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	<title>Colla &#187; recensioni</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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	<language>it-IT</language>
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		<title>Un&#8217;imprecisa cosa felice</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jun 2017 21:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cartografi]]></category>
		<category><![CDATA[Hacca]]></category>
		<category><![CDATA[Infografiche letterarie]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Silvia Greco Casa editrice: Hacca Pagine: 190 “Quando gli oggetti a noi più cari si spezzano, si ammaccano, smettono di funzionare, di colpo diventiamo immobili e tristi. Ma cosa succede quando sono le persone a rompersi, magari in modo ridicolo, assurdo, con partenze stupide e improvvise? Un&#8217;imprecisa cosa felice racconta imprevedibili risvolti nelle vite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Silvia Greco</strong><br />
Casa editrice: <strong>Hacca</strong><br />
Pagine: <strong>190</strong></p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Greco-Silvia_copertina-.png"><img class="alignleft size-full wp-image-5126" title="greco-silvia_copertina" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Greco-Silvia_copertina--150x150.png" alt="" width="85" height="85" /></a></p>
<p>“Quando gli oggetti a noi più cari si spezzano, si ammaccano, smettono di funzionare, di colpo diventiamo immobili e tristi. Ma cosa succede quando sono le persone a rompersi, magari in modo ridicolo, assurdo, con partenze stupide e improvvise? Un&#8217;imprecisa cosa felice racconta imprevedibili risvolti nelle vite strampalate di Marta, di suo zio Ernesto e di Nino. Storie di chi resta e non si arrende al dolore, di chi riesce, nonostante tutto, a farsi accecare dalla meraviglia. Specie se fuori ci sono un prato verde e un sole buono a scaldare.”</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/silviagreco_infographicaz_thecatchercolla1.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5130" title="silviagreco_infographicaz_thecatchercolla" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/silviagreco_infographicaz_thecatchercolla1.jpeg" alt="" width="2731" height="3812" /></a></p>
<p><em>Un’imprecisa cosa felice</em> (Hacca edizioni) è la vicenda di un esordio che ha richiesto vent’anni. Eppure questa non è la solita storia dello scrittore che, dopo anni e dopo migliaia lettere di rifiuto da editori, arriva faticosamente alle stampe. Qui si tratta del caso opposto: le prime pagine – scritte per l’appunto venti anni fa – catturano l’attenzione di Hacca Edizioni, ma l’autrice non se la sente di portare a termine quel libro. Il lavoro da volontaria al Salone del Libro di Torino del 2016 le fa scoprire quell’urgenza che prima le mancava. Fra le vacanze e delle ferie apposite riesce a terminarlo e a pubblicarlo.</p>
<p>Già il titolo si pone come un guanto di sfida: saranno riusciti i cartografi a rintracciare uno schema, a trarre un’infografica da Un’imprecisa cosa felice?</p>
<p>I nostri si sono dunque lanciati in questa avventura iniziando col giocare a rintracciare i paesini inventati dalla scrittrice. Poi si sono fatti prendere dall’atmosfera di nobile infantilità e si sono messi a contare regali e tutte le cose felici che incontravano. Ma non potevano trascurare la seconda componente del binomio alla base di questo libro: quella della morte, ma una morte incredibile, beffarda e risibile, definita felicemente una tragedia sbilenca. Una morte toccata con la delicatezza di un bambino che sogna che il suo cavallo a dondolo possa correre lontano.</p>
<p>Testo e dati: <strong>Marco Bonavia</strong><br />
Ideazione e realizzazione grafica: <strong>Alice Rebolino</strong><br />
In collaborazione con: <a href="https://thecatcher.it" target="_blank"><strong>The Catcher</strong></a></p>
<p><strong>Infografiche letterarie</strong> è una rubrica per maniaci lettori e infaticabili cercatori.</p>
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		<title>Gli anni al contrario</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2015 16:52:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Nadia Terranova Casa editrice: Einaudi Stile Libero Pagine: 144 Una delle più note poesie di Sanguineti finisce con il verso: «Oggi il mio stile è non avere stile»; a scuola invece ci hanno insegnato fin da subito che bisognava distinguere la forma e il contenuto, e che c’era uno stile adatto per ciò di cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Nadia Terranova</strong><br />
Casa editrice: <strong>Einaudi Stile Libero</strong><br />
Pagine: <strong>144</strong></p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/12/Terranova-Nadia2.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4654" title="Terranova Nadia" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/12/Terranova-Nadia2.jpg" alt="" width="78" height="128" /></a><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1424" title="3_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a></p>
<p>Una delle più note poesie di Sanguineti finisce con il verso: «Oggi il mio stile è non avere stile»; a scuola invece ci hanno insegnato fin da subito che bisognava distinguere la forma e il contenuto, e che c’era uno stile adatto per ciò di cui scrivevamo.<br />
Nel romanzo d’esordio di Nadia Terranova, <em>Gli anni al contrario</em>, l’impronta stilistica c’è: l’(apparente) assenza di stile. Apparente perché anche la presunta assenza è essa stessa una scelta per meglio far risaltare ciò che più sta a cuore a chi scrive: dare uno spaccato della recente storia italiana attraverso la storia sentimentale dei due protagonisti.</p>
<p>Ambientato a Messina – una città che è provincia e periferia perfino in Sicilia – inizialmente nel giugno del 1977, il romanzo vede come protagonisti Giovanni, uno studente universitario che aspira ad avere un ruolo riconoscibile nella lotta armata di quegli anni e figlio di un prestigioso avvocato comunista, e Aurora, studentessa dalle simpatie sinistrorse anche se figlia di un genitore fascistissimo, ingombrante e severo.<br />
I due si innamorano, si sposano con rito civile e decidono – foraggiati dai genitori – di convivere in un piccolo appartamento («Non dobbiamo chiuderci – le ricordò Giovanni –, la famiglia è solo parte di un progetto più grande»).<br />
Da questo punto in poi il romanzo si concentra sulle vicissitudini sentimentali della coppia, fortemente tormentata dallo squilibrio fra gli ideali e la realtà («e non ripeteremo gli stessi sbagli perché avremo imparato dall’esperienza, che poi è la somma di tutte le cazzate fatte»).</p>
<p>La descrizione psicologica dei due protagonisti è priva di qualsiasi increspatura, Giovanni e Aurora emergono in tutta la loro complessità. Nel raccontare il lento scorrere del tempo, gli allontanamenti e avvicinamenti della coppia, l’impatto della Storia (gli anni di piombo, il dilagante uso di droghe) sulla vita delle persone, Nadia Terranova mette in luce il suo talento di narratrice.<br />
Si tiene alla larga da moralismi e condanne, evita sentimentalismi e cliché, dimostra una grazia tutt’altro che scontata quando ci si confronta con temi come il terrorismo, le crisi di coppia, la malattia.<br />
Una grazia che a tratti ricorda il Bajani di <em>Se consideri le colpe</em>.</p>
<p>Se inizialmente la scelta di far parlare poco la scrittura e tanto i personaggi (e anche la Storia, a suo modo, seppure immersa in una piccola città) poteva lasciare qualche perplessità, alla fine si rivela senz’altro azzeccata.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giuseppe Rizza</em></p>
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		<title>Tutti gli altri</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2015 10:01:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Tunuè]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Francesca Matteoni Titolo: Tutti gli altri Pagine: 102 &#160; &#160; Francesca Matteoni ha collaborato per anni con Nazione Indiana come redattrice. È, per fortuna, una poetessa difficile da catalogare nel panorama contemporaneo – i suoi versi sono felicemente infestati da esseri provenienti dai paesaggi del Nord – e ora debutta con il suo primo romanzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
Titolo: <strong>Tutti gli altri</strong><br />
Pagine: <strong>102</strong></p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_e_mezzo1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1729" title="3_e_mezzo" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_e_mezzo1.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/tutti-gli-altri2-.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4358" title="tutti-gli-altri2-" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/tutti-gli-altri2--150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-align: justify;">Francesca Matteoni ha collaborato per anni con Nazione Indiana come redattrice. È, per fortuna, una poetessa difficile da catalogare nel panorama contemporaneo – i suoi versi sono felicemente infestati da esseri provenienti dai paesaggi del Nord – e ora debutta con il suo primo romanzo nella nuova collana di narrativa della Tunuè, diretta da Vanni Santoni.</span></p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Tutti gli altri</em> l’autrice riporta episodi – cruciali, formativi, dolorosi o in apparenza insignificanti – della propria vita, rielaborandoli in una forma ibrida che è racconto e romanzo senza essere probabilmente né l’uno né l’altro: un palazzo costruito su fondamenta immaginifiche e naturalmente imbevute della sua esperienza poetica.</p>
<p style="text-align: justify;">La narrazione comincia raccontando l’infanzia felice – le estati trascorse fra le pinete e le spiagge di Follonica, e subito trasfigurate nel freddo artico dall’immaginazione della nonna –, fin dal riuscito incipit: un gioco d’affabulazione intorno alla figura di Pinocchio, dove già da bambina emerge la vena dark e oscura della protagonista.<br />
Il racconto si snoda poi lungo l’adolescenza selvatica, i viaggi nel nord Europa, la permanenza a Londra, tessendo una rete affollata di affetti e sentimenti verso persone (gli amici, gli amori, la madre) e animali (i gatti dell’infanzia, un coniglio che muove a pietà, un orso «inseguito» nel ghiaccio finlandese). Ma se inizialmente quest’ammasso di ricordi potrebbe apparire simile a quello di altre esperienze, è lo sguardo di chi osserva e scrive a fare la differenza, uno sguardo allenato ad andare a capo («<em>[…] un piccolo bacino d’acqua stagna, pullulante di girini. Capocchie nere, cieche, che ci sgusciavano tra le mani, appena più consistenti dell’olio. Bastava un movimento brusco per ucciderli e nemmeno una goccia di sangue ci macchiava le dita. Trascorrevamo ore a pescarli con i bicchieri di plastica</em>»).<br />
Schegge di ricordi che vengono trattati con estrema delicatezza di toni, infondendo, anche quando si toccano argomenti spinosi – come la rielaborazione del ricordo di un caro amico morto suicida – empatia e immedesimazione nel lettore («<em>Chi non sa niente dei suicidi se li immagina depressi da lungo tempo, lugubri, poco inclini all&#8217;euforia, con un&#8217;infelicità ostentata o un&#8217;esagerata timidezza che li ingrigisce sul fondo delle strade, e invece il suicida ha una disperata brama di vivere e un entusiasmo chiuso a cerniera sulla sua felicità</em>»).</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile quindi non sostenere come l’esperienza della scrittura in versi abbia contribuito a costruire anche la lingua narrativa dell’autrice pistoiese: qui la poesia è al servizio della prosa («<em>L’occhio ciclopico dei semafori ingoiava le strade</em>») e ossigena le parole senza appesantirle, evitando il rischio di risultare stucchevole o poco circoscritta al testo. Le immagini liriche presenti in <em>Tutti gli altri</em> sono infatti sapientemente bilanciate e non appaiono mai forzate o staccate dal resto della narrazione.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giuseppe Rizza</em></p>
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		<title>ANNA. STORIA DI UN PALINDROMO</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 14:37:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Effequ]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco D'Isa]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Francesco D&#8217;Isa Casa editrice: Effequ Pagine: 208 Cara Anna, questa recensione, in forma di lettera, è un tentativo per parlare a te della tua storia: la storia di un palindromo. Da dove comincia, questa storia? E dove va a finire? Difficile dirlo. In fondo sta nella natura del palindromo, portarci in quel luogo in cui la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Francesco D&#8217;Isa</strong><br />
Casa editrice: <strong>Effequ</strong><br />
Pagine: <strong>208</strong></p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/Anna_FrontCover_Prima.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4346" title="Anna. Storia di un palindromo" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/Anna_FrontCover_Prima-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1424" title="3_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a></p>
<p>Cara Anna,<br />
questa recensione, in forma di lettera, è un tentativo per parlare a te della tua storia: la storia di un palindromo.<br />
Da dove comincia, questa storia? E dove va a finire? Difficile dirlo. In fondo sta nella natura del palindromo, portarci in quel luogo in cui la fine coincide con l’inizio. Così, leggendoti si ha l’impressione che il tempo dell’amore sia un tempo circolare. Un paesaggio cerebrale dove gli amanti si rincorrono, come nella ruota di un criceto: un posto in cui scappare equivale a tornare.</p>
<p>Anna ed Ezio. La paziente e il neurochirurgo. Lei ha un angioma, lui è lì per asportarlo. Fino a qui, tutto bene. C’è qualcuno da salvare. C’è il salvatore. C’è un tumore, ma è benigno. Come un trauma consumato – lo stupro di Anna –, vomitato e lasciato lì a marcire, in attesa che qualcuno ce lo tolga di torno: l’asportazione dell’angioma è un rito di passaggio, funzionale all’innamoramento dei due.<br />
Fino a qui, appunto, tutto da manuale. Perché questo amore sembrerebbe progressivo, lineare. Destinato a nascere, a crescere, ad allungarsi verso un punto (che sia di fuga o di morte). Ad avanzare.<br />
Ma poi c’è l’errore umano. Compiuto per mano divina, dal dio neurochirurgo. Da questo momento, nulla è più come prima: la ragazza non riesce più a parlare del suo passato; e quando lo fa usa il linguaggio dei sogni, che è sospeso – né trascorso, né presente – come un dubbio latente. È avvenuto? È immaginato? Come può amarti Ezio, se non può sapere chi eri?</p>
<p>Francesco D’Isa, artista visuale al suo primo romanzo, affida questa domanda alla solitudine dei due.<br />
<em>Zweisamkeit</em>: «duitudine», in tedesco.<br />
L’unico modo che abbiamo di amarci. Senza mai conoscerci davvero, senza mai penetrarci. Il completamento in amore è una direzione illusoria. Anche la matematica ci viene in soccorso: 1+1 non fa Uno. Nel Due è l’essenza dell’amore, nella difficile arte dell’accostarsi.<br />
E allora la <em>missiva</em> è l’unico dialogo possibile. Un messaggio che attende risposta, un’esca fragile ed esposta sul pelo dell’acqua. Tante sono le lettere inviate da Ezio, poche quelle scritte da Anna – Cara Anna, «<em>tutti gli inizi andrebbero scritti alla fine», «partire è un po’ morire, morire rimane morire», «se per vivere ci vuole coraggio, per amare bisogna essere eroi</em>»; Caro Ezio, «<em>arrivo</em>» – eppure l’orizzonte è il solo punto di approdo condiviso, il mare in cui vanno a perdersi le nostre missive. Senza responsi, senza responsive. In questo mare il pensiero tende a proliferare, a moltiplicarsi, a spiegarsi quando non è necessario, a sezionare ancora, e ancora ad affondare. Talvolta la storia rischia di diventare il pretesto: fondale del soliloquio mentale di Ezio, che pure è sostenuto da un fine ragionare di filosofia, di arte, di reale e di surreale.</p>
<p>D’Isa dipinge un quadro dell’innamoramento dove ogni dettaglio è in equilibrio precario, sta per crollare. «<em>Perché il mondo era piatto, e al suo limite estremo era possibile ammirare l’orribile spettacolo del cosmo, il nero mugghiante e profondissimo, le luci lontane, gli sterminati abissi in ogni direzione. E quelle creature immense! Denti, tentacoli, gonfiori, lapilli d’occhi e gengive, montagne di carne aliena, oceani di squame di perla, catastrofi di colore che vorticano senza scampo, e loro laggiù, in bilico, imperfetti e deboli, soli, solissimi, come unica gioia il dubbio onore di essere gli spettatori di uno spettacolo senza senso</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Cara Anna,<br />
questo è l’unico modo per leggerti e per amarti.<br />
In bilico, sulla striscia di terra che frana nel vuoto dell’infinito.<br />
Quando dici: «<em>E Adesso?</em>»<br />
Adesso tocca avanzare. Che se ci pensi è una specie di palindromo. Per un verso significa «andare», per l’altro è uguale: significa «restare».</p>
<p style="text-align: right;"><em>Chiara Zingariello</em></p>
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		<title>L&#8217;ultima estate al Bagno Delfino</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2014 22:08:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[ISBN]]></category>
		<category><![CDATA[Panzavolta]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Claudio Panzavolta Casa editrice: Isbn Pagine: 183 Siamo animali stagionali. Migriamo, sul bagnasciuga. Avanti e indietro. Come le maree. La vita? L’abbiamo consumata d’estate. L’abbiamo divorata da cuccioli. E poi. Il letargo. L’ultima Estate al Bagno Delfino, romanzo d’esordio di Claudio Panzavolta, è una cartolina corale e accorata. Spedita da un branco di bagnanti. Scritta sotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Claudio Panzavolta</strong><br />
Casa editrice: <strong>Isbn<a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/4_su_5.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-198" title="4_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/4_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a></strong><br />
Pagine: <strong>183</strong><br />
<a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/11/lultima-estate.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4284" title="l'ultima estate" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/11/lultima-estate-98x150.jpg" alt="" width="98" height="150" /></a>Siamo animali stagionali. Migriamo, sul bagnasciuga. Avanti e indietro. Come le maree. La vita? L’abbiamo consumata d’estate. L’abbiamo divorata da cuccioli. E poi.<br />
Il letargo.<br />
<em>L’ultima Estate al Bagno Delfino</em>, romanzo d’esordio di Claudio Panzavolta, è una cartolina corale e accorata. Spedita da un branco di bagnanti. Scritta sotto l’ombrellone, dentro una cabina, o all’ombra della pineta. Una cartolina inviata agli ultimi superstiti. Coloro che si sono spinti al largo e non hanno più fatto ritorno.</p>
<p><em>Da: Noi… A: Noi. </em><br />
Con le impronte di tutti vicino al timbro postale.<br />
Lo sa bene chi è nato negli anni Ottanta. Il <em>Bagno Delfino</em>, con la sua insegna verde dai contorni neri; e il <em>Bagno Marisa</em>, con il cane del Lordo che ringhia ai ragazzi; e infine i bagni, senza più nome,  declinati al plurale di pubblico anonimo, con le file di lettini persi sotto il sole della riviera romagnola: quegli stabilimenti balneari, dovrebbero essere dichiarati patrimonio collettivo di un’infanzia nazionale.<br />
I primi ricordi di Vincenzo. L’adolescenza di Giulio, Michael, Monica, Jenny, Fabio e Antonino. L’età adulta di Alessio. La vecchiaia di Arturo e Teresina. A ogni personaggio la sua estate. E ad ogni estate: l’unico, irripetibile e memorabile rituale di svezzamento. Il nostro funerale all’infanzia.</p>
<p>Panzavolta racconta l’estate che non c’è più. E concede alla terza persona di scene osservate in silenzio, una pellicola del nostro più intimo <em>Amarcord</em>, il singhiozzo dell’io di Corrado. Bambino cresciuto a balzi, da un’estate all’altra. Prima persona singolare. Primo testimone oculare di una vita fa.<br />
La prima volta di Monica e Michael, nel buio di una barca capovolta. Il primo amore di Arturo, un amore che è già svanito nella moglie che gli dorme accanto. La prima vendetta di Giulio, quel gatto ucciso per una voglia. La prima volta che abbiamo ucciso, noi tutti a passarci la palla. La prima volta che abbiamo ucciso un uomo per gioco.</p>
<p>Ma il tempo del racconto, è un tempo già sepolto. E fuori dai bagni si sta come d’autunno, d’inverno e in primavera: chiusi in una camera oscura insieme al personaggio di Vincenzo, affetti dalla stessa malattia.<br />
Se corressimo alla spiaggia, tutta quella luce oggi ci divorerebbe.  Così gli animali che siamo ricordano – e gli abitanti del <em>Bagno Delfino</em> potrebbero tornare a vivere, e invece vivono nel ricordo – in un coro di umana memoria, epica proprio perché parziale.<br />
L’infanzia di un intero paese. Le gesta. Gli eroi. I gelati.<br />
Catturati nelle fotografie di Monica. Prima che si sciolgano. Prima che un camion della Sammontana ci travolga.</p>
<p>«Domani non esiste… Domani non esiste più» ripete Monica a Corrado.<br />
Il tempo di una cartolina può essere solo il <em>presente trapassato.</em><br />
Eppure quante volte siamo tornati ai bagni, quanti gelati abbiamo scartato?<br />
Era sempre l’ultimo gelato. L’ultima estate.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Chiara Zingariello</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>GLI EROI IMPERFETTI</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2014 13:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[minimum fax]]></category>
		<category><![CDATA[Sgambati]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.collacolla.org/?p=4133</guid>
		<description><![CDATA[Autore: Stefano Sgambati  Casa editrice: minimum fax  Pagine: 279 &#160; Parte subito bene il romanzo di Stefano Sgambati, con un incipit dal ritmo incalzante che invoglia a capire e scoprire, e con una scrittura che si intuisce già ricca e impegnata a evitare qualsiasi rischio di risultare banale. Peccato che le premesse iniziali non siano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Stefano Sgambati </strong><br />
Casa editrice: <strong>minimum fax</strong> <a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1424" title="3_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a><br />
Pagine: <strong>279</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/07/sgambati-eroi-imperfetti.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4134" title="sgambati eroi imperfetti" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/07/sgambati-eroi-imperfetti-150x150.jpg" alt="" width="120" height="150" /></a></em></p>
<p>Parte subito bene il romanzo di Stefano Sgambati, con un incipit dal ritmo incalzante che invoglia a capire e scoprire, e con una scrittura che si intuisce già ricca e impegnata a evitare qualsiasi rischio di risultare banale.<br />
Peccato che le premesse iniziali non siano del tutto rispettate.<br />
<em>Gli eroi imperfetti</em> («Gli eroi si sposano e poi tornano a casa insieme, rimanendo zitti durante la salita in ascensore. Questi sono gli eroi, gli stakanovisti della vita») è un romanzo ambientato durante la temuta e ormai storica piena del Tevere del dicembre 2008 e che vede almeno quattro protagonisti: Gaspare, un uomo che non si fa certo amare per simpatia e che possiede un negozio in cui vende cornici; sua figlia Irene, che, succube del padre, dirotta la propria esistenza verso alcol e sesso disimpegnato; Matteo, che di lei è innamorata e di professione fa il libraio; Corrado, vinaio travolto insieme alla moglie dal passato di Gaspare.<br />
Il motore del romanzo è una cena a casa di Corrado e della moglie, dove tra gli invitati ci sono una coppia (che abbandonerà ben presto la serata) e Gaspare, conosciuto da Corrado nel suo negozio. Dopo che la padrona di casa racconta un episodio inquietante della propria infanzia, Gaspare confessa un segreto ben più inquietante destinato a sconvolgere i giorni a venire sia di Corrado che della sua consorte: la morte anni  prima della moglie, il cui corpo venne rinvenuto nel Tevere.<br />
Ed è proprio intorno al rinvenimento del cadavere che si intrecciano tutti i fili che legano i personaggi del libro (tranquillizziamo i lettori che non amano tributare il genere: il romanzo in questione non è un giallo).</p>
<p>Sgambati insegue l’originalità stilistica e la cerca facendo un uso massiccio di similitudini e di metafore, a volte riuscite («Nel piazzale le teste delle persone si muovono come lenticchie a mollo»), altre meno («Le bollicine scendono per la gola senza la prudenza degli scalatori»); ricorrendo a immagini icastiche che anch’esse spesso rendono bene l’idea («Le persone che se ne vanno, che si allontanano, sono come quei limoni secchi che si rinvengono ogni tanto nei frigoriferi: si erano nascosti per giorni dietro al contenitore dei formaggi e a guardarli adesso neanche più sembrano agrumi»), ma talvolta lasciano perplessi («Matteo compone con la lingua epigrammi circolari che incidendo il clitoride elargiscono sensazioni da endecasillabi saffici»).<br />
Se da un lato Sgambati ha il coraggio di smarcarsi da una scrittura industriale e sempre più spesso priva di mordente, dall’altro sembra compiere l’errore di alzare troppo la posta in diversi passaggi, sovraccaricando la storia con un fraseggiare inutilmente ricco d’immagini, in un modo che non fa il gioco del libro.<br />
A risentirne non è solo la trama, ma anche il ritmo, che risulta rallentato dalle divagazioni e dalle ricercatezze dell’autore, il quale aggiunge pagine non strettamente necessarie ai fini della storia raccontata; la sensazione che si percepisce inoltre in alcuni di questi passaggi è di non leggere la voce dei personaggi, ma quella di chi li ha scritti.<br />
<em>Gli eroi imperfetti </em>resta un romanzo per molti versi interessante, ma che forse poteva essere reso meglio, e questo alla luce soprattutto di alcuni spunti non legati puramente alla scrittura che a volte sembrano galleggiare e confondersi in un mare che si poteva immaginare meno vasto.</p>
<p align="right"><em>Giuseppe Rizza</em></p>
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		<title>Strategie per arredare il vuoto</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jun 2014 15:08:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Paolo Marino Casa Editrice: Mondadori Pagine: 223 Anche il vuoto è un posto. Lo arredi, ci vivi dentro, lo chiami Casa. Lo fai per non sentirlo, il vuoto: e se ci fosse un tempo per invitarlo a entrare, e uno spazio in cui metterlo a dormire, e parole per colmare quello spazio, forse, allora, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Paolo Marino</strong><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_e_mezzo1.jpg"><img class="size-full wp-image-1729 alignright" title="3_e_mezzo" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_e_mezzo1.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a><br />
Casa Editrice: <strong>Mondadori</strong><br />
Pagine: <strong>223</strong><br />
<a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/strategie.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4086" title="strategie" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/08/strategie.jpg" alt="" width="78" height="128" /></a>Anche il vuoto è un posto. Lo arredi, ci vivi dentro, lo chiami <em>Casa</em>.<br />
Lo fai per non sentirlo, il vuoto: e se ci fosse un tempo per invitarlo a entrare, e uno spazio in cui metterlo a dormire, e parole per colmare quello spazio, forse, allora, potresti persino amarlo.<br />
Edo ha tredici anni e ha appena perso i genitori.<br />
Devi affidarti a chi resta, gli dicono i parenti. La catena degli zii – zia Selma, zia Corinna, zio Dante, zia Lucia e zio Ettore a braccetto – vuole farlo traslocare. Vogliono prenderlo con sé, sfamarlo, pettinarlo, accudirlo come un figlio, aiutarlo a crescere, ad andare, a superare.<br />
Ma la strategia di Edo li allontana tutti, uno ad uno. Il ragazzo occupa la sua stessa casa. Non risponde a chi telefona, non segue chi parte. Rimane con le scorte alimentari e la televisione accesa. Rimane, Edo, con le cose che rimangono.</p>
<p>Il romanzo di Paolo Marino, finalista al premio Calvino 2012, è un lungo corteggiamento o una guerra di posizione.<br />
Conoscere il vuoto. Portarselo a casa. Sentire l’effetto che fa, la forma solida del vuoto in una stanza. Percepirne il respiro. Come ti batte il cuore in sua presenza.<br />
La scrittura di Marino è materica, circoscritta alle mura di un appartamento e  attenta ai piccoli movimenti, ai rumori, ai fatti piccoli e ai piccoli visitatori. Ben presto, la reclusione di Edo diventa calamita per gli ospiti: le gemelline Rovati, vicine di casa e girovaghe nell’estate in città con i genitori in vacanza; l’amico Enea, che rimane sulla soglia; la banda di bulli capeggiati da Seba; il rappresentante di aspirapolvere, unico adulto del gruppo.<br />
Sedotti dal vuoto e in guerra contro il vuoto, i dialoghi di questi personaggi non ammettono un fiato. Non un segno d’interpunzione, che apra un varco al silenzio. E tuttavia ogni personaggio è solo, chiuso al mondo di fuori, votato alla ricerca della propria strategia: che si tratti di un sistema per spazzare via i microbi o di una tecnica di tortura casalinga, che la posta in gioco sia tenere in vita un grillotalpa in un barattolo o «solo un esercizio per darsi pace».<em> </em><br />
Non a caso, le parti meno convincenti del romanzo sono quelle in cui il vuoto perde solidità e consistenza: quando il protagonista si addentra nel territorio del sogno a occhi aperti e la scrittura tenta il volo, lasciando a terra la sua preziosa capacità di illuminare la storia.</p>
<p>«La nostra era un’esistenza da animali terricoli, che scavano tane e si nutrono di vermicelli grassi e radici, all’opposto di quegli altri ricompresi nel regno dei volatili: esseri leggeri, sgravati dal peso di cose concrete, frequentatori degli spazi aerei».</p>
<p>Anche il vuoto ha un peso. Porte che sbattono, barattoli che si rompono, vetri che si coprono, ora dopo ora, di un sottile pulviscolo che ci obbliga a tastare e spolverare l’intero appartamento, mentre si consuma cibo in scatola al tavolo di una cucina.<br />
«Mi consolava» dice Edo, «la prospettiva di giorni interminabili, mai completamente arresi all’oscurità».<br />
Così, nell’ultima parte, questo romanzo diventa una storia di resistenza e di abbandono all’onda d’urto del vuoto. Quando i genitori muoiono. Quando gli amici se ne vanno. Quando il telefono smette di suonare. Il ragazzo impacchetta l’arredo e si lascia andare. Alla deriva, disteso sopra un materasso.<br />
In questa storia non succede niente, perché in questa storia c’è già tutto.<br />
Un residuo fisso. Bianco. Silenzioso.<br />
La zavorra del corpo vigile e presente di Edo.<br />
Qui, sulla terra, al centro di una stanza vuota. Qui, dove anche il vuoto è pieno.</p>
<p align="right"><em>Chiara Zingariello</em></p>
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		<title>Cartongesso</title>
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		<pubDate>Mon, 26 May 2014 22:27:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Autore: Francesco Maino Casa editrice: Einaudi Pagine: 239 Leggendo Cartongesso su e-reader il dito va spesso sulla funzione «evidenzia»: sono tante infatti le frasi che meritano di essere rilette, schegge che raccontano una realtà in frantumi, deflagrata e implosa per eccesso di rabbia che cova quasi in ogni pagina («Lanciarsi giù sarebbe un attimo, penso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore: <strong>Francesco Maino</strong><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/5_su_5.jpg"><img class="size-full wp-image-1427 alignright" title="5_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/5_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a><br />
Casa editrice: <strong>Einaudi</strong><br />
Pagine: <strong>239</strong></p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/cartongesso.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4071" title="cartongesso" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/cartongesso.jpg" alt="" width="78" height="128" /></a>Leggendo <em>Cartongesso</em> su e-reader il dito va spesso sulla funzione «evidenzia»: sono tante infatti le frasi che meritano di essere rilette, schegge che raccontano una realtà in frantumi, deflagrata e implosa per eccesso di rabbia che cova quasi in ogni pagina («Lanciarsi giù sarebbe un attimo, penso. Ecco la rabbia che ritorna. Qual è l’origine di tutta questa rabbia? È di domenica che mi viene questo pensiero»).<br />
L’ira che si abbatte sulle pagine dell’esordiente Maino è quella dell’avvocato Michele Tessari, e non risparmia nessuno, nulla si salva, l’arca di Tessari è vuota («In tutto questo ammasso di nientitudine»), su tutto aleggia un odio pervasivo e un nichilismo schiacciante. Nel suo monologo il protagonista si concentra su se stesso e su ciò che lo turba della società italiana degli anni duemila, del Veneto in particolare: una provincia da cui si sente soffocato, dove impera l’obiettivo fisso del guadagno e del conformismo come unica regola di vita («Ognuno ha il proprio bar, un bar del cazzo in cartongesso, cartongesso, penso, metà cartone, metà gesso, il cartone delle baracche da dove tutti proveniamo, il gesso che si sfarina come cocaina, quella che tutti aspirano, il bar, il proprio porto franco, il proprio atollo, i propri disperati prosecchi, le disperate bollicine, i disperati vodka tonic, i disperati spritz al Select, i vinelli più disperatamente strutturati, i rossi importanti, anch’essi disperatamente soli»).<br />
L’invettiva del protagonista, figlia dell’incedere di Bernhard, ricorda quella di un altro autore veneto, Vitaliano Trevisan, anch’egli decisamente poco tenero nell’evidenziare negativamente e nel graffiare la provincia del nord-est, colpevole di aver smarrito la morale e d’essersi convertita a una politica influenzata da partiti con la fedina sporca.</p>
<p>Maino è irrefrenabile, i suoi strali sono diretti e incisivi, accumula elenchi di sostantivi e aggettivi mai inoffensivi, i periodi – a volte anche  lunghi – invece di stancare battono il tempo del libro, con il risultato che l’autore riesce a fornire all’unico vero personaggio del romanzo una lingua vivida e di qualità, ricca di dialettismi e neologismi,  che colpisce per la carica eversiva: una lingua che è un magma che brucia le parole e rende completamente brullo il panorama che si osserva.<br />
Il talento di Maino è evidente nel ritmo dato al romanzo e nella forza del suo protagonista, che regge tutto l’impianto del libro: un avvocato degli ultimi (il suo cliente tipo è un extracomunitario che ha avuto problemi con la giustizia italiana), represso e instabile, insoddisfatto della propria vita, insofferente ai soprusi e alla volgarità del potere, che trascrive nervosamente i sismi che intaccano la società del cosiddetto bel paese, e lo fa con il pregio di uno stile autentico e originale.</p>
<p><em>Cartongesso</em> invita a fare i conti con il presente, spinge letteralmente a prendere posizione non solo nei confronti del protagonista, ma anche nei confronti della nostra personale realtà quotidiana (da che parte stai?, sembra chiederci l’avvocato Tessari parafrasando De Gregori: «stai dalla parte di chi ruba nei supermercati  o di chi li ha costruiti rubando?»).<br />
Il risultato finale è di quelli che lasciano il segno, decisamente fuori dal comune.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Giuseppe Rizza</em></p>
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		<title>La gemella H</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2014 07:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Autore: Giorgio Falco Casa Editrice: Einaudi Pagine: 351 Chi già anni fa aveva celebrato il funerale del romanzo – per non parlare di quello italiano – magari attribuendo a Virginia Woolf e James Joyce il ruolo di ultimi spregiudicati giustizieri, forse dovrebbe concedersi un’ultima chance e leggere il primo romanzo di Giorgio Falco, La gemella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore:<strong> Giorgio Falco</strong><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/5_su_5.jpg"><img class="size-full wp-image-1427 alignright" title="5_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/5_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a><br />
Casa Editrice:<strong> Einaudi</strong><br />
Pagine:<strong> 351</strong><br />
<img class="alignleft size-full wp-image-4064" title="gemellaH" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/gemellaH.jpg" alt="" width="78" height="128" /><strong></strong></p>
<p>Chi già anni fa aveva celebrato il funerale del romanzo – per non parlare di quello italiano – magari attribuendo a Virginia Woolf e James Joyce il ruolo di ultimi spregiudicati giustizieri, forse dovrebbe concedersi un’ultima chance e leggere il primo romanzo di Giorgio Falco, <em>La gemella H</em>.<br />
Avevamo lasciato Falco diversi anni fa alla sua opera seconda (<em>L’ubicazione del bene</em>, anch’essa Einaudi), una raccolta di racconti ambientati in un immaginario paesino dell’hinterland milanese, originale e spietata galleria di figure umane descritte con rara bravura, capace di lasciare l’impressione, in chi leggeva, di avere a che fare con uno scrittore di razza.<br />
L&#8217;attesa di una nuova opera è stata premiata con la pubblicazione di un romanzo che non solo conferma il talento dell’autore, ma meriterebbe di essere ricordato negli anni: <em>La gemella H</em> è a suo modo quasi perfetto, ogni singola frase sembra misurata come una pietra angolare e il risultato finale è simile a quei muri a secco del sud Italia che nella loro apparente semplicità celano invece un artigianato di pregevole fattura.</p>
<p>Ma chi è la gemella H?<br />
In realtà sono due: le gemelle Hilde ed Helga Hinner, figlie di Maria e Hans, nate nel 1933 e cresciute per i primi anni della loro vita in una cittadina della Bavaria.<br />
La loro storia è prevalentemente raccontata da Hilde, e si dispiega fino ai nostri anni con diverse unità di luogo: la famiglia felice a Bockburg con il padre direttore di un giornale locale, il trasferimento della madre e delle figlie a Merano, la nuova vita delle gemelle a Milano, la scelta definitiva del padre di investire sul nascente turismo della riviera adriatica, a Milano Marittima.<br />
Nel romanzo però c’è anche la storia dell’Italia e della Germania, non quella con la S maiuscola (di Mussolini praticamente non c’è traccia, Hitler viene citato poche volte e l’antisemitismo è una toccata e fuga), ma quella della società che cambia: del capitalismo che mette solide radici, della sete d’autoaffermazione che ha Hans Hinner, del possesso come rivalsa e scalata sociale, il passato da dimenticare per poter vivere pienamente. E tutto viene mostrato dall’autore servendosi di una scrittura sorvegliatissima, misurata col bilancino, dove è difficile trovare un aggettivo di troppo o un avverbio non necessario, e che si sofferma sui particolari apparentemente più insignificanti.<br />
Falco sembra voler narrare la Storia attraverso la normalità di una famiglia tedesca che è costretta dagli eventi a trasferirsi in Italia, e lo fa come un abile direttore della fotografia che smista le luci per dare risalto alla quotidianità più inoffensiva, lo sguardo si concentra così sugli oggetti, concede loro una vita propria («Ma niente è innocuo, anche un carillon è decisivo, crea una malinconia tale da scatenare malessere, e di lì a poco, la rivoluzione»).<br />
La sua scrittura sa esattamente dove andare e dove concentrarsi, con una cura del particolare che sorprende, tanto da far pensare che quella di Falco sia una fenomenologia degli oggetti, il minimale elevato a potenza, il trascurato dalla Storia che detta l’esistenza dei protagonisti («i quintali di spazzatura umida, nelle cui zaffate era possibile decifrare il senso dei giorni, perfino una traccia delle ore: i cumuli di caffè bruciacchiato, l’odore dolce delle scorze di melone gettate con i segni dei morsi della clientela, quello più acidulo dei pomodori, con le bucce rosse rattrappite, sopra le quali volavano moscerini affamati, resistenti anche alle folate di vento, che li scompigliavano invano, sui petali di rose»), ma riesce anche a essere estremamente lirica fin dalla prima frase dell&#8217;incipit, icastica come un verso: «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima».<br />
La tecnica di concentrarsi non solo sulla descrizione ma anche sulla narrazione stessa di ciò che potrebbe apparire insignificante, magari a volte rallenta il ritmo del cuore della vicenda, ma allo stesso tempo permette a chi legge di avere la piena coscienza che tutto ciò che è scritto alla fine sarà necessario.<br />
<em>La gemella H</em> – che per lo svolgimento della trama e la lucidità narrativa nasconde tra l’altro una miniera di spunti e di lezioni per chi scrive &#8211; è soprattutto un libro che ci auguriamo destinato a rimanere nel tempo, uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni.</p>
<p align="right"><em> Giuseppe Rizza</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il casale</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2014 16:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Autore: Francesco Formaggi Casa Editrice: Neri Pozza Pagine: 237 L’occhio cade sul dettaglio. Sulla citazione di Gombrowicz, tratta da Pornografia: «E per un attimo noi e loro, dal fondo della nostra catastrofe, ci guardammo negli occhi». Guardare. È la prima volta per Francesco, protagonista del romanzo d’esordio di Francesco Formaggi. Il ragazzo cede alla ragazza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Autore:<strong> Francesco Formaggi</strong><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg"><img class="size-full wp-image-1424 alignright" title="3_su_5" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/3_su_5.jpg" alt="" width="142" height="57" /></a><br />
Casa Editrice:<strong> Neri Pozza</strong><br />
Pagine:<strong> 237</strong><br />
<strong></strong><img class="alignleft size-full wp-image-4054" title="casale" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/casale.jpg" alt="" width="78" height="128" />L’occhio cade sul dettaglio.<br />
Sulla citazione di Gombrowicz, tratta da <em>Pornografia</em>: «E per un attimo noi e loro, dal fondo della nostra catastrofe, ci guardammo negli occhi».<br />
Guardare. È la prima volta per Francesco, protagonista del romanzo d’esordio di Francesco Formaggi. Il ragazzo cede alla ragazza, alla vacanza in campagna nel casale degli zii di lei.<br />
Lei. I parenti di lei. Il casale. Francesco è sicuro, in quel buco non c’è nulla da vedere.<br />
Eppure l’occhio cade sul dettaglio, preso in trappola, e rivela che il dettaglio è sempre «enorme, gonfio, tozzo, quasi brutale». È l’alluce deforme di Giulia, la dolce fidanzata di Francesco. Sono le carcasse degli animali uccisi e mimetici, stesi di fianco a noi sul prato. I biglietti di una cameriera poetessa, e forse prostituta. Il segreto della zia Ester. I segreti dello zio Franco. L’ira incontrollata di Mario – custode, mostro, tuttofare – l’unico a recidere, fin dall’inizio, ogni convenzione di rispettabilità sociale: il dito mozzato a testimoniarne l’assenza.<br />
È una storia questa, che parla del potere dell’anomalia. La deformità morale diventa deformità fisica e si impone nei personaggi di Formaggi con il dettaglio, la stortura di un alluce o lo strabismo di un capo famiglia, un patrimonio di piccoli segni che si tramandano, di generazione in generazione, fino a che l’occhio non vi si posa sopra, e allora non può più ignorarli, al contrario, ne è in qualche modo attratto, e si perde nel labirinto di una sciagura imminente, la sciagura di tutti: da sempre lì sotto i nostri occhi, al riparo delle mura del casale, nella famiglia felice. Una tranquilla settimana di paura.<br />
Tuttavia si sa, il male sta nell’occhio di chi guarda. E forse in questo senso, si può dire che il romanzo cade nella trappola congegnata dalla sua stessa voce. Tra un incipit e un finale ben costruiti, ciò che sta nel mezzo non sempre è necessario alla storia. A volte il perturbante si compiace di se stesso e la scrittura diventa lente di ingrandimento che non ne ha mai abbastanza, e si avvicina, e deforma, e affonda l’occhio nei particolari per il piacere di sezionarli ed esibirli come accade con una collezione di insetti.<br />
Autore, lettori e protagonista: nessuno è immune al fascino di una storia torbida, ma tutti sono convinti di sedere dalla parte del pubblico, dalla parte delle persone informate dei fatti. La verità però è che «nessun male si compie di proposito, finché non ti trovi a farlo». E assistere alla seduzione del male è il primo passo per prenderne parte. Così Francesco precipita dentro <em>Il casale</em>, e noi lettori con lui: fino a sentire la deformità dei nostri alluci, fino a riconoscere le nostre mani macchiate di sangue, fino a scavare la fossa per il funerale di una gallina, e a vederci dentro la fine dell’uomo.<br />
«Non avendo un nome e una lapide su cui inciderlo, sulla terra, con un dito, scrissi: RIPG, riposa in pace gallina, poi cancellai la G, perché quella preghiera valeva per tutti, non solo per la gallina: valeva per il ragazzo e valeva per Clara e valeva per Franco e valeva anche per me».<br />
L’occhio cade sul dettaglio. La crepa sul muro del casale, il buco da cui spiare. Guardarsi, noi e loro. Ma a guardare bene, dal fondo di questa catastrofe: noi è loro, non c’è alcuna differenza.</p>
<p align="right"><em>Chiara Zingariello</em></p>
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