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	<title>Colla &#187; numero 9 &#8211; intro</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Estremi rimediDanilo Deninotti</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 11:18:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ambientato tra Milano e la provincia cuneese, Estremi Rimedi affronta tre mesi cruciali nella vita della famiglia Calleri. Davide è un quarantacinquenne che, dopo gli anni passati come creativo nelle agenzie milanesi, ha convinto la moglie a ritornare in provincia. Lavora da casa come freelance e consulente. E ha rimesso in piedi il gruppo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ambientato tra Milano e la provincia cuneese, Estremi Rimedi affronta tre mesi cruciali nella vita della famiglia Calleri.<br />
Davide è un quarantacinquenne che, dopo gli anni passati come creativo nelle agenzie milanesi, ha convinto la moglie a ritornare in provincia. Lavora da casa come freelance e consulente. E ha rimesso in piedi il gruppo che aveva con tre vecchi amici, in vista di un imminente quanto paradossale concorso di band emergenti.<br />
Laura è un’insegnante delle scuole medie, che a quarant’anni si trova a fare i conti con la vita di provincia e con una relazione extraconiugale con un uomo più giovane.<br />
Nicola è il figlio amante dell’hip hop e nel pieno dell’adolescenza.<br />
Caratterizzato da una costruzione narrativa che alterna i piani temporali e che incrocia i punti di vista dei personaggi, Estremi rimedi è un romanzo sui conflitti generazionali, ma è soprattutto la storia di una famiglia sul punto di sgretolarsi, in cui viene espressa tutta la difficoltà di essere padre, madre, marito, moglie, figlio, in cui il mantenimento di un equilibrio dato finora per scontato diventa l’obiettivo a cui tutti, quasi inconsapevolmente, tendono.</p>
<p>Di seguito presentiamo il primo capitolo.</p>
<p>***</p>
<p>Il nome completo così come riportato sulla carta di credito: Calleri Davide. Data di scadenza: 04/12. Poi controllò di aver inserito giusti i quattro gruppi di quattro cifre della sua Visa e ridigitò i tre del codice di controllo scritti in corsivo sul retro. <span id="more-685"></span>Come per ogni altra situazione che aveva affrontato nella vita, anche quella doveva essere spinta a finire nella direzione giusta. Tirò su gli occhiali con la sola forza del movimento combinato di zigomi, naso e orecchie. E confermò l’acquisto.<br />
La seconda metà del primo pomeriggio stava muovendo tutto in modo lento e ordinato. Davide si accorse di non aver sentito passare una sola macchina da ore, e guardò le nuvole andare piano dritte da ovest a est della sua visuale, mentre i rami alla sinistra dell’abete scendevano e salivano senza strattoni. Dietro le colline che aveva di fronte c’era l’orizzonte, e all’orizzonte, c’era solo l’orizzonte.<br />
Nell’aggiornare la pagina web con la mail aperta, sentì che tutto il cosmo che lo circondava e lo conteneva era positivo e fatto di calma. La conferma dell’acquisto era lì, arrivata in un attimo. Anche l’attesa minima per il refresh era stata ordinata e funzionale. A Davide sembrò di toccarla tutta quella calma. Era come uno sgarro mentale alla dieta che si era appena autoimposto: fuori pasto solo frutta e verdura cruda di stagione. Chiudendo gli occhi sentì in bocca la stessa sensazione del cioccolato fondente, caldo sulla lingua e carico di adrenalina. Il corriere avrebbe effettuato la consegna in tre-cinque giorni, c’era scritto nella mail. Avrebbe aspettato, nutrendosi di quella bonaccia ipercalorica.<br />
La seconda metà del pomeriggio era stata esattamente come tutta la mattina, senza voci che filtravano dal piano superiore, con la corsa a due tra i pensieri che alimentavano il suo inconscio e quelli che gli spiegavano come continuare a fare il lavoro che stava facendo. La seconda metà del pomeriggio finì con il ritorno a casa di Laura e Nicola.<br />
«Ma la maglia che hai su?»<br />
«I soldi della nonna, perché?»<br />
«No, bella, mi piace. Un po’ larga, ma bella.»<br />
«Davvero?»<br />
«Davvero.»<br />
Le parole maglia che hai su e larga scesero dritte di sotto nello studio di Davide. Un’invasione che fermò il flusso di bit mentali che lo stavano nutrendo, ma che era anche una profanazione del luogo in sé. Il lavoro e quello studio erano stati una delle sue vittorie nette. Aveva fatto come gli atleti. Avere una meta e sapere dov’è. Volerla raggiungere e sapere come fare. Avere un sogno e svegliarsi presto la mattina per iniziare a inseguirlo con tutte le forze. Consci che di sera gli occhi si chiudono con lo scopo ancora lì, delineato preciso, e i disegni degli scenari futuri colorati dietro le palpebre da un cervello che li sfoca piano piano, per cullarti nel sonno.<br />
Davide schiacciò play e si infilò le cuffie collegate con il computer, arrendendosi ai pensieri che gli servivano per fare andare avanti il lavoro.</p>
<p>Laura, nell’attimo che aveva impiegato a girarsi dopo aver appoggiato la borsa sul divano e sottolineato che la maglia di Nicola le piaceva davvero, era rimasta da sola. Laura, che era politicamente il baricentro di quella casa, in quel momento lo era diventata anche geograficamente: Nicola in camera e Davide di sotto, si lasciò cadere sul divano. Pensò che sospirare non sarebbe servito a nulla. E chiuse gli occhi per due minuti, con le dita delle mani intrecciate tra i capelli rossi di henné.<br />
Quel tratto di tempo che stava andando dal tardo pomeriggio all’inizio della sera era una ricetta da seguire alla perfezione. Un amalgama di scene che dovevano essere buone alla prima, perché si stava girando a ridosso della messa in onda, se non praticamente in diretta. E le azioni delle scene erano come le estremità dei fili usati per stendere. Fissate forti, ma sempre al limite di capitolare sotto i colpi di quel principio fisico chiamato tensione. Laura riaprì gli occhi, pronta per iniziare a giocare.</p>
<p>Nicola aveva la testa rivolta verso il muro di fronte alla sua scrivania. Gli capitava sempre più spesso. Succedeva che finiva per fissare il vuoto, ma poi appena se ne rendeva conto riusciva a gestire la situazione. Guidava se stesso come fosse un joystick: immergendosi nel niente grazie a un cervello in grado di comandare entrambi gli emisferi separatamente. Il suo perimetro era concreto, sentiva il lato esterno del corpo presente e lo bloccava rigido e in equilibrio, con comandi logici e analitici che venivano dall’emisfero sinistro. E poi invertiva il funzionamento dell’emisfero destro, annullando a priori tutte le percezioni che sarebbero arrivate. Nicola iniziò a percorrere il tratto di tempo che stava andando dal tardo pomeriggio all’inizio della sera creando un vuoto spaziale perfetto.</p>
<p>«Hai trovato lo spunto?»<br />
Davide, ogni volta che sentiva la porta del suo studio aprirsi, cambiava automaticamente l’uscita audio del computer dalle cuffie alle casse preamplificate.<br />
«Credo di sì» disse. E guardò Laura. Da quando aveva iniziato a fare quella smorfia di sufficienza uguale a quella che faceva sua madre? C’era stato un momento o era stata una decisione precisa iniziare a farla? Poi abbassò il volume: gesto che era sempre valso più che l’effettivo risultato dell’azione. Lo sapevano entrambi.<br />
«Bene.»<br />
«Già.»<br />
La smorfia poteva essere seguita anche da un cenno preciso di no. Come adesso. Mentre la chitarra di J. Macis stava facendo di tutto per annientare la melodia pop che con fatica era arrivata fino al secondo ritornello.<br />
«E quale sarebbe?» gli chiese.<br />
L’idea che aveva trovato era ancora più vecchia di quel pezzo dei primi anni novanta dei Dinosaur Jr. Ma come aveva sempre considerato quella canzone perfetta e attuale, era sicuro che anche il suo spunto lo fosse.<br />
«Una roba da nerd.» Voleva stupirla. Partire dal vago con un sentore di inutilità e fallimento per poi colpire sul semplice. Cappello di spiegazione, scena e slogan finale: come avrebbe poi dovuto fare tra qualche giorno, per presentare quel concept corredato da soggetto e claim finale in video conferenza.<br />
«L’informazione è una differenza che fa la differenza» disse.<br />
«Così diretto?»<br />
Ribattere non serve se l’obiettivo è provocare stupore: «La protagonista dello spot è una goccia di pioggia che cade sul viso di una persona, con la reazione di stupore e attenzione che provoca. Il punto è: una goccia di pioggia che colpisce a terra dietro di noi non contiene informazioni, ma quella che ci atterra sul naso, sì. Claim: l’informazione è una misura d’effetto».<br />
Davide fece sì con la testa e ritornò a fissare lo schermo del computer. Gli piaceva stupirla. E gli piaceva quando l’effetto positivo dello stupore provocato sugli altri ricadeva di riflesso su di lui.<br />
Laura tirò su le sopracciglia di colpo facendo quel suono nasale che è una fusione tra una serie di m e una di u. Aveva anche spalancato gli occhi, che però erano subito andati a guardare un punto fisso sul piano dell’orizzonte, come fanno dal palcoscenico gli attori professionisti.<br />
«Bello.» E lo disse mentre pensava due cose. Uno, che suo marito era stato tutto il giorno a navigare su Internet e due, che quella roba le diceva qualcosa, se la ricordava, veniva dal passato. Come i Dinosaur Jr.<br />
«Nicola?» Davide si scrollò di dosso la sensazione di benessere corporeo provocato da una vittoria della mente.<br />
«Su a sentir musica.»<br />
«Cristo.»<br />
«Be’, almeno lui è al passo coi tempi.» Ma mentre lo disse, Laura si accorse che oggi, in quel tratto di tempo che stava andando dal tardo pomeriggio all’inizio della sera, non aveva l’equipaggiamento mentale giusto per affrontare più di un brevissimo scambio di botta e risposta sui gusti musicali del figlio. Senza contare poi che in una sola volta aveva dato anche un doppio giudizio su quelli del marito. Sentiva come se avesse addosso un giubbetto antiproiettile infilato di fretta, che aveva lasciato il lato alto sinistro del petto leggermente scoperto. Bloccò la risposta di Davide mentre la vedeva già comparire a forma di paragrafo argomentativo nei suoi occhi. Gli baciò le labbra. E sentì soffocare un cristo.</p>
<p>Parlare da solo col proprio cervello. Questa era un’altra cosa pazzesca che Nicola aveva scoperto di saper fare. Doveva per forza essere una specie di tappa della crescita o qualcosa del genere. Ma in casa non c’erano libri di Pedagogia che avevano dentro la risposta giusta. Era andato su Internet, ovvio, ma non ne era ancora venuto a capo. Forse chiavi di ricerca come riuscire a parlare da solo con il proprio cervello o dialogo cervello-io, erano ancora troppo complesse o troppo vaghe per dare dei risultati sensati. Ci avrebbe lavorato su.<br />
In ogni caso il passaggio era stato chiaro. Fino all’anno prima il rapporto tra lui e il suo cervello era stato solo musicale. In macchina, a cena con i suoi, o a casa di parenti vari, lui intratteneva il cervello con la musica e viceversa. A volte partiva il cervello, con un beat dopo stimoli casuali, tipo un colpetto della forchetta contro il piatto. Ma la maggior parte delle volte era lui a comunicare al cervello la prima parola di un verso e il cervello a soddisfarlo con l’intero pezzo. Ora, però, era diverso. Ora c’era un vero scambio dialettico. Riusciva a intessere discussioni fatte di botta e risposta. Oppure anche a ragionare a due voci su sviluppi futuri di certe situazioni andando avanti per minuti interi, aprendo possibilità dopo possibilità. Era una cosa fantastica. E a quell’ora, arrivato effettivamente l’inizio della sera, lì fermo immobile nella sua stanza, cominciò ad affrontare uno dei suoi discorsi preferiti: le differenze tra il rap della East e quello della West Coast.</p>
<p>«Ehi.»<br />
«Ehi.»<br />
Laura rifiutava il cameratismo di quell’espressione. Da sempre. Aveva per l’ehi la stessa avversione che aveva per lo yo, che ogni tanto ancora adesso si dicevano Davide e i suoi amici al posto del sì e del ciao. Ma aveva fatto una concessione a Davide. Poteva usare l’ehi. Lei non approvava, ma poteva usarlo. Anche a tavola. Anche con suo figlio.<br />
«Che hai fatto oggi pomeriggio?» Da quando Nicola era in grado di rispondere a quella domanda con delle vere frasi, Davide si sentiva un idiota nel pronunciarla.<br />
«Suonato.»<br />
Ecco, erano risposte al participio passato come queste che lo facevano impazzire dal ridere. Ma doveva restare di ghiaccio e non fiatare. Come poteva fare a spiegare a suo figlio quindicenne che sì, ok, lo so che ti ho fatto una domanda del cazzo, ma capiscimi, quali sono le domande che un padre può fare a un figlio?<br />
Fai il padre e non il compagnone, era l’unica regola di Laura. Ma per Davide la conseguenza di quando seguiva quella regola, era che le domande che faceva a Nicola finivano per essere dei copia e incolla di quelle che gli aveva fatto il suo di padre. Ed erano domande del cazzo.<br />
Però, un attimo, aveva detto suonato?<br />
«Davvero?» Da quando suo figlio suonava uno strumento?<br />
«Sì, a casa di Glauco.»<br />
«Ma in due? Cosa avete fatto? Roba acustica? Lui cos’ha?» Laura fece quella smorfia, ma Davide non si ricompose. «E tu cosa suoni? No, canti, giusto?»<br />
«Gangsta rap e West Coast, in generale.»<br />
«Cristo.»<br />
«Davide!»<br />
«Avete messo su dei dischi.»<br />
«Abbiamo suonato un po’ di dischi di Glauco.»<br />
«No, non avete suonato. Avete messo su dei dischi.»<br />
«Suonato dei dischi.»<br />
«Suonare è usare degli strumenti, non mettere dei dischi in un lettore.»<br />
«Come vuoi. Noi diciamo così.»<br />
«Non è come voglio. I dischi non si suonano. Sono gli strumenti che si suonano.»<br />
«In inglese si dice play per tutte e due le cose.»<br />
«Diosanto.»<br />
«È così.»<br />
«Lo so che è così!»<br />
«Quindi ho ragione.»<br />
«No, non hai ragione! Perché il concetto è che i musicisti suonano, i dj no.»<br />
Poi, dai due estremi del tavolo, si voltarono entrambi verso Laura, toccandosi i capelli: rasati quelli di Nicola, in fase di crescita irregolare quelli di Davide. Ma Laura fece un no benevolo, osservando moltiplicati per due gli stessi identici occhi che le chiedevano la stessa identica ragione.</p>
<p>L’indice infilato nel libro e la schiena contro i due cuscini del letto: stare in camera con le tende tirate e senza nessuna luce che veniva da fuori la aiutava a concentrarsi su quello che nella sua testa chiamava la futura disposizione dei mobili. Era un’attività rilassante. E quella era la posizione perfetta. Laura faceva sempre la stessa panoramica. Mancava una sola cosa: una libreria ad angolo. Ma bisognava spostare la cassettiera. Ci sarebbe stato equilibrio così. E meno senso di vuoto. Solo che poi l’armadio sarebbe stato troppo centrato. In realtà, non le interessava per niente fare quei cambiamenti. Come per le candele. Le aveva messe sulla cassettiera ma non le aveva mai accese. Quando diavolo le accende le candele la gente?<br />
Sfilò l’indice dalle pagine del libro e riabbassò lo sguardo. Davide sarebbe venuto su mentre lei stava ancora leggendo e si sarebbe messo a leggere anche lui. Poi lei avrebbe spento la lampada del suo comodino e si sarebbe messa a dormire. E Davide avrebbe continuato a leggere e a ridere con le spalle. Mentre Nicola aveva già abbandonato divano e televisione alle dieci meno un quarto.</p>
<p>Rileggere le cose di sera dà la giusta prospettiva. Perché di sera, le cose che aveva scritto durante il giorno gli sembravano sempre stronzate. E nella comunicazione le stronzate funzionano.<br />
Davide era anni che aveva imparato che nella pubblicità, nel marketing e nella comunicazione basta seguire delle regole dialettiche precise. La banalità si chiama semplicità. Copiare pari pari si può e si deve fare, e si dice citare. Hai un’idea sola? Ottimo, tirala per i capelli per adattarla ai diversi media, usa il verbo declinare, e un impegno da cinque minuti diventa una perfetta proposta olistica. Hai giocato con un luogo comune per scrivere un pay off? Hai promesso. Fregarsene delle linee guida e proporre una cosa completamente a caso? Pensiero laterale. Ricerche di mercato, focus group, brainstorming, powerpoint di cinquanta pagine sulle emozioni su cui si deve basare la percezione di un prodotto, briefing, analisi di posizionamento, consumer insight. E creatività. Tutto fumo negli occhi. Ma come poteva non adorarlo?<br />
Davide aprì la pagina word con le idee per una pubblicità che avrebbe potuto partorire qualunque creativo che avesse letto un paio di articoli sparsi di tecnologia interattiva. Un qualsiasi ragazzino in un open space di Milano sarebbe di sicuro stato in grado di scrivere lo stesso concept. Ma c’era una grossa differenza tra lui e quel ragazzino. Lui non doveva tenersi aggiornato sui blog di marketing virale tra un briefing e l’altro in un’agenzia di Milano per dimostrare al direttore creativo quanto ci credeva. Lui non doveva sgomitare con altra carne da macello per sopravvivere a una città che ti svena per l’affitto di una stanza e che ti fa dormire con vista circonvallazione esterna. Lui era a Mondovì, nello studio di casa sua, fuori il nero stellato della sua isolata provincia piemontese targata Cuneo. Si sentiva come nel rosso del bersaglio della finale olimpica del tiro con l’arco. L’aveva raggiunto con una precisione studiata e ora ci viveva in mezzo, allargandolo e facendolo diventare sempre più rosso. E anche se un problema c’era, era deciso a risolverlo. E La Soluzione sarebbe arrivata via corriere in tre-cinque giorni.</p>
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		<title>MarialuceAndrea Tarabbia</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 11:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arturo Bergia è un compositore classico in crisi. Per rilanciarsi, dovrà comporre una sonata per pianoforte. Ma la sua è una crisi creativa profonda, senza soluzione, tanto insormontabile da essere quasi fisica. «Sono una balena morta. Sono un occhio cieco» ripete. Sotto lo sguardo vigile di sua moglie, la Marialuce che narra la storia del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arturo Bergia è un compositore classico in crisi. Per rilanciarsi, dovrà comporre una sonata per pianoforte. Ma la sua è una crisi creativa profonda, senza soluzione, tanto insormontabile da essere quasi fisica. «Sono una balena morta. Sono un occhio cieco» ripete. Sotto lo sguardo vigile di sua moglie, la Marialuce che narra la storia del suo annientamento, il Maestro percorrerà un ripido declino verso la follia, tra sinestesie assordanti e mutilazioni reali. Andrea Tarabbia, nel suo stile asciutto e analitico, ci racconta con questa suite narrativa senza tempo un’emblematica storia di violenza domestica, di amore asettico che consuma, in un’intimità che si scompone preparandosi a un olocausto finale. Un libro in cui la passione si trasforma nella devozione di Marialuce, e l’abnegazione nell’impossibilità d’amare questo Grande Compositore Decaduto.</p>
<p>Marialuce uscirà a giugno per Zona editore, nella collana Novevolt. Di seguito ve ne presentiamo un estratto.</p>
<p>***</p>
<p>Poco prima di cena, ieri sera, T*** è tornato a casa molto pallido in volto. Senza togliersi il cappotto è entrato in cucina, dove stavo tagliando una zucchina, e mi ha detto Non ci sono più, Marialuce, le ha portate in casa. È rimasto in piedi aspettando che dicessi o facessi qualcosa, ma io ho continuato a tagliare la zucchina. Mi hai sentito?, ha detto allora, ho detto che le taniche di benzina non sono più nel giardino. Ha tirato fuori da una tasca una piccola macchina fotografica digitale, l’ha tolta dalla guaina protettiva e l’ha accesa. Non mi credi, ha detto, guarda. Non sapevo che T***, nelle sue perlustrazioni, avesse anche scattato delle foto alla casa. Nella memory card ce n’erano in tutto una sessantina, prese dai vari angoli del giardino: in nessuna si vede la sagoma di Bergia, e le ultime quindici, poi, inquadrano tutte la porzione di patio visibile da fuori, con lo zoom molto ravvicinato. Sono tutte uguali l’una all’altra, salvo che per l’altezza dell’erba. Vi compaiono due grosse taniche di benzina, appoggiate al muro dove tenevamo Firulì quando cominciava a fare caldo. Nelle ultime due, scattate poco prima, il patio è sgombro. Magari le ha portate in garage, ho detto, ferendomi l’indice con il coltello. T*** ha preso da un armadietto il disinfettante e mi ha tamponato il taglio, che non è profondo ma è fastidioso. Mentre mi metteva un cerotto, mi ha detto che Arturo non poteva averle portate in garage, per via dell’erba alta. Cosa vuoi che facciamo?, mi ha chiesto poi, Non lo so, ho detto, Possiamo chiamare la polizia, Forse è l’unica cosa che ci rimane da fare. La prima cosa che ho fatto dopo aver detto questa frase è stata buttare le zucchine tagliate in padella. Non so cosa dire, forse non riuscivo a pensare. T*** si è tolto il cappotto e si è seduto al tavolo, come se aspettasse la cena. Mi è sembrato che mi guardasse il collo: la stretta di Bergia mi ha lasciato due piccoli segni, poco più che due graffi. Ti fa male?, mi ha chiesto, e io non sapevo più a quale parte del mio corpo si riferisse. Abbiamo mangiato le zucchine e un po’ di formaggio con una calma irreale, e per tutta la cena nessuno dei due ha parlato. Quando abbiamo finito, T*** ha riordinato la tavola e ha caricato la lavastoviglie. Quello è il momento della sera in cui di solito mi siedo al pianoforte e suono qualcosa in sordina, oppure mi sdraio sul divano e aspetto T***. Questa volta sono rimasta in cucina con lui, appoggiata a un pensile. Il cellulare ha suonato ed entrambi siamo trasaliti. Ho pensato fosse di nuovo Cerutti, ma non era lui. Ho risposto senza dire nulla, e dall’altra parte ho sentito silenzio, e poi chiamare il mio nome.<br />
Ci siamo buttati giù per le scale, siamo saliti in macchina e siamo partiti verso la casa. Tutto non sembra vero, tutto sembra costruito e finto. T*** guidava molto veloce e gli ho detto di rallentare per evitare che ci fermasse la polizia e ci chiedesse i documenti. È l’unica cosa che ci siamo detti durante tutto il percorso. Le mani mi sudavano, non so se per via del riscaldamento. Siamo usciti dalla cerchia dei viali per prendere la strada che porta ai colli e abbiamo visto, in lontananza, il bagliore del fuoco. Non abbiamo capito subito di cosa si trattava, perché il tratto di strada da cui sembrava provenire la luce era al buio, alcuni lampioni erano saltati e non riuscivamo a orientarci. Ci siamo fermati a qualche centinaio di metri dalla casa, senza scendere dalla macchina. Il cerotto era venuto via dal dito e ho cominciato a succhiare il poco sangue che usciva dal taglio. Il fuoco era già arrivato al primo piano, alla camera e ai bagni. Molte persone, per strada, urlavano e correvano, illuminate dalla luce del fuoco. Ho guardato tutto questo da dentro la mia bolla di riscaldamento e sangue e ottundimento. Anche T*** non ha parlato, rimaneva fermo con le mani sul volante e si era dimenticato di spegnere il motore. Ho tirato fuori il cellulare dalla borsa, ho chiamato l’ultimo numero. Per qualche motivo, c’era linea e dava libero. Ho lasciato scadere gli squilli, poi ho riattaccato. Il camion dei pompieri ci è passato di fianco. Alcuni minuti dopo sono giunte un’ambulanza e alcune auto della polizia. T*** voleva scendere dalla macchina ma gliel’ho impedito tenendolo per un braccio. Adesso le persone che erano intorno alla casa erano ferme sul marciapiede dall’altro lato della via, si proteggevano gli occhi con i palmi delle mani mentre alcuni pompieri transennavano un tratto di strada e cominciavano a sparare quel loro liquido biancastro da oltre le siepi. A qualche decina di metri da noi si è fermata la Mercedes di Cerutti; è sceso dalla macchina e a passo svelto si è avvicinato alle transenne. L’ho visto che parlava in modo concitato con uno dei poliziotti, e si metteva di continuo le mani nei capelli. Lo hanno fatto allontanare, si è messo a distanza di sicurezza e ha fatto alcune telefonate. Aspettavo che chiamasse anche me, ma non l’ha fatto. Alcuni pezzi del tetto sono crollati nel giardino, liberando alcuni lapilli che sono andati a morire sulla strada, innocui. Per un po’, né io né T*** abbiamo guardato l’incendio, perché ci facevano male gli occhi. Ho smesso di succhiarmi il dito, zuppo di saliva e ormai cicatrizzato. Adesso qualcosa di enorme mi opprimeva il petto, e ho abbassato leggermente il finestrino per far passare un po’ d’aria: il calore dell’incendio, che pure era lontano diverse decine di metri da noi, è entrato in macchina insieme al vento freddo di dicembre. Molte persone sulla strada si abbracciavano, alcune telefonavano. Sono arrivate altre auto, sono scese delle persone con le macchine fotografiche e i taccuini; è arrivata anche la piccola troupe di un’emittente televisiva locale. Qualche vigile del fuoco è entrato nella casa dando un calcio al cancelletto ed è stato inghiottito dalla mistura di buio e luce. Dal finestrino aperto ci arrivavano le voci delle persone che erano là fuori e l’odore acre della combustione. Dopo un tempo che non so calcolare, l’incendio si è placato, i vigili del fuoco sono usciti con le pompe flosce in mano, e sono rientrati nella casa accompagnando i paramedici e due barelle. Camminavano tutti lentamente, forse perché avevano paura. Sono usciti dopo pochi minuti, e una barella era vuota. Cerutti si è messo le mani sugli occhi, ha scacciato un tizio che gli si era avvicinato per fargli una domanda ed è risalito sulla Mercedes.</p>
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		<title>Denti guastiMatteo De Simone</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Sep 2012 11:02:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Denti guasti, romanzo in uscita per Hacca il 18 maggio, è l’incontro tra due solitudini: quella di Giulia, diciotto anni, la passione per il canto a salvarla da squallide giornate perse dietro una madre alcolizzata, e quella di Roman, diciotto anni anche lui, l’infanzia trascorsa in una terra straniera e un presente clandestino, piccoli furti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Denti guasti, romanzo in uscita per Hacca il 18 maggio, è l’incontro tra due solitudini: quella di Giulia, diciotto anni, la passione per il canto a salvarla da squallide giornate perse dietro una madre alcolizzata, e quella di Roman, diciotto anni anche lui, l’infanzia trascorsa in una terra straniera e un presente clandestino, piccoli furti in giornate senza regole. I loro mondi finiscono per incontrarsi tra le corsie di un supermercato: mentre fuori la tv continua a creare «star» e nei bar sotto casa italiani vecchi e nuovi non vogliono capirsi.<br />
Matteo De Simone racconta il nostro presente impastato di mass media e scontri di civiltà, narrandoci un’atipica storia d’amore nata troppo in fretta e troppo in fretta svanita: sullo sfondo personaggi nudi e crudi tratteggiati con intelligenza e passione.</p>
<p>Di seguito presentiamo un estratto dal primo capitolo del romanzo.</p>
<p>***</p>
<p>Avevano un bel progettino su di lui.<br />
Via Cavalli, dalle tre alle sette e mezza di sera e da mezzanotte alle quattro del mattino. Ma Silviu non l’aveva capito. Pensava che l’avrebbero portato a lavorare nei cantieri. <span id="more-684"></span>Gli avevano raccontato così. Anche mamma non faceva che ripeterlo, con quindicimila lei già sonanti in tasca. Manco mille euro. Dopo la morte di suo padre che cosa poteva fare quella povera troia?<br />
Tante cose, tutte diverse da questa.<br />
E lui era contento di andare a lavorare in Italia, di imparare un paese diverso, di mandare i soldi a casa come un uomo vero. Era contento pure quando l’avevano infilato in quel capannone a Trieste, in mezzo a una trentina fra bulgari, rumeni, moldavi e ucraini. Tutti ad aspettare qualcosa con una vaga idea in testa, ognuno con la sua, ognuno attaccato al suo futuro come una mosca al ghiaccio.<br />
Pure Roman aspettava. Ma silenziosamente. Senza farsi accorgere. Specialmente dal bulgaro. Ivan. Ci mancava che gli mettesse ancora le mani addosso. Roman sapeva che lo avrebbero tenuto lì finché non si fosse rimesso in sesto e poi. E poi anche lui in via Cavalli, una qualunque via Cavalli d’Italia a farsi chiavare da chiunque per cinquanta euro a botta.<br />
Una notte, un po’ spettinato ma ancora in forma, gli buttano a fianco Silviu. Un ragazzino di quindici anni con la voglia di chiacchierare. Non l’hanno ancora toccato. Sembra pure pulito. Nessuno arriva pulito dopo un viaggetto con Ivan travels company. Ma Silviu ha la faccia pulita. Magari ha trovato il tempo di sciacquarsi a una fontana. Oppure è Roman che è talmente annebbiato dalla rabbia e dal dolore da non capirci più niente. Ma una cosa la sa. E cioè che al massimo in ventiquattro ore, Ivan verrà a prendere il nuovo acquisto, lo porterà nella stanzetta di qualche albergo cinese e ce lo terrà dentro una settimana. E le lezioni cominceranno da subito. E continueranno per sette o anche dieci giorni. A seconda di quanto impari in fretta. Roman è stato veloce. Dopo cinque era già fuori. E se non avesse provato a saltare su un pullman a due passi dall’albergo, adesso non avrebbe mento, zigomo, sopracciglia e costole da rimarginare e sarebbe già a lavoro.<br />
Non dice niente di tutto questo al nuovo arrivato, che continua a fargli domande: come si chiama, quanti anni ha, da dove viene, che cosa gli è successo. Dice solo che è rotolato giù dal pullman poco prima di arrivare a Trieste e Ivan, che se n’è accorto, l’ha raccattato. È un brav’uomo Ivan, gli dice. Vedrai, ti farà cominciare presto. Ti darà anche da mangiare. Roman ha capito in fretta che Silviu non è un ragazzo a cui piace la verità. Non gliene importa niente della verità. Silviu ha bisogno di credere che le cose stanno andando come lui crede che debbano andare. E questo, ha capito subito Roman, forse può anche essere un vantaggio. Può esserlo per entrambi. Più tardi, dice Roman, quando ti caricano sul carro, tu sali tra gli ultimi e resta vicino al bordo. Perché dopo Ivan vi dà la colazione e quelli che scendono per primi mangiano di più. È un consiglio, ripete. È meglio farsi notare, spiega a Silviu, così non si scorda di te e ti tiene più in considerazione per i cantieri. Quante cazzate gli ha detto, in una notte sola.<br />
Poi si è fatto aiutare ad alzarsi. C’era un tappeto umano intorno a loro. Una puzza fetida di sudore, merda, piscio e sangue. Facciamo che per la prima volta ti aiuto io, vengo io insieme a te, così impari. Silviu l’ha ringraziato mille volte. Continuava a ripetere che lui a Tiraspol non c’era mai stato, ma suo padre sì, tante volte. Suo padre era un camionista. E anche Vladimir, un tizio che lavorava dallo sfasciacarrozze in fondo alla strada, anche lui c’era stato. Era stato in molti posti, anche in Sicilia, dove aveva visto un vulcano in eruzione. E tutti e due comunque gli avevano parlato bene di Tiraspol. Che è dove è nato lui, Roman. Continuava a dire cose del genere. A dirla tutta, gli dava anche fastidio.<br />
Così quella notte stessa, intorno alle cinque, quando Ivan arriva con due scagnozzi a prendersi una vagonata di nuovi acquisti, vedendo che Roman è in piedi nonostante il braccio fasciato, prende anche lui insieme agli altri. Voi due, dice a Silviu e Roman, salite davanti con me. Loro sono i più giovani. Gli altri forse andranno davvero ai cantieri. O forse no. Ma chi se ne frega. Il fatto è che adesso Silviu e Roman hanno un grosso problema. Anzi, Roman ha un problema. Silviu non ha capito niente. Forse è anche contento. Stando a quello che gli ha detto Roman, deve essere un privilegio poter stare sul sedile con Ivan. Significa che li tiene già in gran conto. Che magari li vuole aiutare. Adesso, pensa Roman, saltare giù dal carro sarà un problema. Già si vede in una stanza d’albergo. Tutti e tre. Lui, Ivan e Silviu. Anzi, non vede niente. Stringe i denti e sale sul carro. Ivan alla guida. Roman in mezzo. Il carro parte. E il cielo di Trieste è veramente basso questa mattina. Il mare sa di freddo violento. Potrebbe essere il mare di casa sua, se Tiraspol avesse il mare. Il mare di casa sua sarebbe proprio così, se ci fosse, non potrebbe essere diverso. Mamma preparerebbe il chec cu mere con il mais e la zucca e andrebbero a guardare le onde dalla strada. Non l’hanno mai fatto, ma farebbero così.<br />
La pistola Ivan l’ha piazzata sul cruscotto. Gioca a fare lo sceriffo. Gli piace essere grasso, baffone e puzzolente come uno sceriffo del west. Ma è un cazzo di bulgaro ricchione. Appena c’è una situazione a rischio, se la nasconde tra le gambe. Poi la riporta sul cruscotto e lo fa con una lentezza esasperante. Sa che Roman e Silviu seguono il movimento con lo sguardo. Allora hai visto che non era niente, Roman? Ti sei già ripreso, cammini che è una meraviglia. È importante avere buone gambe. Nella vita sono le gambe quelle che ti salvano. Se non hai buone gambe non vai da nessuna parte. Per tutti è così. Roman non risponde e Ivan per fortuna non deve avere troppa voglia di continuare la conversazione.<br />
Silviu è ipnotizzato. Non ha paura, è solo abbagliato dalla vista di una pistola così vicina. Il carro procede lento. Ivan fuma una sigaretta dopo l’altra. Ogni tanto allunga la mano per far tirare anche Roman, ma lui non lo vede neanche. E tu? Intende Silviu. Silviu ne vuole. Tira e aspira senza tossire e questa cosa stupisce Roman.<br />
Alla velocità a cui stanno andando sarebbe stato facilissimo saltare giù. Nessuno degli altri avrebbe dato l’allarme. Al massimo si sarebbero sbucciati le ginocchia. E sarebbero stati liberi. Liberi clandestini in libera Italia. Ma così è davvero un casino. Roman capisce di aver sbagliato tutto. Avrebbe dovuto dire a Silviu la verità. Avrebbe avuto un complice. In questo modo ci manca poco che il complice ce l’abbia Ivan. Quello che servirebbe adesso sarebbe un colpo di mano di Silviu. In senso letterale. Silviu dovrebbe tirare la maniglia e lanciarsi dal carro. In quel preciso momento, Roman impugnerebbe la pistola. Non ci sarebbe bisogno di convincere Ivan a rallentare, lo farebbe da sé. A veicolo fermo, Roman piazzerebbe una pallottola in un punto qualunque della faccia grassa di Ivan e poi via dal carro anche lui. A quel punto consiglierebbe a tutti gli uomini di volatilizzarsi e di cominciare una paciosa vita da clandestini. Gli spiegherebbe che non vedranno mai i soldi che gli hanno promesso, che andranno a lavorare per un euro al giorno, rischiando di crepare sul cantiere e di essere sepolti nel cemento. Tanto non esistono. Nessuno sa dove sono. E se non crepano oggi creperanno domani e se non crepano domani lo faranno dopodomani. Perché a parte sputare il sangue nel calcestruzzo, loro non servono a niente. Non riusciranno a mantenere le loro famiglie e non potranno nemmeno pagare il debito a Ivan. Roman lo sa. Lo ha sentito dire, ha sentito della gente parlare, ucraini, nella settimana che ha passato in hotel legato al letto. Li ha sentiti parlare nella stanza accanto. Ha capito in fretta come marciano le cose. Su tutti loro c’è una X grande come una casa. C’è anche sulla testa di Silviu e di Roman. Ma adesso Roman quella X la vuole cancellare. Lo ha deciso questa notte quando gli hanno sbattuto Silviu contro la spalla. E adesso, nonostante Silviu, in un modo o nell’altro si toglierà da questo impaccio.</p>
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