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	<title>Colla &#187; Colla25</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>La persona giusta di Federica Patera</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 10:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel parco, dove le cose silenziose permanevano. «Vite minuscole», Pierre Michon All’inizio di ottobre si erano ritrovati a fuggire attraverso il parco in pieno orario di punta, cercando riparo nella sua vastità e nella gente che si aspettavano di trovare, ma, al contrario, furono colpiti dalla rarità di persone che videro. Ci tornarono un paio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>Nel parco, dove le cose silenziose permanevano.</em><br />
«Vite minuscole», Pierre Michon</p>
<p>All’inizio di ottobre si erano ritrovati a fuggire attraverso il parco in pieno orario di punta, cercando riparo nella sua vastità e nella gente che si aspettavano di trovare, ma, al contrario, furono colpiti dalla rarità di persone che videro.<br />
Ci tornarono un paio di volte, sostando qualche ora sparpagliati, camuffati nelle intenzioni da un libro aperto, da una conversazione, da un paio di birre. La frequenza di passaggio e il tempo di fuga era ciò che dovevano calcolare. La quarta volta, infine, convinti dalla discrezione del luogo, decisero di fare una prova, di fermarsi un paio d’ore per cercare la persona giusta. Si erano dati appuntamento lungo uno dei sentieri ghiaiosi, vicino a uno spiazzo attorniato da piante di nandina.<br />
Il più alto di tutti portò da mangiare come copertura.</p>
<p>Quando arrivò l’ora, lei lasciò l’ufficio insieme a tutti gli altri; li seguì fino all’incrocio, e poi si separò per proseguire attraverso il parco. Le dissero di stare attenta, sorridendo, e lei rispose che avrebbe tenuto stretta la borsa. Sorrise anche lei e fece un cenno di saluto con la mano. Il rientro attraverso il parco era il suo momento di silenzio giornaliero. Il passo spedito fino all’ingresso si frenava di colpo sulla ghiaia, man mano che il rumore del traffico esterno scompariva e le persone si disperdevano. Era sotto gli occhi di tutti, il parco, per la sua mole, eppure restava intimo; la ragazza sapeva che ci si poteva camminare mezz’ora o più senza vedere nessuno.</p>
<p>I tre erano accucciati sul prato, giocavano col cibo, spezzavano il pane e lo davano ai passerotti. Si accorse della ragazza il più alto; s’infilò con lo sguardo tra i suoi due compari che davano la schiena al sentiero. La vide avvicinarsi lentamente. Appoggiò le mani sulle gambe degli amici per allertarli, ma fu cauto. Quando la ragazza, come ogni sera, deviò verso la fontanella l’uomo capì che era il loro momento. Prima di bere, la ragazza appoggiò la borsa sulla panchina e appena si chinò, i tre si mossero agili, lasciando cadere al suolo dalle maglie increspate una morìa di briciole.<br />
La ragazza si accorse della loro presenza, invece, quando i piedi spaiati si infiltrarono nella sua vista puntata a terra. Mentre l’afferravano così piegata notò l’assenza sul terreno di mozziconi di sigaretta, anche se sentiva l’odore pizzicarle le narici. Riuscirono a distrarla così, con una sigaretta accesa dal fumatore del gruppo.<br />
L’uomo più basso, che poteva sembrare un nano, le bloccò i polsi stretti nei pugni; il compare di media statura, di fianco al nano, si mise alle sue spalle, con un braccio le immobilizzò i gomiti mentre la riportava eretta e con la mano sinistra le afferrò i capelli come se stesse assicurando una cinghia; strattonò la coda un paio di volte, in maniera violenta, ma era chiaro che non voleva romperle l’osso del collo con quei colpi all’indietro. Di fronte aveva il più alto dei tre e, dietro, il cielo. Guardò l’uomo alto e barbuto come se temesse che gli altri due avrebbero mollato la presa in un secondo e lei, sorretta dalla loro forza, sarebbe finita a terra accasciata sulla gonna.</p>
<p>L’uomo alto le sorrise; in mano teneva una benda, oltre alla sigaretta. La fissò, successe per caso, tanto da allentare la presa sul pezzo di stoffa che ciondolò davanti al naso del nano. Negli occhi castano scuro della ragazza si faceva difficoltà a distinguere l’iride dalla pupilla. L’uomo pensò che è inutile chiudere i buchi neri. La ragazza taceva, sperava che la lasciassero andare, di infastidirli il meno possibile, che riconoscessero in lei la ragazza sbagliata.</p>
<p>Si sentì un cinguettìo che fece voltare l’uomo alto verso destra; un passo alla volta, in punta di piedi, si allontanò dalla ragazza e arrivò al bordo della strada. Gli altri due uomini lo osservavano come non si aspettavano; lui li ignorò. C’erano tre passerotti rivolti verso il prato che beccavano le briciole di pane. L’uomo infilò la benda nella tasca, si chinò e ne afferrò uno in un gesto rapido. Sentiva il passerotto vivo fra le sue dita, cercava di non stringere troppo ma non lo avrebbe lasciato volare via. Si sedette sul bordo della strada, con le gambe appena aperte e le ginocchia piegate; sollevò la mano che custodiva il piccolo volatile, e i suoi occhi pure, mentre il suo mento tirava una linea dritta al suolo. Il passerotto e la ragazza dovevano essere sullo stesso raggio visivo, perché l’impressione che guardasse uno o l’altra mutava senza una ragione. Fu allora che la ragazza si spaventò, d’istinto, senza che un movimento nuovo venisse abbozzato da uno dei tre. Iniziò a respirare profondamente, sonoramente; inspirare ed espirare. Il movimento della testa seguiva il ritmo, e il secondo uomo, quello alle sue spalle che le stringeva i capelli, la seguì ondeggiare, anche lui dubbioso della scena cui assisteva. Il nano, invece, rimase attaccato ai polsi di lei, con lo sguardo sui piedi per nascondere la faccia.<br />
La ragazza ancora non si era messa a urlare, qualcosa le bisbigliava nella testa di tenere chiusa la bocca, che il clamore non l’avrebbe soccorsa in quel parco amato per il silenzio. L’uomo alto si alzò, protendendo in avanti il braccio e la mano con il passerotto, che continuava a cinguettare e dimenarsi; smise un istante quando l’uomo gli appoggiò le labbra sul culmine della testa. Adesso la ragazza iniziò a piangere senza che le fosse detto nulla, e strinse le labbra una contro l’altra, con forza. I due uomini che la tenevano stavano tremando; d’abitudine la prescelta veniva legata e imbavagliata, a volte persino stordita, ma questa volta dovevano fare affidamento sui loro muscoli.<br />
L’uomo alto tornò al suo posto; gli bastò solo un lungo istante per essere di nuovo di fronte alla ragazza. Il piccolo uccello finì a tiro del nano, che era sul punto di capitolare e accarezzarlo se la mano non si fosse levata in un gesto fino alla bocca della ragazza. Quest’ultima strinse le labbra di più; non voleva, si rifiutava di aprire la bocca, anche se la voglia di urlare insisteva; avrebbe potuto farlo senza dire una parola, uno di quegli urli che vengono dal fondo e tengono una lettera per sempre. Urlare avrebbe soltanto anticipato un destino che non voleva immaginarsi, che desiderava non arrivasse mai nonostante le fosse di fronte. Lui rise spalancando tutta la bocca ma senza emettere un suono. La luce serale resisteva ad abbassarsi fino in fondo. C’erano solo lui e lei adesso, chi avrebbe ceduto era il gioco.<br />
L’uomo alto era nella condizione di barare per costringerla a fare ciò che voleva lui, lo sapevano entrambi. Così, con la mano libera, le schiacciò le gote, l’indice e il pollice premettero come una morsa a un centimetro dagli angoli della bocca, le fecero fare l’imitazione del pesciolino, e lui con lei, i loro visi a un paio di centimetri di distanza, come se volesse baciarla. Lei non si illuse e lui riprese sùbito a ridere e rimbalzò con la testa al suo posto, allineato con la schiena e le gambe. Aprì appena l’anulare e il mignolo per assicurarsi che il passerotto non si fosse arreso, fosse ancora pronto a volare. La bocca di lei era stritolata tanto da ridurre il labbro inferiore a un’escrescenza rossastra. L’uomo vi sporse la testa del passerotto, morbida con le piume leggere e di un castano acceso, come per farlo abbeverare della saliva della ragazza. Lei tentò di scuotere la testa, in maniera poco originale, ma il braccio del secondo uomo si era imbalsamato in una posizione rigida e lei ottenne solo dei nuovi strattoni per il collo. «Non vorrai tranciare la testa del passerotto con i tuoi denti?» le disse per la prima volta l’uomo tra la barba, «poi mi toccherebbe serrarti la bocca, come piace a te, e chiudere all’interno il capo mozzato, che ne pensi?» La ragazza spalancò gli occhi e con essi la bocca, l’aprì tutta, per buttare fuori il grido e lui ne approfittò e vi spinse dentro l’intero passerotto, che iniziò a becchettare e a pigolare lasciando micro punture sul palato, sulla lingua e a ridosso delle tonsille. Nella sua testa la ragazza pregava, forse, che l’uomo la smettesse, ma doveva chiedere altro. Il passerotto era trattenuto per le zampe sottili e lucide come se fossero di plastica. Non ci voleva niente perché si rompessero. Ne ruppe una lui. L’altra la liberò dalla presa e la accartocciò nella cavità orale della ragazza, che richiuse con il palmo teso.<br />
Doveva svenire. La ragazza doveva chiedere di svenire. Gli occhi sembravano spinti all’esterno, sembrava volessero uscire dal corpo, andarsene e smettere di vedere da quel punto di vista.<br />
I due uomini che la trattenevano, uno alle sue spalle e l’altro che le arrivava alla vita, se avessero visto quegli occhi, probabilmente, vi avrebbero riconosciuto il terrore, quando il presente è troppo immobile per poterlo sopportare.<br />
Quel suo viso sollevato, in una smorfia di rigetto che faceva cascare la nuca sulla spalla dell’uomo dietro di lei, aiutava la gravità a imbucare meglio il passerotto. Vomitare, ecco cosa era necessario fare, rimettersi nella sua posizione iniziale, mentre le piume si arruffavano strofinate dai denti e il passerotto le si agitava in bocca e gonfiava le guance, che l’uomo alto pigiava piano, poi con forza, un lato alla volta, schiantando il volatile da una parte all’altra, ammaccandolo, facendolo sanguinare. Verosimilmente con la bocca vuota la ragazza avrebbe riso di quelle mani sul viso. Invece sentiva il sangue, adesso era lì nella sua gola che scendeva verso lo stomaco; non sapeva se fosse il suo o meno. Scosse la testa in un grande no, il pianto strizzò le palpebre, le increspò lungo la linea di separazione tra la superiore e l’inferiore, mentre l’uomo rideva, ancora in silenzio, e gli altri due lo imitavano. L’eccitazione dell’uomo alto e barbuto aveva raggiunto tutti e la speranza di interrompere il gioco anche per la ragazza si ridusse alla possibilità di venire interrotti da un passante. Non c’era intervallo prima della fine.<br />
Quando la ragazza si lasciò andare, la presa ai polsi e ai capelli si fece ancora più caparbia, l’assenza di resistenza era difficile da domare più della resistenza stessa. Il volto della ragazza che si agitava a ogni spasmo millimetrico dell’uccello si arrestò in una sagoma innaturale, deformato nella zona della bocca, verso destra, come se avesse iniziato a gonfiarsi di quel gonfiore che sarebbe diventato tumefatto, ed escoriato all’interno come se l’avessero picchiata. Il respiro della ragazza venne incitato di nuovo dall’uomo barbuto, «Dal naso, respira dal naso», e indicò il proprio. «Deglutisci, devi deglutire.» La ragazza ingurgitò del sangue come se stesse ingurgitando una pozione. Lui sorrise e lei, con gli occhi, gli chiese pietà, non abbassò lo sguardo, non aveva vergogna; era sfinita. Le bastò udire un fruscio per distrarsi, le rispose lui per gentilezza: «Non arriva nessuno».<br />
La cassa toracica e le spalle le sussultarono all’improvviso alcune volte di seguito; la testa dondolò. Il passerotto non era morto, tentava di scenderle in gola. Di spingere, forzare il buco che aveva davanti a sé, un buco nero che non doveva essere chiuso. Deglutire aveva indirizzato meglio l’animaletto. Bastarono pochi, pochissimi colpi, uno, due, perché i sussulti diventassero un conato.<br />
La guardarono singhiozzare con l’intero corpo, non si era ancora agitata così, contro gravità; i due complici allentarono la presa senza allontanare le mani; il cerchio che avevano stretto in tre attorno alla ragazza era un riparo sicuro. Lui le scosse appena il viso, da destra a sinistra per aiutare la discesa, come si fa con gli imbuti ostruiti. Poteva diventare una poltiglia il passerotto, e masticarlo sarebbe stata la soluzione ideale; il fatto che fosse in vita e la forma non ne rendevano facile la discesa.<br />
Il respiro della ragazza cessò; lui non lo sentì più battere sulle nocche della mano con cui le stritolava le labbra viola e le ostruiva sempre di più le narici. Fu in quel momento di silenzio totale che gli acidi e i residui del pranzo si sollevarono dallo stomaco; incanalati dritti fino alla gola della ragazza. Quando smise di palpitare, i tre uomini aspettarono immobili e rigidi qualche secondo prima di lasciare andare la stretta; non fecero in tempo a fare un passo che il corpo di lei già scivolava a terra come un abito dismesso. Le gambe si accartocciarono sulla fanghiglia che circondava la fontanella; la gonna a ruota riparò il busto e la testa dalla ghiaia. Solo allora gli uomini si accorsero di essere all’incirca uno di fronte all’altro. Abbassarono gli occhi e la videro né seduta né sdraiata a terra; si voltarono verso la borsa, l’uomo alto l’afferrò e iniziarono tutti e tre a correre.</p>
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		<title>Billy Mace voleva volare di Arzachena Leporatti</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 10:04:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Billy Mace aveva capito che voleva volare quando, a pochi mesi di vita, scivolò dalle braccia del padre Bobby planando, non si sa come, sull&#8217;unico metro quadrato del pavimento del salotto su cui si trovava un cuscino alto e morbido. Fu una caduta spaventosa ma poi Bobby si abbassò per riprendere il figlioletto, pronto a correre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Billy Mace aveva capito che voleva volare quando, a pochi mesi di vita, scivolò dalle braccia del padre Bobby planando, non si sa come, sull&#8217;unico metro quadrato del pavimento del salotto su cui si trovava un cuscino alto e morbido. Fu una caduta spaventosa ma poi Bobby si abbassò per riprendere il figlioletto, pronto a correre dal medico o all&#8217;obitorio, e si accorse che Billy stava ridendo. <br />
Volare, da quel giorno, fu il più grande sogno di Billy. Quando nell’acciaieria suonava la sirena, che in altre parole voleva dire cibo, aria, pausa dal cazzo di acciaio, Billy usciva all&#8217;aperto e guardava il cielo. Contava le nuvole e gli uccelli. Constatava che a Londra il cielo era sempre troppo grigio, ma il desiderio di volare non lo abbandonò mai. Un giorno, quando Billy festeggiava il suo diciannovesimo compleanno, successero tre cose importanti in un colpo solo. Di quelle cose da cui non si torna indietro, nemmeno a fare finta di niente tappandosi occhi, orecchie e ogni altro orifizio. Bobby Mace, il padre di Billy, riuscì finalmente a battere il suo storico e temibile avversario Gulligham, bevendo una birra in più. Sedici a quindici. Sedici pinte in mezz’ora: un record assoluto. Bobby divenne quindi il campione in carica del quartiere di West Ham, con massima ammirazione da parte dei presenti. Contemporaneamente Billy, durante un estenuante turno di lavoro, fu colpito da un forte attacco di asma e, una volta portato d&#8217;urgenza dal medico che abitava nei pressi della fabbrica di acciaio dove lavorava, scoprì di essere un soggetto asmatico, appunto. Infine, scoppiò la seconda guerra mondiale. <br />
Billy fu chiamato alle armi due giorni dopo, mentre lottava contro la tosse che gli chiudeva la gola e con gli occhi che pizzicavano più del solito. Aveva le mani nere. Le aveva strofinate sulla tuta da lavoro, consumata e puzzolente, ma niente. Lo sporco rimaneva attaccato alle sue falangi inesorabilmente. Si presentò così davanti a degli uomini in divisa militare che non aveva mai visto e che se ne erano fottuti delle sue mani sporche e anche del suo asma. Trattenne a fatica sputi e colpi di tosse per tutto il tempo necessario per far sì che questi uomini scegliessero chi dei ragazzi presenti nell&#8217;atrio della grande fabbrica facesse al caso loro. Billy fu indicato da un uomo muscoloso, con gli occhi quasi trasparenti, gli fu toccata una spalla e il giorno dopo prese in braccio per la prima volta un fucile. Carico. <br />
Billy di notte, nel dormitorio a cui lo avevano assegnato, faceva sogni strani. Vedeva il padre, Bobby, che lo teneva per mano. Lui era piccolo e poi di nuovo grande. I due Billy si confondevano fra loro. Poi il padre lo lasciava cadere e tutto diventava nero e poi bianco e poi infuocato e allora Billy provava a volare ma riusciva solo a tossire, a sputare. Arrivava un uomo con la faccia blu e le mani verdi, imbracciava due fucili e gli insegnava a usarli. Billy gli diceva che lui voleva solo volare e allora l&#8217;uomo con la faccia blu lo faceva salire su un caccia militare e lui iniziava a sparare da lassù, in mezzo alle nuvole. Non si accorgeva della gente a terra che moriva o degli altri aerei che cadevano e si schiantavano giù. Lui era solo contento di volare. Che poi fu più o meno così che accadde. Che Billy si trovò a bordo di un aereo militare come copilota insieme a un ragazzo più grande di lui di soli tre anni, ma a quanto si diceva molto addestrato. C&#8217;era bisogno di forze e di uomini, gli avevano detto. Se Billy voleva volare avrebbe potuto farlo, a patto di stare sempre insieme con il fottuto baronetto figlio di ricchissimi proprietari terrieri inglesi che gli avrebbe insegnato a pilotare l&#8217;aereo. Billy si sentiva una cagna a stargli sempre appicciato, ma poi pensava a quando l&#8217;aereo sarebbe decollato, a quel piacevole brivido che gli avrebbe attraversato la spina dorsale arrivando fino all’attaccatura del collo, elettrizzando anche i suoi folti capelli. Quella sensazione di inspiegabile libertà e onnipotenza che lo coglieva sempre di sorpresa, gli faceva arrivare di nuovo l’ossigeno ai polmoni. Stavolta senza ostacoli e intoppi. Gli uomini, le donne, i bambini, i cani, le città, le montagne, i fiumi, il mare, da lassù erano piccoli, i problemi erano inesistenti, le preoccupazioni misere. Anche l&#8217;asma sembrava un ricordo ormai lontano quando planava e poi si ritirava su con una mossa da maestro. <br />
Un giorno, erano passati due mesi dall&#8217;inizio della guerra, uno da quando Billy faceva parte dell&#8217;aviazione inglese, successero due cose degne di nota. Bobby Mace fu battuto dall&#8217;avversario Gulligham, il quale riuscì a bere ben due birre in più di lui, rischiando il collasso ma facendo esplodere il pubblico presente in un boato mai sentito prima. Contemporaneamente Billy fu incastrato dal fottuto baronetto, nonché primo pilota, a cui fu ordinato di sganciare una piccola bomba su una base militare tedesca. Si era spaventato, era tornato indietro, quasi piangeva come un neonato dal terrore, quando con una virata energica era tornato nei cieli inglesi. Tutti sapevano che il fallimento della missione era dovuto solamente al fottuto baronetto ma, viste le umili origini di Billy, la cui famiglia era composta interamente da operai impiegati nelle acciaierie, la versione ufficiale, riportata ai piani alti, fu che c&#8217;era lui al comando dell&#8217;aereo disertore. Billy da quel giorno non volò più. <br />
L&#8217;asma era tornato, più forte di prima, più aggressivo, più bastardo. Billy bestemmiava tutti i santi che conosceva. E ne conosceva molti, pur non essendo un bravo cristiano. Batteva sull&#8217;acciaio, lo lavorava alacremente, prendeva calci e pugni dai superiori se rallentava un attimo, se tossiva, se si passava una mano sudata sulla fronte altrettanto madida. Bestemmiava e lavorava. Alla fine gli fu proibito di volare, ma nessuno poteva permettersi di perdere forza lavoro in quel momento critico. Tornò all&#8217;acciaio, come si torna a una dipendenza inevitabile, come se fosse la sua crudele maledizione. La sirena del libera tutti suonava sempre meno. Billy riusciva a vedere il cielo raramente ma, quelle poche volte, magari quando tornava nella catapecchia che i padroni delle fabbriche chiamavano casa, dove viveva stipato con altre dieci persone in pochi metri quadri, ripensava a come era bello stare in aria. Stare sospeso per non si sa quale miracolo della fisica, fra gli umani e Dio. Fra quel Dio che malediceva per non avergli fatto le ali per fuggire via da quello schifo di mondo. A volte, in bagno, seduto sul cesso consumato da altri centomila culi, Billy scriveva su pezzi di carta frasi e pensieri sparsi e disordinati. Poi se li infilava nelle mutande e andava a letto. Li nascondeva sotto il materasso. Erano l&#8217;unico sfogo che aveva. Gli piaceva scrivere anche tutto quello che aveva provato in volo, per cercare di non dimenticarselo mai. Ogni sera Billy si addormentava a fatica. Prima di abbandonarsi a un sonno lieve pensava a quanto, alla fine, facesse schifo la guerra.<br />
L’anno successivo, sempre nel giorno del compleanno di Billy, Bobby Mace morì d&#8217;infarto, mentre era a un passo dal battere di nuovo il suo avversario Gulligham. Per rispetto della lealtà e generosità sempre dimostrata da Bobby, le nuove sfide del torneo furono rimandate a data da destinarsi e nessuno festeggiò il campione in carica Gulligham. Al funerale c&#8217;erano tutti quelli del quartiere. Anche Billy riuscì a prendere un permesso di qualche ora e andò a sedersi nella prima fila di panche in chiesa. Avrebbe voluto almeno una madre da abbracciare, la cui spalla in quel caso avrebbe fatto comodo per nascondere le proprie lacrime. Invece sua madre era scappata qualche anno prima che scoppiasse la guerra. Via dall&#8217;acciaio, dalle mani sporche e luride, da un uomo che come preoccupazione aveva solo quella di bere birra dalla mattina alla sera, da una vita meschina e insulsa. Forse aveva avuto più coraggio di lui, pensava Billy mentre aiutava altri ragazzotti a sollevare la grande bara di legno, trasportandola fuori e poi al cimitero. Sempre lo stesso giorno, nel pomeriggio, quando Billy era stato costretto a tornare in fabbrica, era arrivata Lei, che all&#8217;inizio e per un bel po&#8217; di tempo non ebbe un nome. Lei vagava come un&#8217;anima candida e dispersa fra gli operai. Offriva loro un fazzoletto bianco per asciugarsi il sudore, un po&#8217; d&#8217;acqua magari e dolci sorrisi. Sempre quel pomeriggio, prima che il suo turno finisse, Billy ebbe un nuovo e tremendo attacco di asma. Lei arrivò prontamente a chiedergli cosa avesse ma lui non riuscì a rispondere, visto che a malapena gli arrivava l&#8217;ossigeno ai polmoni. Era diventato viola, rosso e poi bianco, come un cadavere, come il fazzoletto che Lei continuava a porgergli. Aveva pensato di morire, Billy. Poi l&#8217;attacco era finito e Lei lo aveva baciato.<br />
Lei si chiamava Elizabeth e aveva i capelli corti e ricci, di un biondo quasi irreale per poter sopravvivere lì, in quel marciume grigio e puzzolente. Beth, come si voleva far chiamare da Billy, nella fabbrica aveva la funzione della tuttofare, persino dell&#8217;autista che scortava i soldati da un’estremità all’altra della città. Ma la sua mansione principale era quella di rallegrare con la sua presenza gli operai, i quali effettivamente, da quando vedevano aggirarsi quella ragazza giovane e perspicace nei loro paraggi, avevano iniziato a lavorare con ben altro ritmo. Non sapevano che Beth, sebbene fosse gentile con tutti allo stesso modo, aveva dichiarato quasi subito il suo amore a Billy. Anche perché in fondo, sotto tutto lo strato di sporco e devastazione che segnava il suo corpo, il giovane Billy era un ragazzo affascinante: il fisico slanciato e un po&#8217; ricurvo, il viso dai lineamenti pronunciati, ma eleganti. Billy pensò che forse c&#8217;era una cosa più bella di volare, che era innamorarsi, appunto. Quando Beth arrivava, con il suo fazzoletto bianco, a chiedergli come stava, a toccargli il petto come se bastasse quella manina piccola poggiata sui polmoni per farlo guarire dagli attacchi di asma, lui sapeva solo di amarla. E questo gli bastava. Non aveva mai chiesto niente a Beth delle sue origini, della sua storia e nemmeno lei lo aveva fatto con lui, anche se c&#8217;era poco da chiedere. C&#8217;era poco spazio per l&#8217;immaginazione. Lei gli aveva semplicemente detto che era una storia lunga, quella della sua famiglia. Che stavano fuori dal quartiere di West Ham, che ogni tanto infatti si sarebbe assentata per andare a trovare suo padre e per sbrigare alcune faccende. A Billy non importava dove dovesse andare Beth. Gli importava solo di quei baci che si davano di notte, prima di andare a dormire. Billy nella catapecchia, lei in una casetta più spaziosa che gli aveva concesso il padrone della fabbrica. Billy pensava che il suo sogno più grande in quel momento sarebbe stato volare, ma con Beth al suo fianco.<br />
Un giorno successe che la guerra finì, ma per Billy non cambiò poi molto. Gli dissero che sarebbe dovuto restare molto tempo a lavorare in quella fabbrica. Stavolta per ricostruire tutto quello che era stato distrutto. Per fortuna che lì aveva Beth, pensava. Anche se i periodi in cui si assentava per andare a trovare i parenti verso il centro di Londra si dilatavano sempre di più. Allora lui, durante le sue assenze e le notti particolarmente insonni, stava fuori dalla sua catapecchia a guardare il cielo, senza vedere alcuna stella, a pensare a lei. All&#8217;ultima volta che avevano fatto l&#8217;amore, che poi era la prima. Si erano stesi in un prato vicino alla fabbrica, senza erba, quasi senza terra. Uno spazio scuro e vuoto che a loro era sembrato semplicemente un prato. Si erano tolti i vestiti ed era successo tutto. In un modo delicato, in un silenzio irreale. Forse c&#8217;erano dei rumori, delle grida, il continuo e incessante ronzio delle macchine a lavoro, bambini che piangevano, ma loro non avevano sentito nulla.<br />
Successe che passarono due anni e che Billy continuò a lavorare duramente l’acciaio. La città era ricostruita, l’economia era ripartita di gran carriera, ma alla fine l’acciaio sarebbe sempre servito a qualcosa. Billy aveva ormai rinunciato a volare. L&#8217;unica cosa che gli importava veramente era stare con Beth. I suoi fazzoletti bianchi non erano più necessari, gli operai erano diminuiti in numero. Il padrone della fabbrica però la faceva stare lì, a zampettare fra i macchinari e i rifiuti, non si sa per quale motivo. Forse si era affezionato pure lui alla loro storia d&#8217;amore strampalata. Beth aveva detto a Billy di aver trovato finalmente lavoro come segretaria nel centro di Londra, visto che sapeva fare i conti e pure leggere bene, che sarebbe stata una cosa positiva per entrambi. Avrebbero potuto comprare una casa decente, fare dei figli, magari. Gli aveva detto che però doveva assentarsi un po&#8217; più a lungo, quella volta. Billy, quando Beth aveva parlato di figli, era stato combattuto fra un entusiasmo quasi isterico e una profonda tristezza al pensiero che non avrebbero mai conosciuto i nonni paterni. Che Bobby non avrebbe mai potuto tediare il nipote con la storia delle birre. Ma poi le aveva detto semplicemente va bene, ti amo, torna presto.<br />
Un giorno però, come per uno strano segno del destino, sempre nel giorno del compleanno di Billy, Gulligham, lo storico avversario di Bobby Mace, morì in un tragico incidente. Un sorso di birra di troppo gli andò di traverso e così, strabuzzando gli occhi e rovesciandosi sul tavolo di legno davanti a lui, abbandonò la vita terrena. Contemporaneamente Billy ricevette la notizia più brutta della sua vita. Beth era tornata nel quartiere dopo due lunghe e interminabili settimane. Quella mattina lo salutò in un modo dolce che strideva con la sua faccia stranamente sconvolta, gli avvicinò la bocca all&#8217;orecchio destro, gli disse auguri e poi aggiunse che non si sarebbero più visti, che non poteva spiegargli il perché, ma che presto avrebbe capito. Se ne andò così, lasciandolo a martellare l&#8217;acciaio, a desiderare di morire in quel momento, di essere fulminato. Lo lasciò incredulo, disperato e solo. L&#8217;ultima immagine che Billy conservò di lei fu quella sagoma snella che abbandonava per sempre la fabbrica dove per anni avevano consumato un amore silenzioso. Billy non aveva potuto vedere, però, le lacrime che sgorgavano dal viso di Beth, una volta che si era voltata, andandosene per sempre da quella fogna di posto.<br />
Billy Mace tornò ad abitare in quella che era stata la casa del padre quando, a soli ventisei anni, il suo asma divenne tanto grave da non permettergli più di lavorare l&#8217;acciaio. Il padrone della fabbrica aveva però scoperto che era parecchio bravo a scrivere, visto che qualche suo compagno di stanza aveva ritrovato fra lenzuola e materasso tutti i suoi scritti segreti, sbandierandoli ai quattro venti. Il padrone avrebbe tenuto Billy per scrivere lettere e documenti. Gli aveva detto che poteva farlo anche da casa, saltuariamente, in modo da riposarsi e placare la tosse maledetta. Billy decise così di abbandonare quel posto letto fatiscente e di tornare nel vecchio appartamento sgangherato di famiglia. Un giorno Billy accese la radio, che era l&#8217;unica cosa che si era conservata integra in mezzo alla muffa e alla desolazione. Straordinariamente quel giorno a Londra splendeva il sole, gli uccelli si rifugiavano fra i rami degli alberi cantando piacevoli melodie e Billy era intento a scrivere una lettera. Quel giorno la vita di Billy cambiò per sempre.<br />
Dalle casse dell&#8217;apparecchio una voce a lui troppo familiare annunciava il suo imminente matrimonio con il principe Filippo, promettendo che, nel caso fosse diventata regina d’Inghilterra, alla morte del suo vecchio padre Giorgio, si sarebbe impegnata per la pace e la serenità del suo popolo, vista la recente uscita dalla guerra e vista la sua vicinanza ai giovani militari, ai giovani operai e servitori della patria, di cui lei stessa aveva fatto parte per tre anni. Disse così Beth, con voce emozionata e tremula. Alla radio. A lui, rannicchiato alla sua scrivania e, contemporaneamente, a tutto il mondo. Billy rimase immobile ad ascoltare tutto, a dirsi che non era possibile che fosse una principessa, la principessa Elizabeth, futura regina di Inghilterra, proprio quella Beth che aveva amato nel giardino senza erba. Che non glielo avesse mai detto. Che non era possibile che quella Beth non sarebbe più tornata, che si sarebbe dimenticata in fretta e per sempre di lui. <br />
Al matrimonio quel giorno c&#8217;erano tutti. C&#8217;era anche Billy, fuori. Teneva un cartello all’altezza del petto con su scritto «Beth, sono Billy». Lei, per un attimo, sembrò incrociare il suo sguardo, o almeno cercarlo, speranzosa e rammaricata insieme, fra la folla. Non seppe mai che era lì. Con quel cartello che ancora oggi Billy, mentre vaga per la città di Londra, chiedendo a uomini e donne sconosciuti qualche spicciolo per una birra, con la barba lunga e l&#8217;asma incalzante, tiene appeso al collo.</p>
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		<title>Il momento giusto per chiedere indietro di Simone Pietro Ruocco</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 09:59:55 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A casa mia è da ormai non ricordo più quando che dopo ora di pranzo, dall’una e mezza in poi diciamo, le luci si spengono e le ombre si allungano da sotto i mobili, e avvolgono ogni cosa in quella penombra appiccicosa da brutta giornata di primavera. Così, tutti qui si ritirano nelle loro camere, e ti cade addosso quel torpore letargico ch’è veramente difficile da scrollarti via. Alla fine qualsiasi cosa tu abbia da fare puoi sempre farla più tardi, hai ancora tutto domani e dopodomani, la vita davanti. Un riposino al pomeriggio è un tempo breve in proporzione.<br />
Noi lo chiamiamo il pisolino pomeridiano. Che di per sé andrebbe anche bene, se solo non fosse che quando ti alzi sono praticamente le sei, ed è ormai troppo tardi per considerare quel che rimane una vera e propria giornata. Hai l’odore di sonno attaccato addosso, e quello che vorresti è solo una doccia calda per togliertelo dalla bocca, se poi non fosse che da non ricordo più quando c’è qualcosa che non va nella caldaia, e l’acqua calda non dura che cinque minuti, ed è impossibile fare la doccia in quattro di fila, e saranno anni che papà dice che bisogna chiamare un idraulico, ma fatto sta che l’idraulico non l’abbiamo ancora chiamato.<br />
Pensate che persino la ragazza di mio padre, giovane e sempre sorridente, che la ricordo quanta vita aveva dentro quando per la prima volta si è timidamente affacciata sulla porta di casa tenendo stretta la mano di papà, e da quel giorno ha fatto di tutto, mai ferma, sempre su e giù per le scale a tirar via la polvere da sotto i mobili come le ombre al pomeriggio, a controllare che nei bagni gli asciugamani fossero sempre puliti, persino lei all’inizio ci ha provato. Invitava papà ad andare a fare una passeggiata per i campi, dopo pranzo, e ricordo di una volta che s’è messa lì a fare i compiti con mia sorella. Persino lei a un certo punto ci ha rinunciato, e adesso parla anche nel sonno, di pomeriggio.<br />
Tant’è che quando squilla il telefono, come accadde quel giorno, o qualcuno ad esempio suona il campanello e noi tutti siamo immersi nella fase più profonda del sonno, succede che c’è sempre un primo momento di stallo in cui si combatte silenziosamente ognuno dalle proprie postazioni pisolino, per decidere chi debba andare a sentire quale sia la novità, già disillusi perché alla fine è quasi sempre il postino, o l’indiano della pubblicità, tutt’al più il prete che qui da noi passa ancora per le case a chiedere chi vuole la benedizione. Quello che voglio dire è ch’è davvero terribile alzarsi così di soprassalto, come da un incubo nel pieno del pomeriggio.<br />
Ormai immagino sia chiaro che io non sono molto d’accordo con questa cosa, ma dovete credermi, è veramente difficile resistere quando sei lì, seduto al tavolo dopo una porzione anche normale di pasta al pomodoro, e guardi in faccia tua sorella e tuo padre e la sua fidanzata e lo leggi già nei loro occhi, che tutto quello che vogliono adesso è andare a dormire, e anche se ti dici che no, questa volta no, poi alla fine è sempre sì, e tutto quello che ho potuto fare per diciamo protestare contro questa abitudine è stato decidere di non mettermi proprio a letto sotto le lenzuola, ma di appisolarmi sul divano, rigorosamente vestito, e quando mi alzo ho sempre il mal di schiena perché non è un vero riposino quando te ne stai tutto rannicchiato in salotto, con la luce seppur tenue che passa dalle finestre, senza chiudere le tapparelle né, che so, metterti una sciarpa avvolta intorno alla testa. E mi sembra assurdo pensare che quando andavo all’università tornavo a casa la sera tardi, dopo un’intera giornata di studio, tutto in modo molto costante, e la stanchezza la sentivo solo quando mi sdraiavo a letto per alzarmi poi il giorno dopo, sempre così, e ora invece non ho un granché da fare, e in ogni momento mi sento come se stessi cercando di sollevare un macigno, cucino il pranzo, leggo qualcosa, al massimo spazzo un po’ le foglie del giardino, ch’è diventato ormai praticamente una foresta, con la siepe che ha mangiato i lampioncini, e l’erba a sgranocchiare gli interstizi delle mattonelle, e papà continua a ripetere che prima o poi bisognerebbe dargli proprio una bella potata.<br />
Tutto questo per dire che quel giorno, quando saranno state le due e mezza, suona il telefono, ed è mia sorella che si alza e va a rispondere, e io, già nel dormiveglia, quello che sento è qualcosa tipo «Zia? <em>Quale</em> zia?» e poi la sera, a tavola davanti alla televisione, siamo tutti così storditi che nessuno se la ricorda neanche più la chiamata, e ci passa di mente.<br />
Il giorno dopo a pranzo, la fidanzata di papà dice che è venuta una signora a cercarci, ma non sa dirci molto di più perché la signora era perplessa e non riusciva proprio a capire chi fosse quella sconosciuta che aveva aperto la porta, per quanto lei (la fidanzata di papà) dice di averglielo detto alla signora, di essere la fidanzata del signor Galli, <em>quello il cui nome era stampato sul citofono</em>, ma la signora non sembrava essere convinta e se n’è andata, e tutta la situazione era così ambigua che alla fine papà ha stretto le spalle e ha detto «Porca miseria», poi ha guardato l’orologio e ha esclamato «Ma pensa te», e così ce ne siamo andati tutti a goderci il nostro meritato pisolino pomeridiano, con la penombra già pronta ad afferrarci le caviglie.<br />
Papà ha un modo tutto suo di dire <em>porca miseria</em>, alzando appena le sopracciglia e facendosi sobbalzare gli occhiali sul naso. A me piace guardare mia sorella, reagire con un accenno di quel sorriso che quando era una bambina alta così dovevate vederla, uscire di casa tutta contenta, la mano della mamma stretta nella sua, la mamma che aveva quello stesso sorriso, ed è quando penso a cose come questa che mi piacerebbe leggere di nascosto le cose che la sera dopo cena mia sorella digita freneticamente sul suo cellulare, sapere a chi le scrive, per quanto forse basterebbe solo chiederlo a lei.<br />
La domenica, che è il giorno di fare la spesa, papà e la sua fidanzata escono la mattina presto, e si dimenticano sempre di comprarmi quei cereali con la frutta secca dentro. Poi il pomeriggio è sempre il solito, e la sera mangiamo la pizza surgelata, che so che sembra una vergogna ma vi assicuro che dovreste provarla. È come mangiare qualcosa di diverso dalla pizza, una cosa a sé diciamo, che non esclude che tu possa andare poi una sera quando capita anche in pizzeria e prenderti invece una bella pizza come si deve.<br />
Quello che volevo arrivare a dire è che poi il giorno dopo che la signora s’è presentata al citofono e se n’è andata, saranno state non so le quattro del pomeriggio, stavo sognando di provare una folle necessità di correre in giro a strappare più fotografie possibili in questa casa enorme che pur essendo diversa pareva somigliare a casa nostra. E a un certo punto suonano il campanello e mi alzo di soprassalto ed è terribile perché sei subito sveglio così d’un tratto e sono sceso a rispondere al citofono.<br />
«Chi è?»<br />
«Leonardo?»<br />
«Chi è?»<br />
«Sono la zia, Leonardo. Apri la porta.»<br />
Io ho aperto la porta, e oltre il cancelletto c’era questa signora vestita come si vestono i vecchi, con i colori sbiaditi e i maglioni impeluccati, che mi lancia un gran sorriso e apre le braccia come se potesse abbracciarmi da là e mi dice «Apri», e io le apro non so neanche perché, e lei in quattro e quattr’otto attraversa il giardino e mi abbraccia, con addosso uno di quei profumi dozzinali che vendono dai cinesi.<br />
«Ti sei fatto grande! quanti sono, ventisei?» dice, e cerca di guardarmi in faccia tenendomi il mento con una mano in un gesto d’affetto invasivo. Sguscio via e mi infilo in casa e lei mi segue. Si guarda intorno, come se conoscesse come le sue tasche quel posto. Poi arriccia il naso e cammina dritta fino a un interruttore della luce, quasi nascosto dietro un quadro attaccato storto, e il soggiorno si illumina come non lo avevo visto da un po’ di tempo, e mi sembra persino di notare oggetti sui mobili che non pensavo neppure più esistessero.<br />
«Mi sembra tutto come sempre» dice la donna con le labbra rosse scuro, tipo lamponi. Mi sorride, mi chiede di non fare così, su, di farle un tè, e allora io non mi sento di dirle di no e mi metto a vedere se nella dispensa riesco a trovare una bustina di tè o camomilla. È solo che nella dispensa non trovo niente e glielo devo dire, mi scuso, e lei dice che è uguale, tira un gran sospiro, e si siede al tavolo della cucina e dice anche a me di sedermi e io mi siedo e lei incrocia le mani.<br />
Mi guarda non proprio dritto negli occhi, poi dice più o meno «Senti, è brutto dirlo in questo modo dopo tanto tempo però, sai, con lo zio le cose sono andate così così ultimamente, sempre di più da quando ho saputo che l’azienda alla fine lo zio l’ha fatta andare allo scatafascio, e se il nonno lo sapesse… e così adesso ci hanno tolto la casa, e io non me la sono sentita di rimanere con lui, con lo zio, e lo so che tu c’eri affezionato e infatti questo non deve cambiare niente però vedi di questi tempi è veramente difficile per una donna sola senza figli come me. A tua madre dicevo sempre che avrei voluto vederti giocare con dei <em>cuginetti</em>, fare insieme le vacanze al mare, ma poi sai come va la vita, e in pratica non riesco a pagarmi l’affitto e mi sono ricordata che tanti anni fa tua mamma è venuta da me e mi ha chiesto per favore se potevo prestarle settecentomila lire perché doveva comprare un regalo per l’anniversario con tuo padre… l’anniversario, ci credi? saranno stati almeno vent’anni fa, di lì a poco sarebbe rimasta incinta di te, pensa, e poi si sono sposati e quindi immagina il trambusto, la novità, la vita che comincia e io la capisco. È solo che ora a me quei soldi <em>servirebbero</em>, e sì lo so che fa un po’ schifo detta così e mi vergogno veramente però, vedi, poi anche dopo che è successo quel che doveva succedere a me non è arrivato neanche un centesimo, capisci? neanche una collana o un orecchino, con tutto l’oro che aveva. Che lei amava l’oro, aveva sempre questi pendagli meravigliosi e riusciva a non sembrare mai pacchiana, una donna fine ed elegante, tua madre, è solo che era mia sorella, capisci? e non mi ha lasciato proprio nulla, <em>per ricordarla</em>, capisci? e quindi adesso, nel momento del bisogno io avrei bisogno di quei soldi e mi chiedevo cioè dunque se insomma voi poteste <em>rendermi</em> quei soldi, che ora che c’è l’euro saranno che so, trecento? che però a me sarebbero veramente utili».<br />
Io per tutto il tempo cerco di mangiarmi le pellicine intorno alle unghie, o mi sgranocchio le nocche. Poi lei tace, e per fortuna in quel momento sento i passi di papà che scende le scale, lo vedo comparire su nel pianerottolo. È in mutande, con una di quelle canottiere bianche Oviesse che si macchiano subito sotto le ascelle col deodorante, e inizia a scendere e cerca di mettere a fuoco in tutta quella luce chi è la signora seduta al tavolo della sua cucina. Avreste dovuto vedere la sua faccia, quando sembra riconoscerla, e inizia a gridare cose, e allora capisco che questa signora si chiama Livia, e papà dice altre cose a proposito dell’azienda e che tutti sono spariti, hanno cambiato numero, residenza, neanche un fiore ai funerali, e dovevate vederlo, era rosso in faccia che mai lo avevo visto così. Quindi la zia se ne sta zitta fino a un certo punto, poi con voce tipo uccellino cerca di dire qualcosa a proposito di quelle settecentomila lire. È solo che papà grida troppo forte e non la ascolta, quindi si mette anche lei a gridare, e mi stupisce perché non credevo che potesse nascondere non so dove quella voce così grassa, e mentre grida sputa, e io devo allontanarmi impercettibilmente verso le scale su cui sono comparse mia sorella e la fidanzata di papà. Sono sempre più a disagio mentre papà e questa Livia discutono a proposito di cause e cose che sembrano vecchie di millenni ormai, e di qualcuno che non ha mai voluto che qualcun altro amasse un terzo qualcuno, e che il primo qualcuno ha sempre strisciato alle ginocchia di quel terzo e sussurrato cose cattive, ingiuste alle sue orecchie, e che era <em>grazie</em> al sudore del secondo qualcuno e di sua moglie se quel primo qualcuno e suo marito hanno sempre vissuto nella bambagia, e che forse ora se la meritano quella cosa. Che mai nessuno c’è stato per i figli dei due quando avevano bisogno di non sentirsi soli, di essere amati, e io vorrei solo non so tipo dir loro che sembra passato così tanto tempo da quando è successo quello di cui parlano che non sanno neanche più di cosa stanno parlando, forse. Che tanto non risolveranno niente, e vorrei alzarmi, aprire il congelatore, infilare una pizza di quelle surgelate nel forno. E penso che mi piacerebbe che qui ci fosse la mamma, che anche lei si prendesse una pizza dal frigo, la infilasse nel forno, e poi guardandosi intorno invitasse tutti a cena, quella sera, papà e mia sorella, la zia, e anche la fidanzata di papà, col suo sorriso che era in grado di illuminare l’intero salotto come un lampadario – poi però penso che non ci sono abbastanza pizze in surgelatore, che qualcuno prima o poi deve andare a fare la spesa, che non è ancora domenica, e intanto papà e la signora continuano a urlare, e forse sarebbe meglio che lasciassero perdere, perché quella cosa che sento dentro la sentiranno anche loro probabilmente, la <em>devono</em> sentire anche loro perché sembra aver avvolto tutto, ammorbato l’aria infestato le pareti corrotto il senso del tempo e delle cose, che prima o poi per forza devo cambiare, deve cambiare qualcosa <em>per forza</em> prima o poi, e sento mia sorella che ha iniziato a piangere e vedo la ragazza di papà, che le sta stretta vicino, e salgo le scale, passo oltre, mi infilo in camera e cerco da qualche parte i risparmi di tutti gli stipendi che ho messo via negli ultimi non so due cinque dieci cinquanta trecento anni? e quando li trovo li prendo e scendo e li lascio nelle mani di questa Livia di modo che se ne vada, che lasci perdere, che sparisca di nuovo da quel buco di nulla fuori casa da cui è venuta, che va bene non c’è problema non so saranno mille millecinquecento euro. Li prenda! ci faccia quello che vuole, l’importante è solo che sparisca.</p>
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		<title>Mentre muore Moni Nascosto di Lyuba Centrone</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 09:51:23 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccomi qua, Moni Nascosto, mentre muoio nella clinica «Casa del Sole» per un’ischemia cerebrale il giorno dopo aver battuto a scacchi Giovanni. Il mio nome, lo so già, è il motivo per cui ci metteranno qualche giorno a dimenticarsi di me. È stata una bella trovata quella di mio padre. Io, però, l’ho capito tardi. Verso i sei o sette anni ho chiesto a mia madre Carmela di cambiarmelo, o almeno di darmi un soprannome. «Cambiamolo in Pasquale, Antonio, Giuseppe… anche Gioacchino va bene, tutti sono meglio di Moni, mamma.» Ma mia madre era una donna troppo prudente e mio padre, nemmeno a dirlo, «Tu sei Moni e basta». Fortuna che non ricordo il giorno del mio battesimo. Mia madre mi ha raccontato che non avevo versato una lacrima al contrario di tutti gli altri bambini perché ero un figlio di Dio come si deve. Io, invece, ho sempre pensato che fosse per non attirare ulteriormente l’attenzione e difatti, che non fossi un figlio di Dio come si deve, se ne sono accorti tutti qualche anno più tardi. A scuola ero per tutti Moni, la mona nascosta, e sai che vergogna per tutta l’adolescenza. Poi all’università ero Moni, la monade nascosta. Progresso poetico. Forse lì ci presero abbastanza i miei amici, almeno, così ricordo di aver pensato.<br />
Quando mio padre morì me lo disse perché mi aveva chiamato così, anche se io non ci capii niente: «Moni era un re». E chi lo sa se era vera o no quella storia del re. Ero già cieco da un anno e non ho mai imparato a leggere da quei cosi bucherellati che hanno un nome difficile già a pronunciarlo. Si può dire che da quando sono cieco, sono anche analfabeta e se non sai leggere devi per forza rinunciare a sapere un sacco di cose. Moni era un re e basta. Così disse mio padre.<br />
Ops, vengono a mettermi il lenzuolo sul corpo. Il lettino è un po’ stretto e fa un pochino freddo. Ma tutto sommato si sta bene. Coperto dal lenzuolo devo sembrare un re davvero bello. Spero mi sistemino bene le braccia, voglio morire ordinato. Ecco l’infermiera. Che fa? Mi pulisce il sedere? Scusi, scusi signorina. Che figura, proprio oggi che son morto. La prego signorina mi perdoni, mi perdoni tanto. Deve essere stato quando mi sono sentito scoppiare all’improvviso. Che caldo che ho sentito tutto a un tratto. E chi ci ha capito niente. Dell’odore non me ne sono accorto, in quei momenti uno non è che sta attento all’odore… Ma perbacco, forse non sono ancora morto, la signorina mi ha appena detto: «Non si preoccupi, è normale». Non l’avrebbe detta a un morto questa frase. Forse sono quasi morto e quasi vivo o forse non sono più io.<br />
Sono diventato cieco per colpa della pressione alta. Anno per anno ci vedevo sempre meno, fin quando un bel giorno non ci ho visto più. Ero un architetto, così dicevo. Ho dovuto lasciare tutto. Studio, casa, macchina. Tutto. Sono tornato a vivere dai miei genitori furioso come una bestia. Urlavo tutto il giorno, tiravo calci alle cose sulle quali inciampavo, picchiavo anche quella santa donna di mia madre. Dio mi perdoni per tutto questo. Ehi tu, Dio, non ci ho mai creduto che esisti, ma tu perdonami lo stesso. E poi, tu ci credi a quelli che non hanno mai avuto dubbi su di te?<br />
Dicevo della mia rabbia. Sì, una rabbia incontrollabile. Mia madre l’ho mandata all’ospedale per due volte. Una volta le ho scaraventato contro il Rolex che voleva farmi mettere il giorno del funerale della buon&#8217;anima di suo padre, mio nonno Saverio, detto Lo Scrofone. Cinque punti sulla fronte. Un’altra volta l’ho messa sotto nel tentativo ridicolo di tirare fuori la macchina dal garage e fuggirmene via. Trauma cranico e gamba rotta.<br />
Quando funzioni bene il tuo diritto più prezioso è annoiarti. Guardi la tv, leggi un libro, esci a farti una passeggiata. Da cieco invece cosa fai? Immagini e l’immaginazione non sai mai fin dove può farti arrivare. Dopo i primi tempi, mi ero guadagnato l’unanime reputazione di demonio, tanto che mia madre pensava che la mia malattia fosse proprio la manifestazione di qualcosa di maligno. Pur di non avermi in casa, mi iscriveva a tutte quelle associazioni di beneficenza che imballano gruppi di disperati e li spediscono in pellegrinaggio ovunque, tutti con la ricevuta di ritorno. Nel giro di due anni ero stato a Nizza, al santuario di San Michele, Assisi, l’eremo di Camaldoli, Rimini, Napoli e in tutte le parrocchie della diocesi di Trivento. Nel 1960 mi trovavo in vacanza in Sicilia. In quel periodo mi piaceva ascoltare la radio. Seguivo in particolare <em>Radiosera</em> e un altro programma leggero. Chissà come si chiamava. Ricordo anche che ascoltavo un radiodramma su <em>Moby Dick</em> a quei tempi. Su <em>Radiosera</em> o forse su quell’altro programma, o forse non so, un giorno sentii parlare della partita a scacchi tra Byrne e Fischer, annunciata come la sfida del secolo. Fischer, a tredici anni, aveva battuto Byrne. Forse fu per il modo con cui alla radio avevano raccontato la sfida o forse quel giorno ero particolarmente sensibile, fatto sta che mi commossi. Mi commossi per davvero e da allora diventai un fan di Fischer. Non solo, io volevo diventare proprio un campione di scacchi, così chiesi a Giovanni di aiutarmi. Giovanni all’epoca era un ragazzo timidissimo, grasso come un maiale e difatti veniva preso in giro da tutti. Noi ci volevamo bene e sapevamo benissimo che quei poveri cristi che ci accompagnavano in giro per l’Italia lo facevano solo per estinguere il debito di sensi di colpa che ognuno di noi, in un modo o nell’altro, si sente addosso, quindi eravamo restii ad affezionarci a chicchessìa. Preferivamo la gente che ci chiamava per quello che eravamo: un cieco e un maiale, e non quei miseri perbenisti che ci invitavano alle cene di beneficienza perché io ero un ipovedente e lui un tenero fanciullo sovrappeso. Era per questa ragione che passavamo un sacco di tempo insieme. Lo incaricai di comprare un manuale di scacchi che da allora in poi mi lesse tutti i giorni, fino a quando non diventammo abbastanza pratici da dare inizio alle prime sfide tra di noi. Giocavamo alla cieca, oppure normalmente. Alla cieca, però, ero io il più bravo. Vincevo ogni partita e non facevo altro tutto il giorno se non allenarmi. Mi esercitavo sulla bobina con la registrazione del match tra lo sconosciuto Fischer e il grande Byrne, tanto che potevo giocarla a memoria quella partita. E che partita ragazzi. L’errore di Byrne fu muovere per due volte l’alfiere sulla stessa diagonale e lasciare il re al centro scacchiera non arroccato. Il fatto è che Byrne aveva giocato con superficialità, invece Fischer non era lì solo per vincere, Fischer era lì per meravigliare. E cavoli se non lo meravigliò il mondo intero, con quell’alfiere in E6.<br />
Così passarono i miei primi dieci anni da cieco, durante i quali anche mia madre Carmela se ne partì all’altro mondo e io rimasi solo, in santa pace, a godermi il diritto alla solitudine, tra i miei scacchi e la rincorsa a una donna di nome Margherita che lavorava come commessa nella pasticceria proprio sotto casa mia. Tuttavia, il risultato di quell’amore travagliato fu solo l’aggravarsi della mia emarginazione, ma di questo preferisco non parlare.<br />
In occasione della sfida tra la squadra dell’URSS e il Resto del Mondo, Fischer accettò di mettersi da capo davanti alla scacchiera dopo otto anni di ritiro dalle competizioni internazionali. Era avvenuto che il torneo delle Antille del 1962 era finito con quei farabutti di Petrosjan, Keres e Geller che si erano accordati per finire le sfide tra loro in pari. Questo gioco meschino aveva fatto in modo che Fischer finisse quarto e, quindi, fuori dai campionati del mondo per almeno tre anni. Fu una cosa vergognosa e difatti Fischer per protesta si ritirò dall’ambiente che contava.<br />
Comunque, dicevo, in occasione del grande ritorno del campione, io e Giovanni, che nel frattempo eravamo diventati discreti scacchisti, ma disperati, come sempre, avevamo organizzato un torneo con i campioni del circondario, più il campione italiano in carica Pietro Laino.<br />
La sfida tra i russi e gli occidentali era un fatto che andava oltre gli scacchi. Ne parlarono continuamente, c’era gente che prendeva posizione, che sembrava conoscere la verità dell’universo, che non faceva altro che riempire il mondo di stronzate. Era il 1970 e quella, per tutti, era un’estensione della Guerra Fredda. Era come se tutte le bombe che gli americani e i russi non si erano lanciati addosso, le avessero conservate e affidate per quella resa dei conti a un gruppo di folli geni delle pedine. Io non tifavo per l’Occidente e nemmeno per la Russia. Io tifavo per il mio grande idolo: Bobby Fischer. Il risultato finale fu 20 ½ a 19 ½ per i sovietici. Ma a me non me ne fregava niente e non starò qui a ricordare i pecoroni che animarono un dibattito infinito. Se devo morire adesso, voglio morire sereno. A me importava solo che Fischer avesse battuto quel bastardo di Petrosjan e che io mi stavo per giocare la finale del nostro torneo contro Laino. Il giorno prima Laino aveva battuto Giovanni, ed è una cosa che gli rimprovero ancora a Giovanni. Aveva subito il peso della tensione e si era fatto sfuggire un sacco di possibilità. Comunque, ero felice di competere con il campione italiano. Giocammo a tempo e con una scacchiera per ciechi. Io avevo i bianchi e iniziai con un’apertura siciliana. A un certo punto, Laino gioca un pedone in D5 e io non potevo crederci. Mi aveva lasciato in pasto quel pedone come se fosse un giocatore alla sua prima partita. Iniziai a sospettare che volesse lasciarmi vincere. Così a un certo punto spostai il mio alfiere campo chiaro in A6, a palese minaccia del suo cavallo. Niente, Laino mosse ancora un pedone. Pazzesco. Se è vero che non sono ancora morto, ora mi torna l’ischemia e schiatto di sicuro. «Se lei crede che io non sia degno di giocare con un campione come lei, signor Laino, le tolgo il peso di dovermelo dire e abbandono da me. Se ne torni pure a casa con il suo trofeo. Ma ricordi: in questo mondo di barbari e commercianti saper giocare a scacchi è considerata una cosa senza alcun merito. E sa perché? Perché gli scacchi, se vengono maneggiati da ipocriti come lei, restano solo dei pezzi di legno!» Scaraventai il tavolo per terra, o forse me ne andai o forse Giovanni venne vicino a me e mi fece allontanare. Non lo so, non me lo ricordo. Comunque, da allora tutti mi acclamarono, diventai una specie di personaggio leggendario provinciale e marginale. Io mi opposi con tutte le forze e mi serrai in casa. Scomparvi, letteralmente. Tanto che alcuni pensavano che mi fossi addirittura suicidato, aumentando l’interesse nei miei confronti. Erano come dei cannibali, inferociti. Mi chiamavano al telefono per farmi delle domande, citofonavano a casa. Per fortuna Rosa, che da allora si occupa di me, è sempre stata una donna incredibilmente democratica e grazie a lei ho evitato di commettere qualche bestialità.<br />
Basta, la finii con gli scacchi e pure con gli uomini. Mi nascosi, letteralmente.<br />
Il fatto, però, è che uno deve prendersi le sue responsabilità. Anche quelle del silenzio. Anzi, soprattutto quelle del silenzio. Dopo qualche tempo fui dimenticato da tutti, sia da quelli che avevano solo sentito parlare di me, sia da quelli che avevano assistito al mio gesto di protesta. Solo Rosa e Giovanni mi restarono.<br />
Intanto Fischer stava ferocemente soccombendo sotto il peso della sua grandezza. Nel &#8217;72 si stava finalmente giocando la finale del campionato del mondo con Spasskij e alla fine per fortuna l’ebbe vinta, ma su di lui piombarono addosso macigni di critiche per il suo comportamento da arrogante. Io, dal canto mio, nonostante il passare del tempo, mica riuscivo a dimenticarmi quella storia. Nascosto in casa, solo come un pesce in un acquario, continuavo a provare odio nei confronti di Laino che per me era diventato come un mostro. Mentre io lo odiavo, però, lui se la spassava. E alla grande, direi. Vinceva a destra e sinistra, era perfino entrato nel novero degli scacchisti più bravi al mondo. A sentire quelle cose, avvampavo. Facevo sogni di ogni genere su di lui. Una volta sognai perfino di ucciderlo sparandogli un colpo in testa durante qualche partita importante. Oppure sognavo di inseguimenti assurdi in cui finivo per pescare un pugno di mosche.<br />
Nei sogni ci vedevo sempre, ero giovane e piuttosto attraente. Ma chi speravo di agguantare se io Laino non lo avevo neanche mai visto in faccia? Una volta uccidevo di botte un uomo basso e grasso, un’altra rapivo un vecchietto senza capelli, una volta ho perfino sognato che Laino fosse una donna. La cecità ha questo di feroce: che non puoi amare o odiare altro se non qualcuno che non hai mai visto e non vedrai mai. Ami o odi delle presenze oscure. Che follia. La vista è la cosa che ti salva da te stesso, che ti distrae dal pensare, dal cadere nell’oscurità. Da quando sono cieco non faccio che inseguire creature un po’ inquietanti. Lei, per esempio, signore attempato con le mani grosse e pelose che ora mi sta toccando il polso, lei esiste o no? E come faccio a saperlo? Resto con il dubbio! Come faccio a sapere che lei ha le mani grosse e pelose? Ed esiste o no questo lettino su cui sono stato dimenticato da un po’? Esiste il freddo che sento salire dalla punta dei piedi fin su, negli anfratti dei nervi. E io, Moni Nascosto, esisto o sono un pensiero creato dai pensieri di qualcun altro? Forse sono Bobby Fischer o Pietro Laino. O forse sono tutti e due. Magari sono il re che entrambi, o tutti, inseguono sulla scacchiera. Mio padre aveva ragione, in effetti. Io sono un re e il mio regno è la coscienza. È vero papà?<br />
Adesso, che strano. Che incredibile sensazione: tutti i volti che non ho mai visto, mi sfilano davanti. Benvenuti, prego accomodatevi. Eccolo lì, il proprietario della pasticceria in cui lavorava Margherita. C’è anche Rosa, la mia badante ed ecco il capitano Achab che mi sta salutando e mi viene vicino per darmi un bacio. Achab, oh amico mio, dove ti ha portato tutto il tuo navigare? Anche tu qui in questa stanzetta che sarà bianca o forse verdino chiaro. E Moby Dick, dove l’hai lasciata Moby Dick? Sarò forse io Moby Dick, Achab? Guardami e dimmi se sono una balena e se questa sensazione di morire non sia altro che un soffocare momentaneo prima di rituffarmi negli abissi…</p>
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		<title>Astana di Mario Capello</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 08:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A: Mario mariocap@gmail.com Subject: Arrivo Caro fratellino, mi chiedi come sto e me lo chiedi incazzato, perché, dici, non mi sono fatta sentire subito. E hai ragione, ho sbagliato. Ho telefonato a mamma appena atterrata e l’ho messaggiata dopo, una volta arrivata nel «posto che chiamo casa». Pensavo bastasse. Ma, vista la situazione tra te [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A: Mario <span style="text-decoration: underline;">mariocap@gmail.com</span></strong><br />
<strong>Subject: Arrivo</strong></p>
<p>Caro fratellino,</p>
<p>mi chiedi come sto e me lo chiedi incazzato, perché, dici, non mi sono fatta sentire subito. E hai ragione, ho sbagliato. Ho telefonato a mamma appena atterrata e l’ho messaggiata dopo, una volta arrivata nel «posto che chiamo casa». Pensavo bastasse. Ma, vista la situazione tra te e la mamma, mi sa che mi sbagliavo. Quindi, scusa. Allo stesso tempo, però, mi viene da incazzarmi a mia volta. Voglio dire: cosa deve succedere perché superiate questa cosa? Possibile che neanche io riesca più a farvi parlare? Non ti dico di metterci una pietra sopra: sai che sono con te in tutto e per tutto. Però, e che cazzo.<br />
Comunque.<br />
Qui è bellissimo e strano.<br />
Una volta atterrata, con il sole alle mie spalle che trasformava la pista in una distesa d’oro e rame, mi ha accolto il più incredibile aeroporto del mondo. Un gigantesco, prezioso, manufatto di cristallo trasparente come l’aria e di metallo levigato al punto da riflettere il cielo fosco. Intorno, il nulla. La pianura – ma qui la chiamano steppa – si estendeva per centinaia, forse migliaia di chilometri intorno – hai mai notato come è difficile valutare le distanze quando hai di fronte un nulla che si mangia le cose? –, verde e gialla di stoppie inaridite, con delle chiazze più scure, oleose, lì dove la brezza – il vento qui è continuo, un amico che ti regala una carezza, il più delle volte – piegava gli steli dell’erba in un inchino coreografato.<br />
E l’aeroporto, vasto come uno stadio – come quello dei Texans, ricordi? – pressoché vuoto. Così ampio e vuoto che le poche persone che vi si muovevano apparivano rimpicciolite. Sul mio volo c’erano molti cinesi, molti del posto, una ragazza russa così bella che non ho fatto che guardarla, che osservare il suo profilo metallico perduto contro il finestrino, che cercare un bagliore nei suoi occhi di vodka ghiacciata (non ho perso il vizio, come vedi).<br />
All’uscita – nessun controllo per la sottoscritta, sono ufficialmente una VIP – una macchina imponente, nera e lucida, una Maybach, mi aspettava in un parcheggio nuovissimo e vuoto. L’autista ha preso i miei bagagli senza una parola, mi ha aperto la portiera e mi ha portato nel «posto che chiamo casa». Uso quest’espressione perché non potrò mai sentirmi a mio agio in questo appartamento amplissimo e freddo, tutto di legno scuro e cristalli e superfici ergonomiche che sembrano ostili.<br />
Dall’enorme finestra della sala da pranzo vedo tutta la città. Siamo al quarantesimo piano e così, quello che vedo, sono soprattutto luci e flussi.<br />
Il posto che chiamo casa è in uno dei grattacieli nel cuore della città. Nero, con la punta mozzata di lato, sembra più a suo agio a Londra e a Shangai che in questo posto. O in un film di fantascienza, come un monolite. Si chiama Karidov Tower. Ma qui, tutto si chiama Karidov-qualcosa.<br />
Ma ho fatto un salto in avanti eccessivo. Per arrivarci abbiamo attraversato la steppa lungo un’autostrada a otto corsie, dritta come una canna di fucile. Intorno, scorrevano campi di grano – credo – a perdita d’occhio. Uno stormo di cicogne ha attraversato il cielo – sono così grandi! – e per un istante ho pensato a te, a Racconigi, alla menta e al locale. E mi sono commossa. Stupido, eh?<br />
Siamo entrati in città da sud e attraversato un quartiere di case basse, del colore della terra, e di condomini sovietici con i condizionatori appesi fuori, un murales della Gatorade – il nostro sponsor – dipinto sulla facciata cieca di un palazzo di otto piani, al posto, immagino, di un’immagine di Stalin.<br />
Ma quanto ho scritto? Troppo. Domani ti racconto il resto.<br />
Un abbraccio,<br />
Mari</p>
<p>P.S. Manda un messaggio a mamma, va’. Chiedile come vanno le mani. Sta messa male.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>A: Mario</strong><br />
<strong> Subject: Arrivo &#8211; continua</strong></p>
<p>Caro fratellino,</p>
<p>ieri ho mollato la mail sul più bello, lo so. Ma sai che sono fatta così, no? Anche con la Tapparelle Corazzate Padova (ma un nome più stupido? Questa cosa che si prende il nome dallo sponsor, nel nostro sport, io, davvero, non so), ricordi? A metà stagione, con la media di punti più alta del campionato, l’infortunio recuperato del tutto (ma quanto ho pianto, su quella cyclette. Lo so soltanto io), prendo e me ne vado. A Clermont-Ferrand, tra tutti i posti. Ma dovevo farlo, capisci? Certo, le cose con Vivi erano tese, ma non era solo per quello. È la mia natura.<br />
E questo spiega anche perché son qui, no? Me l’hai chiesto e io non ti ho mai risposto. Ci provo adesso. Quando il mio agente mi ha detto che l’Astana mirava a vincere la Champions, che c’erano soldi e un progetto e volevano le migliori, ho riso. L’Astana? Contro il Bamberg e quella corazzata del CSKA? Per non parlare della Tapparelle Corazzate Padova (che nome del cazzo). Assurdo. Ma quando mi ha parlato della cifra, e dei benefit che avrei avuto, mi sono detta: Mari, hai trent’anni, la carriera è lì lì, non vedrai mai più tanti soldi. E poi: quando ti ricapita di vedere Astana? Ma, soprattutto, era un modo per mollare tutto di nuovo. La squadra, le amiche, Alba, la mamma, te. Sì, anche te.<br />
Comunque.<br />
Ieri, abbiamo cominciato la preparazione. Aerobica e atletica. Dovresti vedere il centro. Diosanto. Mi hanno detto che vi hanno svolto i giochi panasiatici, due anni fa e che, dopo, l’hanno pressoché chiuso. Immagina un compound di decine e decine di chilometri quadrati, fatto di astroturf e altri materiali sintetici, con, al suo cuore, una cupola di vetro e cemento grande come una nave da crociera. Un oggetto alieno, di una bellezza inquietante. La notte, dal mio appartamento, lo vedo pulsare nell’oscurità, le luci di sicurezza contro gli aerei che ammiccano in un Morse che non so decifrare.<br />
Ci sono decine di palestre e saune. E una piscina riscaldata solo per noi. Puoi immaginarlo, no? Non ho perso tempo e me ne sono appropriata. Tutte le mattine, prima dell’inizio ufficiale degli allenamenti, mi immergo nell’acqua sotto i neon accesi solo per me e scivolo per cinquanta vasche, nel silenzio pieno di echi. Chissenefrega se non è nel mio programma (studiato da un medico dello sport russo strapagato, con un’aria da alcolizzato di San Pietroburgo). Nessuno può togliermi l’acqua e il silenzio, nessuno.<br />
Comunque, quando arrivo qui, la mattina, con la Smart che mi ha dato la squadra, resto sempre colpita da come tutto, qui, appaia inconsueto. O precario. Sarà l’altezza assurda del cielo, o il fatto che alla fine di certe strade, negli spazi ritagliati tra i palazzi, puoi vedere la curvatura terrestre, ma l’impressione è che, prima o poi, tutto verrà di nuovo inglobato dal nulla. Non spazzato via. Niente di cataclismatico. Sconfitto, semplicemente. Battuto nel suo sforzo di essere contro il non-essere (ecco, dopo tutti questi anni, tornano i rigurgiti del semestre di filo a Bologna: avevi ragione a dirmi che mi avrebbe fatto male).<br />
Oltre la recinzione, c’è solo erba. Erba medica, perlopiù, mi hanno detto. E giusquiamo, e datura, e ortiche, e ranuncoli, e cardi. Ma, soprattutto, erba. Un mare. Un mare verde che continua fino alla taigà, a nord, fino alla puszta, a ovest e fino a Pechino, a est. Ci pensi?<br />
Un’ultima cosa. Tutto il centro è affidato alle cure di un uomo solo e della sua famiglia. Si chiama Mohasidin, Mohasidin Clebchnikov. Vive qui, tutto l’anno, ed è quello che mi fa entrare, al mattino. È alto e grosso, con spalle da rugbista, gli occhi orientali e del colore dell’acqua di fonte. Una pelle dal colore indefinibile, che fa pensare agli Unni a cavallo e agli Ulani lanciati contro le testuggini romane. Parla un inglese semplice ma impeccabile e poi russo e kazako e un dialetto kirghiso. E, ascolta, perché questo è incredibile, addestra aquile.<br />
Una bellissima, meravigliosa aquila reale, che è la mascotte della squadra e che, quando Mohasidin fa roteare un laccio di cuoio che produce il rumore di un motore diesel rotto, si lancia giù da questo cielo altissimo, portando con sé il sole imprigionato nelle penne lustre e nel rostro del colore del grasso sotto la carne viva, e va a posarsi sulla sua mano guantata.<br />
A due passi, sua moglie – velata – passa un’aspirapolvere ciclonica lungo il porticato della loro casetta a due piani ai piedi della cupola di cristallo.</p>
<p>Nei prossimi giorni ti dico delle compagne, e dell’allenatore.</p>
<p>Sta’ bene,<br />
Mari</p>
<p>P.S. Mamma mi ha scritto che la crema al cortisone non le fa più un cazzo. Assuefatta, ancora una volta. Sentila, per favore.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>A: Mario</strong><br />
<strong> Subject: La squadra</strong></p>
<p>Ci crederesti, fratellino? Tra le mie compagne non c’è nessuna che mi porterei a letto. Meglio così, una volta tanto (e spero che significhi che mi sono lasciata certi casini alle spalle per sempre). Non che non ce ne siano di belle – le ragazze locali sono la miglior pubblicità al miscuglio delle razze. Ma nessuna di loro ha quella particolare combinazione: una certa sfumatura nell’odore dovuto alla traspirazione, la forma particolare di un labbro, quel certo modo di toccarti una spalla quando ti devono parlare. Insomma, niente. Visto il clima, si prospettano mesi di nera solitudine, tra le mie lenzuola di lino tessuto a mano.<br />
Però, ho un’amica. Si chiama Jane. Viene dall’Alabama. Ha i capelli trattenuti in una serie di corn-rows strettissimi, una risata che risuona per tutta la palestra, delle gambe lunghe un metro e venti centimetri e solo diciannove anni. Ed è la più impressionante opposta che abbia mai visto in azione. Gli scout dell’Astana se la sono andata a prendere nell’NCAA, dove aveva fatto solo la stagione da rookie e ne hanno fatto la stella della squadra (insieme alla sottoscritta, <em>of course</em>).<br />
Quando salta per la <em>pipe</em> sembra che tutta l’energia degli States salti con lei. Generazioni di <em>fried chicken</em> e <em>soul food</em> dispiegano la loro forza nel suo braccio destro.<br />
Ed è così dolce.<br />
L’altra sera è venuta da me – vive nell’appartamento di fronte, quello che guarda l’aeroporto – e abbiamo diviso una bottiglia di vino bianco (un Riesling niente male). Ci crederesti che non ha mai bevuto prima? Tra che non ha ventun anni, e lo sport e tutto il resto, non ha mai toccato una goccia d’alcol. E neppure i suoi. La contea dove è nata e cresciuta è una «contea asciutta». Niente alcolici. Anche se è la sede centrale della più famosa ditta di bourbon del sud. Assurdo, eh?<br />
Comunque, abbiamo fatto conoscenza, anche grazie al vino, e Jane mi ha detto che, la prima volta che ha visto Parigi, sei settimane fa, quando ha firmato il contratto con la figlia stessa di Karidov (te l’ho detto? È lei la nostra presidente. La squadra è il suo passatempo mentre vende gas a tutto il mondo. È stata una giocatrice a sua volta e sembra una modella di intimo), ha pianto. È arrivata davanti a Notre-Dame, in un pomeriggio dove l’estate si combinava alla luce di Parigi per creare l’incanto della storia depositata sulle cose come una velatura, e ha pensato a sua nonna – che non è mai uscita da Sparta, Alabama – e ha pensato a se stessa, e ai suoi anni, e ai soldi, alla bellezza, a cosa puoi fare con il tuo corpo, certe volte, e l’impegno, e a come sua madre le dicesse sempre che era la loro speranza mentre fumava Winston seduta nel loro portico insieme alle due figlie più piccole, e a come Astana sembrasse lontana, e esotica, ma anche struggente, come la capitale di un regno di uno dei fantasy che leggeva da bambina, e come Parigi fosse, davvero, bellissima come dicevano tutti, e ha pianto.<br />
E ha pianto anche mentre me lo raccontava.<br />
Allora mi sono avvicinata e con il pollice le ho portato via le lacrime dallo zigomo alto e pieno, e l’ho avvolta in un abbraccio e le ho detto di non aver paura.<br />
Intanto, fuori dalla vetrata, Astana sembrava respirare luce in silenzio, come un animale addormentato, addomesticato e selvaggio allo stesso tempo.</p>
<p>XXX,<br />
Mari</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>A: Mario</strong><br />
<strong> Subject: Mistero</strong></p>
<p>Fratellino, qualcosa non va.<br />
Tra un mese inizia il campionato, e insieme, la coppa e qualcosa non va come dovrebbe. Non mi riferisco a quello che succede in campo – siamo forti, forse fortissime, e lo sappiamo. Ma fuori.<br />
Ricordi Mohasidin? Il custode con l’aquila? Ecco, è sparito.<br />
Adesso ti racconto tutto. Una settimana fa, dopo l’allenamento, sono uscita per ultima dal complesso. Avevo i capelli umidi e voglia di una sigaretta. Ogni tanto, mi succede. Così sono andata da lui, che potava delle siepi e gliene ho chiesta una. Me l’ha data senza fare domande (quelle che fanno tutti: ma sei un’atleta e fumi? Cose così) e abbiamo parlato per un po’. Dei moscerini danzavano nell’aria sopra le nostre teste – qui, in estate, pare che siano un incubo – come aureole organiche e gli ho chiesto dell’aquila. Lui ha sorriso orgoglioso, ma non ha voluto farmela vedere. <em>She rests</em>, ha mormorato, riposa. Però gli ho chiesto se potevamo fare una foto insieme, perché mi piace, come tipo, e volevo ricordarlo. Così, ci siamo fatti un selfie. E dopo, a casa, allungata sul divano di pelle, con le gambe pesanti per l’acido lattico e un dvd di <em>Manhattan</em> nel televisore da 70’ (qui Netflix non c’è), ho postato il nostro selfie su Facebook.<br />
Allora, devi sapere che, per loggarti su FB, qui, devi fare un casino. Ci sono una serie di firewall e, in pratica, lo puoi fare solo se sei uno straniero.<br />
Insomma, ho postato la foto e il giorno dopo Mohasidin era scomparso. E con lui tutta la sua famiglia.<br />
Quando sono arrivata, alle sette, per la solita nuotata, nessuno mi ha aperto. Ho chiamato per un po’, suonato e poi sono tornata a casa. Quando sono ritornata, alle nove, con Jane, ci ha aperto un tipo mai visto, dall’aspetto orientale, massiccio come un lottatore, che ha voluto vedere i nostri documenti (fortuna che li avevo con me) e ci ha chiesto di spegnere i telefonini. Quando gli ho chiesto dov’era Mohasidin, se stava male o cosa, non mi ha risposto. Passando, ho gettato uno sguardo verso la casetta, e mi è sembrata vuota.<br />
Da allora, non l’ho più visto.</p>
<p>Strano, eh?<br />
Un abbraccio,<br />
la tua sorellona.</p>
<p>P.S. Tu non hai mai paura per le tue mani? No, eh? Immagino dipenda dal fatto che le mie, sono la mia vita. Sai che è genetico, sì? Quando mi succederà, non so cosa farò.</p>
<p>P.P.S. In parte, ti ho mentito. Volevo dare un’immagine bella di questo posto, e ho parlato solo del mare d’erba. Non ti ho detto, però, che tutta la città è circondata da pozzi di gas e petrolio e raffinerie. E, notte e giorno, puoi vedere le fiamme in cima alle torri di estrazione e raffinazione, che bruciano perenni come le fiamme degli zoroastriani che hanno vissuto qui migliaia di anni fa e distorcono l’atmosfera, intorno e sopra di loro, e risplendono nella notte come fari che ti attirano verso qualcosa di malato, qualcosa che senti nell’aria, più ubiquo delle immagini di Karidov e delle voci dei muezzin al mattino e che, secondo me, ha a che fare con la sparizione di Mohasidin e della moglie con l’aspirapolvere ciclonico (leggeranno questa mail?).<br />
Mi chiedo che fine abbia fatto l’aquila.<br />
Ho paura.</p>
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		<title>La ragazza di velluto di Giulia Caminito</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 08:44:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Vito era un poeta, anzi Vito era un poeta seduto al caffè che da Galerie Vivienne si affacciava su rue des Petits-Champs, o meglio – per essere precisi – Vito era un poeta molto arrabbiato seduto al caffè che da Galerie Vivienne si affacciava su rue des Petits-Champs.<br />
Vari motivi avevano fatto arrabbiare Vito, il primo – più contingente – il prezzo del caffè arrivato a ben cinque euro, il secondo – più esistenziale – non riusciva più a scrivere poesie.<br />
Vito credeva di aver contratto una malattia. Non aveva trovato altre spiegazioni razionali per riuscire a capire come mai da un giorno all’altro si fosse svegliato incapace di versificare. La sua mancanza di inventiva, di ritmo, di parole, di idee era dilaniante, il silenzio della sua mente assoluto.<br />
Quando la malattia si era presentata all’inizio, nel suo appartamento soleggiato al quartiere del Pigneto a Roma – scelto con cura per quel suo quid underground –, Vito non si era troppo allarmato, soffriva infatti a volte di alcune cadute di stile: le bollette arretrate del riscaldamento condominiale, il suo gatto in calore o il fiato sul collo del suo editore, potevano essere ragioni di disturbo tali da inebetirlo nelle sue capacità intellettive, altrimenti – a suo dire – assai brillanti. Ma poi, forte della propria materia grigia irreprensibile, riemergeva sempre dal tedio in cui era caduto, gli bastava qualche piccola spintarella: una mostra sull’allarmante bellezza estetica dei quarti di bue, uno spettacolo riadattato della Medea in versione gangster di Chicago, la presentazione di un libro su una donna e il proprio tucano: tutti materiali plausibili per la sua produzione poetica.<br />
Ma quello che era apparso al principio come un banale raffreddore, nel corso delle settimane e poi dei mesi si era trasformato in una inguaribile malattia tropicale, nell’amputazione di un arto, in un danno cerebrale irreversibile.<br />
Vito non aveva più scritto una poesia.<br />
Sua sorella Mimì l’aveva convinto che tutto fosse dovuto allo stress accumulato in quegli anni, la produzione a catena di sillogi, la ricerca pietosa di recensioni sui giornali, i drink mal fatti bevuti alle feste del circondario editoriale, il rendiconto dei diritti d’autore che tardava sempre ad arrivare e infine il Filangeri, suo vecchio professore di linguistica, che incombeva come un santo nume sulla sua verve d’artista, pretendendo e salmodiando, ridicolizzando e vezzeggiando allo stesso tempo.<br />
Galvanizzato dalle tesi della sorella, Vito si era infine deciso a comprare un biglietto di sola andata per Parigi, perché di certo lì lui e la poesia si sarebbero ritrovati.<br />
Parigi e la poesia, la poesia e Parigi.<br />
Si era così recato con solerzia in due o tre caffè parigini, possibilmente vicini alla Senna, s’era seduto ai tavoli fuori, affacciati verso la strada – nonostante in alcuni casi il vento gelido lo scarmigliasse senza perdono – e aveva iniziato a guardare le persone. Niente di più facile: prendere appunti sulle persone, le loro borse, i loro occhiali, i loro sguardi, le loro movenze, i saluti, ah i passanti a Parigi! Vito si sentiva rinato.<br />
Ma le caffetterie e brasserie agli angoli delle piazze o lungo i boulevard non avevano sortito effetto, le sue pagine di appunti non avevano prodotto neanche una figura retorica di bassa lega, una sineddoche, un’allitterazione, che ne so, una rima baciata! Nulla.<br />
Il problema alla radice doveva essere lo stress, come aveva detto Mimì, quindi Vito fece attenzione a mangiare sano – possibilmente poca carne che rende notoriamente nervosi – e dormire svariate ore, anche il pomeriggio, facendo lunghi sonnellini nella soffitta che aveva preso in affitto al boulevard Saint-Germain.<br />
Tuttavia il cibo sano lo rendeva fiacco, aveva sempre sonno, si trascinava da una stazione della metro all’altra cercando con angoscia crescente di intravedere un clochard, un bambino con una piccola fisarmonica, una donna a piedi nudi, qualcuno che urlasse dolore in quella città così da smuovere le corde profonde del suo nobile animo. Nulla, le disgrazie altrui non gli portavano giovamento.<br />
Bene, si disse Vito, se le persone comuni non possono ispirarmi ci penseranno gli artisti. E detto questo comprò una cartina di Parigi e si segnò alcuni musei sicuramente poetici, i più piccoli e bistrattati dalle folle, come case di nobili decaduti o biblioteche nelle abbazie, poi quelli grandi: il Museo d’Orsay per vedere le ballerine di Degas, il Louvre dove era in corso una personale su Vermeer, il Museo Maillol con i suoi Braque e i suoi Picasso, e poi il Museo Rodin con la statua scura del Pensatore che svettava tra le siepi.<br />
Nulla, niente di niente. Odiò di odio abissale le lunghe file d’attesa, i visi grigi dei custodi – gli capitò persino in una casa museo di incrociare una donna panciuta convinta che il quadro lì in mostra di Botticelli fosse un falso –, le persone con le loro audioguide a volumi da stadio, le gite dei liceali francesi gaudenti che si prendevano a spinte e per poco non faceva cadere a terra un omino di Giacometti.<br />
No, non era possibile trovare lì la poesia.<br />
Il pellegrinaggio a Montmartre tra le bancarelle di finti artisti, le tre ore passate immobile sotto alla Tour Eiffel, il basco nero di feltro che si era comprato, la sciarpa arancione di lana con cui si imbacuccava ogni mattina, i cinque giri che aveva fatto su una stupida giostra di cavalli – guardato malissimo da tutti i bambini presenti –, l’essersi dato all’alcol prediligendo l’assenzio, l’acquisto di droghe leggere e assai puzzolenti, il consumo smodato di sigarette con cui cercava a ogni modo di riempire il posacenere, che se stracolmo avrebbe secondo lui completato la composizione perfetta vicino alla finestra – lui, un quaderno, un bicchiere di vino, un posacenere pieno.<br />
Non ci fu verso.<br />
Come ulteriore gesto disperato un giorno prese la metro in direzione Montparnasse e andò alla ricerca della tomba di Baudelaire. Lui di sicuro avrebbe fatto qualcosa per il povero Vito.<br />
Quella fu la giornata peggiore di tutte. La tomba del vecchio Charles – nonostante lo avesse cercato sulla piantina all’ingresso e riconosciuto nel pallino blu numero 14 – sembrava irrintracciabile.<br />
Provò a chiedere informazioni a due ragazzini del liceo, troppo intenti a parlare di chissà che intensamente per rispondergli. Non c’erano molte altre persone, nessuna fila per fare una fotografia col morto, nessuna carovana di poeti come lui a rendergli grazia, nessun carretto di fiori freschi. Quando lo trovò – dopo la bellezza di due ore lungo il viale laterale del cimitero – rimase a dir poco perplesso. Un pezzo di pietra anonima su cui troneggiavano altri nomi – a lui sconosciuti – oltre a quello del poeta, accoglieva due mazzi di fiori secchi, un paio di sigarette finite, una fotografia in bianco e nero, qualche candelina spenta e numerosi biglietti della metropolitana.<br />
Questa era la fine dei poeti: la gente ti lasciava i biglietti della metropolitana usati sulla tomba.<br />
L’orrore pervase il nostro Vito, che in quella comune lastra non rintracciò nulla della propria vocazione al poetare e che pur avendola occhieggiata con cura per una buona mezz&#8217;ora – fino al momento in cui aveva iniziato a diluviare – non l’aveva fatto vibrare come una corda d’arpa. Il suo animo era muto e il suo futuro più nero che mai.<br />
Con questo umore assai negativo Vito, dopo aver passato qualche giorno chiuso nella sua soffitta a lanciare languide occhiate al lucernario da cui sperava di vedere la luna – cosa difficile a causa del meteo avverso di quei giorni – era approdato alla Galerie Vivienne, uno dei passage più ricchi di Parigi.<br />
Si trovava lì a onor del vero non per la Galerie, ma per la biblioteca nazionale che era lì di fronte e dove Vito, come gesto finale prima di lasciare Parigi, voleva cercare le proprie passate e gloriose poesie tradotte in francese, per salutare la vita di una volta e andare incontro al destino becero e abietto che lo attendeva al rientro in Italia.<br />
Ma la biblioteca era chiusa.<br />
Vito allora aveva gironzolato per la galleria che aveva sontuosi fregi greco romani sulle pareti, mosaici color salmone e giallo ocra a terra e i numeri dei negozi deliziosamente intagliati nel legno. Al suo interno facevano sfoggio atelier di artisti, negozi di abiti d’alta moda, un orologiaio che vendeva orologi con quadranti in madreperla, souvenir di design – tazze con sopra disegnate a mano delle eleganti Tour Eiffel o cuscini ricamati con le opere di Pizarro –, una libreria antica che all’angolo del passage vendeva libri usati e mostrava ai passanti alcuni cataloghi di Nadar.<br />
Vito si fermò scoraggiato davanti alla vetrina di un antiquario che esponeva una mano di gesso appoggiata su uno sgabello coperto di velluto.<br />
Si sentiva solo e abbandonato, l’unico reietto in un mondo di artisti. Persino una mano di gesso aveva più nobiltà di lui.<br />
Al caffè di rue des Petits-Champs la tristezza di Vito aveva ormai lasciato il posto alla collera più cieca. Per questo mondo infame che ti faceva credere di poter possedere la poesia per poi farti tornare nel fango primordiale della vita qualunque.<br />
Vito continuava a ripetere come un mantra: «Mondo infame, mondo infame, mondo infame» mentre con disgusto si rendeva conto di quanto avrebbe dovuto pagare l’ennesimo inutile caffè esoso di Parigi.<br />
Al diavolo Sartre, Balzac, Hugo, Stein, De Beauvoir, Renoir, Monet, Chopin, i surrealisti, gli impressionisti, i paesaggisti, i classicisti, i romantici, gli esistenzialisti, la Belle Epoque, il Re Sole, la Rivoluzione, l’umanità.<br />
«Maledetti, maledetti» ripeteva Vito alla sua tazzina di caffè ormai vuota. «Ci fate venire fin qui, ci promettete la poesia e poi?» ma la tazzina aveva l’aria di non voler rispondere, quindi Vito la rovesciò in un moto di stizza e chiese il conto al cameriere con il grembiule più lussuoso mai concepito da un essere umano.<br />
«Neanche i grembiuli qui sono solo semplici e dannatissimi grembiuli!» disse Vito in italiano, sapendo che difficilmente sarebbe stato compreso, e infatti la signora che sedeva alla sua sinistra – e che da un po’ osservava le sue bizzarre pose – non capì e forse per questo, a causa dell’incomprensione – movente verosimile di molti comportamenti – si sentì in dovere di rispondere.<br />
«Io sono una pessima madre» disse a Vito con occhi acquosi.<br />
«Come scusi, Madame?» Vito si guardò intorno per cercare di capire se la donna ce l’avesse proprio con lui.<br />
«Ho detto che sono una pessima madre, ed è giusto che lo dica ad alta voce» ripeté lei, si alzò dal proprio tavolino, anche se non invitata, e lo raggiunse sedendoglisi di fronte. «Mi sono appena comprata un vestito da sposa da cinquemila euro anche se non mi devo sposare, capisce? Era così bello in vetrina, un completo gonna pantalone di velluto bianco, pieno di pizzi e io mi sono detta che sì, avrei dovuto averlo, perché non è giusto affatto che sia una prerogativa solo di chi si deve sposare.»<br />
In una normale circostanza, se la donna in questione avesse attaccato bottone in tale maniera con qualunque uomo presente alla Galerie Vivienne, con ogni probabilità entro pochi minuti sarebbe stata raggiunta dal servizio di sicurezza. Ma Vito era un poeta, un poeta arrabbiato, e venne attratto come una calamita sul frigorifero dalle sconclusionate parole della signora.<br />
«Un vestito da sposa coi pantaloni?» fu l’unica domanda che gli venne in mente di porre.<br />
«Sì, è lì dentro in quella scatola. Sa perché l’ho comprato? Perché l’altra sera un ragazzino che neanche avrà avuto diciassette anni si è presentato a casa mia con mio figlio per mano, dicendo che il bambino era scappato perché io per il suo compleanno non gli avevo voluto comprare una stupida bambola e lui lo aveva riportato e aveva comprato la bambola al posto mio. Io ho pensato che neanche mi ero accorta che fosse scappato perché ero in terrazza a lavorare e che se mio figlio può scappare e comprarsi una bambola, allora io come minimo posso uscire all’ora di pranzo e venire qui ad acquistare un vestito da sposa. Non le sembra giusto?» concluse la signora Lucille boccheggiando per la fatica dell’essere arrivata alla fine della propria dissertazione.<br />
«Perché non voleva comprargli una bambola?»<br />
«Perché è un maschio! Non dovrebbe giocare con le bambole!»<br />
«Ma lei ha appena comprato un vestito da sposa coi pantaloni…»<br />
«Esatto, a ognuno la propria vendetta.»<br />
Vito la osservò attentamente, gli pareva una bella signora, ancora giovane, poche rughe, niente doppio mento, portamento altezzoso, capello curato. Ci pensò sopra.<br />
«Quindi lei è una pessima madre, ma vorrebbe essere una ragazza di velluto?»<br />
«In che senso di velluto?»<br />
«Il suo vestito, no? Una ragazza di velluto…»<br />
«Certo, una ragazza di velluto» ripeté Lucille a occhi sognanti, come se quella definizione rimettesse a posto una libreria appena crollata, con tutti gli autori in ordine alfabetico e le edizioni più pregiate davanti, le coste ben allineate, spolverate da poco.<br />
Vito afferrò uno dei tovaglioli di carta del bar, tirò fuori la sua penna nera – inutile dirvi che fosse a inchiostro – e scrisse qualcosa, poi lo consegnò ripiegato alla donna, alzandosi in piedi.<br />
«È per lei, Madame, la mia ultima poesia.»<br />
Lucille aprì il foglietto con mani tremanti, al modo di chi sta scartando un cioccolatino di Patrick Roger, e lesse ad alta voce.</p>
<p><em>Il senso ci bastona<br />
Come polvere sfortunata<br />
Siamo corpi molli<br />
Senza una ragazza di velluto.</em></p>
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