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	<title>Colla &#187; Colla27</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
	<lastBuildDate>Mon, 23 Feb 2026 17:40:06 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Annuncio immobiliare di Francesco Mila</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 10:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Colla27]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Mila]]></category>

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		<description><![CDATA[Il palazzo si trovava in un quartiere che un decennio di gentrificazione aveva reso di pregio. Il rifacimento del manto stradale, il completamento della metropolitana e negozi, supermercati, scuole; la compresenza di un multisala e di una sala d’essai garantivano ai residenti una qualità della vita abbastanza alta. Noi abitavamo un trilocale con affaccio panoramico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il palazzo si trovava in un quartiere che un decennio di gentrificazione aveva reso di pregio. Il rifacimento del manto stradale, il completamento della metropolitana e negozi, supermercati, scuole; la compresenza di un multisala e di una sala d’essai garantivano ai residenti una qualità della vita abbastanza alta. Noi abitavamo un trilocale con affaccio panoramico sulla piazza. L’affaccio, ci aveva spiegato la titolare dell’agenzia, sarebbe stato addizionato per eccesso nel <em>commerciale</em>; eccesso che nell’annuncio (che sarebbe apparso in aprile) avrebbe ridimensionato non poco la percezione dell’appartamento.<br />
Era, il trilocale, una soluzione ideale per studenti o per giovani coppie – o un investimento sicuro e ad alto reddito. <em>Finemente</em> ristrutturato: per anni era stato un bilocale comodo con una sola camera, un bagno (comodo) e un salotto con cucina a vista: la ristrutturazione aveva dimidiato il salotto per ricavarne la seconda stanza.<br />
Per noi, l’appartamento era troppo piccolo. Ma per circa un triennio, il triennio della degenza in clinica di mia sorella, quando ancora le possibilità del trilocale coincidevano con le esigenze di due persone (una camera per ciascuno e mezzo salotto come zona franca) l’appartamento era stato «solamente» piccolo. Col ritorno di mia sorella, con la cessione di una delle due camere (quella ricavata dal salotto) in favore suo, col conseguente trasferimento di nostro padre sul divano letto (in quello che rimaneva del salotto), la necessità di vendere si era ripresentata.</p>
<p align="center">***</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/09/Mila_foto1_n.jpg"><img src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/09/Mila_foto1_n-150x150.jpg" alt="" title="mila_foto1_n" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-5537" /></a><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/09/Mila_foto2_n.jpg"><img src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/09/Mila_foto2_n-150x150.jpg" alt="" title="mila_foto2_n" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-5538" /></a><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/09/Mila_foto3_n.jpg"><img src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2019/09/Mila_foto3_n-150x150.jpg" alt="" title="mila_foto3_n" width="130" height="130" class="alignleft size-thumbnail wp-image-5539" /></a></p>
<p>APPARTAMENTO RISTRUTTURATO</p>
<p>Nel cuore del Quartiere, a ridosso della Piazza, proponiamo una soluzione finemente ristrutturata con relative certificazioni, posta al quarto piano di uno stabile di sette, con ascensore e servizio di portierato per l’intera giornata. L’appartamento è composto da: ingresso, soggiorno con angolo cottura e accesso al balcone, due camere matrimoniali e doppi servizi. L’ubicazione, in uno dei quartieri più belli e più serviti, rende questa unità immobiliare particolarmente adatta a studenti e a giovani coppie, grazie alla vicinanza di scuole, supermercati, università e mezzi di trasporto pubblici che collegano ai vari punti della Città.</p>
<p align="center">***</p>
<p>C’era, nell’annuncio apparso il primo di aprile sui principali portali, sotto al pdf della planimetria e al codice incomprensibile della classe energetica (gli impianti erano ristrutturati con relative certificazioni), sotto al prezzo (gonfiato epperò trattabile), ai recapiti telefonici dell’agenzia, rimandanti la sede di via dell’edera e la succursale di via del frassino, una postilla che avevo imposto e che menzionava, in un capoverso, la presenza della colonia felina durante i mesi primaverili. Mi pareva che rappresentasse per casa nostra un valore aggiunto. (Ecco un fatto che avevo visto capitare nel corso delle primavere passate: che parte della colonia si riversasse dal cortile sulla nostra o sulle strade attorno, e che i turisti, incuriositi dalla massiccia presenza, si raggruppassero in crocchi di fronte alla pizzeria, al negozio di articoli sportivi, alla tavola calda, generando indotti economici di cui aveva beneficiato l’intero quartiere. Il quartiere era simile ad altri centri che si sviluppano rapidamente tutt’attorno a un fenomeno. Centri in cui fenomeno e popolazione si abbarbicano, al punto che l’uno non può prescindere dall’altro).<br />
Da aprile, quando il cortile diventava vivibile, i gatti si acquattavano dietro moncherini di palme e si arrampicavano sul muricciolo che delimitava il confine con l’altro stabile, si slinguavano impudicamente lungo l’androne o battagliavano per un posto al sole sulle panchine. La colonia discendeva in parte dai due gatti che il portiere Virgilio aveva trovato in una scatola da scarpe un ventennio prima, durante una gita domenicale nella campagna laziale. Sapevamo la storia perché il figlio, Orazio, quando Virgilio era morto aveva invitato me e mio padre al funerale, in una chiesa nei pressi dello stabile (Esquilino) dove il nonno di Orazio (e padre di Virgilio) mezzo secolo prima era stato a sua volta portiere.<br />
Quando mi fermavo da Orazio, lo ascoltavo rievocare Virgilio per tramite dei gatti, lanciando occhiate ai pacchetti che aveva la delega di prendere per conto mio se né io né mio padre eravamo in casa. Fissavo il gattone grigio che si faceva le unghie sui pacchetti, i gattuncoli verde-occhieggianti che si azzuffavano sulla scrivania, e intanto Orazio raccontava delle gite domenicali che facevano assieme per la campagna, quando lui era ragazzo epperò già sapeva che sarebbe stato portiere (avevano il portierato nel codice genetico: mi figuravo una dinastia di portieri con radici profonde nei sottoscala romani), mi diceva del desiderio che il padre aveva di mettere in piedi una piccola casa, su terreni comprati a due lire in quanto privi di edificabilità; e del tentativo di costruirci ugualmente, ma senza successo; per via – ipotizzava Orazio, afferrando la collottola di una gattina – di pastori dalla pelle scura che portavano in quei terreni a pascolare le capre; pastori che Orazio ricordava con un grosso pugnale, in quattro attorno a suo padre, una domenica che era con lui (Virgilio aveva diploma di geometra) a prendere le misure per il progetto della casa che non fu mai costruita.<br />
La passione che Virgilio nutriva, a detta del figlio, per i gatti fin da quand’era ragazzo, fin da prima di studiare da geometra e di mettere al mondo Orazio, di portarlo in campagna a litigare coi pastori (Sikh), fu quella che poi lo spinse a prendersene in carico due, che non aveva avuto il cuore di sterilizzare.<br />
Orazio (che non aveva avuto figli; e avrebbe così interrotto, dopo appena una generazione, quella stirpe di portieri gattari inaugurata dal padre) mi faceva penare un quarto d’ora abbondante, prima di consegnarmi il pacchetto ammaccato dalle zampate.<br />
Io avevo cominciato ad appassionarmi ai gatti durante il primo maggio del nostro trasferimento. Ci eravamo trasferiti perché il quartiere non era distante dalla clinica, e facevamo la spola fra la clinica e casa (allora pensavamo che mia sorella non ne sarebbe uscita per almeno un decennio). Per mesi, prima della trasformazione del bilocale in trilocale, io e mio padre avevamo dormito nella stessa camera – l’unica non contando il salotto –, in due lettini che più tardi, dopo l’accensione di un mutuo, dopo avere ottenuto i soldi per iniziare i lavori, Orazio si sarebbe preso in casa per sistemarci Virgilio.<br />
Gli edifici, nascosti da impalcature (ritinteggiavano di rosa salmone palazzine grigiastre), circondavano il viale dov’era il grosso delle attività commerciali. Oltre le vetrate coppie, giovani o non più tanto. (Erano le stesse persone che la titolare, più tardi, avrebbe identificato come potenziali acquirenti). Raggiunto il parco, procedevo lungo il vialetto illuminandolo col telefonino. C’era uno stagno, un ponticello che lo attraversava e una panchina, su cui rimanevo a fissare l’acqua e a rimestarla con dei sassolini. Di giorno, quando le giostre erano in funzione il parco era popolato. Di sera era desolato ma avevo l’impressione che qualcuno, una coppia o uno studente assassino, mi stesse aspettando. (Pensavo a quanto può essere inospitale un luogo che non si conosce: a come sembri in ogni momento sul punto di doverti fare del male). Una notte, avevo raggiunto il parco, scrostavo con un rametto fango da sotto le scarpe, mi ero trovato davanti uno dei gatti del nostro portiere. Mi fissava e mandava un brusio che ricevevo fortissimo.<br />
Non accennava a scapparsene. Mi studiava mentre gli rivolgevo improperi accompagnati da sciò. Poi mi ero irrigidito, avevo sentito un agitarsi di siepi, e visto Orazio avvicinarsi con un gatto in braccio e lo sguardo a terra. Pensavo, dal modo con cui salutandomi aveva sillabato il mio nome, mentre il gatto gli miagolava incontro e l’altro, nerissimo, si divincolava e rovinava sullo spiazzo, ai piedi di Orazio che per poco non lo calpestava, per poco non inciampava nel primo tentativo a vuoto di afferrare il secondo; notando ora il tubero che aveva in luogo del naso, le palpebre tanto socchiuse da farmi intendere che non ci vedeva; mentre mi dirigevo verso Orazio che cadeva e imprecava (una specie di lamento impotente rivolto al dio dei portieri romani); pensavo che fosse bevuto eppoi, da vicino, l’odore me l’aveva confermato.<br />
Gli avevo afferrato un braccio, facendo attenzione a non perdere d’occhio i gatti, che non sembravano interessarsi e si slinguavano a coscia alzata a pochi metri da noi (chissà quante volte lo avevano visto così, per loro doveva essere un’abitudine tanto quanto per il padrone dare loro la caccia). Orazio resisteva, per capriccio suo o della gravità; ora sgranava gli occhi come quei santi del Caravaggio e quando finalmente, per le ascelle, ero riuscito a rialzarlo, aveva rivolto la bocca nella mia direzione, mi era arrivata una zaffata irrespirabile. Aveva sbiascicato un «Grazie» allargando le braccia e temevo cadesse di nuovo. Mi ero offerto di riaccompagnarlo, che il percorso era lo stesso e non mi costava, e Orazio si sforzava di darsi un contegno nel declinare; c’erano Minù e Fifì ancora nascosti, non si fidava a lasciarli dormire all’addiaccio – non per loro, mi aveva chiarito, ma per le macchine, per gli ubriachi. Intanto che riafferrava le due collottole avevo controllato l’orario. Era tardi, e si vedeva una luna gigante, quasi piena. Una di quelle lune che dal terrazzo del vecchio appartamento credevo sul punto di precipitare nel Tevere. «Senti» gli avevo detto, «ti do una mano a cercarli» – e Orazio non aveva risposto, teneva i due gatti in braccio e si allontanava in direzione della giostra. Sulla piattaforma ritirava la pancia per farsi spazio fra gli animali di plastica. Era scomparso nel fondo di una carrozza e riemerso con un bianco pezzato che si era liberato e andato a infilare sotto il ventre del cavalluccio accanto. Come allungava un dito, il gatto (Minù) glielo feriva. Io cercavo Fifì («è grosso» mi aveva istruito, «tigrato»), perlustravo le siepi e schioccavo la lingua e frugavo nei fondi delle altre carrozze. Intanto il cielo aveva preso a schiarirsi, la ciucca a svaporargli, e Orazio era riuscito a recuperare Minù e le menava colpetti crudeli col polpastrello. Mentre ci dirigevamo verso il cancello, incipriato di terra era riapparso Fifì; lo aveva arpionato affidandomi finalmente uno degli altri. Camminavo guardando i fiorai che si davano il cambio, l’edicolante che sollevava la saracinesca mentre un paio di cameriere spazzavano e i gabbiani beccavano e inservienti dell’Ama fumavano addossati al camion che intasava la strada. Allora il quartiere mi era sembrato meno estraneo e più o meno vivibile. E raggiunto il palazzo, liberati i gatti e congedatomi stancamente da Orazio che proprio ora mi ricordava un pacchetto in portineria da giorni, che magari, ipotizzava smessi i panni della notte e già pronto nella tenuta del mestiere, era <em>per il dottore, per tuo padre</em>, incassati da Orazio pacchetto e pacca (un modo di scusarsi impacciato o di ringraziarmi non so) e infilatomi in ascensore, scartato il pacchetto – conteneva un libro per mia sorella, una storiella che avevo letto anni prima e mi sarebbe piaciuto portarle: il medico che l’aveva in cura glieli sequestrava, me li restituiva a poche pagine dall’inizio –, inserite con cautela le chiavi per non svegliare mio padre, stesomi sul divano coi piedi rivolti alla portafinestra, ero rimasto a guardare l’alba che filtrava allungandosi in strisce sul parquet del salotto. Ed era la prima volta, forse, da quando ci eravamo trasferiti, che riuscivo a non pensare alla clinica e mi addormentavo tranquillo.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Durante le visite all’appartamento mia sorella non era presente. Aveva preso a frequentare un Centro non lontano da casa, dove offrivano sostegno individuale o terapie di gruppo. Io rimanevo alla scrivania di vetro della mia stanza, fingevo di leggere, e ascoltavo i commenti laconici della titolare dell’agenzia («Qui abbiamo salotto con cucina a vista… Il primo bagno è cieco, ma prende luce dall’altro… Ci aggiriamo intorno ai settantacinque»), aspettavo il momento in cui i visitatori si fossero ricordati della colonia, fissavo il medesimo capoverso fino a sentirlo insensato e mi facevo trovare chino sotto il riverbero della lampada. Come sentivo «l’è permesso» mi voltavo, davo il benvenuto. Cercavo di sondare le opinioni sui gatti dello studente o della coppietta naïf. Ma quasi nessuno ne aveva una, e i più si limitavano a sollevare dubbi sulla portineria, sull’uomo che avevano visto ciondolare all’ingresso. Io rispondevo che in cinque anni non si era mai perso un pacchetto (falso), che Orazio era gentile e discreto e, oltre a svolgere bene le proprie mansioni, si preoccupava del benessere della colonia, somministrava a ciascun gatto razioni dignitose di croccantini che, sottolineavo, incidevano solo in minima parte sulle spese di condominio. I visitatori (si davano appuntamento dirimpetto il palazzo, alternandosi ogni quindici venti minuti; la titolare ripeteva a ogni gruppo la litania, approssimava il calpestabile per eccesso, distribuiva le planimetrie da una risma e batteva sui doppi vetri per fugare ogni dubbio sull’impatto sonoro) cominciavano a interessarsi: li sentivo sussurrare proposte e domandare margini di trattabilità; si portavano appresso il metro per sbugiardare l’annuncio. Avevano quasi tutti un vocalismo meridionale (io temevo una proposta dalla coppia di Vicenza): visitavano trilocali appetibili nei pressi dell’Università, appartamenti malmessi di anziani insediatisi quando il viale era un complesso di case popolari.<br />
Talvolta mi domandavano chi abitava l’appartamento. Allora mentivo, mi imbarazzava rivelare che nostro padre negli ultimi due anni aveva dormito in salotto. Quando tornava dal lavoro, mia sorella dalla terapia, raccontavo a entrambi com’erano andate le visite. «Nessuno ha menzionato i gatti.»</p>
<p align="center">***</p>
<p>Quando era stata dimessa – ancora faticava a mangiare, masticava lentamente ogni boccone dei piatti che le preparavamo, si alzava all’improvviso da tavola e correva a rovesciare in bagno –, e per la prima volta le avevamo mostrato la casa, la camera già sistemata coi poster e l’acchiappasogni e la collana dei romanzi di Roald Dahl – mia sorella rimaneva in silenzio mentre le illustravo le funzioni dell’impianto di riscaldamento – l’avevamo invitata a sdraiarsi sul materasso ergonomico e a dirci se le lenzuola le piacevano o se trovava la fantasia floreale un po’ troppo vezzosa. Nostro padre aveva avuto la delicatezza di non parlare della cessione – non volevamo darle pensieri, meglio dormiva meno a lungo avrebbe avuto bisogno del Tavor –, ci muovevamo con mille cautele e io cercavo di nasconderle la paura ogni volta che ne incrociavo lo sguardo. Mi ero accorto del dispiacere segreto che le veniva dalla cessione: lo esprimeva nella clausura della nuova stanza, quando nostro padre apriva il divano srotolandosi il letto. Mesi dopo, dall’affaccio (aveva già preso a frequentare il Centro), la spiavo rasentare vetrine senza fermarsi o cercarsi riflessa, e muovere nervosamente il collo senza sapere dove assestare lo sguardo. Il quartiere sarebbe rimasto per mia sorella sempre il luogo della malattia.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Un pomeriggio, al termine della sessione di visite, salutavo l’ennesima coppia col sorriso che mi ero imposto con chiunque non menzionasse la colonia, la titolare mi aveva detto di dovermi parlare eppoi, quasi non potesse aspettare, mentre la coppia scompariva dietro il primo tornante di scale, era tornata con circospezione sul pianerottolo, si era aggrappata alla maniglia della porta.<br />
«È arrivata una proposta.»<br />
Cesare aveva la faccia smunta, una barba rossiccia e, da quel che ricordo – era affascinato dalla libreria, insegnava italiano in un istituto privato – della visita di due settimane prima assieme alla moglie (in realtà compagna) – Alice, o Alessia, magrolina anche lei; occhiali spessi con montatura tartarugata; assistente sociale al campo nomadi di Tor di Quinto –, da quel che ricordo di entrambi (un prendisole bordeaux con peli e lanugini un po’ dappertutto, l’espressione felina di Cesare dietro la barba), mi erano sembrati una coppia affiatata e in linea con le altre che andavano stabilendosi nel nostro quartiere. La titolare aveva organizzato un incontro alla sede di via del frassino. Ricordo, in quell’occasione, che la vista del portachiavi di Alice (o Alessia) mi aveva tranquillizzato: un persiano stilizzato, cartoonato, che aveva propiziato l’intesa che in poco meno di un’ora avevamo raggiunto, su una cifra non distante dalle nostre intenzioni. Siccome non eravamo lontani, e con Cesare e Alice/Alessia ci eravamo presi in simpatia, nostro padre aveva proposto di spostarsi a casa; ché con la scusa del caffè avrebbero preso le prime misure. Ora, attraverso il viale, osservando i negozi, i due ingressi della metropolitana, gli edifici che affiancavo di notte – o all’alba, poco prima del traffico –, quando la strada era dei gabbiani e dei netturbini, mi sembrava avessero perso tutto il sospetto che fino a quel giorno me li aveva fatti evitare. E ascoltando Cesare e Alessia (mi ero chiarito una volta per tutte il dubbio legato al suo nome) che parlavano con la titolare di ristoranti, palestre, librerie del quartiere dove si sarebbero trasferiti una volta firmato il rogito, dei parchi dove avrebbero portato il figlio che non avevano ma che avrebbero avuto; ascoltandoli mi ero sentito felice per loro, pensavo sarebbero riusciti dove noi non eravamo stati capaci.<br />
Orazio fumava sul marciapiede rivolgendo ai passanti sorrisi cordiali. Un paio di gatti (avevo riconosciuto Fifì) prendevano il sole accanto a lui; e altri erano sparsi lungo l’androne nella stessa posa. «Loro» aveva detto mio padre a Orazio che esclamava <em>Buongiorno, dottore!</em>, «loro abiteranno qui.»<br />
E Cesare si presentava un attimo prima che Alessia, curva su un gattino sfusacchiante, si rialzava, scrollandosi peli dai pantaloni; allungava il braccio sistemandosi gli occhiali con l’indice libero. Orazio parlava del quartiere, dei cambiamenti, alternando orgoglio a esclamazioni mordaci, che sciorinava scuotendo la testa e rivelando la chierica. «A me» aveva concluso alla sola Alessia, ora che Cesare e mio padre si erano allontanati (confabulavano a bassa voce con la titolare), «a me quello che succede non m’interessa.»<br />
In quel momento alcuni gatti erano schizzati via dal portone della scala B: un Bullmastiff abbaiava nevroticamente tendendo il guinzaglio; mi ero voltato a osservare la scena intanto che Orazio continuava il discorso. «Fra poco, se tutto va bene mi trasferisco.»<br />
Lo apprendevo adesso (nei giorni precedenti non mi aveva accennato niente): i pastori erano stati allontanati da un comitato locale – e Orazio era tornato in campagna (sui terreni avevano abbandonato rifiuti e i pilastri del fabbricato erano coperti di pentagoni rossi tracciati con lo spray). Ora, in portineria abbondavano progetti della casa futura, fotografie in cui posava assieme a Virgilio. «Dopo, quando finite dal dottore vi faccio vedere.» Aveva affisso una circolare per avvisare i condomini, si scusava e ringraziava per la fiducia che avevano avuto nel delegargli i pacchetti, per la comprensione dimostrata negli anni nei confronti dei gatti. Concludeva con un autografo in cattivo corsivo.<br />
Seguivo Cesare e Alessia lungo le scale (avrei voluto stracciare l’acconto e che se ne andassero), preceduti da mio padre e dalla titolare – e di piano in piano si amplificava una litania di cui, giunti davanti al portone, avevamo individuato l’origine in alcuni membri della colonia. C’era, fra i tre che si appendevano alla maniglia di ottone come invasati dal desiderio criminoso di irrompere in casa, intanto che altri due ci tenevano soffiando a distanza in un silenzio interdetto, il gatto incontrato cinque anni prima sulla panchina del parco. Cesare aveva stretto Alessia e mandato un gridolino, la titolare era scivolata sbilanciando mio padre e per poco non cadevano entrambi: il gatto del parco mi era corso attraverso le gambe e gli altri appresso uno dopo l’altro; il portone era coperto da solchi di scasso fallito. Mentre ci riprendevamo dallo spavento – mio padre aiutava la titolare, Alessia teneva la mano a Cesare che si schiariva la voce per camuffare l’accelerazione del battito – alcuni portoni si erano aperti dabbasso: i condomini si erano affacciati e la titolare era deflagrata in un’invettiva nei confronti di Orazio. Alessia e Cesare provavano a tranquillizzarla e mio padre a inserire le chiavi.<br />
«Non si apre!»<br />
Allora si era messo a bussare e a chiamare mia sorella per nome.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Orazio è partito per la campagna il mese scorso. A giugno, dopo la ricaduta avevamo cercato di prendere tempo, ma Cesare e Alessia avevano bisogno di un appartamento e a fine mese la titolare ci aveva comunicato che non erano più interessati all’acquisto del nostro. (Alla fine, si sono trasferiti nel trilocale del Bullmastiff). Certe volte, andando in clinica incontro Cesare: mi guarda con la coda dell’occhio eppoi mi sfila accanto col mento basso. Entrambi ci ignoriamo e di Alessia non so niente. Da quando Orazio ha lasciato il quartiere il fermento si è un poco attenuato, i ristoranti sono meno affollati e all’esterno di alcuni esercizi campeggia il cartello AFFITTASI, all’interno si ha la sensazione di un’incursione dei vandali.<br />
Adesso il trilocale non interessa a nessuno: l’annuncio è ancora presente ma è un po’ come vendere un appartamento dov’è stato commesso un delitto. «Magari» ha concluso la titolare al telefono «fra qualche anno, forse… ma per ora…»<br />
Per ora ogni giovedì pomeriggio vado in clinica da mia sorella. Certe volte, se la giornata è bella aspetto il primario per contrattare mezz’ora di uscita – e se la ottengo la porto al parco, le offro un gelato, che mangiamo sul ponticello che sovrasta lo stagno. Dopodiché ci sediamo, mi racconta come sta andando la terapia, dei farmaci che prende e degli sfoghi cutanei che alcuni le causano. Osserviamo i bambini che accarezzano la gatta stabilitasi da qualche tempo nel recinto delle giostre. Si lascia sfregare la pancia a occhi chiusi; e quando li apre, se incontra quelli di mia sorella ho sempre paura che possa accadere qualcosa; le afferro un polso, la abbraccio, la lascio ansimare e quando sento la pressione dei denti la stringo come per stritolarla.</p>
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		<title>Akebe Bako e la macchina da risultato di Valentina Di Cataldo</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 09:47:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il giorno in cui Akebe Bako arrivò a Pechino, aveva ventidue anni e nessuna idea precisa di cosa lo aspettasse. In piedi nell’atrio della New Technological World Corporation for Athletics, mentre attendeva di essere ricevuto, si augurò che accettare l’invito non fosse stato l’errore più irreparabile della sua carriera. Da qualche tempo la società aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il giorno in cui Akebe Bako arrivò a Pechino, aveva ventidue anni e nessuna idea precisa di cosa lo aspettasse. In piedi nell’atrio della New Technological World Corporation for Athletics, mentre attendeva di essere ricevuto, si augurò che accettare l’invito non fosse stato l’errore più irreparabile della sua carriera.<br />
Da qualche tempo la società aveva acquisito una certa notorietà tra i mass media sportivi grazie a una serie di interviste ben studiate e a una campagna pubblicitaria non aggressiva ma onnipresente che negli ultimi mesi ne aveva sponsorizzato le conquiste rivoluzionarie nel campo delle prestazioni e degli equipaggiamenti tecnici.<br />
Akebe Bako perciò non si era stupito quando, un venerdì pomeriggio di alcune settimane prima, l’Ingegner Nii Chang in persona, amministratore delegato del gruppo, gli aveva telefonato per discutere con lui una proposta. Di fronte alle domande dell’atleta, l’interlocutore era rimasto sul vago, aveva glissato con la gentilezza pacata e formale tipica degli orientali e aveva concluso la conversazione invitandolo in sede a Pechino per un pranzo.<br />
Nel suo loft di Venice Beach, Akebe Bako aveva attaccato più perplesso che mai. Da alcune indiscrezioni, sapeva che anche altri suoi colleghi erano stati contattati dalla compagnia, ma nessuno di loro sembrava avere accettato, perlomeno formalmente.<br />
Per dieci giorni, Akebe Bako aveva temporeggiato, quasi finto di non aver mai ricevuto nessuna telefonata. Poi la curiosità aveva prevalso, la prospettiva di un futuro allettante l’aveva stuzzicato e alla fine aveva deciso di accettare l&#8217;invito a pranzo e verificare di persona di cosa si trattasse. Si era imbarcato su un aereo per l’Oriente senza dare spiegazioni nemmeno a Mr. Bargain, il suo preparatore atletico, covando la malcelata illusione che l’occasione potesse finalmente trasformarsi in una svolta decisiva per la sua carriera di centometrista.<br />
Adesso che era arrivato, però, non ne era più così sicuro. Il 2027 stava volgendo al termine, non c’era più molto tempo prima dei prossimi giochi. Fino a Parigi 2024 aveva potuto illudersi che i tanto attesi risultati non fossero arrivati solo per via della sua età troppo giovane, della preparazione ancora acerba, delle sue umili origini africane, ma ormai non era più l&#8217;ultimo arrivato. La possibilità che i suoi sogni di gloria si realizzassero davvero cominciava a sfumare all’orizzonte, soprattutto dopo la delusione delle ultime olimpiadi, che gli bruciava ancora fresca nell’orgoglio. Era da oltre dieci anni che il cronometro migliore per i 100 metri piani rimaneva fisso a 9’26’’, da quando il congolese Obutu, a Tokyo 2020, era riuscito a percorrere la pista in soli trentatré balzi, a una velocità media di 43,578 km/h e una di picco di 51,0323 km/h. Una prestazione incredibile, che finalmente aveva strappato il primato a quella di Bolt a Berlino 2009. A Parigi, Akebe Bako aveva corso convinto di riuscire a battere il nuovo record. Se c’era riuscito Obutu, che peraltro era un suo connazionale e aveva una storia simile, non vedeva perché non avrebbe potuto farcela anche lui.<br />
Secondo gli scienziati, la massima espressione delle potenzialità umane per la disciplina sarebbe stata raggiunta proprio per il 2024. Le previsioni matematiche avevano assicurato che in quell’anno il record di Obutu sarebbe stato battuto e i tempi sarebbero scesi fino a 9’21’’. Qualcosa di analogo sarebbe successo anche per altre discipline olimpiche, come la maratona, il salto in lungo e i 100 metri stile libero in vasca lunga. Insomma, i giochi di Parigi rappresentavano l’apice dell’espressione atletica, la riconferma che era ancora possibile per l’umanità battere tutti i precedenti. Chi fosse riuscito a segnare la fatidica cifra, sarebbe stato destinato a gloria imperitura.<br />
Per certe sue ragioni, Akebe Bako era convinto che l’impresa toccasse a lui. Il suo nome sarebbe passato alla storia, associato all’impresa irripetibile che si accingeva a concludere. Lo avrebbero citato subito dopo Carl Lewis, Usain Bolt e Korobe Obutu.<br />
Conscio dell’importanza dell’evento, aveva voluto allenarsi da solo, aumentando il ritmo delle tabelle giornaliere che il preparatore atletico gli aveva fornito. Per quattro anni aveva corso più del dovuto, cronometro elettronico legato al polso per controllare i millesimi di secondo. Ogni giorno si era svegliato all’alba e si era sottoposto a sessioni durissime, determinato a raggiungere l’obiettivo. Aveva seguito una dieta vegana rigorosa per ottenere la massima potenza esplosiva dai propri muscoli, ma senza perdere elasticità, come ormai era dimostrato dagli studi nutrizionali più avanzati. Nei momenti migliori, quando aveva la mente sgombra di preoccupazioni, aveva quasi sfiorato i tempi di Obutu, ma non era mai riuscito a superarli, neanche in prova.<br />
A Parigi aveva corso sperando in una sorta di miracolo terreno, incapace di rassegnarsi al proprio limite. Ai blocchi di partenza aveva avuto il tempo di pensare alla sua vecchia madre e di affidarsi a una potenza superiore. Poi aveva corso la sua gara. 9’28’’. Mentre gli consegnavano l’oro si era sentito beffato dalla sorte. Il record era rimasto invariato e il nome del già famoso Obutu era ancora lì a campeggiare come una bandiera sull’asta della gloria mondiale.<br />
«L’Ingegner Nii Chang è lieto di riceverla nel suo ufficio.»<br />
A parlare era stata la signorina della reception. Akebe Bako la guardò senza capire esattamente il suo inglese arzigogolato. Gli sorrise con cortesia professionale e gli mostrò la strada.<br />
Si ritrovò in una stanza enorme. I pochi mobili che l’arredavano sembravano troppo piccoli per l’ambiente. Le pareti erano di vetro. Al centro, una scrivania di cristallo e ferro nascondeva una sedia ergonomica ad aria compressa. Sulla parete di fondo, alle spalle della scrivania, una gigantografia ritraeva un giovane atleta di colore su una pista. Akebe Bako rabbrividì riconoscendo se stesso nel soggetto. Senza dubbio lo scatto era stato rubato durante uno degli ultimi allenamenti.<br />
«Forse si starà domandando come mai la sua foto stia appesa nel mio ufficio, signor Bako.»<br />
La voce arrivò dal punto dove si trovava la sedia ad aria compressa. Solo allora Akebe Bako si rese conto che era occupata da un uomo piccolo ed elegantissimo. L’ingegner Nii Chang, presumibilmente.<br />
«Prego, si accomodi.»<br />
L’uomo mostrò una seconda sedia di fronte alla sua. Akebe Bako si sedette, per nulla comodo.<br />
«Avremo modo di parlare dopo. Prima però vorrei chiederle una cosa. Quando ci siamo sentiti al telefono mi era sembrato piuttosto scettico sulla nostra Corporation. Cosa le ha fatto cambiare idea?»<br />
Akebe Bako sapeva la risposta, ma in quel momento non fu in grado di formularla con chiarezza. L’ingegner Nii Chang sembrò intuirla ugualmente.<br />
«Signor Bako, stiamo contattando tutti gli atleti che hanno corso le olimpiadi del 2024 a Parigi. Come lei ben sa, i calcoli matematici avevano previsto che in quell’occasione si sarebbe segnato un nuovo record. Forse avrà avuto modo di sentire che la New Technological World Corporation for Athletics sta indagando sulle cause per cui ciò non si è verificato.»<br />
Akebe Bako guardò l’uomo. Aveva i capelli grigi e la pelle sembrava lucida di cera. Gli occhietti vivaci si muovevano con un luccicore sinistro dietro un paio di occhiali senza montatura. Senza sapere perché, si sentì nuovamente a disagio.<br />
«Nessuna delle discipline per cui ci si aspettava un superamento del limite ha risposto come sperato alle previsioni del modello matematico, tantomeno i 100 metri piani. Le prestazioni si sono inspiegabilmente fermate a un livello stabile. Sembra che non siano possibili ulteriori margini di miglioramento.»<br />
Akebe Bako provò a protestare che non c’erano ancora sufficienti prove per sostenere questa tesi. Sarebbero migliorati ancora. Si sarebbero scoperti nuovi metodi per ottenere dal corpo risultati migliori. Oppure poteva sempre saltare fuori qualche nuovo atleta in grado di correre i 100 metri in meno di trentatré balzi.<br />
«Purtroppo questo è altamente improbabile, signor Bako. La tecnologia ha già dato tutto ciò di cui è stata capace. La programmazione degli allenamenti, il monitoraggio dell’impegno anaerobico, il controllo dello sforzo richiesto alla massa muscolare, l’ottimizzazione del dispendio energetico, tutti questi parametri sono arrivati a livelli ineccepibili, ma ciò non è stato sufficiente. Dobbiamo ammettere l’errore del calcolo evolutivo.»<br />
Akebe Bako guardò l’omino aspettando di capire dove volesse andare a parare.<br />
«Vede, signor Bako, la nostra società si è occupata per anni di studiare da vicino il fenomeno. Abbiamo accumulato materiale, redatto statistiche, verificato le ricerche antropometriche. Sembrerebbe proprio che il limite della macchina umana sia stato raggiunto. Finché si continuerà a competere in questo modo, l’umanità non potrà aspettarsi niente di più. Nel giro di cento anni, si assisterà a un naturale declino delle prestazioni.»<br />
Akebe Bako si rese conto troppo tardi della smorfia terrorizzata con cui stava cominciando a guardare il suo interlocutore.<br />
«Mi dispiace. La storia è fatta di cicli. A un periodo di massima prosperità non può che seguire una fase di decadenza. È il corso naturale delle cose. Ed è proprio per contrastare quest’ordine prestabilito ed evitare la catastrofe che la mia azienda si è preparata per tempo.»<br />
Akebe Bako lo guardò senza capire.<br />
«Come le dicevo, abbiamo raccolto moltissimo materiale, come può constatare da questo fascicolo e dalla gigantografia alle mie spalle.»<br />
Improvvisamente l’atleta credette di realizzare le implicazioni dell’affermazione.<br />
«Mi avete spiato?»<br />
«Direi piuttosto che l’abbiamo osservata bene. Col suo consenso, naturalmente.»<br />
«Non mi risulta di aver mai preso accordi con la vostra società.»<br />
«Non direttamente, in effetti. Ma quando ha firmato il contratto con il suo preparatore atletico, il signor Bargain, leggo qui, dico bene?»<br />
L’ingegner Nii Chang aprì il fascicolo in maniera plateale e vi lesse qualcosa come se volesse confermare ulteriormente le proprie convinzioni.<br />
«Aspetti un attimo. Mi sta dicendo che voi e Mr Bargain avevate un accordo segreto?»<br />
L’ingegner Nii Chang estrasse un foglio e andò direttamente a una postilla in calce.<br />
«Signor Bako. Questo è il contratto che lei stesso ha firmato. Qui si dice che lei non nega il permesso alla ricerca scientifico-medica e che è disposto a collaborare qualora enti riconosciuti e qualificati eccetera eccetera eccetera. Come compenso per la prestazione l’ente in questione si impegnerà a versare una somma in denaro eccetera eccetera eccetera. Immagino che i suoi legali le abbiano illustrato il significato di quello che stava per firmare.»<br />
Ad Akebe Bako non restò che constatare quanto aveva fatto. Il suo stupore crebbe ulteriormente quando l’ingegner Chang lo condusse in una stanza attigua e si accinse a illustrargli il seguito. L’ambiente era interamente occupato da un grosso marchingegno. Sulle pareti, tre schermi piatti aspettavano di essere accesi. Akebe Bako non capì subito.<br />
«Vede, signor Bako. Di fronte a un limite, l’umanità si è sempre ingegnata per trovare il modo di superarlo. Il mito del progresso continuo è stato sfatato ormai da tempo. Oggi non si crede più di poter forzare il confine. Ciò non significa che non si cerchino sempre nuovi metodi per aggirarlo. Permetta una domanda.»<br />
«Va bene.»<br />
«Da quanto tempo si allena per affrontare le olimpiadi?»<br />
«Da quando sono bambino.»<br />
«Secondo la sua esperienza, qual è stato l’ostacolo più grande al conseguimento dei suoi obiettivi?»<br />
«Non saprei.»<br />
«Esatto. Non lo sa. E sa perché?»<br />
«No.»<br />
«Perché è sempre stato troppo focalizzato sull’obiettivo. Grazie al cielo siamo stati previdenti. Dentro questa macchina sono registrati i momenti più significativi della sua carriera atletica. Grazie alla visione dei filmati, potrà finalmente prendere coscienza di cosa effettivamente le ha impedito di raggiungere il risultato per il quale si è applicato con tanta disciplina in tutti questi anni. Potrà sembrarle strano, ma l’ostacolo insormontabile contro cui ha lottato ininterrottamente è il suo cervello.»<br />
«Prego?»<br />
«Proprio così, signor Bako. Studi attendibili confermano che il cervello è l’elemento che più di tutti influenza la resa di una prestazione agonistica. È in quest’organo che risiede il vero limite di un atleta, ancor prima che nella sua massima potenza muscolare.»<br />
«Vuole insinuare che il mio cervello sarebbe limitato? Se ne sta facendo una questione di razzismo le giuro che io…»<br />
«Per carità! Al contrario. Il suo cervello, come quello di tutti gli esseri umani, non ha limite. È proprio per questo che abbiamo pensato alla macchina da risultato.»<br />
«La macchina da risultato?»<br />
«Quella che ha di fronte. È un computer molto complesso grazie al quale l’atleta ideale avrà l’opportunità di imparare come oltrepassare il proprio stallo cerebrale. In questo modo potrà finalmente liberarsi delle catene del proprio limite.»<br />
«E come pensate di ottenere risultati migliori? La macchina umana ha raggiunto il suo apice, l’ha detto lei.»<br />
«Escludendo il corpo, ovviamente. Slegati dai parametri tradizionali, e dopo essersi sottoposti a un trattamento della macchina, gli atleti ridurranno al minimo l’affaticamento generale, riuscendo a ottenere una prestazione agonistica pari alla n meno l’attrito dovuto all’accumulo di fatica virtuale durante la vita pregressa. Mi segue?»<br />
Akebe Bako aveva smesso di seguire il ragionamento. L’ingegner Nii Chang concluse: «Vogliamo classificare le peculiarità di diversi atleti e, una volta che avremo immagazzinato abbastanza schede, saremo in grado di farli confrontare su un piano diverso. Nel giro di qualche mese saremo in grado di offrire alle selezioni individui del tutto rinnovati, formati in maniera inedita e vincenti su tutti i fronti. La provi, su. Non ha che da accomodarsi all’interno.»<br />
«Ma questo è doping genetico! È contro il regolamento!»<br />
«Non sia ridicolo, signor Bako. Qui non si tratta di regolamento. Stiamo parlando della più grande rivoluzione tecnologica, etica e universale mai applicata al mondo dello sport! Ben presto tutti gli atleti del pianeta vorranno servirsi del nostro sistema di risultatizzazione e non solo nel mondo delle olimpiadi. Prevediamo un upgrade della macchina anche per quanto riguarda i campi degli sport tradizionali individuali e più in là anche per quelli di squadra. Si rende conto? Questa potrebbe essere la svolta definitiva per la sua carriera di velocista! Che cosa aspetta?»<br />
L’ingegner Nii Chang spinse Akebe Bako sulla poltrona, gli applicò elettrodi e cavi su tutto il corpo, spense le luci e attivò il marchingegno. Gli schermi si accesero e i ricordi cominciarono a scorrere.<br />
Innanzitutto venne proiettato un sogno ricorrente che aveva cominciato a intrufolarsi nelle sue notti dopo lo smacco di Parigi. Akebe Bako correva disperatamente verso la casa di sua madre, quella dove abitava da piccolo con tutti i suoi fratelli. La casa però era lontanissima, al punto da sembrargli irraggiungibile. Man mano che avanzava, si rendeva conto di stare correndo su una pista. Alla fine della corsia, il traguardo si allontanava sempre di più a ogni passo che faceva. Doveva assolutamente raggiungerlo, ma quello si spostava, allungando la distanza tra lui e la casa materna. Si svegliava sempre più spesso in un bagno di sudore, i pugni contratti e le lacrime agli occhi. Era un sogno che lo sconvolgeva ogni volta. Anche se ormai sapeva già come andava a finire, la forza con cui era capace di travolgerlo non si affievolì.<br />
Ci furono alcuni <em>frame</em> delle sue corse reali. Le giornate regolari. I sonni tranquilli. La fiducia nel futuro e nelle proprie capacità. Si osservò mentre mangiava con dedizione un intruglio energetico bilanciato. E ancora allenamenti. Sessioni di sudore e denti stretti. Si vide passare davanti agli occhi la storia d’amore che non aveva mai avuto il tempo di vivere, gli amici a cui aveva rinunciato perché la sua dieta vegana vietava tassativamente la birra e le ore piccole nei pub, veleno per il suo orologio biologico di sonno-veglia.<br />
Poi si rivide bambino, il giorno in cui aveva trovato la rivista sul tavolo della cucina materna. Era il 2012 e lui era un ragazzino come gli altri a Yaoundé. L’articolo era scritto in inglese e parlava di un atleta ideale, probabilmente venuto dall’Africa, che nel 2024 avrebbe superato tutti i suoi predecessori nei 100 metri piani. Al momento gli era sembrato solo strano che si trovasse lì. Sua madre leggeva soltanto vecchie riviste di cucina arrivate dal Marocco, ricette inverosimili da cui elaborava i piatti con cui sfamava la famiglia.<br />
La visione successiva risaliva a qualche mese più tardi. Era il suo primo incontro con Mr. Bargain. La madre aveva allestito il salotto buono per l’occasione e poi aveva mandato a chiamare i suoi figli maschi. L’americano aveva distribuito caramelle e sorrisi e poi aveva scelto lui. Akebe Bako ancora aveva ben chiaro lo sguardo con cui l’aveva studiato, come si trattasse di merce. Mani erano state strette, promesse intrecciate. Poi Mr. Bargain gli aveva procurato un passaporto e se l’era portato in America. Da allora, Akebe Bako, cittadino camerunense naturalizzato statunitense, aveva dedicato tutta la sua vita a quel sogno di gloria. Si era allenato tutti i giorni per diventare l’atleta ideale, quello che nel 2024 avrebbe raggiunto il record mondiale imbattibile per i 100 metri piani.<br />
A un tratto le immagini sullo schermo si fecero confuse, come se arrivassero da troppo lontano. Una nostalgia dolorosa lo costrinse addirittura a piangere. Alla fine di tutto, vide di fronte a sé un piatto di arrosto di antilope fumante. Era una delle ricette modificate di sua madre, quella riservata alle occasioni importanti. Non era realmente antilope, probabilmente si trattava di uno dei polli rinsecchiti che razzolavano tra la spazzatura nella strada dietro casa e a cui sua madre riusciva a torcere il collo nei giorni fortunati, però l’avevano sempre chiamato arrosto di antilope, perché era il piatto delle ricorrenze speciali. Fino a quando aveva vissuto a casa con i fratelli, Akebe Bako l’aveva amato e atteso più dei regali di Natale. Poi se l’era dimenticato dietro i mucchi di carboidrati, integratori di vitamine e sali minerali della sua dieta da sportivo.<br />
Cercò di uscire dalla macchina. L’ingegner Nii Chang lo osservava con piglio da scienziato.<br />
«Mi liberi immediatamente! Non voglio vedere oltre!»<br />
«Non sono io che la tengo, signor Bako. Se questo è ciò che vuole, non ha che da interrompere la visione. Deve solo comunicare l’input al suo cervello.»<br />
Con suo sommo stupore, finalmente il flusso dei ricordi si esaurì e gli schermi si spensero.<br />
«Come si sente?»<br />
«Non saprei.»<br />
«È stato molto doloroso?»<br />
«Abbastanza. Ora va meglio, però.»<br />
Mentre parlava, Akebe Bako constatò incredulo che era la verità. L’ingegner Nii Chang lo condusse di nuovo nel suo ufficio e gli allungò un foglio.<br />
«Lo legga con attenzione, signor Bako. Poi, se è d’accordo, firmi.»<br />
Era un contratto di cessione dei diritti. Akebe Bako valutò l’ipotesi. Cercò di calcolare un eventuale vantaggio per sé e le conseguenze effettive sulla propria reputazione. Infine decise di accettare. L’accordo veniva stipulato tra il signor Akebe Bako e la New Technological World Corporation for Athletics. Il signor Bako si impegnava a sottoporsi al trattamento completo con la macchina da risultato, con la specifica che i materiali estratti dalle sedute sarebbero rimasti negli archivi della suddetta società, senza che il soggetto potesse rivendicare in futuro eccetera eccetera eccetera. In cambio la società si impegnava a offrire al signor Akebe Bako, come compenso, la somma monetaria di eccetera eccetera eccetera, secondo le forme e le scadenze specificate personalmente tra eccetera eccetera eccetera. La società si offriva di informare il soggetto interessato di ogni eventuale miglioramento delle sue prestazioni o vittoria che fosse riuscito a conseguire grazie al metodo proposto. In ultima postilla, il signor Bako si impegnava alla massima riservatezza in merito all’esperienza presso la New Technological World Corporation for Athletics e al contratto stesso. In fede, Pechino, 23 ottobre 2027.<br />
Akebe Bako lesse con calma tutte le clausole del contratto, poi firmò, riconsegnò il plico all’ingegner Nii Chang e attese. Il giovane atleta ideale, promessa mancata dello sport agonistico per i 100 metri piani, sentì per un attimo che finalmente avrebbe oltrepassato un traguardo irraggiungibile.<br />
«Benvenuto nella nostra compagnia, signor Bako. Vedrà che non si pentirà della scelta.»<br />
L’ingegner Nii Chang gli strinse la mano e si scomodò addirittura ad accompagnarlo all’uscita.<br />
«Mi dica un’ultima cosa, signor Bako. Qual è il suo desiderio più grande, dopo quello di battere il record? La New Technological World Corporation for Athletics sarà lieta di soddisfarlo.»<br />
Ancora scosso dagli eventi delle ultime ore, l’atleta non riuscì a scegliere quale fosse il rimpianto più grande che si era lasciato alle spalle durante tutti quegli anni. Battere il record era stato l’unico obiettivo della vita da quando era ancora un bambino. Le sue giornate, le sue esperienze, la sua identità erano state regolate in funzione di ciò. Adesso che aveva improvvisamente escluso quest’ambito, gli rimaneva soltanto una generica emozione. Alla fine si sentì rispondere: «Qualunque cosa?»<br />
«Qualunque cosa.»<br />
«Tornare dalla mia famiglia, avere di nuovo dieci anni, mangiare l’arrosto di antilope con i miei fratelli e diventare un meccanico come mio padre.»<br />
«Cercheremo di accontentarla, disse l’ingegner Nii Chang, e si congedò alla maniera orientale.»</p>
<p><em>Il giorno in cui Akebe Bako arrivò a Pechino, aveva ventidue anni e nessuna idea precisa di cosa lo aspettasse. Il 2027 era agli sgoccioli. In piedi nell’atrio della New Technological World Corporation for Athletics, mentre attendeva che un taxi lo riportasse in aeroporto, si augurò che accettare l’invito non fosse stato l’errore più irreparabile della sua carriera.<br />
</em></p>
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		<title>Il prato dell&#8217;autoscontro di Luigi Antioco Tuveri</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 09:41:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A primavera sarebbero iniziati i lavori. L’impresa lo aveva recintato coi nastri di plastica arancioni. Il cartello con le date era bene in vista, conficcato nel fango, plasticato. Sarebbero arrivate le ruspe e le gru, il geometra e il capomastro, e gli operai avrebbero eseguito l’autopsia. Quel prato era lì da sempre, a pochi isolati dal quartiere dove Italo era cresciuto. Sposandosi si era trasferito qualche chilometro più lontano, in una zona residenziale, e passando dal quartiere si ricordò che le giostre, tanti anni prima, si mettevano proprio lì, sul prato dove era accaduta una cosa che presto le nuove fondamenta avrebbero seppellito. Per un attimo rivide le luci dell’autoscontro filtrare tra gli sbuffi di nebbia, sentì l’odore delle frittelle e udì la sirena del pungiball risuonare davanti alla superbia dei gareggianti.</p>
<p>«Com’è andata in ufficio?» domanda Sara.<br />
Italo lecca le dita salate di patatine: «Vuoi?»<br />
«Sto andando in palestra.»<br />
«Appunto» dice lui, «metti qualcosa sotto i denti.»<br />
«Non le patatine. Dovresti fare un po’ di moto anche tu.»<br />
«Sono più in forma di tanti altri.»<br />
«Contento tu» infila le scarpe da tennis, «fai andare la lavastoviglie, non torno per cena.»<br />
«Volevo dirti una cosa», la insegue e Sara si ferma sull’uscio, attende che Italo concluda ma lui fa segno di no. Immagina la ruspa azzannare il prato e i camion rubare la terra ancora viva di fili d’erba: «Nulla d’importante» dice mentre il segreto si sgretola in zolle di malta, «buona ginnastica».<br />
«Resta sveglio, così mi racconti questa cosa poco importante.»</p>
<p>Italo apre il frigorifero e carica il piatto di avanzi: pollo, finocchi gratinati, riso alle erbe. Infila tutto nel microonde. Apparecchia in sala. Alza il volume della tivù. Novembre è attaccato al finestrone. Spegne la lampada centrale e muove il variatore dell’applique sciogliendo poche candele nella penombra. Suona il telefono. Ci pensa un attimo, poi afferra il cordless e risponde.<br />
«Buonasera» dice la voce, «parlo col signor Italo Landi?»<br />
Italo esita: «Sono io» dice quasi senza volerlo.<br />
«Signor Landi, di nuovo buonasera. Sono Giorgio» continua la voce, «chiamo dal centro servizi J-Net. Sono l’operatore duemilaseicentodiciotto e volevo sottoporle, se avrà la gentilezza di concedermi tre minuti del suo tempo, una proposta che riguarda i nostri servizi di telefonia integrata, pay-tv e Internet mega veloce.» L’operatore prende fiato e attende.<br />
«Stavo cenando.»<br />
«Le rubo solo un minuto signor Landi, anzi tre» ripete a memoria. «Le anticipo che riceverà un prezioso e simpatico omaggio senza sottoscrivere alcunché. Valuterà poi la proposta J-Net. Io non la disturberò più; la chiamerò solo un’altra volta per chiederle, signor Italo Landi, cosa avrà deciso e in caso di risposta negativa la toglieremo dall’elenco dei potenziali clienti.»<br />
Italo abbassa la tivù e si lascia cadere sul divano. L’odore di pollo scaldato ha invaso la casa. L’operatore legge un testo prescritto. Italo non fiata. L’addetto illustra con chiarezza tipologie di collegamento, caratteristiche tecniche, possibilità contrattuali, tabelle di risparmio sulle telefonate verso i cellulari, peculiarità della pay-tv. Parla per tre minuti esatti: «È il miglior contratto che possiamo sottoporle» conclude.<br />
Italo si alza e s’appoggia al vetro. Il giardino condominiale è un lago di silenzio, radi rimbombi mordono le pareti: «Siete tanti» dice, «prima ce ne saranno duemilaseicentodiciassette, o sbaglio? Magari c’è il duemilaseicentodiciannove» prosegue. «O è solo un numero per impressionare? Che fatturato ha la J-Net?»<br />
«Veramente, signor Landi, non è mio compito spiegarle l’organizzazione aziendale.»<br />
«Lo so, ma rilassati. Hai una voce giovane. Ventiquattro anni? Sei a progetto? Precario? Ti pagano a provvigioni? Quanto dura il contratto? O sei l’operatore duemilaseicentodiciotto perché vi tengono un giorno e poi vi rimpiazzano?»<br />
«Signor Landi mi perdoni, devo interromperla e chiederle se è interessato alla proposta.»<br />
«Che fretta hai adesso?»<br />
«Ho delle procedure da seguire.»<br />
«E se ti dicessi che sì, sono interessato alla proposta J-Net?»<br />
«Avrei altri tre minuti da dedicarle per compilare il contratto.»<br />
«Non ho detto che accetto, ma che potrei essere interessato.»<br />
«Le ho spiegato tutto, se le interessa chiudiamo il contratto.»<br />
«Troppa fretta caro duemilaseicentodiciotto, le telefonate saranno registrate e in quanto a cortesia non stai facendo un buon lavoro. Hai catturato un acquirente e lo tratti così?»<br />
«Ho tante chiamate da fare e ho superato i tre minuti. Facciamo così signor Landi, le spedisco a casa l’omaggio.»<br />
«Non m’importa un fico secco dell’omaggio.»<br />
«Le spetta di diritto.»<br />
«Guarda che sono interessato alla proposta J-Net.»<br />
«Perfetto.»<br />
«Ma un amico passato a J-Net non si è trovato affatto bene.»<br />
«Non sono tenuto ad ascoltare lamentele riguardo a un cliente, le ripeto che le spediremo l’omaggio, la richiamo tra una settimana e mi saprà dire. Sul nostro sito ci sono tutte le informazioni di cui ha bisogno per decidere.»<br />
«No!»<br />
«No? No, cosa?»<br />
«Arrivo a casa, sto cenando e tu mi chiami. Bene: adesso mi stai ad ascoltare.»<br />
L’operatore duemilaseicentodiciotto osserva il capoturno che a sua volta lo sta guardando e fa segno ch’è tutto a posto. Il centro help-desk è un riverbero di radiazioni luminose e brusii e tic-tic di mani sulle tastiere. I tavoli, incrociati a ics, formano isole in grado di ospitare dodici addetti. Il capoturno ha una scrivania singola in testa all’arcipelago, scrive un messaggio e lo inietta nel sistema, un secondo dopo sta lampeggiando sul video dell’operatore: <em>Andare Avanti</em>.<br />
«La sto ascoltando signor Landi.»<br />
«Il contratto non mi convince, ma alla fine della nostra chiacchierata lo sottoscriverò.»<br />
«Le assicuro che l’offerta è espressa senza trascuratezze.»<br />
«Ti ripeto che non importa, lasciamo stare la pay-tv che si blocca, i megabyte, il canone che J-Net recupera con lo scatto alla risposta. Stasera ho solo bisogno di parlare, tutto qua.»<br />
Il responsabile infila la cuffia e trasmette a tutti i turnisti la telefonata in corso tra Italo Landi e Giorgio Scalise, convinto di mostrare in diretta come acquisire un cliente. Spinge il pollice in su e invita l’operatore a non mollare.<br />
«Avrei bisogno dei suoi dati completi» dice Giorgio a Italo.<br />
«Poi ti darò tutti i dati che vuoi.»<br />
«Espletiamo le pratiche burocratiche e la starò ad ascoltare.»<br />
«Il numero della carta di credito lo darò alla fine.»<br />
«Cosa le fa credere che io sia la persona adatta ad ascoltarla?»<br />
«Non lo so infatti, fa niente. Meglio parlare tra sconosciuti.»<br />
«Sì, forse…»<br />
«Avrai il tuo contratto. Mi pare uno scambio accettabile?»<br />
Italo detta i dati. Gli operatori ammiccano. Sui monitor lampeggia il messaggio spedito dal capoturno: <em>Mille Strategie, una Missione, un Nuovo Contratto, uno di più</em>. Giorgio posiziona il cursore sul campo per il numero della carta di credito. Sistema la cuffia: <em>Ready Player One</em> pensa.<br />
«Ci costruiranno una casa» dice Italo, «lo hanno già recintato.»<br />
«Una casa? Dove?»<br />
Il responsabile del servizio è appagato: lascia che i turnisti, ascoltando le parole di Italo Landi, possano prendersi una pausa facendo tesoro del metodo d’aggressione attuato dal collega.<br />
«Vicino a dove abitavo da ragazzo c’è sempre stato un prato, niente di speciale. Hai presente un prato inutile? Non un prato delle Dolomiti o al lago. Un pezzo di terra ed erba rimasto lì, tra i centri commerciali, i benzinai e i palazzi. Una roba così.»<br />
«Un prato, certo.»<br />
«Ci faranno sopra una casa.»<br />
«Certo, normale.»<br />
«È sempre normale, ogni cosa. Tutto è sempre normale.»<br />
«Dove abito arrivano e recintano. Fanno case, capannoni.»<br />
«Era il Settantacinque quando accadde, sì, non c’erano stati né i mondiali né le olimpiadi.»<br />
«Settantacinque.»<br />
«Andrea era un mio amico. Lo conoscevo da sempre; in quartiere ci si conosceva tutti. Non era un ragazzo normale. Sua madre durante il parto aveva avuto dei problemi e a lui era mancato l’ossigeno al cervello. Così era rimasto scemo, ritardato.»<br />
«Capisco.»<br />
«Cose che capitano, normali.»<br />
«Mi spiace.»<br />
Italo parla con gli occhi chiusi: «All’asilo ci trovammo nella stessa classe e d’istinto gli stavo dietro. Era seguito anche da un’insegnante di sostegno, ma spesso mancava e così, se lo vedevo in difficoltà, mi facevo trovare. Ero suo amico, l’unico o uno dei pochi. Da bambino mi venne naturale dargli una mano e i genitori di Andrea fecero domanda affinché alle elementari potesse stare in classe con me. Cosa che avvenne anche per i tre delle medie. Era felice più di tutti noi, i normali».<br />
Giorgio Scalise gonfia le guance e il collega di fronte gli rimanda le boccacce. Il capoturno non stacca l’online della chiamata su tutte le linee. Alcuni si picchiettano l’indice sulla tempia, altri ne approfittano per sbocconcellare biscotti.<br />
«Nel prato c’erano le giostre. Il prato dell’autoscontro, è così che lo chiamavamo: l’autoscontro era la sfida. Non l’ho mai raccontata a nessuno questa storia, mi vergogno ancora, eppure sono passati più di trent’anni. È una di quelle schegge che ti porti sotto la pelle per tutta la vita.» Italo spegne la tivù e inizia a girare per la casa. «Avevo tredici anni, Andrea quindici. Mia madre diceva che con Andrea dovevo avere pazienza, che lui era più grande di me, ma era come avesse sempre dieci anni di meno. Nel Settantacinque frequentavamo la terza media. Lui aveva quel viso perso dentro un sorriso ebete fatto di denti bianchi ed efelidi. Diversamente abile? Si dice così vero? Al quartiere lo chiamavano tutti il mongolo. Pochi istanti senza aria e tutta la vita senza camminare bene, senza parlare bene, senza capire, senza sapere. Senza fare l’amore. Preso in giro dai bambini più piccoli, insultato da quelli più grandi.» Italo è seduto sul bordo della vasca: «Sei ancora lì?»<br />
«Sono qui» risponde Giorgio Scalise.<br />
«Quella volta avevo promesso ad Andrea che lo avrei portato a fare un giro sull’autoscontro. Lui aveva visto i camion delle giostre e a niente erano serviti i miei tentativi per dissuaderlo. Gli occhi gli brillavano e con quel suo linguaggio strano più di una volta mi aveva detto che gli sarebbe piaciuto salirci e che lui però non sapeva guidare.» Italo accarezza col piede una piastrella. «Quel giorno passai a prenderlo senza immaginare che sarebbe stata l’ultima volta. Stringeva nella mano le monete per i gettoni e nella foschia del tardo pomeriggio avvistammo il prato da lontano. Le luci delle giostre lo riportavano come fosse l’unica cosa che esistesse. C’era odore di caldarroste e tutto era fumo. I ragazzi del quartiere, quelli delle medie e quelli più grandi, erano lì, a branchi. Coi giubbotti e i motorini, con le ragazze in calzamaglia e il trucco pesante. Io non volevo farmi vedere con Andrea, a lui non importava essere deriso, invece a me sì. C’erano anche Carlo e Vittorio: stavano lì a tirar colpi al pungiball. Io mi ero mimetizzato dentro il cappuccio della felpa. Avevo comprato il gettone, uno solo, e Andrea era così eccitato che faceva un casino terribile, infatti lo videro e cominciarono a canzonarci. “Ma cosa fate?” dissero, “andate a fare un giro sull’autoscontro? Assieme? Come due innamorati?” Carlo e Vittorio spalleggiandosi si avvicinarono. Andrea sapeva ch’erano cattivi e glielo diceva in faccia, ma quelli ridevano di più. Non volevo pensassero fossi uno scemo anch’io, non volevo. “Che ci fai qui con il mongolo?” Andrea, anche se capiva che ce l’avevano con noi, rideva. “Italo porta giro. Italo porta giro” diceva con la sua voce stonata. E loro: “Ma bravo Italo che fa le buone azioni”. Poi Vittorio s’avvicinò e mi disse una cosa all’orecchio. Dissi “No”. Lui la ripeté a Carlo che scoppiò a ridere. Vittorio mi guardò diritto negli occhi dicendo “Sì, lo devi fare”.»<br />
«Cosa ha dovuto fare?»<br />
«Salimmo tutti sull’autoscontro» prosegue Italo sdraiato sul parquet, «io con Andrea. Vittorio, Carlo e tutti gli altri della cricca, a due a due. Appena partiti accostai la macchina al bordo della pista e scesi al volo abbandonando Andrea. Lo lasciai lì, sperduto, senza che avesse idea di come guidare. Ancora oggi vedo la sua bocca aperta, le parole mute. Terrorizzato si aggrappava al volante, disperato, come stesse precipitando dalla cima di un monte. Gli altri cominciarono a piombargli addosso da tutte le parti. La vettura di Andrea, finita in mezzo alla pista, era il bersaglio perfetto. Bombardata dagli scontri premeditati di Carlo e Vittorio e di tutti. La testa di Andrea vacillava, picchiò il viso sul volante. La spina dorsale si fletteva come quella d’un burattino, e per la prima volta lo vidi piangere.» Italo ha aperto l’anta dell’armadio e tra gli abiti c’è il profumo di Sara: «Non smisero un attimo di colpirlo. Io, rimasto sul bordo della pista, mi vergognavo e mi nascosi. Aspettai la fine del giro. Carlo e Vittorio ridevano soddisfatti e in fondo non avevano fatto niente di male; erano andati sull’autoscontro e sull’autoscontro si fa così; ero io il verme. Andrea era frastornato: due gocce di sangue gli bucavano le labbra. Lo aiutò a scendere il ragazzo dell’autopista. Andrea mi corse incontro ma non avevo il coraggio di guardarlo. Lo accompagnai a casa senza parlare. Non salii a casa sua né quella sera né mai più. A scuola cominciai a evitarlo e i professori se ne accorsero. Immagino pensassero che dopo tanti anni fossi stufo, gli affiancarono un altro compagno e ne fui felice. Non scambiammo più una parola. L’anno scolastico a giugno finì. Non gli parlai mai più. Mi capitò a volte d’incrociarlo, lui. O lui con i genitori. O i genitori e basta. Ma ero sempre abbastanza pronto a evitarli». Il rivestimento del piumone è fresco, Italo si lascia cadere sul letto e con la guancia libera striscia verso i cuscini: «È questa la storia».<br />
Giorgio Scalise non sa che dire, sente che una parola deve pronunciarla ma tutte quelle che gli vengono in mente sono sbagliate: «Andrea? Ora come sta?» domanda poi.<br />
Italo si mette seduto: «Ho il numero della carta» dice, «chiudiamo il contratto».<br />
«Certo, il numero» dice Giorgio tornando a essere l’operatore duemilaseicentodiciotto.<br />
Il capoturno blocca la replica della telefonata agli altri addetti. Italo detta il numero della carta. Le luci delle chiamate riprendono a illuminarsi e le voci degli operatori a incrociarsi come echi di uccelli in una grotta.<br />
«Tutto a posto signor Landi, contratto firmato.»<br />
«Allora attendo i vostri specialisti per il cablaggio.»<br />
«Sì, sarà ricontattato nei prossimi giorni dall’ufficio tecnico.» </p>
<p>Sara torna dopo mezzanotte. Si seguono fino a letto.<br />
«Questa cosa da dirmi?» chiede lei.<br />
«Nulla.»<br />
Italo fa per spegnere l’abat-jour ma Sara gli ferma il braccio.<br />
«Mi hai aspettato, parla allora.»<br />
Italo ci pensa un attimo poi comincia: «Dopo la rotonda del centro commerciale, in quartiere, c’è quel prato.»<br />
«E?»<br />
Parlano sottovoce, nei respiri. Il silenzio si espande dal loro appartamento a tutto il condominio, alla strada.<br />
«Ricordi Andrea? Quel ragazzo ritardato.»<br />
Italo racconta un po’ della loro amicizia e conclude: «a volte mia madre ne parla, c’è di certo in qualche foto di quand’ero ragazzo».<br />
«Mi pare.»<br />
«Alle giostre gli feci uno scherzo e ora che sul prato ci fanno una casa, il segreto marcirà in me, non potrò chiedere perdono.»<br />
Sara si accarezza i capelli tirandoli sulla fronte: «Perdono?»<br />
«Sì, gli feci uno scherzo orribile.»<br />
«Parli di uno scherzo fatto da ragazzino?» Sara spinge via la spalla di Italo: «Ma dai!»<br />
«Non hai capito», Italo si volta verso l’armadio. «Dai, dormiamo».<br />
«Sì, dormiamo», Sara con uno scatto gira l’interruttore e spegne l’abat-jour.<br />
«Sei cinica» dice Italo con gli occhi aperti nel buio.<br />
Lei con un balzo si mette seduta: «Quale terribile scherzo puoi avergli fatto? Eri un ragazzo».<br />
«Proprio non vuoi capire e in fondo non è colpa tua.»<br />
«Smettila di offendere, poi lo so che ti piace far la vittima.»<br />
«Cinica e gelida.»<br />
«Mica l’hai ucciso.» Allunga i piedi sulle gambe di Italo, «Questi invece sono gelidi» ride.<br />
«Non l’ho ammazzato, no. E comunque Andrea è morto oramai.»<br />
«Mi spiace.»<br />
Italo sposta il piumone, si alza e seduto sul bordo del letto cerca le pantafole.<br />
«Dove vai?»<br />
«A vedere la tivù.»<br />
«Ho detto che mi dispiace.»<br />
«Cosa ti dispiace? Che stasera ho stipulato un contratto telefonico con la J-Net?»<br />
«Cosa? E che c’entra adesso?»<br />
«In cambio l’operatore è stato ad ascoltare la storia dello scherzo.»<br />
A Sara scappa una risata: «Cosa? Non è vero. Mi prendi in giro?»<br />
«No, e nei prossimi giorni verranno col router e tutto il resto.»<br />
«Sono stati ad ascoltarti?» Sara ride e non riesce a trattenersi, gattona verso Italo: «Ma dai!», gli tamburella la schiena.<br />
«Smettila un po’.»<br />
«Pensavo che forse» diventa seria, si affianca a Italo rimasto seduto e lo cinge, «sei ancora in tempo.»<br />
«Per cosa?»<br />
«Non so, andare dai genitori di Andrea: sarebbe carino. Abitano ancora al quartiere?»<br />
«Credo di sì.»<br />
«Allora vacci.»<br />
E restano nell’abbraccio qualche attimo, poi tornano insieme sotto il piumone.</p>
<p>C’è il sole freddo di fine novembre posato sull’asfalto del quartiere. Italo suona il campanello di casa Toscani. La faccia della madre di Andrea non è cambiata. Era già vecchia nel 1975 e non è invecchiata di più adesso. Dietro arriva il marito, non è cambiato nemmeno lui: sulle linee del volto è marcata una cordialità spontanea. È solo più grasso, pensa Italo mentre sente sfilare a un altro piano l’ascensore. La madre di Andrea chiude la porta e Italo è pentito di esserci. Anche la casa è uguale a come la ricordava. Lo stesso aroma dolce, i quadri con le cornici cesellate, le luci vaniglia e le ombre castane.<br />
«È passato tanto tempo» dice Nina, «ho saputo che venivi e non m’è parso vero.» Stringe gli occhi per guardarlo meglio: «Non potevo crederci», è acciambellata in uno scialle di lana.<br />
«Siamo felici che sei qui» aggiunge il signor Gianni seguendoli.<br />
«Faccio il caffè» dice Nina deviando in cucina.<br />
Gianni entra in sala seguito da Italo: «Siamo rimasti soli» prende una sedia e offre il divano a Italo, «era sempre allegro, un tesoro, il nostro piccolo tesoro». Poi si fa silenzioso, un artiglio gli attraversa lo sguardo e lo trascina nel desiderio di un’attesa.<br />
Nina, dopo qualche minuto, entra col vassoio e le tazzine fumanti: «Che succede qua?» dice, «Gianni, mica avrai cominciato a fare discorsi tristi?»<br />
«Nessun problema, Nina» dice Italo.<br />
«Beviamo il caffè», Nina posa il vassoio sul tavolo. «Zucchero?»<br />
Gianni rimane sulla sedia, vorrebbe stare zitto: «Anche dopo che non sei venuto più» ricorda invece «lui parlava sempre di te».<br />
Nina gira un’occhiataccia al marito: «E tu, come stai?» domanda a Italo.<br />
«Io bene.»<br />
«Il lavoro?»<br />
«Va.»<br />
Gianni sorseggia il caffè: «Andrea ti ha aspettato tutta la vita, per lui il tempo scorreva in modo diverso» dice, «aveva quarantadue anni quando è morto, cinque anni giusti mercoledì scorso».<br />
«Non assillarlo.»<br />
«Vado a prendere i biscotti», Gianni si alza, strascica le pantofole.<br />
«Controlla il forno» gli dice Nina.<br />
Italo sta ancora girando il cucchiaio nella tazzina.<br />
«Capiva sempre meno» dice Nina, «si spegneva, ma di te s’è ricordato fino all’ultimo.»<br />
«Non ho potuto più tornare» prova a dire Italo.<br />
«Quanti anni hai ora?»<br />
«Quarantacinque.» Italo trattiene in gola tutta la sua vita, un momento dopo l’altro, tutto lo scempio di cose inutili che si fanno, che si dicono, che si progettano. Neppure serve piangere, pensa, né domandare perdono né sopravvivere ai sensi di colpa. Semplicemente basterebbe non esistere oppure esistere meglio.<br />
«Hai figli?»<br />
Tace e fa segno di no. Poi guarda Nina e parla: «Sono passati trentadue anni» dice «da quel giorno che l’ho portato all’autoscontro.»<br />
«L’autoscontro» ripete Nina in un sospiro, «era buio ed è arrivato in casa senza di te. M’era parso strano, lo accompagnavi sempre e spesso ti fermavi per cena.»<br />
«Cosa ha raccontato di quella volta, Andrea?» domanda Italo.<br />
Nina ride: «E chi si ricorda» dice. «Che si era divertito.»<br />
«Sapeva raccontare le bugie allora», la mascella di Italo si tende. «Andarono in un altro modo le cose, sono qui per domandare perdono.»<br />
Dalla finestra entra il sole, non c’è altro al mondo che la luce.<br />
«Perdonare?» Nina si richiude nello scialle. «Fa freddino, vero?»<br />
«L’ho tradito quel giorno.»<br />
«Dove abiti ora hai il riscaldamento autonomo?»<br />
«Sì Nina, ma tu non ascolti, sono stato un vigliacco, hai sentito?»<br />
«Ti ascolto, e penso tu stia esagerando.»<br />
«Non sono più tornato da lui, da voi» beve il caffè, «sparito.»<br />
«Ti sei punito abbastanza, non credi?» dice Nina. «Abbiamo sempre creduto che Andrea avesse bisogno di noi, anche tu. Invece era il contrario. Non sei più tornato, è vero. Ma chi ha dovuto sopportare il dolore più grande?»<br />
Gianni entra con la torta.<br />
«Comunque non diceva bugie, Andrea.» Nina s’avvicina al tavolo e sparge lo zucchero a velo. «Ora mangiamola questa torta.»<br />
Italo si alza e l’abbraccia, poi abbraccia Gianni.<br />
«Ti aveva perdonato» dice Nina dietro gli occhiali, «la sera stessa ti aveva già perdonato. Perché tu eri il suo amico e basta.»<br />
«C’è ancora caffè. Ne vuoi, Italo?» dice Gianni.<br />
«Sì» resta in piedi in mezzo alla sala, «grazie.» Dalla gola non passano altre parole.<br />
Da un cassetto Nina prende una cartelletta e la apre. Nei colori disordinati del foglio c’è il fumo delle castagne, i lampi delle giostre e in primo piano, sproporzionata, l’autopista. Italo lo prende tra le mani e disegnati ci sono due ragazzetti sull’autoscontro con le braccia in alto e una mezzaluna sul viso.<br />
«Tienilo» dice Nina.<br />
«La torta» dice Gianni, «mangiamola cristo santo.»</p>
<p>Italo pensa al Natale, il ritorno all’infanzia lo spinge attorno ai decori della vigilia. Entra nel tunnel delle solite cose da fare, intanto piove contro i vetri dell’auto, della finestra, del box doccia. Arriva a casa e Sara esce dal bagno coi capelli umidi e si sdraia sul divano. Sul tavolo c’è una scatola da aprire.<br />
«Il tuo omaggio J-Net» dice lei.<br />
«Sono stati di parola, è arrivato davvero.»<br />
Italo con le forbici taglia le regge. Nella scatola c’è un mouse griffato J-Net e una busta.<br />
«Cosa dice la lettera?» domanda Sara.<br />
«Lieti di farle questo regalo, spero gradito eccetera, grazie per la pazienza, eccetera», Italo legge rapido. «Sarà contattato per la decisione riguardo la proposta eccetera.» Si ferma e legge l’altro foglio: «Viste le modalità non conformi agli standard con cui è stato sottoscritto eccetera, la informiamo che la sua richiesta di nuova utenza è stata respinta».<br />
Sara sfila l’accappatoio e si mette sotto il plaid. Italo sfila le scarpe, la giacca, allenta il nodo della cravatta. La schiena gli duole meno del solito. Si volta e Sara è lì sul divano, la tivù è spenta e un piede le dondola dal bordo sbucando dalla coperta appena rimboccata.<br />
«Hai cenato?» chiede Italo.<br />
«Spiluccato» risponde Sara.<br />
«Preparo qualcosa?»<br />
«Tu come stai?»<br />
Italo fa sì con la testa: «Meglio».<br />
«Ricordi? Questa coperta l’abbiamo presa a quel mercatino, a Innsbruck.»<br />
La casa è avvolta nel silenzio, il buio piovoso alla finestra. Pare d’essere finiti in un mondo inesistente, non c’è materia, è come stare dentro una nuvola e volare via senza sapere dove. Italo, mentre scende tra le braccia di Sara, pensa che tutto è passato in fretta. Sara lo avvolge tra le gambe e lui la cinge forte, disperato. Ognuno utilizza l’altro come contrappeso per evitare di schizzare fuori dalla nuvola e perdersi in un limbo più pauroso. Andrea col casco guida l’autoscontro come un pilota vero e la madre ha il suo stesso sorriso. Sara è morbida, ha la pelle fresca e la coperta cade sul pavimento.<br />
Dopo le feste, stanno già lambendo i confini del quartiere. Il freddo di fine gennaio ha lasciato la gente dentro casa, anche il traffico è scarso. È passato un altro Natale, un altro anno, pensa Italo, febbraio ha pochi giorni e a marzo tutto comincerà di nuovo. Sara ha posteggiato la macchina davanti a casa dei suoceri e hanno proseguito a piedi. Italo è perplesso, si piega nel giubbotto e tiene le mani in tasca. Sara cammina lenta, non parla. Ha fatto promettere a Italo di non fare domande. C’è la rotonda del centro commerciale, il benzinaio, la saracinesca del bar tinta di graffiti. Proseguono e si comincia a vedere, nel buio, il nastro arancio che circonda il prato. Italo non capisce, guarda Sara ma lei incrocia l’indice sulle labbra.<br />
Nel prato c’è la pista dell’autoscontro.<br />
«Sono incinta» dice Sara, «domani inizia il terzo mese.»<br />
«Sei pazza?»<br />
«Per il bambino o per la pista?»<br />
«Tutte e due.»<br />
Le luci della pista tracciano il prato, sbuffi di fumo si levano attorno. Sara e Italo si avvicinano. Da lontano scorgono un ometto che fa loro segno di raggiungerlo.<br />
«Li hai i soldi per i gettoni?» ride Sara.<br />
«L’hai fatta venire qua tu?»<br />
«Più facile di quanto credi.»<br />
«E il bambino?»<br />
«È tutto vero.»<br />
«I dottori avevano detto che non era possibile.»<br />
«I dottori sbagliavano.»<br />
Le aste nere salgono verticali verso la rete elettrica. L’ometto attende, spinge una vettura verso il centro della pista, poi torna dietro il banco a far suonare la musica.<br />
«Facciamo un giro» dice Italo.<br />
Sara prende il gettone dal ripiano del giostraio e torna in mezzo alla pista. Sale sull’autoscontro, Italo la segue. Infilano il gettone nella fessura e la macchina parte. Gira seguendo le manovre del volante. Al centro delle razze c’è uno stemma bianco. Gira lenta, curvando, seguendo traiettorie assurde. Ghirigori che lasciano sulla pista scie lucide. Lei ha chiuso gli occhi. Italo pensa ch’è solo un prato, certo, però tanto tempo fa era accaduta una cosa. E poi un’altra, e un’altra, e un’altra ancora.</p>
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		<title>Pupillo di Noemi De Lisi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 09:29:54 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che ti accasci, Panzer ti insulta e tira su con uno strattone. C’è solo lui a tenerti fermo, ti stringe le braccia dietro la schiena, ci fissa da sopra la tua testa. Aspetto il mio turno in fila dietro gli ultimi camerati. Potrei sputarti in faccia come hanno fatto loro, magari in quella nebbia di saliva manco mi riconosceresti. </p>
<p>Di chiamarti «Pupillo» era venuto a me. Quel pomeriggio ascoltavamo Panzer in sala riunioni. Tu eri in ritardo come al solito. Ci stavamo combinando per la manifestazione di Acca Larentia, stavolta dovevamo farla giusta, più grande. Lui ha smesso di guardarci e di parlare, si è sfregiato allungando gli angoli della bocca: «Eccolo!» Mi sono girato e ti ho visto attraversare la sala, saresti dovuto sparire quel giorno. A ogni passo avresti potuto tramutarti in acqua e allagare il pavimento. Mi sarei piegato per raccoglierti in fretta, avrei strizzato lo straccio sopra un secchio fino a rompermi le dita. Ti sei seduto accanto a Panzer e vi siete baciati sulle guance. «È arrivato il pupillo» ho detto, e tutti hanno riso, tranne tu. Dicevi che ero stato un coglione a chiamarti in quel modo ad alta voce, che ti avevo rovinato per sempre. A me invece continuava a sembrare il nome più giusto. Quando tuo padre ti chiamava, lasciavi tutto, pure nel mezzo delle riunioni, e scappavi: «Mio padre ha bisogno, sta male, se non ci vado io, non ci va nessuno» dicevi, ma noialtri sapevamo che non era vero; dei tuoi fratelli lui se ne fregava, voleva solo te, sarebbe morto senza di te. Anche Panzer ti guardava con occhi diversi, non si raschiava mai la gola per rimproverarti come faceva con noi. Diceva che ti vedeva bene come responsabile dopo di lui, che dovevamo portarti avanti perché eri laureato. Hai capito, finalmente, quanto era bello quel nome, quando loro non sorridevano più strizzando gli occhi per la gioia di vederti. Hai capito la differenza quando hanno cominciato a chiamarti «Traditore».</p>
<p>Sto sudando, anche se siamo a gennaio, Panzer si lamenta di aver aspettato così tanto prima di punirti, ha detto che ora tutto l’anno sarà sfortunato perché lo stiamo incominciando così. Ha detto anche che avremmo fatto presto, che non era cosa da passarci la notte, e invece poco fa ho guardato l’ora e sono già le 3:07. La luce fredda della sala riunioni ti fa la faccia blu come se fossi annegato, l’aria è viziata e sento il sudore che mi cola dalle ascelle, mi graffia lungo i fianchi. Nessuno ha riaperto la porta da quando ti hanno portato dentro, nemmeno per fumare, ci siamo rinchiusi con te. Abbiamo strisciato via le sedie da una parte, le abbiamo incastrate una sopra l’altra, un trono altissimo. Ci siamo dovuti mettere in quattro per alzare e spostare il tavolo grande; l’ho preso dal lato dove ci sedevamo sempre, quello con il rivestimento distrutto. </p>
<p>Quando ho cercato di cambiare posto, una volta, mi hai detto che per come sei abituato tu, i posti a D&#038;D non si cambiano più durante una campagna, anche se dura un anno. Non ti interessavano tutte le mie scuse sui gomiti scorticati e i maglioni sfilacciati. Dicevi che era la stessa cosa del casinò, e mica quelli che giocavano là poi andavano a cambiare il posto se era fortunato:<br />
«Ma che vuoi dire, mica giochiamo con i soldi…»<br />
«Non c’entra giocare con i soldi o no, ci serve lo stesso la fortuna per uscire vivi da questo mondo di draghi.» Eri l’unico a soffiare sui dadi prima di lanciarli sul tavolo, anche se tanto giocavi un druido razza umana livello 21, il pg più forte della nostra compagnia, Maestro delle Molte Forme, poteva tramutarsi in qualsiasi creatura, non ti serviva a niente la sorte.<br />
Sei sempre stato diverso dagli altri, ci siamo capiti subito. Quando sono entrato in sede con Bardo, credevo di non dare troppa confidenza, credevo sarebbe stata una cosa solo mia e sua, ci conoscevamo dalla scuola, gli altri rimanevano estranei, non c’entravano niente con noi. Invece poi tu mi hai legato subito, avevi la soluzione a tutto e non pensavi mai male della gente, mi sentivo tranquillo con te. Come quando ti ho fatto salire a casa mia; a parte Bardo, non ci era mai salito nessuno. Mia madre si agitava con gli estranei, diceva che la casa è brutta, che c’è la muffa sul soffitto del bagno, che è una vergogna perché la mia stanza non ha manco una porta. A te, però, piaceva la mia stanza, dicevi che sembra un rifugio militare, e che la cucina ti faceva sentire contento perché è arancione: «Fosse per me, starei sempre a casa tua». Mia madre ti sorrideva e si preoccupava che sentissi freddo. Non avevamo i riscaldamenti, ed eravamo abituati a indossare due felpe una sull’altra: «Signora, non si prenda pena, sto benissimo così, ho il sangue bollente di natura». Mi prestavi i tuoi fantasy preferiti, mi dicevi che era giusto leggere di più in generale, che dovevo allenare l’immaginazione almeno per rolare meglio a D&#038;D; stavi in camera mia, sdraiato sul tappeto impolverato a parlare fino a sera, andavi via presto solo se tuo padre ti chiamava.</p>
<p>Bardo è davanti a me, gli fisso la nuca: da quando si è rasato i capelli, il porro si vede subito, sembra uno scarafaggio piccolo, di quelli che ogni tanto trovo in cucina fermi sull’anta della credenza. «Dai, smuoviamoci» dice Panzer guardando verso il fondo della sala, dov’è appeso il tricolore con la scritta: <em>L’Italia chiamò</em>. Poi cala la bocca sul tuo orecchio: «Stai imparando qualcosa o no?» Tu hai finito di urlare, non scalci più, tieni la testa bassa, gli occhi chiusi e le gambe molli. Bardo si avvicina, ti solleva la faccia tirandoti i capelli: «Schifo della terra» dice e ti sputa sulla guancia. </p>
<p>Era bello andare in giro insieme a te; Bardo certe volte era troppo pesante, i suoi silenzi mi soffocavano, spesso non glielo dicevo nemmeno di venire con noi. Quando c’eri solo tu, ci rompevamo i fianchi dalle risate ad abbaiare contro gli indiani, gli facevamo scattare il cuore davanti ai loro negozietti puzzolenti, poi entravamo e prendevamo le bottiglie, uscivamo senza pagare, non s’azzardavano a dirci niente. Panzer ci aveva detto di evitare di fare gli interventi da soli, di rimanere calmi, ma noi, quando ci capitava, li facevamo lo stesso perché ci sentivamo in dovere, tu dicevi: «Siamo in dovere verso il nostro popolo, è giusto? Insomma, basta babbiàri. Ci dobbiamo smuovere anche se facciamo cose che vanno contro gli ordini. Sai come si chiama? Principio di disobbedienza civile. Se vedi qualcuno in pericolo, che fai, non lo aiuti perché altrimenti disobbedisci? È la stessa cosa. Noi direttamente evitiamo che si crei il pericolo, agiamo alle fonte del problema, capito? Li leviamo di mezzo».<br />
Per le ronde notturne, ci facevamo a piedi tutte le fermate di via Roma partendo dalla stazione. Ormai sapevamo a che ora il gruppo di negri prendeva l’N11, ci mettevamo lì a controllare in caso ci fosse qualche ragazza sola bisognosa di aiuto. Quelle scimmie andavano di sicuro a rubare il lavoro. Prendevano il Notturno separati, in fermate diverse, si ritrovavano poi su, si salutavano, ridevano, una bella gita, e poi scendevano insieme a Roma-Belmonte, infilandosi nella strada che scende al porto, «Qualche volta li seguiamo, chissà che schifiu vanno a fare, sono pagati di sicuro». Quando li vedevamo alle fermate, non li facevamo salire sull’autobus, gli urlavamo che se ne dovevano andare, volavano con uno spintone, potevano pure farsela a piedi, non era mezzo per loro quello. Poi, i negri avevano imparato a riconoscerci e non salivano sull’autobus quando c’eravamo noi, superavano la fermata camminando veloce. Noi ridevamo quando ci passavano accanto con la testa bassa, gli facevamo le finte: uno scatto in avanti, fermi, «Ti scanno!» Quelli saltavano in aria e si mettevano a correre, poi si voltavano, rallentavano, e ci guardavano male, con gli occhi sporchi e ingialliti, ce li hanno così di razza. </p>
<p>Stanotte, Bardo è il nostro eroe, ti prende a pugni sulla bocca, ti fa saltare un dente con le sue braccia troppo magre, ha il tirapugni che gli ho regalato per Natale. Fisso il dente sul pavimento per non perderlo, per raccoglierlo dopo quando nessuno guarda, ma ci hanno messo sopra le scarpe, già non lo vedo più. Chi lo ha inghiottito? Panzer trattiene una risata, si raschia la gola: «Avanti, che ora c’è la parte più bella… vediamo se deve cadere qualche altra testa stanotte». Tu apri gli occhi e li rovesci, si vede il bianco che mi fa impressione, butti l’aria come una bestia. Hai una striscia di sangue colata sul maglione beige, quello sdillabrato che ti piaceva, ti divide il petto a metà, vicino al colletto è più larga, poi si assottiglia, diventa aguzza, come una lingua di rettile.</p>
<p>Avevi sempre avuto delle idee strane, però almeno prima avevi dei valori, stavi dalla parte giusta. All’inizio eri il migliore, eri il primo a proporre le spedizioni, dicevi le cose come stanno, sapevi cosa avremmo dovuto fare con tutte quelle zecche sparse per la città, avevi dei progetti. Qualcuno poi ti ha infettato, è stato per amore? Se solo avessi qua davanti chi ti ha cambiato, lo prenderei a calci in bocca, gli farei quello che stiamo facendo a te adesso. Hai rovinato tutto, è colpa tua se siamo finiti così. Quando parlavamo da soli, era un altro discorso, quelli erano fatti nostri e mi stavi pure convincendo. C’era qualcosa nella tua faccia, qualcosa di misterioso che potevo vedere solo io.<br />
«Perché non lo fai tu il master qualche volta al posto di Panzer? Alla fine sei quello che ha letto di più.»<br />
«Quando si decide un master, poi rimane lui, non è che si può così&#8230;. poi lui lo fa da anni. Possiamo provare quando incomincia un’altra campagna, caso mai. Per dire, lo potresti fare pure tu, perché io? Non ho più tante idee per ora, non mi sento più dentro il gioco.»<br />
«Ma che minchia dici, io non posso narrare proprio niente, anzi adesso con i libri che mi hai prestato un po’ mi viene meglio a rolare ma alla fine vorrei che lo facessi tu, secondo me saresti bravo.»<br />
«E invece forse il mio pg lo faccio proprio morire la prossima sessione e basta. Lo butto in mezzo a un’orda di barbari con le asce più grandi delle loro teste e non chiamo nessuna metamorfosi.»<br />
«Cioè, vuoi suicidare il personaggio così, dopo tutti i livelli esperienza che ti sei fatto!»<br />
«Non ho più fantasia, mi sono seccato. Sto pensando alle cose reali, mica si può continuare così all’infinito, tutta questa cosa non me la sento più. Noi, loro… il mondo vero è diverso, a farci le storie siamo bravi tutti. Per te ha ancora senso questo modo di fare politica?»<br />
«Ma appunto, mica facciamo politica, non siamo mai stati un partito, si agisce nel sociale che è diverso. Ma dici vero?»<br />
«Non lo so, per me non ha più senso, è tutto esagerato, sbagliato, tu lo vedi ancora l’obiettivo della missione? Guarda là sotto, in fondo alla strada, è tutto confuso, sfocato, vedi le luci delle macchine mischiate, sembra un terremoto. Riesci a vedere qualcosa di chiaro?»<br />
I camerati non avrebbero mai scoperto i nostri discorsi se tu non fossi andato in sede, tutto orgoglioso, a dire che la politica finora era sbagliata, che eri stanco di giocare ai soldati, che non te la sentivi più con la storia degli immigrati e delle zecche, che tuo padre stava morendo e dovevi diventare più forte lasciando indietro tutto l’odio. Hai voluto metterti in mostra, fare la tua parte da egocentrico, bravo, esci dal gruppo, e ora vedi come sanguini dalla bocca mentre cadi a terra?</p>
<p>Sei tutto sparso sul pavimento, hai la faccia in giù, i capelli sudati ti coprono, non li hai mai voluti rasare. Sto guardando solo te mentre Panzer mi fissa, sento i suoi occhi puntati sulla fronte come due corna. Ti darò un calcio per ogni sillaba del tuo nome: pu-pil-lo. Prima, però, ti sputo addosso come hanno fatto loro, voglio imitarli in tutto alla perfezione. Mi piego sulle ginocchia, ti tiro per un braccio e ti volto. Mi spavento perché hai gli occhi aperti, sono annacquati di rosso. Mi rialzo, la saliva, dalla mia bocca, ti cade addosso come una stalattite. La sala è una grotta, la tua tana o la nostra? Ti passi una mano sulla faccia, hai un conato di vomito, mi guardi, prendi fiato. Ti colpisco prima che tu possa parlare.</p>
<p>Da quando ti ho chiamato «Pupillo», per me è stato sempre come se mi venissi figlio, anche se abbiamo la stessa età. Pure tu, certe volte mi chiamavi «figghiò», eravamo padri, oppure gemelli? Un gemello cattivo, nascosto, una bestia addormentata. Voglio farti più male di tutti, nessuno deve scoprire il nostro segreto, quel momento in cui siamo cambiati. Nessuno può accusarmi, non deve succedermi niente, per il bene di mia madre, lo capisci questo? Tiro i dadi per te, il punteggio è molto alto, la fortuna ti ha baciato, ti trasformi in un drago. Panzer cerca di contenere il tuo potere, di stringerti, ma le braccia gli si allargano fino a spezzarsi, cade all’indietro, sbatte forte la testa sul pavimento, mentre il tuo corpo si tramuta, diventa enorme, si ricopre di spuntoni, squame verdi brillanti. I tuoi occhi sono gialli, affilati, sbuffi vapore dalle narici, fai tremare l’aria, spalanchi le fauci e accendi tutti i nostri sogni. Moriamo bruciati, ci scolpiamo nella cenere, rinchiusi in questa sala. Ti muovi lento, è tutto troppo piccolo per te, con un balzo sfondi il soffitto, il calcinaccio ci nevica addosso, l’ombra delle tue grandi ali aguzze si apre su di noi, ci copre.</p>
<p>La punta della mia scarpa si scaglia contro la tua pancia, il tuo petto, la tua bocca, tirarla indietro e ricominciare mi viene difficile perché il tuo corpo mi trattiene. Pezzi di te mi rimangono attaccati al piede come una poltiglia appiccicosa. Ho le vertigini, sudo, siamo troppo ammassati in questa stanza, tutti gli uni sugli altri, su di me, attorno a te. La notte sta passando, mia madre sarà preoccupata perché non mi vede tornare. Vorrei fermarmi ma ho un grumo in gola che mi soffoca, si scioglie solo a ogni calcio, e sparisce nel coro alto, rauco del tuo nuovo nome: «Traditore, traditore!»</p>
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		<title>Lu Sule B&amp;B di Andrea Donaera </title>
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		<pubDate>Sat, 21 Sep 2019 14:29:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Donaera]]></category>
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		<description><![CDATA[[...] non dirmi che da quelle porte qui, col tuo passo, già attendo la morte. Giorgio Caproni, Alba Quant’è grande il dolore tra le stanze di un B&#038;B: con i peli di cazzo e il sangue di mestruo tra le lenzuola che imbusti provando a non respirare, i guanti di lattice troppo stretti, uno ti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align=right> [...] non dirmi che da quelle porte<br />
qui, col tuo passo, già attendo la morte.<br />
Giorgio Caproni, <em>Alba</em></p>
<p>Quant’è grande il dolore tra le stanze<br />
di un B&#038;B: con i peli di cazzo<br />
e il sangue di mestruo tra le lenzuola<br />
che imbusti provando a non respirare,<br />
i guanti di lattice troppo stretti,<br />
uno ti si sfila via, inorridisci,<br />
ti casca tutto per terra, è tardi,<br />
tra poco chiude la lavanderia,<br />
infili un altro guanto, ti si strappa,<br />
un altro, allora, devi far veloce,<br />
ma ti fermi, d’improvviso, ti accorgi:<br />
da giorni parli solo, a bassa voce:<br />
da quanto siete soli tu e la tua<br />
voce? Quant’è piccola la tua voce?<br />
Intanto si fa più grande l’odore  dalle lenzuola, orrido, di sudore.</p>
<p>Saresti stato certo –<br />
se avessi avuto tempo –<br />
non c’era alcun motivo –<br />
nessun motivo vero –<br />
hai costruito tu tutto –<br />
esigenze, bisogni –<br />
raggranellare soldi –<br />
arricchire il curriculum –<br />
adesso hai competenze –<br />
<em>skills</em> con i social media –<br />
<em>strategies</em>, <em>problem solving</em> –<br />
le aziende non ti cercano –<br />
sei tu che cerchi loro –<br />
Linkedin, conoscenti –<br />
amici ammanicati –<br />
amici di parenti –  Lu Sule B&#038;B –<br />
seicento euro al mese –<br />
contratto di tre mesi –<br />
cercasi <em>admin senior</em> –<br />
nessun ragionamento –<br />
soltanto l’emozione –<br />
di avere un giorno forse –<br />
la disoccupazione –<br />
ed eccoti nel caldo –<br />
mezzo ventilatore –<br />
sei sempre troppo stanco –<br />
ma è sempre troppo poco –<br />
i check-in, i check-out –<br />
ufficio informazioni –<br />
gestione social network –<br />
pulizia di tre camere –<br />
fatture, colazioni –<br />
lavanderia, e-mail –<br />
sette giorni su sette –<br />
dieci o dodici ore –<br />
prenotazioni, chiavi –<br />
mazzi su mazzi, porte –<br />
costanti nella testa –<br />
pensieri sulla morte.</p>
<p> «In fin dei conti è soltanto lavoro»<br />
ti sei detto e ti hanno ridetto tutti<br />
sempre, in ogni bolla, in ogni occasione<br />
con la severità di chi lo sa<br />
certo meglio di te: o così o così.<br />
Eppure: no. «È questione di denaro,<br />
maledette voci amiche, è così»<br />
ti sei risposto e continui a risponderti<br />
sputando di nascosto sui profili,<br />
su chi ce l’ha fatta, sui loro figli,  «Denaro solamente, questo siete»,<br />
tra te e te, mettendo <em>mi piace</em> ipocriti,<br />
rimpinguando i tuoi vuoti nelle tasche<br />
con selfie sorridenti in riva al mare<br />
[ma anche tu, adesso, questo solo sei:<br />
denaro da fare per aspettare<br />
di poter fare altro denaro poi<br />
(magari con un lavoro da scrivere<br />
ordinatamente nei tuoi dettagli<br />
su quel social dove fingi di vivere<br />
lanciando una volta al giorno un segnale<br />
caustico, sagace, quasi geniale<br />
criptando il messaggio fondamentale:<br />
tu non vivi davvero: tu stai male)]. </p>
<p>Potrebbero andare avanti per ore<br />
davanti a te e alla loro colazione<br />
le tre giovanissime siciliane<br />
(che a te ti sembrano però signore:<br />
i seni enormi tutti e sei, le facce<br />
segnate da fatiche quotidiane:<br />
sedici, diciassette e diciott’anni,<br />
ma tutte già lavorano, d’inverno<br />
niente scuola, ma: rosticceria, fabbrica,<br />
tabaccheria). Parlerebbero ancora,<br />
ma ti alzi, dici che hai tanto da fare,<br />
loro ci rimangono un poco male –<br />
credi: non è così: una ti chiede,<br />
col tono da rosticciera che serve,<br />
se ti va di andare in camera loro.<br />
«Ci rilassiamo un po’» dicono in coro.<br />
Ti sorridono, tutte e tre, serene:<br />
e ti sembrano libere: da tutto:<br />
quasi piangi mentre dici: «Va bene»,<br />
quasi non pensi al tuo corpo distrutto. </p>
<p>Per nulla indebolita<br />
dal quarto d’ora anale<br />
urla, la diciottenne,<br />
lancia via le ciabatte<br />
[lo vedi volteggiare:<br />
il fronzolo banale  Lu Sule B&#038;B,<br />
quel logo che detesti,<br />
è ovunque nella stanza<br />
(adesivi sui mobili,<br />
sulla tv, magneti<br />
sul frigobar, sui termo,<br />
ricami sulle federe,<br />
su di ogni asciugamano,<br />
sulle ciabatte a fiori,<br />
quelle che lei ora lancia<br />
urlando «Porca troia!»)],<br />
la sedicenne chiede:<br />
«Ma che cazzo succede?»,<br />
ma la diciassettenne:<br />
«Minchia! Ho capito, io!»,<br />
la diciottenne: «Sì?<br />
Sbrigati, allora, sbrigati!»,<br />
la sedicenne strilla:<br />
«Ma mi volete dire?»,<br />
tu intanto resti zitto,<br />
steso, nudo, sudato,<br />
stai forse quasi bene,<br />
sei leggero e svuotato,<br />
col cazzo che ti scema<br />
nel Durex seccato;  e bussano alla porta,</p>
<p>nella stanza è il silenzio, negli occhi delle tre<br />
il terrore più enorme, bussano, e poi una voce,<br />
«Apri o sfondo la porta, apri troia, o sei morta»,<br />
nella stanza è il silenzio, tu sorridi: ti piacciono,<br />
pensi, questi signori capaci d’ogni cosa<br />
per l’onore e le donne, il contrario di te,<br />
vivono nell’estremo, sfondano anche le porte,<br />
capaci anche di uccidere, capaci anche di morte. </p>
<p>La porta la sfonda davvero. Ed entra.<br />
La prima cosa che guarda sei te,<br />
solo un’occhiata rapida alle tre,<br />
poi colpi e respiri e sangue e silenzio,<br />
poi colpi e sangue ancora e le lenzuola<br />
e le federe, Lu Sule B&#038;B,<br />
e un allarme ti scatta nella testa<br />
spaccata da due colpi di estintore:<br />
se vivi come puoi giustificare<br />
in lavanderia tutto questo rosso?<br />
Questo è il terrore che ti rode, questo,<br />
è questo adesso il problema più grosso.<br />
O forse no. Anzi: senz’altro no:<br />
la porta. Chi la potrà riparare?<br />
Chi, senza fattura, senza parlare? </p>
<p>Dal bar di sotto arrivano<br />
chiari amori e capoeira,<br />
lo sbattere di birre<br />
(e lui che non si ferma:<br />
ti dice: «Brutta merda,<br />
scupàsti a donna mia»),<br />
sorridi largo dentro<br />
per questa trenodia –<br />
e rantoli nel nero<br />
(sei simile a ogni notte<br />
degli ultimi due mesi),<br />
con gli occhi gonfi e ciechi,<br />
i denti giù in gola,<br />
hai rabbia: non dolore:<br />
trovi un respiro, chiedi:<br />
«Ma tu&#8230; ripari porte?»<br />
E ti piomba (ci pensi:<br />
sul lavoro!): la morte.</p>
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		<title>L’angolo tra Baja California e Medellín di Catherine Foulkrod </title>
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		<pubDate>Sat, 21 Sep 2019 14:18:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[numero 27]]></category>
		<category><![CDATA[Catherine Foulkrod]]></category>
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		<description><![CDATA[Secondo i dati ufficiali ci sono al momento ben quarantamila zombie che devastano il Messico. 1. L’arredo mostra lo stesso cattivo gusto di uno studio medico. «La decoración tiene el mal gusto de un consultorio medico.» È quello che Time Out Mexico diceva del locale, un’osteria in stile spagnolo chiamata Salón Covadonga nel quartiere Roma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align=center><em>Secondo i dati ufficiali ci sono al momento ben quarantamila zombie che devastano il Messico.</em></p>
<p align=center>1.</p>
<p>L’arredo mostra lo stesso cattivo gusto di uno studio medico. «<em>La decoración tiene el mal gusto de un consultorio medico</em>.» È quello che <em>Time Out Mexico</em> diceva del locale, un’osteria in stile spagnolo chiamata Salón Covadonga nel quartiere Roma Norte di Città del Messico, un ritrovo per anziani che giocavano a domino sotto un’illuminazione asettica prima che scrittori e artisti trovassero i tavoli delle dimensioni giuste e con la loro insopportabile prolissità spingessero i nonnetti ad andarsene. Quindi eravamo lì, la sera presto del giorno dopo Capodanno, a bere tequila e fare una bella chiacchierata. Fu lì, con i gomiti appoggiati al tavolo e lo sguardo di chi la sa lunga, che il poeta ci raccontò la storia della coppia nella vasca da bagno.<br />
Due giovani, un uomo e una donna – o forse erano un uomo e un uomo; <em>él y ella o él y él</em>, non ho afferrato i pronomi spagnoli –, avevano chiuso la porta del bagno per tenere fuori i cani. Ma lo scaldabagno stava perdendo monossido di carbonio e gli amanti a un certo punto non riuscirono più a respirare, ebbero le convulsioni e morirono con i pugni stretti, i loro asciugamani intatti sul ripiano. I loro corpi furono trovati alcuni giorni dopo da un amico che dovette scacciare i cani affamati per entrare nell’appartamento. Fortunatamente o sfortunatamente, dipende da cosa vi suggerisce l’immaginazione, quei cani non erano riusciti ad aprire le porte.<br />
Questi erano i nostri pensieri morbosi mentre pagavamo il conto e uscivamo dalla Cova, ed è qui che inizia la <em>nostra</em> storia. Andammo a cena in un posto là vicino chiamato El Parnita. Tra le altre cose ordinammo tacos di nopal. Il nopal è un buon punto da cui cominciare perché è su un cactus di nopal, cioè su un fico d’India, che è stata costruita Città del Messico. O meglio, come abbiamo imparato alle elementari, è stato sul cuore strappato via dal petto del figlio di una sacerdotessa, il suo organo di gladiatore germogliato su una cengia e trasformatosi in un nopal, che l’infausta aquila della bandiera e della leggenda infilzò con i suoi artigli un serpente e marcò il luogo che i messicani avrebbero chiamato Tenochtitlán.<br />
Anche la nostra storia comincia con i nopal perché mentre li mangiavo venni sopraffatta da una certa gioia, ed è sempre il momento in cui ti rendi conto che ti stai divertendo che la festa inizia a rovinarsi. A quel punto è già troppo tardi. Hai perso il momento giusto per andartene e la notte adesso non rimarrà un ricordo appagante, ma diventerà amara, tesa, interminabile. O, massacrando le parole del poeta Jack Gilbert, siete avvisati: il nostro rischio maggiore è la delizia.<br />
Quindi stavamo mangiando nopal e parlando di cose meno morbose e all’improvviso acquisii consapevolezza delle nostre risate. Pagammo, uscimmo, salimmo in macchina. Era ancora presto, ma ce la stavamo prendendo comoda per via degli sforzi pagani di festeggiare il nuovo anno che erano durati fino al mattino inoltrato del giorno prima; un’alba incontratasi con la sera, un paraplegico che balla la <em>cumbia</em>.<br />
Stava guidando l’artista. Era il classico tipo responsabile; le strade vuote e l’assenza delle cinture di sicurezza posteriori ci facevano sentire a nostro agio, come se stessimo facendo una gita in famiglia. Lasciammo il poeta a casa sua con un saluto fraterno e ci inoltrammo tra gli alberi illuminati dal basso e i marciapiedi distrutti da una successione di terremoti. Stavamo facendo grandi piani per il giorno dopo. Forse avremmo visitato il museo archeologico per leggere i codici che narrano l’epoca in cui l’intera umanità venne divorata. O forse saremmo andati in periferia a vedere le torri senza finestre di Satellite City, dentro le quali l’uomo in bianco del film di Jodorowsky <em>La montaña sagrada</em> (<em>La montagna sacra</em>) siede in ascesi, circondato da capre impagliate e guardie del corpo tatuate con i segni della Cabala.<br />
Ci fermammo al rosso. La frase di qualcuno venne interrotta. Fu come se una pietra mi colpisse dietro la testa.<br />
Il mio braccio si sollevò passandomi davanti agli occhi e la fronte mi si piantò sul retro del sedile del guidatore. In seguito appresi che uno di noi stava gridando, ma tutto ciò che sentii al momento fu il silenzio di quella frase lasciata a metà. Stavamo girando su noi stessi, ci ritrovammo davanti il tratto di strada che sarebbe dovuto essere alle nostre spalle, poi tornammo indietro verso la luce rossa. Ora verde. La macchina si fermò di nuovo.<br />
Il nostro coscienzioso autista era già balzato in strada e adesso stava urlando un numero di targa. Mi voltai per guardare la targa dell’auto che ci aveva tamponato, ma non riuscivo a leggerla. Il veicolo fuori controllo infilò contromano un senso unico e il volante si staccò. Riuscii a vedere l’airbag che si gonfiava. Il criminale in fuga si schiantò contro una fermata dell’autobus; il che aveva una certa logica, visto lo stato della sua auto.<br />
Mi voltai verso la critica seduta al mio fianco sul sedile posteriore, ma non riuscivo a pensare a niente.<br />
«Stai bene?» mi chiese in inglese.<br />
«Sì» risposi. «Tu stai bene?»<br />
«No.»<br />
Il nostro coscienzioso autista infilò la testa nell’abitacolo. «State tutti bene?» chiese. Era davvero l’unica cosa che si potesse dire. La critica dovette aver risposto in spagnolo questa volta, perché non ricordo niente di ciò che disse, ma avevamo tutti i nostri arti e gli organi interni erano al loro posto e non c’era sangue e potevamo parlare e muoverci e… dov’era il passeggero davanti?<br />
Scesi dall’auto e lo vidi: il curatore, con una sigaretta in bocca, camminava veloce verso il rottame alla fermata dell’autobus. «Fermo!» urlò il nostro coscienzioso autista. «Non sappiamo chi sia. Potrebbe avere una pistola.» Il curatore si fermò. Il nostro autista chiamò la polizia.<br />
Si poteva già sentire la sirena di un’ambulanza, come se l’avessimo sentita per tutto il tempo. Il suono si fece più forte e il mezzo arrivò ballonzolando da dietro l’angolo e si fermò in una strana posizione. Il curatore accompagnò la critica dagli uomini vestiti da paramedici. La misero su una barella. Le misurarono la pressione sanguigna. Era alta.<br />
I poliziotti arrivarono senza preavviso e uno di loro mi sorprese alle spalle, mi chiese il nome e di farne lo spelling. Il questurino si stancò presto delle mie vocali inglesi, così annotò frettolosamente un nome che ricordava il mio, ma non era corretto, e io salii sull’ambulanza per raggiungere il curatore e la critica, che adesso era assicurata alla barella. Il portellone dell’ambulanza stava per chiudersi ma il nostro coscienzioso autista fece un balzo in avanti e allungò la mano. «I tuoi occhiali» disse. «Li ho trovati per strada.» Presi le lenti, non si sa bene come ancora intatte, e capii perché i numeri della targa mi erano sembrati così criptici. E finì lì, le porte si chiusero. Lasciammo l’artista da solo all’angolo tra Baja California e Medellín.</p>
<p align=center><em>Zombie: la personificazione del deterioramento del tessuto sociale.</em></p>
<p align=center>2.</p>
<p>«Portaci al centro medico Dalinde a Calle Tuxpan» disse la critica dalla sua barella.<br />
«Non c’è nessun traumatologo di turno» disse un paramedico. «Vi portiamo in un ospedale militare privato. È vicinissimo.»<br />
«Quell’uomo era senza dubbio ubriaco» disse il curatore, forse a nessuno. Stava guardando attraverso una finestra impossibile sulla fiancata senza aperture dell’ambulanza.<br />
«Ho visto la faccia del tipo» disse l’autista dell’ambulanza. «Stava ridendo.»</p>
<p align=center><em>Le autorità continuano a sostenere che stanno prendendo<br />
le misure adeguate<br />
per controllare la piaga degli zombie.</em></p>
<p align=center>3.</p>
<p>Era dopo l’orario di ufficio in ospedale e il posto era vuoto tranne che per una signora all’accettazione con indosso un cappotto invernale sopra il vestito. Seguimmo la barella sotto le luci penetranti e fummo condotti di sopra. «Non lasciategli fare niente» sussurrò il curatore, «finché non sapremo quanto ci faranno pagare.» La nostra assicurazione non era valida fuori dagli Stati Uniti.<br />
La critica fu issata su un lettino rigido in una stanza vuota non lontano dagli ascensori. Le misero un collare cervicale e qualcuno uscì per cercare un radiologo. Il posto sembrava a corto di personale. L’addetta all’accettazione, svolgendo la funzione di medico adesso, chiese: «Come vi sentite?» Il curatore e io ci sedemmo ai piedi del letto su sedie tipo quelle delle scuole e realizzammo che la domanda era per noi. «Probabilmente avrete subito un colpo di frusta» disse lei. «Anche voi dovreste fare una radiografia.» Il collo mi bruciava e il punto in cui il sasso o l’inerzia mi avevano colpito era intorpidito.<br />
«Stiamo bene» disse il curatore. «Pensiamo di aspettare un po’ per vedere se cambia qualcosa. Potreste farci un preventivo per le cure?»<br />
«Torno subito» disse l’addetta all’accettazione/medico e uscì.<br />
«Questo collare mi fa male» disse la critica a un’infermiera che si stava lamentando. «Si può allentare?» Sentimmo il suono crudele del velcro. «Grazie. Pensa che potrei avere un bicchiere d’acqua?»<br />
L’infermiera disse di no. «Non dovresti bere in stato di shock» disse. «Potrebbe venirti il diabete istantaneo.»<br />
Il telefono della critica squillò e il curatore rispose. <em>Diabete istantaneo</em>, pensai, e sgattaiolai nell’atrio.<br />
Il carrello di metallo nel corridoio aveva il ripiano superiore vuoto, ma quello inferiore era stato riempito con bricchi contenenti parti di siringhe usate. I pezzi non erano proprio aghi, ma più qualcosa che si stacca. <em>Cappucci di siringhe? Coperchi per colla a presa rapida o silicone</em>? Il carrello si rifletteva in una finestra che dava su una stanza di dimensioni bizzarre, uno spazio non abbastanza grande per un paziente né piccolo abbastanza per essere un ripostiglio. Uno spazio identico lo imitava dall’altra parte della sala. Entrambi vuoti. <em>Spazi per macchinari mobili? Magari l’attrezzatura era tornata a casa per la notte?</em><br />
Da una stanza in fondo al corridoio giunse il rumore di un respiro affannoso che catturò la mia attenzione. Una porta aperta mi invitava a entrare. Mi diressi verso la porta, preparandomi alla vista di un mostro bendato collegato a un polmone d’acciaio. Sbirciai attraverso lo spazio tra la porta e lo stipite e vidi un groviglio di gambe. Tre gambe, due tipi di collant, un pantalone. Feci un passo avanti per avere una visuale migliore. Il numero di gambe raddoppiò. Tre infermieri si abbracciavano su un letto e gemevano. Erano due donne e un uomo.</p>
<p align=center><em>Sono le quattro del mattino: la luce viene fuori dalle finestre<br />
dai televisori e dai computer di ogni messicano<br />
rimasti accesi come lanterne<br />
lampade devozionali che sono una preghiera insonne<br />
affinché la notte degli zombie finisca</em>.</p>
<p align=center>4.</p>
<p>La corruzione è stata definita il soffocamento della società civile; può spremere l’ossigeno fuori dalle persone e costringerle a serrare i pugni. Quel capodanno successe qualcosa di strano che forse non si è più ripetuto o forse è la norma lì. Le compagnie assicurative erano complici. I poliziotti erano complici. Lo zio ubriaco dell’autista ubriaco, be’, fu più o meno una sua idea.<br />
Vedete, i pagamenti bancari automatizzati che avevano elargito denaro alle compagnie assicurative senza intoppi per anni si erano improvvisamente bloccati. I computer tradirono il nostro autista e l’uomo che ci aveva colpiti, solo loro due, e proprio nella stessa notte. O, come qualsiasi persona con un minimo di istruzione può immaginare, gli assicuratori che arrivarono sul luogo del nostro incidente si rifiutarono di pagare. Stava quindi agli autisti raggiungere un accordo. Ma prima che le negoziazioni iniziassero quella notte, un pagamento importante era <em>già</em> avvenuto. Il parente ubriaco dell’autista ubriaco aveva corrotto la polizia.<br />
«Non abbiamo visto cos’è successo» dissero i poliziotti e si tirarono indietro, mettendo in chiaro che non c’era nulla che potessero o volessero fare.<br />
«Noi abbiamo visto cos’è successo» dissero i residenti le cui finestre davano sull’incrocio.<br />
«Voi siete parte interessata» risposero i poliziotti. «Le vostre motivazioni sono sospette. Non prenderemo le vostre deposizioni.»<br />
«Allora mi ha chiamato per fiancheggiarlo» ci disse il poeta, seduto su una panchina nell’atrio dell’ospedale. L’illuminazione adesso arrivava dal bar. Le luci sul soffitto erano state spente e le lampadine di Natale pulsavano sopra di noi, a un ritmo da discoteca. «Si è reso conto di essere solo con la famiglia dell’autista ubriaco e che né la polizia né gli assicuratori erano dalla sua parte.»<br />
«Ci crederesti?» continuò il poeta. «Mentre parlavamo, c’è stato un altro incidente nello <em>stesso identico punto</em>. Un enorme camion si è ribaltato. Un disastro. Le persone si sono fatte male sul serio.»<br />
«Spostatevi da qui» disse uno degli assicuratori al poeta e all’artista. «Questo posto è pericoloso.» Il poeta in quel momento era senza cappotto e tremava sotto i segnali stradali ammaccati di Baja California e Medellín.<br />
Forse tra le fiamme o almeno tra i fumi di quel camion ribaltato, il nostro coscienzioso autista trovò un accordo con lo zio ubriaco dell’autista ubriaco. Diverse centinaia di migliaia di pesos (una somma a quattro zeri in dollari americani) sarebbero state depositate sul conto del coscienzioso autista come risarcimento per l’auto distrutta e perché la sua compagna (la critica) era in ospedale con Dio sa quali lesioni. Lo zio gli avrebbe messo a disposizione una nuova Lexus di sua proprietà come garanzia finché i soldi non fossero arrivati, a patto che il nostro coscienzioso autista promettesse di non portare l’autista ubriaco in tribunale. Un contratto che dichiarava tutto questo fu abbozzato forse nello spazio bianco dei fogli dell’assicurazione conservati nel vano portaoggetti. Il poeta probabilmente rabbrividì ancora di più quando lesse il documento, perché si riferiva al nostro autista come «<em>el finado</em>», un termine che lo zio ubriaco pensava significasse «la vittima», ma che in realtà significa «il defunto».<br />
Il nostro coscienzioso autista firmò l’accordo. Chiamò un taxi. Lui e il poeta/guardia del corpo seguirono quello che speravano fosse un non-troppo-ubriaco zio in un’area residenziale benestante dall’altra parte della città; una <em>colonia</em> riguardo la cui progettazione si rincorrevano voci di affari loschi, un posto dove qualcosa di buono o qualcosa di inimmaginabile li aspettava in un garage.<br />
Come fu quel lungo viaggio verso la Lexus non lo so e lo posso solo immaginare. Quello che so è che, più o meno alla stessa ora, il corpo della critica passava attraverso la luce dei raggi x e il curatore e io facemmo una passeggiata. L’addetta all’accettazione/medico aveva preparato una stima di quanto sarebbe venuto a costare farci controllare il collo; ma le parole non erano scritte correttamente e i numeri sembravano quasi al rovescio, quindi decidemmo di rinunciare a tutte le procedure e di curarci con una sigaretta. Passeggiavamo alla ricerca di un po’ di tè per dare sollievo alle nostre gole.<br />
La strada di fronte all’ospedale era buia, vuota, e tutte quelle altre cose su cui tua madre ti mette in guardia quando parla delle città di notte. I nostri corpi erano ancora condizionati dall’incidente; eravamo stanchi morti e iper-vigili. Il minimarket era vicino ma non riuscivamo a vederlo. C’è quella vecchia iperbole di un isolato che sembra lungo chilometri. Una qualsiasi immagine violenta sarebbe potuta passarci per la mente, avrebbe potuto attraversare i nostri corpi, ma quello a cui pensai fu una storia che avevo sentito, o travisato, o letto, su un fruttivendolo. Da qualche parte in questa città, in una giornata di sole, qualcuno, forse con indosso un’uniforme, aveva rovesciato un carretto della frutta per intimidire il commerciante. Nessuno aiutò il fruttivendolo, anche se tutto ciò che gli dava da vivere era stato rovesciato e adesso era sparpagliato, ammaccato, sgocciolante sull’asfalto.<br />
Il minimarket, pur essendo un ventiquattro ore, era temporaneamente chiuso perché stavano pulendo. Le persone all’interno eseguivano una pantomima di pulizie e non potevano aprire. Cercammo di convincerli, ma un uomo attraverso il vetro spiegò che non era possibile avere nemmeno l’acqua calda per un tè. Quindi tornammo all’ospedale. Anche questo chiuso. L’addetta all’accettazione arrivò nel suo cappotto dopo che bussammo per un po’ e tolse il catenaccio. Entrammo. Il poeta era al piano di sopra con la critica, ma adesso non era orario di visite perciò non potemmo raggiungerli. Cercammo un posto in cui collassare lontano dalle lampadine intermittenti di Natale, trovammo una sala d’aspetto distante dall’atrio, con le luci accese. Corpi addormentati – forse le famiglie delle vittime o i parenti dei morti – erano distesi sui divani e sul pavimento. Qualcuno alzò la testa. Spegnemmo la luce.</p>
<p align=center><em>«Siamo tutti zombie»: esibito<br />
su magliette, graffiti, stampini, cartelli</em>.</p>
<p align=center>5.</p>
<p>L’alba arrivò con noi che ci infilavamo dentro un taxi insieme al poeta; le gambe intorpidite, ma le mani rapide nell’afferrare le cinture di sicurezza. Ogni semaforo della città sembrava rosso. Arrivammo a casa dell’artista e della critica, e salutammo il poeta abbracciandolo come se fosse uno di famiglia. Aprimmo il cancello e vedemmo una Lexus nera che occupava l’intero vialetto d’accesso. Dovemmo assottigliarci per superarla. Salimmo nello studio dell’artista, dove c’era il letto per gli ospiti, per prepararci del tè.<br />
Fu allora che l’artista ci telefonò per aggiornarci. La critica aveva contattato i genitori per dirgli dove si trovava. «Vattene subito da lì» le avevano risposto. «Quell’ospedale non esiste.» Era una specie di truffa. I suoi genitori le promisero che avrebbero fatto in modo che un vero medico, forse anche un traumatologo, l’aspettasse al Centro Médico Dalinde a Calle Tuxpan.<br />
«E il collare cervicale» disse l’artista, «quelle finte infermiere gliel’hanno messo al contrario.»<br />
Alla fine di <em>La montagna sacra</em>, l’alchimista in bianco, che tra l’altro è il regista Jodorowsky e ora è vestito di nero, rompe la quarta parete. «Ed eccoci qui, mortali, più umani che mai» dice. «Incominciammo in una favola, abbiamo trovato la vita. Ma questa vita è realtà?» Ordina alla cinepresa di zumare all’indietro. «No, è un film… Non dobbiamo restare qui, prigionieri. Dobbiamo rompere l’illusione.»<br />
Uscii sul balcone con il mio tè e mi sentii come se aspirassi all’opposto: un passo indietro nella zona sicura dell’inconsapevolezza. Guardai il vialetto e vidi la Lexus al sole. Sentii dei bambini tirare sassi contro il cancello. Questa città che non conoscevo, e che ancora non conosco, era solo una veduta di tetti su chilometri e chilometri di asfalto scuro. Un cartellone accanto a una palma pubblicizzava il Jell-O alla ciliegia. «<em>Sabrosamente nutritivas</em>» c’era scritto. Nutrienti con gusto.<br />
<em>Diabete istantaneo</em>, pensai.<br />
Dicono che la cosa migliore per il tuo corpo dopo un trauma sia sdraiarsi, stare al caldo, riposare. Dicono che la cosa migliore sia stringersi al proprio compagno e cercare di rilassarsi. Rientrai e mi sedetti sul letto accanto al curatore. Forse tutto ciò di cui avevamo bisogno era un lungo bagno caldo.</p>
<p><strong>Nota al testo</strong><br />
Tutte le citazioni che precedono i paragrafi sono tratte da <em>Notes on a Zombie Cataclysm</em>, del poeta di Città del Messico Luis Felipe Fabre, tradotto da Amanda Hopkinson per <em>Words without Borders</em> nel 2012. </p>
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