forse dici così perché pensi che io sia come te. <em>Te</em> sei così, non io. È chiaro?», Luca è in piedi, alto come tutto il palazzo, i capelli castani spettinati ma sempre in modo ordinato.<br />
«È chiaro?»<br />
Sì. È chiaro a Giampaolo che a Luca non va di andare e che pure questo scambio normale di vedute lo prende come un pretesto per alzare la voce e far capire al mondo intero che lui non ha legami. Né padroni. Mai. Ma Giampaolo gli dice filato filato quel che pensa. Domani lui parte, da solo o in compagnia non gli fa differenza. Non ha tempo né voglia di giocare. Luca a quelle parole sbatte tutte le porte che trova davanti ai suoi piedi, ruba un cuscino e una coperta da un armadio. Annuncia che dormirà sul divano. Etienne non si sarebbe mai ritirato da una lotta così in fretta, pensa Giampaolo. Forse perché, in fin dei conti, lui ed Etienne hanno sempre lottato vicini, dalla stessa parte.<br />
Con Luca, invece, per un motivo o per l’altro, sono sempre rivali.</p>
<p>La casa era vuota. Non più il tappeto finto persiano comprato in saldo da Etienne in quel negozio perennemente in chiusura. Non il divano di pelle con la spalliera alta e la chaise longue che si litigavano fin quasi a mettersi le mani addosso, che con l’arrivo di Luca era stato <em>ceduto</em> all’egocentrismo distruttivo di Paco. Non il quadro di Marilyn che sorride nella vasca da bagno, in salone. Né il mobiletto di pezza colorato con dentro la collezione dei 45 giri di <em>papà</em> Gainsbourg. E neppure il tavolino trasparente dove con Etienne facevano colazione la domenica mattina, in terrazzo, ma che con Luca era diventato l’ennesimo sostegno di libri, vestiti smessi, cumuli di distrazione.<br />
Forse stavolta Giampaolo è meno sorpreso. La casa era vuota, al suo ritorno da Lucca. Ma quasi se l’aspettava, in un certo senso che non sa capire. Sa che non sono stati i ladri, nessuno ti ruba veramente certe cose. È solo che ora, ricominciare da capo, arredare la propria serenità con quel che rimane: rincorrere il proprio equilibrio sugli scaffali che strabordano d’insoddisfazione, di sogni, che poi sono incubi che hanno solo il lieto fine. Luca aveva riempito di nuovo la sua quotidianità. E ora cosa rimaneva? Com’è possibile che siano sempre gli altri, e non noi, ad avere la capacità di colorare o stracciare il nostro disegno di futuro? Anche per voi è così?<br />
Ricominciare tutto di nuovo, senza neppure i dischi di <em>papà</em> Gainsbourg. Questo è forse il supplizio maggiore, perché Giampaolo, se ci pensa, non si stupisce. Luca è un codardo. Sarà scappato con la coda tra le gambe, trascinandosi via tutto senza neppure voltarsi indietro per controllare che non si rompesse qualcosa. Che so, almeno il quadro di Marilyn.<br />
A guardarle quelle mura così spoglie Giampaolo inizia a sentirsi un po’ perso. Si siede per terra. E dove potrebbe sedersi? Forse avrebbe dovuto cedere. Chiamarlo lui. Andargli incontro, d’altra parte ha dodici anni in più, qualcosa vorrà dire. In quei tre giorni dai suoi, poi, gli è mancato come non credeva sarebbe stato possibile. E forse ha avuto paura. Per questo non si è mosso. Ma non muoversi vuol dire perdere e ora, scomodo su quel pavimento, se ne rende conto. Un’altra volta.<br />
«Ehi, non ti ho sentito rientrare. Allora? Com’è andata? Me l’hai salutata tua madre?»<br />
Luca è comparso all’improvviso, senza fare nessun rumore, abbigliato come se uscisse da una baita di montagna. Eppure a Roma non fa freddo, mai.<br />
«E tu dov’eri?»<br />
Giampaolo, a vederselo, col suo sorriso di chi sono trascorsi appena cinque minuti e non tre giorni di tumulti interiori, a quel punto sì che è stupito.<br />
«Chi s’è mosso? Quando tu eri via è venuto Roberto, un amico di Matera di passaggio a Roma. Stava coi suoi. Abbiamo passato il Natale insieme. Ma tu perché stai per terra?»<br />
Giampaolo, al contrario di quanto avrebbe creduto, non si sente nessuna morsa allo stomaco: Luca ha smosso diavoli e campane per non andare dai suoi e poi trascorre il Natale con la famiglia di uno che lui non ha neanche mai sentito nominare. Ma niente. Lo stomaco è tranquillo. E sedie, divani, poltrone non ce ne sono. Eppure Luca è lì, davanti a lui. E gli si avvicina. Lo bacia prendendogli la testa fra le mani. Dice che ora deve uscire, Luca. Giampaolo gli verrebbe da chiedergli dove pensa di andare a sciare, a Montesacro? Ma è una battuta idiota, sembra la pubblicità di qualcosa che non ricorda più. Il fatto è che la situazione non lo diverte.<br />
Lo rattrista, non sentire niente dentro.<br />
«Mi aspetti qui?» chiede Luca spettinandosi col solito rigore.<br />
«Sì, qui. Per terra.»<br />
Luca ride. Giampaolo no. Luca non se ne accorge. Giampaolo ci avrebbe giurato. Per un attimo gli viene l’impulso di chiedere a Luca com’è possibile che possa aggirarsi per casa, senza vedere che il tappeto finto persiano, il divano con la chaise longue, il quadro, il tavolino, le tende. Come possa andarsene vestito da montagna, dentro quella casa che in quel momento è più desolante di una grotta. Ma la risposta già la sa. Allora non chiede. Perché ha dodici anni di più di Luca. E questo vuol dire qualcosa.<br />
Luca saluta di nuovo.<br />
Esce.<br />
Giampaolo dopo alcuni minuti si alza.<br />
Cammina per casa.<br />
Si dà del tempo.<br />
Per capire.<br />
Per vedere se il problema non sia dei suoi occhi. Dei suoi sentimenti. Di una sua aridità. Ma non cambia niente. Quindi esce in terrazzo. È passato Natale da due giorni. Il ventisette è solo una lunga attesa di capodanno. Se solo ci pensa, al capodanno, gli viene da piangere. Si accorge solo ora di non aver ancora pianto. Giampaolo guarda dal terrazzo. La strada, l’inverno romano con le sue luci ovattate e le voci sparite, improvvisamente. Guarda dal terrazzo e gli sembra di vederlo: le spalle larghe, l’andatura lenta per via del ginocchio, i capelli ricci afro, lana morbida sulla quale sognare.<br />
Etienne.<br />
A capodanno, il primo gennaio per l’esattezza, saranno un anno e un mese che non si vedono e non si sentono più.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
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		<title>Revisione dei conti, animali umani, pizzicori inguinali, amori platonici di Carlo Crosato</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 12:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Devo pensare altri tagli, una spending review sostanziale, che qui non si tira avanti. Devo pensare altri tagli, perché credo ci sarà presto da pagare l’idraulico, perché io, più che continuare a star qui seduto davanti l’oblò, non so cosa farci a questa maiala di lavatrice. Mi metto qui, guardo che gira, gira, gira, [...]]]></description>
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<p>Devo pensare altri tagli, una <em>spending review</em> sostanziale, che qui non si tira avanti. Devo pensare altri tagli, perché credo ci sarà presto da pagare l’idraulico, perché io, più che continuare a star qui seduto davanti l’oblò, non so cosa farci a questa maiala di lavatrice. <span id="more-2918"></span>Mi metto qui, guardo che gira, gira, gira, poi apro quando ha finito, e c’è ancora tutta la schiuma e anche due dita d’acqua, non scarica, e io perdo tanto di quel tempo che a ‘sto punto devo chiamare l’uomo.<br />
Gianrico, pare che a lui non gliene freghi niente. Ogni volta che gli dico che ci sarà una spesa da fare, cioè l’idraulico, sperando che non sia anche da comprare una lavatrice nuova, e ogni volta che glielo dico, lui dice che magari è solo una volta che non ha funzionato, che vedrò che la prossima volta funziona. Ma se è un mese ormai che ci mettiamo la roba ancora insaponata, che se poco poco un giorno prendiamo la pioggia, poi iniziamo a schiumare dalla schiena, come i cavalli. Comunque pare che a lui non lo tange questo problema qui, anche se in realtà io ho visto che ultimamente la biancheria se la lava a mano, perché, soprattutto le mutande, mettersele con il sapone ancora addosso, poi, dopo un po’, inizia a grattare sotto.<br />
Lui, ho visto, la roba inizia a lavarsela a mano. Io, invece, non me la lavo, né con la lavatrice né con le mani, io mi metto la roba che ho ancora pulita. Oggi, per esempio, giravo per casa con calzini di ieri, canottiera, maglietta del pigiama, felpa pesante, un caldo!, e le braghe del vestito elegante. Altro, non ho.<br />
In mattinata mi ha chiamato Pierfrancesco. Mi ha fatto piacere che mi abbia chiamato, perché io, stamattina, non riuscivo a svegliarmi. E piuttosto che mettermi a lavorare, mi sono persino passato il filo interdentale. Un altro taglio che dovrò fare, il filo interdentale, così come, per esempio, ho tagliato il deodorante per piedi, il vape e l’origano. E Pierfrancesco mi ha telefonato, mi ha chiesto se ci si vedeva che mi spiegava un nuovo progetto che aveva in mente, che voleva sentire cosa ne pensavo. Tanto so com’è Pierfrancesco, che bisogna dirgli solo che le cose che fa ti piacciono, altrimenti se la prende, e se gli chiedi cosa te lo chiede a fare un parere se poi non accetta un parere contrario, lui si arrabbia ancora di più. Ma oggi, piuttosto di mettermi a lavorare su ‘sta tesi che sto facendo per il dottorato, che mi pagano anche, ma poco e allora oggi, anche se mi prendo un giorno di pausa non succede niente.<br />
In realtà questa indolenza per la tesi mi è iniziata proprio ieri. Ero sulla <em>Quinta Meditazione </em>di Husserl, l’ultima, poi Husserl non ha più meditato si vede. E il traduttore, tale F. Costa, per gli amici Pippo, illuminato dalle muse dei traduttori e dei pensatori di ogni tempo e luogo, ha piazzato una frase che, devo dire, non mi è risultata più di tanto chiara. E dopo aver letto questa frase per dieci volte, ho preso il libro, ho respirato profondamente e poi l’ho lanciato contro il muro, fatto che ha lasciato sul muro una virgola di verde, ma non se ne accorge nessuno. <em>Tutto ciò ha un senso che esclude il costituito dai momenti concreti del concreto io-stesso concretamente costituito di senso facendo di tal costituito quasi un suo analogo. </em>Uno dice eh, ma a leggere così, senza contesto, non si capisce per forza. No, no, anche con il contesto non si capisce niente.<br />
Pierfrancesco mi chiama e mi fa oh, ci vediamo che ho una roba da dirti per vedere come la vedi. E io gli dico sì, vediamoci, ma vieni tu, che io son senza mutande. Dopo un paio di secondi di silenzio riflessivo, Pierfrancesco mi ha detto che a lui va bene, quand’è che vengo?, mi chiede. Ma vieni quando vuoi, tanto io da qui non mi muovo. Ok, vengo quando voglio.<br />
A mezzogiorno e mezzo, suona il campanello di casa, apro, e trovo Pierfrancesco accosciato sullo zerbino, che fa dei movimenti strani con la testa, la muoveva in modo scattoso, senza fluidità, la muoveva adesso qui, adesso lì, e rivolgeva il suo sguardo vacuo in luoghi sempre diversi, ma scelti a caso. Io gli chiedo se va tutto bene, lui fa un suono gutturale, e, sempre rimanendo accucciato, fa due passi dentro casa e io chiudo la porta. Mentre chiudo, lui è già in cucina, con la testa dentro la cassetta del pane, poi salta su una sedia, con i piedi, e rimane lì, sempre accucciato, a studiare l’ambiente. Io gli chiedo se va tutto bene, e lui fa ancora un suono gutturale, di gola, come uno che ci ha una nocciolina incastrata tra esofago e trachea, o un pezzo di qualcosa che fa l’altalena con l’epiglottide. E allora gli chiedo oh, coglione, cos’hai?<br />
A quello, Pierfrancesco scende dalla sedia, si mette in piedi e poi si siede, come un cristiano, sulla sedia, e mi dice ma niente, è il mio nuovo progetto che ti dicevo, cosa ti parevo?, mi chiede Pierfrancesco finalmente tornato alla normalità. Eh, mi parevi uno stronzo, gli dico. E allora mi spiega che vuole provare a lavorare a un progetto che consiste nello scrivere delle storie su animali, o meglio, mi dice, storie di animali, scritte dagli animali, e per capire come scriverebbero gli animali, devo vivere come loro, e oggi cosa ti parevo?, mi chiede Pierfrancesco. Eh, gli rispondo confermando la mia prima impressione, mi parevi uno stronzo. E invece ero un piccione.<br />
Pierfrancesco, c’è da dire, ci sono dei periodi che fa una vita d’inferno. Lui è stato mollato da due ragazze nel giro di un anno e, mi pare a me, non si è mai ripreso proprio del tutto. Mi ricordo che quando era al liceo dava via pizze la sera, col motorino, poi, finito il liceo, classico con indirizzo linguistico, finito quello non aveva più voglia di studiare, è andato in posta e, dopo aver fatto un’ora di coda, arriva al bancone, e dice ai forellini che ci sono nel vetro che separa la gente comune dagli impiegati postali, dice io sono un ottimo guidatore di motorino, serve un postino? L’impiegato gli ha risposto che no, non gli serviva nessun postino a lui, ma che si doveva rivolgere al direttore per sapere se all’ufficio poteva interessare la sua candidatura. Fatto sta che poi l’avevano preso. Poi, come ho scritto, l’anno scorso due ragazze in un anno, ha mollato il lavoro, e poi basta, io non so con cosa mangi, con cosa paghi l’affitto, con cosa paghi le bollette, con cosa i biglietti dei mezzi, ruba?, mendica?, ha vinto la lotteria?, è un ricco ereditiere?, so che lui fa una vita d’inferno, ma la fa con una dignità invidiabile. Non fosse per i giorni in cui fa il piccione, che sono giorni in cui la sua invidiabile dignità sfuma in imbarazzanti tentativi di tirare avanti la carretta, non tanto economica, quanto invece la carretta emotiva. In altre parole, si deve pur tenere distratto.<br />
Come tutti, si dirà, anche lui deve tenersi occupato. Ma lui, invece, non ha mai niente da fare, si annoia, pensa alla Giulia che l’ha mollato prima e alla Laura che l’ha mollato poi, credo che poi pensi anche ai soldi che dovrebbe avere ma che non ha e che gli servirebbero. Però con una invidiabile dignità. Lui, di soldi, io non l’ho mai sentito parlare, non mi ha mai detto, non so, non mi ha mai detto oh, hai mica moneta per il conto che io ho solo pezzi da dieci?, come scusa per farmi pagare al bar. Non mi ha mai detto oh, guarda, sono sotto con tutto, non arrivo neanche a prendermi il pane. Anzi, un giorno mi ha anche fatto un discorso, forse il discorso più vicino ai soldi che mi abbia mai fatto, un discorso sull’eterogenesi dei fini in Hegel e in Marx, spiegandomi che se ci penso i soldi sono solo un mezzo, che io, che non ne ho e che mi preoccupo per il mangiare, per le bollette e per tutto, io ho fatto diventare i soldi un fine, mentre lui, che anche lui non ce li ha, ma non si preoccupa, per lui restano un mezzo, un mezzo di cui lui non dispone e che quindi i suoi fini li persegue con altri mezzi. Ecco, io, sulla bontà di questa argomentazione, non voglio mica discutere, può anche essere che sia moralmente corretta e anche che sia storicamente e filosoficamente fondata, non dico mica. Anzi, ero abbastanza interessato alle sue idee, e adesso, a sangue freddo, non vedo motivo per dargli contro. Devo dire, però, che quando mi ha fatto quel discorso lì, quel giorno lì, io avrei voluto offendergli pesantemente tutti i cari, vivi o defunti. Ma sono riuscito a reprimere questa mia pulsione violenta e ho accettato la situazione, rispondendogli che aveva ragione, che stavo diventando una persona orribile, che mi disprezzo e che non credo più in niente.<br />
Ecco, così è Pierfrancesco, ho dovuto dargli ragione. Che magari ne aveva anche, ma cosa te ne fai della ragione, se poi ti trovi a vivere come un piccione, che mi sono pure chiesto dove caga. Caga addosso alla gente? Ma non mi sono sentito di sollevare la questione, dato che era, almeno nelle apparenze, rientrato entro i confini della razionalità, era meglio tenerlo tranquillo. Poi non ero nelle condizioni, io senza mutande, di fare osservazioni sulle altrui vite.<br />
Gli chiedo se vuol da bere, mi fa di sì. Mi alzo per prendergli un bicchiere, mi fa che si vede che son senza mutande. E allora gli ho spiegato che io, dopo oggi, non ho più proprio niente da mettermi di pulito, che l’unica è tornare sui miei passi, e pescare dalla cesta della roba sporca. E lui, contornato da un’aura argentata, con un coro angelico a accompagnare le sue parole, mi dice di chiedere a Venturi, che lui, suo papà è idraulico e che lui, una volta, gli dava una mano. Se non sa Venturi, sa suo papà, mi dice. Finalmente una soluzione indolore, penso. Grande Pierfrancesco!, gli dico, ti abbraccerei, è che son senza mutande sotto queste braghe troppo fini.<br />
Poi, beviamo avidamente dell’amaro, io perché avevo appena finito di pranzare. Lui, perché lui l’amaro lo apprezza. In realtà non so se abbia mangiato oggi mezzogiorno. So che è un eroe: <em>prova a restare indifferente quando finiscono i soldi</em>, lui ce la fa. E andando via, si avvicina a una mensola vicino alla televisione, guarda una foto e mi fa ma questo qui è Baldini, il poeta?, sì, gli dico io. E perché, mi chiede lui, perché di fianco a Baldini hai messo Pippo Baudo? No, guarda, gli dico io, guarda che quello lì è Marcel Duchamp.<br />
Nel tardo pomeriggio chiamo Venturi, gli chiedo come va, come non va, se era libero anche dopo cena che ci si vedeva, lui mi fa di sì, che andassi al bar che era lì con gli altri, e io gli dico che non potevo, che oggi sono senza mutande. Dopo qualche secondo di riflessione, mi dice ok, va bene, e perché mi chiami, cosa ti occorre? Io gli dico la lavatrice, non va, non so, non scarica, e se scarica non risciacqua, hai tempo e voglia di darle un occhio, non so cos’ha quella vacca. Sì che vengo, passo con la Ale dopo cena, mi dice lui, passo per due chiacchiere e una lavatrice. La Alessia è sua morosa, anche lei, come Venturi, sempre a scuola assieme a me, e da piccoli mi piaceva tantissimo, adesso no, perché è la morosa di Venturi.<br />
E allora oggi pomeriggio mi sono messo a lavorare con una energia mai sentita, che il problema della lavatrice, l’annoso problema della lavatrice, se non era risolto, almeno era a pochi passi dalla risoluzione. E allora mi sono rimesso sul vangelo di Husserl secondo Pippo Costa, con uno spirito rinnovato, sebbene le cuciture delle braghe mi pizzicassero un pochino a livello inguinale.<br />
Poi questa sera passa Venturi con la Ale, Venturi va diretto in bagno con la cintura di cuoio con gli attrezzi, di quelle che io credevo esistessero solo nei film americani e invece Venturi ne ha una, e io sono stato in cucina con la Ale, che mi dice che si vede che sono senza mutande, e io le dico se per cortesia poteva evitare di focalizzare la sua attenzione a quelle altitudini, lei mi dice di sì, volentieri, ma Amedeo fai schifo, mi dice lei. Io le dico che, finché non mi succede niente, finché non ho bisogno di soccorso, non c’è problema, che non vedo nessuno e nessuno mi vede. Ho visto Pierfrancesco oggi, le dico, e lei mi dice che ieri è passato da loro e ha proposto anche a loro la pantomima degli animali. Lei lo odia, e Venturi ha cercato di spiegarle che è una persona in difficoltà. E la stessa cosa le ho detto io, le ho detto che Pierfrancesco aveva provato anche a fare yoga, ma poi il Buddha gli aveva scardinato le giunture delle gambe e quindi, oltre a non poter ritrovare la pace interiore, doveva pure pagare soldi per le terapie con il laser nelle ginocchia. E lei mi chiede dove trova i soldi, io le assicuro che Pierfrancesco vende il proprio corpo.<br />
Poi lei mi domanda, forse con un collegamento cognitivo indottole dal mio essere senza mutande, da quanto tempo non faccio sesso. Io le dico che è piuttosto intima come domanda, e lei mi dice che dovrei vedere gente. Ecco, mi pare che per lei sesso, a questo punto, voglia dire vedere gente, e allora rimango sul suo registro, mi sincronizzo con il suo lessico, e le chiedo con chi dovrei fare sesso (<em>leggi</em>: chi dovrei vedere). Lei mi dice che c’è una certa sua amica, che sta vicino alla stazione, che è stata degli anni con una persona, ma che tre anni fa, poi, si erano mollati e adesso lei non ha nessuno e che, secondo lei, potrei farmi avanti, magari tenendo quelle braghe, mettendoci un paio di mutande sotto e una camicia in coordinato.<br />
L’idea mi stuzzica e le dico di dirmi di più. La morosa di Venturi gira con la macchinetta digitale in borsa, che è un’usanza che ho notato diffusa tra le ragazze, per fare delle foto soprattutto di gruppo, in cui le persone si schiacciano le facce una vicina all’altra per stare dentro l’obiettivo, perché la macchinetta ce l’ha in mano uno dei soggetti ritratti e quindi bisogna star vicini per starci dentro tutti. Le femmine fanno spesso queste foto con facce vicine. Tira fuori e mi mostra questa foto, una ragazza meravigliosa, bionda scura, ma più bionda che bionda scura, occhi azzurri che sembrano parlare, un sorriso che ti vien voglia di sorridere solo a vederla, non è neanche tanto alta perché quella di fianco, per starle vicina con la faccia, ha inclinato la testa come per abbassarsi, poi è magretta, che mi va bene a me, e però, non si vede altro, perché la foto è solo a mezzo busto. Non so se accettare il rischio, vorrei vedere le gambe prima, non vorrei che poi vado via con una che ci ha le gambe di un triceratopo. La Alessia mi assicura che è tutto bene, anche per quanto riguarda le gambe. Si chiama Erika, con la cappa, mi dice la Alessia. Io, devo ammettere, il nome con la cappa mi irretisce un po’, è un po’ troppo gagliardo, mi pare a me. Le dico che ci penso, come se fosse un colloquio di lavoro, come se bastasse un mio sì e tutto sarebbe combinato per tutta la vita.<br />
Poi Venturi mi chiama in bagno e mi dice che secondo lui ha risolto, che c’era un non so cosa incrostato di non so cosa, che ha pulito con non so cosa e che quelli erano i crostoni di non so cosa che posso buttarli in non so dove e che provo a fare una lavata e che se non funziona ancora, mi porta suo papà, che mi fa bene, che da noi significa che pagherei poco.<br />
Non so cosa, spero bene.</p>
<p style="text-align: left;">2.</p>
<p style="text-align: right;">17 marzo 2013</p>
<p>Gentile ragazzaconlacappa,<br />
allora, io, forse non mi conosci, io non ti conosco però c’è un’amica che ho, morosa di un amico, e lei, asilo elementari medie, sempre in classe insieme, all’asilo mi piaceva e alle elementari l’ho invitata al mio compleanno, solo lei, una festa molto esclusiva, e questa mia amica è anche amica tua, mi ha detto che abiti vicino a dove i treni rallentano per far salire le persone, io ultimamente non ci passo molto, ma mi son detto subito che sicuro che la prossima volta che passo per di là, chissà quando perché adesso sono in tesi per il dottorato, con borsa, e studio tutto il tempo a casa, ci son dei giorni che credo di diventar matto da quanto studio e poi dormire, dormo di un male, non ti dico, delle notti che mi metto lì, io vado a letto sempre piuttosto tardi perché ho sempre delle cose molto importanti da fare, però poi vado a letto, mi metto lì, guardo il soffitto un po’, poi spengo la luce, continuo a guardare il soffitto che, a quel punto, non lo vedo più, perché è buio, però io continuo a guardare il soffitto e non prendo sonno e sto così tutta la notte, poi vedo che fuori è chiaro, io sono tormentato, non so, io da piccolo volevo diventare un poeta maledetto, Baudelaire, a me da piccolo mi piaceva Baudelaire, mi pareva che aveva uno sguardo vispo, e volevo diventare un poeta maledetto, io adesso mi guardo, io del poeta maledetto ho che sono tormentato, ma niente di più, non ho niente del poeta maledetto, solo il mal di vita, ma non nel senso del mal di pancia, che quello ce l’avevo a sei o sette anni, di quei mal di pancia, ho fatto anche visite, mi dicevano che era perché ero emotivo, il motivo che ero emotivo non so, ma mi dicevano così, come anche adesso, che io ho sempre il cuore che va forte e il dottore mi ha detto che posso provare a fare yoga, perché secondo lui è stress, e anche il gastroenterologo e il dottore della testa, tutti stress, e allora si vede che è così, che non diventerò un poeta maledetto, ma che è solo stress.<br />
Io stasera, volevo dire, mi sono fatto la doccia, io mi faccio sempre la doccia fredda, mi piace l’acqua fredda, come al mare, le docce per mandar via il salso del mare, che son sempre fredde, ti manca il fiato, e comunque stasera dopo la doccia, andavo in cerca del deodorante, due spray, tutti e due vuoti, mi è venuto da tirare giù un madonno per la disperazione, non si può senza deodorante, che io, devo dire, sono uno che suda pochissimo di norma, ma farsi la doccia e stare senza deodorante è come non farsela, la doccia. E insomma, ho detto alla Anto se veniva a portarmi un deodorante, che la aspettavo in bagno, che casa mia è sempre tutto aperto, non c’è paura dei ladri a casa mia, perché, nel caso venissero a rovistare, non possono far altro che darmi una mano a cercare i soldi, che, a casa mia, non ne ho tanti. E ho aspettato la Anto seduto in bagno, in accappatoio e intanto pensavo che razza di vita che faccio, a svegliarmi tutte le mattine, colazione, cacca, denti, e poi giù a studiare, sai da quant’è che io non bevo un amaro?, io l’amaro ce l’ho a casa, io bevevo amaro come acqua, non bevo seriamente l’amaro da mesi, capisci? E ero lì, aspettavo il deodorante, la Anto mi aveva detto che mi portava il deodorante marca Dove, e pensavo che non è una vita, studiare tutto il giorno, fermarsi solo per il pranzo, poi di nuovo studiare, poi la doccia per svegliarmi un po’ e poi cena, mi faccio sempre la stessa cosa di cena che non ho tempo di pensare cose diverse, e poi mi dico bon, stasera faccio un giro al bar, ma intanto, mi dico, due minuti sul divano. Prendo sonno, mi sveglio alle due, vado a letto e fin mattina soffitto, al buio.<br />
Cara ragazzaconlacappa, io non ho tanto da chiederti, ma solo una cosa, ma i tuoi genitori, io vorrei conoscere una persona che ha messo un nome con la cappa alla figlia, che mi pare una cosa estrosa, secondo me è questione di proteine nella dieta, ma può essere che non mi sbagli quando me li immagino simpatici.<br />
Ti potrò sembrare strano per quello che ti scrivo, però io ho questo problema, che mi si consuma tutto il cervello, e mi restano pochi contenuti poi. Se avrai il cuore di rispondermi, io abito davanti la posta, di fronte al Conad, al quarto piano, d’estate un caldo. È un palazzo con le palle luminose fuori. A presto.<br />
Amedeo.</p>
<p align="right">19 marzo 2013</p>
<p>Cara ragazzaconlacappa,<br />
cos’hai sognato stanotte? Perché io, devo dire, mi sono sognato te, tutta la notte. Tu ridevi del mio cuore di <em>kevlar</em>, e mi scrivevi delle cose sulla schiena, e ridevi quando provavo a indovinare. E l’ultima volta che mi hai scritto qualcosa, cioè stamattina ormai poco prima di svegliarmi, mi avevi scritto <em>L’estate fa caldo e lui insegna al cane</em>. O almeno questo era quello che avevo capito io, ma poi chissà cosa mi avevi scritto davvero. Io, poi, stamattina, non volevo più svegliarmi, la sveglia suonava, io le dicevo Stai zitta!, e lei suonava, l’ho spenta, ho dormito un’altra oretta, fino alle otto, ma ho detto Vaffanculo, domani non mi metto la sveglia, così se vuoi scrivermi altre due o tre cose sulla schiena, io sto lì con te a indovinare. E volevo anche dire che ieri sera, la notte non era cominciata proprio con i migliori presupposti, perché prima di dormire mi ero messo a fare un po’ un ripasso di quello che era successo durante la giornata per vedere cosa c’era che andava bene e cosa invece andava male e, lo ammetto, ieri erano di più le cose che andavano male e infatti mi ricordo che l’ultima cosa che ho pensato prima di prendere sonno è stata Ma sarò mica psicopatico?, e poi ho preso sonno. E però, anche se la notte era cominciata con tutte queste preoccupazioni inerenti la mia salute mentale, poi è finita con te che mi scrivevi cose sulla schiena, prima eravamo in spiaggia, ma poi mi sono ricordato che a me il mare fa cagare, scusa la schiettezza ma mi fa cagare, e allora dalla spiaggia, senza neanche accorgerci, poi eravamo in salotto a casa mia, con la televisione accesa, ma che tanto non la guardavamo perché c’eri tu da guardare, che sei bella, e che comunque neanche te non ti vedevo, dato che mi stavi seduta dietro e mi scrivevi sulla schiena. E comunque, anche se non ti vedevo, mi pareva che anche il solo dito che correva su per la schiena, anche solo quello era già bello e mi bastava.<br />
Questo volevo dirti. E poi un’ultima cosa. Fra pochi giorni finisce l’inverno e inizia la primavera. Io, ci son dei giorni in primavera che son di un contento che mi sembra di essere un bambino. Ci sono di quelli in cui sono assonnato, come un po’ tutti in primavera, e allora resto a fare poche cose giusto per far passare la giornata. Ma poi ci sono quei giorni che sono felice come un bambino. Che poi, anche in quei giorni lì, io faccio poco, che a non far niente sembra che il tempo vada più lento e così la bella giornata passa più lenta. Io, in primavera, faccio pochissime cose.<br />
Adesso ti devo salutare, perché c’è quello di fianco a casa mia, patito del giardinaggio, che minaccia di mettersi a tagliare con la macchinetta tutta la siepe e quindi farà un casino che io non riuscirò a studiare per tutto il giorno. E allora è meglio che mi metta a far qualcosa, prima che lui inizi a attaccare quella sua macchinetta che fa un rumore che non ti dico. Per il resto, ti ho già detto, abito vicino al Conad, se ti servo, son là. E se invece ti serve, non so, zucchero, latte, ecco, vicino a me, c’è il Conad.<br />
Cordialmente saluto<br />
Amedeo</p>
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