M*rd* (Parental Advisory)
di Olga Campofreda

Una quantità indescrivibile di merda. È scesa ieri sera depositandosi sulle mani di mia madre, che le teneva a cucchiaio, pronte a ricevere acqua per liberarsi dalla polvere dei lavori nella casa al mare. Un fiotto, uno sbuffo. Così me lo immagino. Perché non ho certo avuto poi l’ardire di andare a controllare. Tappandosi il naso mio padre ha poggiato sul lavandino una busta nera di plastica e il bagno è diventato la versione per coprofagi di una puntata di C.S.I.
È successo così. Siamo rientrati in casa, stavamo scaricando dalla macchina pezzi di cucina, lavandini, sedie. Mi pare che sia stata la volta del lavandino, sì: lo abbiamo portato al piano di sopra e l’abbiamo chiamata, ma non ci ha risposto nessuno. L’abbiamo trovata sotto choc nel bagno di servizio che si strofinava le mani con lo sgrassatore per il forno.
‹‹Ma come merda?›› ho chiesto a mia madre.
‹‹Merda, sì. Pezzi di merda. Andate a controllare. Me la sono trovata nelle mani.››
Nel salottino all’ingresso le signorine in copertina sui libri della sua collezione di Liala hanno emesso commenti di sdegno.
‹‹L’odore è inequivocabile›› ha detto mio padre, a cui in genere spetta l’ultima parola. Dunque trattavasi di merda. Ufficialmente.

E dire che questo doveva essere un sereno weekend in famiglia. Voglio dire: tutti i weekend in famiglia dovrebbero essere sereni, poi in genere non lo sono mai per colpa di qualcuno. Ultimamente diciamo che mi sono impegnata abbastanza a sabotare quelle poche ore che ci siamo concessi a contatto generazionale. Ne deriva il fatto che stavolta mi ero ripromessa davvero di far andare tutto per il verso giusto. Che poi non è neanche tanto difficile: basterebbe tacere e sorridere fintamente quando si presentano certi stimoli all’arguto attacco verbale nei confronti della gente.
Sul lungomare di Scauri nel mese di luglio parte della città s’è già trasferita in vacanza. Soprattutto famiglie con figli piccoli. Le peggiori, perché negli occhi quei genitori hanno lo sbrilluccichio di chi già si immagina in camice da primario il moccioso novenne che trascinano per la mano. Comunque quel marciapiede a pochi metri dalla spiaggia è un tapis roulant che scorre mostrando il catalogo dei tipi di umanità disponibili. Ti vengono tutti addosso in una sorta di prova di resistenza, uno dietro l’altro come palle da tennis, ma il gioco è perverso: vinci se te le prendi tutte addosso senza battere colpo. Schivato il lancio genitori-con-bambino, infatti, potrebbe capitare il gruppo amici-di-famiglia-che-non-vedi-da-tempo.
‹‹Ma lei è tua figlia?›› dirà qualcuna.
‹‹Ma dici davvero?›› aggiungerà il marito squadrandomi dalla testa ai piedi due volte, soffermandosi qualche secondo in più sugli shorts che – giacché siamo in litorale – ho pensato di indossare.
Poi si ripete il seguente algoritmo:

1. Non l’avrei mai riconosciuta per strada.
2. E adesso che cosa stai facendo?
3. È una vergogna, una persona brillante come te.
4. Questa crisi non può durare a lungo.

Se poi ho l’ardire di inserire in mezzo a questi versi formulari il fatto che sto scrivendo un libro, si aggiunge il punto 5: sì, ma cosa stai facendo veramente.

Si azzarda un sospiro di gruppo e si passa avanti. Ha da passa’ a nottata.

Capita pure che la macchina sparapalle indirizzi dei colpi del tutto innocui: la comitiva di adolescenti tamarri, per esempio, che anzi fungono un po’ da cuscinetto nei blocchi benpensanti stretti a falange macedone pronta allo sfondamento delle vite private degli altri. I suddetti blocchi di tamarri sono sempre molto folti e camminano in genere come gang di Brooklyn in Do the right thing, le ragazzine minorenni con tacchi altissimi ancheggiano su quelle palafitte circuite dal braccio di uno o più giovincelli con cappellino a visiera (tutti). Non so come fanno poi, ma in ogni gruppo del genere c’è sempre qualcuno con la maglietta arancione. Arancione melone, del famoso duo Melone & Prosciutto degli antipasti più comuni. Come faranno a mettersi d’accordo? Sarà forse la stessa maglietta che si passano di volta in volta? Come affrontano il rischio di trovarsi una sera in due a indossare lo stesso distintivo colore?
Immersa in questo tipo di speculazioni, ecco che arriva un altro colpo dallo sparapalle. E questo è un colpo basso. Si tratta della coppia Genitori-soli-con-figlio-della-tua-età. Con il seguente algoritmo:

1. Ma questa è tua figlia?
2. Ha proprio la stessa età di [inserire nome].
3. Adesso [inserire nome] sta a [inserire capitale occidentale prestigiosa].
4. Lavora, lavora tantissimo ma è felice e dice sempre ‹‹mamma, ma che torno a fare?››
5. E tu che stai facendo adesso?
6. Ah.

Tra punto 5 e punto 6 in genere a rispondere è la mia genitrice, che già percepisce il rumore dei miei denti, che si sfregano gli uni sugli altri in un’orgia dentale che non mi sento di raccomandare.

Mia figlia è in un momento un po’ così, purtroppo ha scelto un campo difficile, fa un sacco di cose, bellissime cose, purtroppo
(non dirlo, non dirlo)
le fa tutte gratis.
(lo dice. Lo dice sempre).

La parte peggiore però è quella che segue l’incontro. Come certi dolori che al momento del colpo tutto sommato sono sopportabili, ma solo dopo qualche ora iniziano veramente a fare male. Quella pallonata all’inguine. Quella botta in testa quando ti svegli in un letto a castello e sei al piano di sotto. Quella leggera ustione provocata dal forno che si trasforma il giorno dopo in una sorta di Occhio di Sauron iniettato di sangue.
Insomma: sto parlando del commento genitoriale su quello che fanno I-Figli-Degli-Altri.

A quel punto abbiamo già intrapreso la strada del lungomare in senso opposto, verso casa. Come se inconsciamente sapessimo tutti che ci stiamo inoltrando nell’ultima discussione della serata.
‹‹Che bravo il figlio di Cosa, non è vero?››
‹‹Già›› rispondo con eloquenza minimalista.
‹‹Non lo potresti fare pure tu? Io ti ci vedo troppo a lavorare all’Estero.››
‹‹Fare cosa mamma?›› e leggermente il mio tono di voce già si piega verso l’insofferenza. Uno strano rancore, perfino. Nel suo modo di riferirsi all’Estero come fosse uno Stato ben preciso, una nazione. Lo fa ancora. Da bambina ci ho speculato molto, mi sono perfino sentita ignorante non riuscendo a identificarne una capitale. La Capitale dell’Estero. Crescere con l’idea di andare all’Estero e scoprire che l’Estero non esiste è come mettere da parte soldi per investire sul mercato immobiliare della Polonia e scoprire che è proprio il giorno in cui i Cattivi hanno deciso di smembrarla.
‹‹Cosa fa precisamente il figlio di Cosa?››
‹‹Lavora là, hai sentito anche tu, no? A Glasgow.››
‹‹E cosa fa a Glasgow, lo hai capito?››
‹‹Sta in una ditta.››
‹‹Il figlio di Cosa lo conosco mamma, fa il portiere di notte col progetto Leonardo, per tre mesi, poi torna.››
‹‹Ma che dici. Quelli lo pagano.››
‹‹Ciò non toglie che faccia il portiere di notte.››
‹‹Ma se quello sta a computer in una ditta…›› insiste.
‹‹Deve pure ammazzare il tempo durante la notte. Vuoi che il portiere di notte non abbia un computer?››
‹‹In una ditta.››
‹‹In una ditta, sì.››
Percorriamo pochi metri in silenzio. Succede sempre così. Succede sempre che al primo colpo andato a vuoto segua il secondo.
‹‹E pure la figlia di Quella.››
‹‹Chi?››
‹‹La figlia della mia collega di scuola.››
‹‹Ah.››
‹‹Quella ha fatto domanda all’Estero con la laurea in biotecnologie e l’hanno messa a scoprire certe particelle al museo oceanografico.››
‹‹A scoprire che cosa?››
‹‹Ora non ti so dire. Certe particelle.››
‹‹E stavano aspettando a lei.››
‹‹A quanto pare.››
‹‹E scopre?››
‹‹Per ora cerca›› risponde mia madre, ‹‹poi scoprirà. Immagino.››
Si prosegue in questo modo per gli ultimi metri che ci restano da percorrere fino a casa. Poi si va a dormire, ciascuno con le proprie idee riguardo all’Estero e ai Figli Altrui.

La sera in cui dal rubinetto della casa al mare ha iniziato a venire fuori merda mia madre si è chiusa in silenzio in un angolo del balcone. Stare in casa era veramente impossibile. Ha iniziato a piangere. Non vedevo piangere mia mamma da molti anni. È stata la prima a insegnarmi il valore delle lacrime, la prima a dirmi che esisteva il fenomeno del pianto di felicità. Negli ultimi tempi però si è come fortificata. Da quando sono andata via di casa.
L’ho vista piangere su quel balcone e mi sono sentita nuda come un verme. Senza braccia come un verme anche, priva di ogni capacità consolatoria che potesse passare attraverso anche solo un silenzioso abbraccio. Mai ho visto merda lavare tanto a fondo la visione di qualcosa.
Ho preso il telefono. Ho iniziato a inveire contro l’ingegnere. Non avevo alcun attaccamento emotivo a quei lavori e la cosa si è rivelata a mio favore, conferendomi particolare lucidità nell’argomentazione.
‹‹Non ci crede che scorre merda dal mio lavandino?››
‹‹Signorina mi pare impossibile.››
‹‹La prego di venire a verificare quanto prima. Queste sono inequivocabilmente feci. Si fa un giro, le tocca, poi ce ne andiamo insieme a cena serenamente. Tanto saremo entrambi assuefatti alla puzza e nessuno sentirà quella che l’altro porta addosso.››
‹‹Si tratta di un mistero che non so spiegare, signorina, mi sembra impossibile.››
‹‹Vuole dire che mia madre si è inventata tutto?››
La telefonata non porta a utili conclusioni, ma il viso di mia madre mi pare più disteso.
‹‹Mi hai difeso›› mi dice, ‹‹hai preso le mie difese. Sono così felice.›› Sorride.
Sorride pure quando dopo cena andiamo ad attivare la digestione con la solita passeggiata sul lungomare. A chiunque incontriamo racconta della telefonata con tale trasporto che perversamente inizio a sperare che, una volta a casa, i genitori rinfaccino ai loro figli di non aver mai insultato un ingegnere ritenendolo responsabile di strani fenomeni fecali.
Nel tratto di ritorno ci siamo io, mia madre e mio padre che sorridiamo come non accadeva da tempo. La merda ha insabbiato ogni discorso sul mio incerto futuro, frustrazioni e battutine acide comprese.
L’ultimo che incontriamo è un cugino architetto di mio padre. Anche lui, come tutti gli altri, viene sottoposto al racconto delle nostre tubature. Esplode in una sonora risata.
‹‹Merda? Ma cosa dite. È scientificamente impossibile. Si tratta certamente di acqua sporca e materiale putrefatto. L’odore di putrefazione, certo, non starei a descriverlo col nome di un fiore. Ma non si tratta di feci. Mano sul fuoco.››

Ci salutiamo. Ci diamo appuntamento per l’indomani, sulla spiaggia. Cala di nuovo il silenzio sugli ultimi metri della nostra passeggiata.
Prima di andare a letto trovo mia madre a lavarsi i denti con l’acqua naturale della bottiglia. Faccio lo stesso col mio spazzolino quando lei ripone il suo e lascia la stanza. Poi la vedo tornare indietro.
‹‹Si tratta di merda›› mi dice, ‹‹ne sono sicura.››
Annuisce quasi come a confortarmi.
Mi abbraccia senza badare allo spazzolino e alla schiuma di dentifricio che mi cade dalla bocca. Le macchio una ciocca di capelli. Si ripulisce con le dita, poi va a letto.

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