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	<title>Colla &#187; numero 6</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Corso Svizzera 49 di Dario Voltolini</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:16:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lui ha cucinato le seppie con i piselli e il pomodoro, e anche dei gamberetti bolliti e sgusciati mescolati freddi a un avocado di provenienza israeliana acquistato giorni prima, duro, e maturato sul mobile della cucina al caldo dell’appartamento che quest’inverno – ma per lui non ci sono altre stagioni con cui fare confronti, poiché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lui ha cucinato le seppie con i piselli e il pomodoro, e anche dei gamberetti bolliti e sgusciati mescolati freddi a un avocado di provenienza israeliana acquistato giorni prima, duro, e maturato sul mobile della cucina al caldo dell’appartamento<span id="more-1132"></span> che quest’inverno – ma per lui non ci sono altre stagioni con cui fare confronti, poiché abita lì da poche settimane – sembra una sauna dato che il riscaldamento centralizzato va come un pazzo. Ieri ha accennato alla cosa parlando con il geometra che rappresenta l’impresa che gli ha affittato il bilocale, caldo, caldissimo, molto piacevole dato che fuori va spesso sotto zero, però c’è da girare in mutande per casa, vediamo cosa si può fare, ha detto il geometra, ma non c’è proprio niente da fare, meglio così, meglio questo gran caldo, questo spreco di energia, alla faccia di ogni ecosostenibilità: l’appartamento durerà per lui forse giusto un paio di stagioni, vedremo nell’assetto primaverile come si comporterà. Per ora l’ha preso in toto, caldo come è, alto come è, cioè all’ultimo piano, con la porta che (se ne è accorto l’altroieri) basta appoggiarvisi e si apre, perché le due ante sono lontane e anziché collimare lasciano un gioco esagerato fra di loro e persino due mandate non fanno chiudere la serratura. Questo era il motivo per cui parlava ieri con il geometra, dopo aver fatto notare come, ispessendo con due monetine da un centesimo una delle quattro guide metalliche che in teoria avrebbero dovuto ricevere e bloccare in sé ciascuna un perno del sistema di serratura dall’altra anta della porta, era riuscito almeno a far ingranare uno di quei perni, in modo da stare più tranquillo, che la porta non si sarebbe spalancata al minimo apriti sesamo soffiato da un passante nel corridoio.<br />
Quando lei se ne è andata era notte. Guardando dal balcone giù verso il corso gli ha domandato se quella fosse una zona sicura.<br />
«Non so, mi pare» ha risposto lui. Ma non ne aveva idea. Il bar di sotto sta aperto fino a tardissimo, e a lui questo induce un senso di sicurezza, però proprio davanti al bar da giorni ha notato un tale che se ne sta in piedi a fumare una sigaretta, sempre, e al massimo si sposta verso l’angolo della via, un tipo strano, alto, con scarpe nere da similginnastica.<br />
«Magari scendo con te, ti accompagno» le dice. Si rimette velocemente i calzini, la camicia, i jeans, le scarpe, il maglione, il cappotto, e scendono insieme.<br />
Davanti al bar c’è quel tale. Fuma. Il resto del corso, e dell’intera città, sembra, è deserto. Lei sale in macchina e parte. Lui torna verso il suo portone, ma è indeciso. Ora che se ne è uscito, che è già per strada, potrebbe salire in macchina e farsi un giro notturno di quelli che ha fatto spesso, che ha fatto per anni, da solo nella notte metropolitana in periferie taciturne e sgomente, un giro senza meta, un arabesco sulla mappa cittadina, così per trovare il passo ai propri pensieri, che lui da fermo non riesce a godersi, deve per forza spostarsi, anche a piedi certo, ma preferibilmente con l’automobile di notte. Quasi vent’anni prima era sostanzialmente uguale, una notte, e lui se ne girava da solo, scendeva una rampa verso il corso che costeggia il parco (ora lui abita in questo inverno accanto a quel parco, ma allora no, abitava da tutt’altra parte) ed era così incazzato, così disperato, che prese la curva in velocità e il culo della macchina scivolò per conto suo mandando a sbattere la ruota di dietro, destra, contro la pietra del marciapiede, scassando tutto, e lui si trascinò cigolante fin verso casa, parcheggiando vicino all’autofficina a cui il giorno dopo avrebbe affidato l’auto.<br />
Così incazzato, così disperato. Quella che gli aveva detto di amarlo sopra ogni cosa e più di tutto e di chiunque, aveva passato tutta la sera seduta sulle ginocchia del fidanzato ridendo e scherzando con lui lì a guardare. Banale, ma è così: una furia e una disperazione. Curioso però questo fatto: ogni volta che lui aveva la necessità di un raccoglimento in se stesso, per un qualche tipo di magagna, prendeva su e se ne andava in giro in macchina. Di notte.<br />
Una volta si era talmente spinto oltre la periferia, nella nebbia, da trovarsi poi, dopo un lungo guidare, di fronte alla visione emergente dalla lattescenza di una struttura ad archi in mattone, enigmatica eppure nota. Era il foro boario di una cittadina addirittura di un’altra provincia, lo capì anni dopo, rivedendola di giorno in ben altra situazione (era andato a trovare una donna che gradiva solo il cunnilingus, restando nella sfera sessuale del discorso, e nemmeno il suo).<br />
Ora però qualcosa, nella coazione a prendere su e andarsene a meditare in macchina girovagando fino a ogni ora, si era inceppato. Infilò la chiave nella toppa del portoncino e salì a casa. Si liberò dei vestiti e con i soli boxer neri addosso e un paio di crocks regalategli dalla figlia, color lavanda, o no, forse malva, lavò piatti, posate e pentolame nel profumo che le case hanno sempre dopo che si è cucinato del pesce (in senso lato, di creatura marina).<br />
Il cellulare, silenziato, era sul tavolo. Lo prese e vide che c’era un nuovo sms. Lei era arrivata a casa e gli diceva che la cenetta era stata deliziosa, grazie, e grazie anche di avermi accompagnato alla macchina, una cosa che ho molto apprezzato.<br />
La rivedeva salire in macchina con le movenze eleganti e giovani da puledra nuova da poco in piedi, intorno il corso alberato deserto, solo insegne, il bar aperto e l’uomo alto.<br />
Dalle finestre lui ogni mattina vedeva, meteo permettendo, sorgere il sole dalla collina. Da anni non abitava sufficientemente in alto da godersi un colpo d’occhio sulla città. Qui, sebbene si trattasse solo di un sesto piano, la vista era sgombra. La casa del sole nascente, pensò. Un bordello? pensò ancora, cercando di ricordarsi il testo della famosa canzone, uno dei testi perlomeno.<br />
Cosa fa quell’uomo lì sotto a fumare davanti al bar? Perché torna in mente Spencer Tracy che canticchia «Oh, brutte seppie, oh quanto siete brutte, a farvi a pezzi, bisogna che mi avvezzi» in un film visto chissà quando? Dove si perde lo sguardo che con la pancia, volando, sfiora tutti quei tetti, solleticato dalle antenne, dai comignoli? Come mai ritorna a galla, mutata di segno (dove c’è salvezza cresce il pericolo), una frase trovata in un libro studiato un tempo, che diceva che, là dove c’è il pericolo, cresce ciò che salva? Cosa resta dei vecchi studi non proseguiti? Quale città, se non questa, era fin dall’inizio presente nell’immaginazione futura, nella scomposta richiesta di essere ascoltata, per le cose che aveva da dire, per il senso che voleva le si riconoscesse?<br />
Eppure nemmeno la neve, né il mercato allestito ogni mattina sul corso, si scioglievano mai in qualcosa di diverso. Come un toro pazzo la mente che ha visto un lampo rosso da qualche parte si avventa dove i muri sono più solidi senza mai scalfirli, pietra su pietra, materia impenetrabile, fredda, edificazioni, labirinti, strutture, cavi che passano, tubature che passano, era un sogno? Che tutto questo avesse un segreto, un senso, e che l’avrebbe disvelato? Storie sono solo le storie di persone?</p>
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		<title>Alieni di Giusi Marchetta</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:15:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È il clacson questa cosa che non smette di pulsare nel suo cervello. Farebbe di tutto per cacciarlo dalla sua testa, ma è solo un suono: non lo può afferrare e tirare via. Così apre gli occhi, pochissimo, facendo passare solo uno spiraglio di luce: c’è un ramo, infilato nel parabrezza. Lei apre la bocca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È il clacson questa cosa che non smette di pulsare nel suo cervello. Farebbe di tutto per cacciarlo dalla sua testa, ma è solo un suono: non lo può afferrare e tirare via. Così apre gli occhi, pochissimo, facendo passare solo uno spiraglio di luce: c’è un ramo, infilato nel parabrezza. <span id="more-1133"></span>Lei apre la bocca e caccia un lamento ma non lo sente perché il suono del clacson è troppo forte e copre tutto, anche il suo grido pazzo, che non riesce a fermare quando allunga la mano e gira gli occhi e vede che è Carlo che suona, con la sua faccia.</p>
<p>Quando si risveglia non sente più nulla e fuori è buio. Il ramo è ancora lì, a un centimetro, e lei allunga la mano, tremando, per allontanarselo dagli occhi. Non ci riesce: è incastrato nel parabrezza. C’è entrato così forte che sarà impossibile tirarlo fuori.<br />
Sta attenta a non girarsi. Preme la mano destra sul petto per calmare il cuore e allunga l’altro braccio verso il sedile accanto al suo: prima gli tocca la schiena che è piegata in avanti, poi sale fino alla nuca, ai pochi capelli dietro la testa e ancora su, tremando, fino alla fronte finché la mano non si bagna e le viene da gridare. Si trattiene e si gira piano, con gli occhi socchiusi: Carlo è piegato in avanti, la testa è tutt’uno col volante. Sanguina; dalla fronte, dagli occhi, dal naso.<br />
Lei lo chiama, gli tocca la spalla.<br />
Alzati, parla.<br />
Non si alza, non parla. Lei gli tira la giacca, gliela strappa.<br />
Bastardo.<br />
È come quando va in garage e ci passa le ore e se lo chiami non risponde e non viene.<br />
Ritira la mano, la pulisce sul sedile ripassandola più volte avanti e indietro e si macchia la gonna. È un peccato: sangue e vino non si tolgono.<br />
Non sa che fare perciò comincia a piangere finché si ritrova senza fiato: è la cintura che la soffoca. Allunga la mano ma è inutile: il pulsante è bloccato. Tremando la tira con una mano, con due, niente. Può piangere più forte e allora lo fa.<br />
«Aiutami.»<br />
Carlo la ignora: dalla bocca la bava e il sangue gli colano sulla camicia fino alle scarpe. «Aiutami» ripete ma biascica e viene fuori un «aiumi» e perciò anche se lui la sentisse non capirebbe.<br />
Non lo guarda. Andando a tentoni, gli cerca la tasca, ci infila la mano, e afferra il coltello. Lui ci squarta i salmoni e adesso lei farà lo stesso con questa cintura. La tende e fatica a segarla piano, strusciando la lama su e giù per un’infinità di tempo. La stoffa cede: è libera.<br />
Il ramo davanti agli occhi la minaccia. Lei afferra la maniglia.<br />
Gesù, Maria, apriti.<br />
La portiera si spalanca e sbatte contro il tronco dell’albero. Lei sorride. Fa forza sulla gamba destra per sollevarla. Improvvisamente le viene da pensare alla spina dorsale, al bacino e a tutte quelle ossa che possono restare rotte per sempre.<br />
Gesù, Maria, no. Ti prego no, ti prego, fammi alzare.<br />
Non funziona, non ci riesce. Allunga le mani e si tocca le cosce, tremando: c’è qualcosa che la blocca.<br />
È un ramo più piccolo.<br />
Ride. Con tutta la forza che le rimane lo solleva, tira su la gamba e la butta di lato, fuori dalla macchina. Prima di girarsi, butta un’altra occhiata a Carlo: è sempre immobile.</p>
<p>Fa freddo e lo sa perché batte i denti. La strada è buia e non passa nessuno.<br />
«Ci siamo persi» dice, massaggiandosi le braccia.<br />
<em>Ma no</em>, ha detto Carlo prima, accendendosi la pipa. <em>È solo un po’ di campagna</em>.<br />
Lei gira attorno alla macchina, passando dal lato di lui.<br />
«Preferirei che non lo facessi» dice. «Appesti tutto di fumo.»<br />
Nel buio si intravede il cofano bianco accartocciato sull’albero, ferito anche lui, proprio in mezzo al tronco. Lei pensa a quando hanno comprato la macchina, tredici anni fa, al tizio che gliel’ha venduta e a sua madre che le smacchia la tovaglia dopo la sua festa di laurea.<br />
«Vino» ripete ad alta voce, non sa perché. La macchina, l’albero e la terra si muovono e non riesce a fermarli. La strada è scomparsa.<br />
<em>Bufale</em>, ha detto lui alla fine della curva. <em>Visto che belle</em>?<br />
«Guarda la strada» ripete lei adesso. Si allontana dalla macchina; sente l’albero che la fissa e capisce che è ancora vivo e che la ucciderà se non va via, come ha ucciso Carlo. Comincia a correre. E prima perde una scarpa, poi anche l’altra e non se ne accorge finché le forze non l’abbandonano di colpo e cade nell’erba. Piante velenose le pungono la faccia.<br />
<em>Fammi sentire</em>, ha detto lui, alzando il volume della radio. <em>Lascia qui</em>.<br />
«Basta, basta» dice lei adesso. Sta piangendo. Nelle orecchie sente uno stridio lungo, continuo. Cicale, a migliaia. E friniscono: <em>un frrrronte di arrria calda causssserà precipitazzzzioni abbondanti sul ressssto della penissssola</em>.<br />
«Basta, basta.» Si tappa le orecchie. Eppure lo sente lo stesso.<br />
<em>Li ammazzano come le bestie. Prima gli fanno buttare il sangue in campagna e poi li ammazzano</em>, ha detto, e ha fatto cadere la cenere accanto al suo sedile.<br />
Smettila, pensa lei. «Smettila!» grida. Ma lui non l’ascolta. E nemmeno le cicale.<br />
<em>I fatti di Rosarrrrrrno vanno letti in chiave episssssodica? E Cassstelvolturrrrno allorrra? È la camorrra a dettarre legge in quesssto Paessse?</em><br />
Le cicale si avvicinano e sono tutte nelle sue orecchie e non ce la fa a cacciarle via. E alcune sibilano e altre friniscono e lui ha continuato a fumare e ha detto: <em>È una guerra. È una malattia.</em><br />
E le cicale tutte insieme hanno iniziato a ripetere che è una guerra, una malattia, ed è inutile torcersi le orecchie, strapparle, fa solo male.<br />
«No» dice lei «smettila, ti prego smettila.»<br />
E loro smettono.<br />
Lei riapre gli occhi e abbassa le mani.<br />
<em>Ecco, ho spento la radio. Contenta?</em> ha detto lui. E lei ricomincia a piangere.</p>
<p>La macchina non la vede più. Cammina nel prato, sente l’erba bagnata sotto i piedi. Sono le precipitazioni, pensa. È un fronte d’aria calda che viene dal nord e il resto della penisola non può farci niente.<br />
D’un tratto è sola al mondo e niente esiste più perché intorno a lei c’è solo erba e aria. E un fronte caldo che le attraversa.<br />
«Non è vero» risponde. «Non esistono.»<br />
Lui ha riso. <em>Perché no?</em><br />
«Perché no» dice lei. «Perché no.» Lo ripete perché ha voglia di sentire la sua voce che le risponde e vuole avere ragione.<br />
<em>Magari vanno e vengono sulle loro astronavi, per questo nessuno li ha visti. Cioè pochi li hanno visti,</em> ha fatto lui, sterzando per evitare un fosso.<br />
Lei fa no con la testa. «È assurdo.»<br />
<em>O forse vivono qua</em>, ha detto lui e ha sorriso. <em>Forse hai sposato un alieno</em>.<br />
Forse, pensa lei adesso. Cammina, anche se non sa dove sta andando. È tutto uguale al buio, lei stessa è come l’erba che calpesta. Eppure qualcosa si vede laggiù in fondo: una casa o un paese. Carlo lo salveranno appena in tempo e sarà un dottore a dirlo, abbiamo fatto appena in tempo, con la faccia seria.<br />
Comincia a correre e passa dall’erba alla terra, che si infila tra le dita dei piedi, si attacca alle piante, le ricorda che è scalza e che corre al buio su tane di talpe e serpenti, sul concime e le ortiche. Ed è vicina ormai, manca poco, non vale la pena fermarsi, riprendere fiato, non serve. Piano piano le ombre prendono forma nel buio ed è quasi arrivata quando li vede e si blocca.<br />
Davanti a lei, in fila, uno stuolo di assassini sull’attenti.<br />
Fa un passo indietro, due, ma non gli volta le spalle. Sono tutti uguali gli alberi: stanno fermi, immobili, e ti aspettano.<br />
<em>Penso che mi piacerebbe, sai? Perché no?</em><br />
Lei trema ma non gli risponde.<br />
<em>Venitemi a prendere!</em> ha scherzato Carlo e poi ha riso. <em>Peggio degli uomini non possono essere.</em><br />
Lei trema.<br />
E lui ha detto: <em>Eh, Olga? Tu che dici? Olga?</em><br />
E lei urla.</p>
<p>«Signo’? Signora? Porca miseria.»<br />
Apre gli occhi e vede un uomo.<br />
«Carlo.»<br />
«Signo’? State bene? Mi sentite?»<br />
Non è Carlo. È più giovane: avrà quarant’anni, un viso scavato e labbra screpolate che lo fanno sembrare brutto. Ma ha sopracciglia folte sopra due occhi verdi e le braccia che la sollevano sono forti e muscolose: un contadino.<br />
«Come vi sentite?»<br />
Apre la bocca ma non sa rispondere. Dice il suo nome.<br />
Lui la guarda incerto, non sa se lasciarla andare. Lei si scosta. Vede gli alberi alle sue spalle e si gira, respirando forte.<br />
«Come state qua a quest’ora?»<br />
Lei trema. Non capisce bene cosa dice questo tizio. Le cicale, quelle le ha capite subito.<br />
Il contadino scalcia come un cavallo e sospira forte, guardandosi intorno dappertutto. Fa domande, una dopo l’altra. Lei non risponde.<br />
«Che cazzo!» dice lui. «Che cazzo! Mannaggia a me!»<br />
Fa paura perché si prende a schiaffi in testa e poi l’afferra e urla ancora. Se ci fosse Carlo non avrebbe paura e l’uomo non urlerebbe.<br />
«Mi sentite?» chiede l’uomo.<br />
«Sì» dice lei.<br />
«Non potete stare qua. Ve ne dovete andare.»<br />
Lei lo guarda ma non dice niente.<br />
«Camminate» dice lui, e la spinge verso gli alberi. Lei lancia un urlo.<br />
«Shhh!» dice lui. «Ma che c’è? Che vi piglia?»<br />
Lei non smette di gridare e lui subito dice: «Vabbuò, vabbuò: state qua. Mannaggia a me!».<br />
Lei si calma, chiude la bocca. Il contadino la fa sedere a terra e poi si accende una sigaretta. «Aspettate» dice, poi si avvia verso gli alberi e lei lo guarda andare senza muoversi. Forse gli alberi lo ammazzano, fanno così.<br />
E invece torna, gli vede il puntino rosso della sigaretta che si avvicina nel buio e sale su e giù mentre lui cammina e la cenere infiammata quasi le cade addosso mentre lui si abbassa accanto a lei e la fa bere dalla sua borraccia.<br />
«E mò?» dice lui. Butta la sigaretta e scuote la testa. «Mannaggia a me!»</p>
<p>Aspettano. Il contadino ha rinunciato a parlarle e lei si è quasi del tutto addormentata. La sveglia una luce, due, che arrivano da dietro gli alberi. L’uomo si alza in piedi, si copre gli occhi con una mano e stende il braccio in avanti.<br />
È un furgone che arriva e quasi lo investe.<br />
Lei si fa più piccola per sfuggire alla luce dei fanali ma non ci riesce del tutto: deve chiudere gli occhi per non farsi accecare. Dalla macchina scendono due grossi stivali che affondano nella terra umida. Lei li guarda andare incontro al contadino. Sente delle parole ma non le capisce, neanche così, messe in fila una dopo l’altra per avere un certo senso. Non le importa comunque: se chiude gli occhi è sicura che si addormenterà. Ci riesce quasi subito, ma gli stivali vengono verso di lei e la minacciano. Il contadino però li allontana.<br />
«Ormai sta qua!» dice e le si mette davanti.<br />
L’uomo con gli stivali bestemmia forte e lei alza gli occhi per guardarlo: è grosso di petto e di braccia e ha lunghi baffi neri che gli coprono le guance. Le viene da ridere perché è buffo, ma lui bestemmia di nuovo, più forte, perciò si trattiene.<br />
«E che fa? Che fa? ‘Sta scimunita, non capisce niente» dice il contadino. «Ce la portiamo appresso, poi ci penso io.» Fa bene a dire così, pensa lei. Le piace il contadino. È buffo pure lui adesso, mentre si pianta le mani in petto e fa su e giù con la testa.<br />
L’uomo coi baffi torna sul furgone e sbatte la portiera. Le luci si accendono.<br />
«Andiamo» dice il contadino e la tira su. Lei cerca di resistere, dice «Smettila, smettila», ma un passo alla volta lui la trascina sul furgone e la butta sul sedile accanto al conducente. La botta le fa spalancare gli occhi.<br />
«Scusate» dice il contadino prima di sedersi, ma lei non lo sente perché dorme già.</p>
<p>Dondola. Lei, il furgone, la campagna che si vede dal parabrezza. Sembra di stare in mezzo al mare, quando si passa lo stretto, di notte, nel punto più profondo, se c’è un po’ di vento e qualcuno dei marinai dice: «Si balla».<br />
Fa forza sulle gambe e si avvicina al finestrino alla sua destra. Due ombre stanno dietro al furgone e si piegano e rialzano insieme, scaricando grandi barili scuri. Le guarda e un po’ alla volta, i contorni si fanno più chiari nel buio e disegnano le sagome del contadino e dell’uomo coi baffi.<br />
<em>Eh Olga, tu che dici? Olga?</em><br />
Se lo sente nelle orecchie il suo nome come una cantilena che non finisce. Non sa che fare perciò urla, con le mani sulle orecchie. La portiera si spalanca ed è il contadino che le prende le braccia, grida «Shhh! Che c’è? Che c’è?». Lei non lo sa e continua a urlare, così lui sale sul furgone, la tiene stretta e con una mano accende la luce.<br />
«L’ho accesa. Contenta?»<br />
Lei smette.<br />
«State tranquilla, mò ce ne andiamo. Un altro po’, lo giuro. Poi vi porto in ospedale. Vabbuò?»<br />
Lei fa di sì, zitta. Lui scende dal furgone ma rimane vicino alla portiera e non la chiude. «State calma che va tutto bene. Mò finiamo presto presto.»<br />
Lei lo guarda mentre raggiunge il retro del furgone e alza le mani davanti all’uomo coi baffi che sta urlando anche se lei non capisce cosa. Ce l’ha con lei però, questo lo sa. E il contadino la difende, perché in realtà il contadino è Carlo. Naturalmente.</p>
<p>Aspetta buona, senza muoversi, mentre l’uomo coi baffi e Carlo scaricano il furgone. A un tratto sente di nuovo le cicale e la portiera si apre.<br />
«Come vi sentite?» Carlo si siede accanto a lei. È strano questo fatto che si è cambiato gli occhi. Rimangono in silenzio nel furgone mentre l’uomo coi baffi ci passeggia davanti, parlando a bassa voce nel cellulare.<br />
«Mannaggia a me» dice Carlo e si passa le mani sulla faccia. Poi si accende una sigaretta. Preferirei che non lo facessi, pensa lei.<br />
«Lo vedete qua? No vabbuò, mò è notte. Ma di giorno ti pare di sta’ in America co’ le praterie, i pascoli…», fa segno con la mano davanti a loro. «Mio padre c’è morto qua in mezzo. Co’ le bestie.» Lei fa sì con la testa pensando agli alberi sparsi intorno. «E mò più niente. Più niente.»<br />
Stanno zitti mentre l’uomo coi baffi va avanti e indietro.<br />
«Dici: vendi tutto. Ma che? Due soldi ti danno, se ti va bene, signo’. Oggi la terra ci vale più di sotto che di sopra. Mannaggia a me!» Finisce la sigaretta e la butta dal finestrino. Sta zitto per un po’, poi dice: «Come ai morti ci vale, la terra: più sotto che sopra».<br />
«Preferirei che non lo facessi» dice lei.<br />
Lui la guarda.<br />
L’uomo coi baffi bussa sul cofano: ha finito. Il contadino alza le spalle e apre la portiera. «Carlo» lo chiama lei.<br />
Lui si gira e fa no con la testa. «Nicola» dice.</p>
<p>Fa freddo perché trema ancora. Si passa le mani sulla faccia e sulle braccia ma non riesce a scaldarsi. Cerca il climatizzatore accanto al cruscotto e trova la radio; l’accende cercando calore e trova le voci. Di nuovo.<br />
<em>Un fronte di aria calda causerà precipitazioni abbondanti sul resto della penisola</em>, dicono, mentre una pubblicità reclamizza un detersivo. <em>I fatti di Rosarno vanno letti in chiave episodica? E Castelvolturno, allora? È la camorra a dettare legge in questo Paese?</em><br />
Deve scendere. Spalanca la portiera e si butta fuori dal furgone: si regge alla maniglia per non cadere. C’è il buio tutto attorno. E più freddo.<br />
Chiude la portiera e fa qualche passo. Intorno c’è la campagna, solo che è nera e non si vede.<br />
Si vede Nicola invece e l’uomo coi baffi: hanno delle maschere bianche attaccate alla bocca e stanno sollevando un barile, portandolo via dal mucchio degli altri. Si muovono lentamente come se stessero imitando il passo di uno strano animale. Un poco alla volta indietreggiano nel buio e perdono le gambe. Lei chiude e riapre gli occhi perché non ci crede, eppure è vero: Nicola e l’uomo coi baffi non hanno più le gambe.<br />
<em>Vanno e vengono, per questo nessuno li ha visti.</em><br />
Lei si avvicina, con cautela. È affascinata: capiterà solo a lei, come a pochi, di vederli da vicino. Nicola alza gli occhi e la vede. «Signo’!» urla, mollando il barile. Poi fa un salto, correndole incontro. Lei ha appena il tempo di notare che gli sono rispuntate le gambe che sente l’uomo coi baffi gridare una bestemmia più pesante delle altre, perché Nicola, uscendo dal fosso, gli ha buttato il barile addosso e lui ha perso l’equilibrio, è caduto.<br />
«Mannaggia a me!» grida Nicola.<br />
Con tutta la forza che ha, l’uomo coi baffi solleva il bidone e glielo spinge sui piedi. Il barile rotola e perde una scia gialla, pastosa.<br />
Nicola ci gira a largo, poi allunga le braccia e tira fuori l’uomo coi baffi dal fosso.<br />
Lei li guarda, immobile, mentre si afferrano alla gola, si spingono.<br />
<em>Peggio degli uomini non possono essere.</em><br />
Nicola fa uno scatto e corre verso di lei; alza un braccio proprio mentre l’uomo coi baffi lo piglia per la camicia, lo sbatte avanti e indietro, gli urla parole che lei non capisce. Ma il braccio alzato, quello lo capisce abbastanza perciò comincia a correre e più si allontana più respira.<br />
Corre finché ha la forza, buttandosi erba e terra alle spalle con i piedi, rischiando di cadere senza farlo mai davvero. Si muove veloce, a casaccio, e quando non ce la fa più si mette a camminare, mormorando qualcosa che non le arriva alle orecchie e che forse non la riguarda.<br />
È bello camminare sotto questo cielo che potrebbe non esserci. Le piace, anche se fa freddo e i piedi non li sente più. Potrebbe andare avanti per sempre.<br />
<em>È solo un po’ di campagna</em>, ha detto lui. E invece ce n’è tanta, tantissima, anche se non si vede. Quello che si vede perché spicca è una macchia bianca, accartocciata all’orizzonte. Decide che deve raggiungerla e non importa se quello è un tuono o se c’è un albero nei paraggi. Aveva una casa sull’albero quando era piccola. O l’ha vista in un film.<br />
Mormora e cammina ed è così che ci arriva: la macchia è un’automobile incastrata in un albero. Lei la guarda e non saprebbe indovinare cosa c’era prima: l’albero? L’auto?<br />
Ci gira intorno parlando sottovoce, senza fermarsi, e si accorge che dentro c’è un uomo: è appoggiato al volante ed è tutto macchiato di rosso. È un peccato: il vino non si toglie.<br />
Lei vorrebbe svegliarlo, dirgli qualcosa, ma quest’uomo non lo conosce e non saprebbe che dire. Così si appoggia alla portiera e continua a ripetere: «Venitemi a prendere, venitemi a prendere». Quando il freddo diventa troppo intenso cerca l’altra portiera e si accomoda sul sedile vuoto. Le sembra di vedere una luce debole che sale dall’orizzonte ma non ci fa troppo caso: se chiude gli occhi è sicura che si addormenterà.</p>
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		<title>Morte d’una cameriera di bar di Marco Peano</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:14:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lei è la cameriera del bar. È la ragazza che la mattina – una coda di cavallo perfetta, il trucco fresco sulla pelle elastica – sorride ai clienti che fanno colazione con cappuccino (Vuole anche un po’ di cacao?) e brioche (Quelle alla marmellata sono finite, mi spiace).<span id="more-1134"></span>È la ragazza che il pomeriggio – il sorriso un po’ più finto e il trucco ripassato con precisione sui bordi, come a scuola nell’ora di disegno – mentre i clienti vengono a prendere un caffè, tra un appuntamento allo studio d’avvocati non distante e un acquisto nei dintorni, sta già sistemando i taglieri e gli stuzzichini per l’aperitivo. È la ragazza che la sera – la divisa verdeblu sostituita da una giacchetta leggera, il berretto con visiera appeso in un angolo fino alla mattina successiva – ritorna a casa per preparare l’esame di Filologia romanza.</p>
<p>Quando aveva sette anni e giocava a rialzo con le amiche nel cortile del suo palazzo, quella bambina che sarebbe diventata cameriera in un bar sognava da grande di tagliare i capelli da una parrucchiera, come sua sorella maggiore. Però crescendo poi ha studiato, e mentre adesso sua sorella continua a tagliare i capelli – con la differenza che ora il negozio in cui lavora è di sua proprietà, e tre pomeriggi a settimana l’aiuta un’apprendista che si occupa dei tagli facili (quel posto sarebbe potuto essere il <em>suo</em> posto, pensa la ragazza che fa la cameriera quando, dalle vetrate del bar, ultimamente le capita di intravedere l’auto gialla della giovane apprendista sfrecciare lì davanti) –, mentre la sorella parrucchiera, che è uscita dalla terza media con ‹‹sufficiente›› e poi ha detto ai genitori: Non voglio più studiare; mentre adesso sua sorella ha una casa tutta sua, la ragazza che invece fa la cameriera in un bar è ormai raro che venga attraversata come un tempo dal pensiero che nella sua vita sia tutto sbagliato: in fondo il lavoro che fa le piace.</p>
<p>C’è un momento, in particolare, che ama moltissimo. Quando un negozio vicino – o lo studio d’avvocati – telefona al bar per chiedere che qualcuno porti cose tipo: Sei caffè, due d’orzo in tazza grande, un dec e tre normali di cui uno macchiato, due cappucci con zucchero di canna e un marocchino con Nutella grazie; lei è la prima a offrirsi. Oltre al suo capo, lavorano nel bar altre due cameriere (una è studentessa come lei, l’altra è più grande, è lì da qualche anno e conosce bene il mestiere – lei sospetta abbia una relazione con il capo), e mai nessuna di loro ha voglia di portare a spasso un vassoio con su tutta quella roba.<br />
Ma lei sì, ed è davvero ammirevole la cura con la quale appoggia sulle tazze e sulle tazzine dei cappuccini e dei caffè quei coperchietti pensati per trattenere il calore, davvero commovente l’attenzione con cui avvolge un pezzetto di carta argentata intorno al bordo del bicchiere in vetro che contiene il marocchino, davvero straordinaria la precisione con cui dispone i cucchiaini, e i bicchieri d’acqua frizzante per ciascun caffè e cappuccino, le bustine di zucchero e infine i cioccolatini sul vassoio che dovrà trasportare dal bar ai clienti. Ecco, lei adora quel momento, e ancora di più le piace girellare per le vie sorreggendo fiera in equilibrio su una mano sola tutti quei prodotti caldi di caffetteria, muoversi agile nel traffico e suonare il campanello di chi ha ordinato facendo una telefonata al suo capo (è lui che risponde al telefono) dicendogli: Segna sul conto.<br />
E a vederla in quelle occasioni sembra in effetti che una grazia insolita la investa, anche il suo portamento raggiunge l’eleganza propria di chi sa di essere ammirato. Quando fa una commissione al di fuori del bar non si lascia distrarre da nulla, spegne anche il telefonino, che il suo capo gentilmente durante il servizio ai tavoli le fa tenere acceso a patto che utilizzi l’auricolare (l’emoziona ricevere un messaggio mentre sta lavorando, sentire attraverso l’auricolare – dal quale non si separa mai – quel suono perfetto solleticarle l’orecchio; ogni volta che le arriva un messaggio immagina, come nel più scontato degli spot pubblicitari, una goccia di profumo che cade dolcemente sulla pelle), insomma è chiaro che quel compito le piace, se potesse farebbe quello tutto il giorno, anche con la pioggia. Sapere di essere attesa da qualcuno – una persona che ha un’attività e vuole prendersi una pausa in compagnia di un amico che passava di lì, oppure una persona che anche grazie a quel caffè cerca di concludere un affare con un cliente –, presentarsi sorridente e ordinata nella sua divisa (Se sorridi è più facile che ti diano la mancia, le ha detto una volta la collega anziana, ma non dimenticarti mai di sculettare), essere perfetta e provvidenziale, ecco ciò a cui aspira la ragazza che fa la cameriera, lei che in assoluto di quel preciso istante forse sopra ogni altra cosa ama sentire gli altri dire: È arrivata la ragazza del bar.</p>
<p>Ha lasciato da poco il fidanzato, ed è felice: era stanca di traghettare con sé quel fantasma alle feste e alle cene con gli amici, nei finesettimana privati e nelle occasioni pubbliche. Lei in compagnia era sempre stata brillante, ma da quando stava con lui – le aveva fatto notare un’amica – non sembrava più così interessante come un tempo; dopo che le avevano detto questa cosa, la ragazza che oggi fa la cameriera – e che all’epoca ancora non lavorava lì, anzi neppure ci aveva mai messo piede in quel bar – si era sentita come se il suo ragazzo non fosse il suo ragazzo ma una falena attratta dalla luce, un parassita di cui disfarsi. Le stava attaccato in maniera quieta ma insopportabile, e col tempo si era convinta che lui non avesse nessun altro con cui stare, non un amico, nessuno eccetto lei.<br />
L’ha lasciato e ha tolto dallo sfondo del cellulare la foto che lei stessa aveva scattato due estati prima, in vacanza: lui disteso su uno scoglio, sul viso un’espressione buffa da ragazzino.<br />
L’ha lasciato e si sente leggera, il suo appartamento non puzza più di sigarette: lui studiava Filosofia e fumava, dormiva quasi sempre da lei seminando cenere dappertutto. Un paio di mesi prima (in un angolo della sua mente era germogliata da tempo la volontà di lasciarlo, ma il coraggio mancava), aveva comprato un apparecchietto raccogliodori che contemporaneamente – avendo al suo interno una bomboletta di spray sostituibile – rilascia un piacevole profumo di mughetto, ma adesso non serve più. Ha smesso di appendere di notte all’aperto sul piccolo balcone i vestiti, che s’impregnavano di fumo e la intossicavano; in casa era costretta a tenere i capelli – anche loro assorbivano fumo e cenere – raccolti in una coda come sul lavoro, i suoi migliori amici erano diventati gli elastici per capelli, quelli ricoperti di spugna leggera: ne teneva sempre uno di riserva nella tasca anteriore dei jeans (sua sorella le diceva che se si ostinava a tenere i capelli sempre legati, a casa e al bar, prima o poi sarebbe diventata calva). Durante il giorno, se metteva una mano in tasca, sentiva quella presenza innocua contro la coscia: come il segmento di un piccolo calamaro in attesa di intrappolarle i capelli in una coda. Quando stirava i jeans, la tasca era spesso marcata da quel cerchietto che stava lì a dimostrare quanto a lungo avesse tenuto un elastico per capelli in tasca, doveva passarci bene sopra il ferro da stiro per far sparire il segno. Ora non deve più costringere i suoi capelli e se stessa, i suoi vestiti non avranno più addosso quell’odore, ora quell’apparecchietto spargiprofumo ha perso la sua utilità.</p>
<p>Quando lei l’aveva visto in uno dei cataloghi che arrivano per posta – due bombolette per ricaricarlo in omaggio se si effettuava una spesa complessiva superiore ai 99 euro – non ci aveva fatto molto caso: i suoi occhi nocciola erano scivolati rapidi sulle pagine patinate sature di offerte imperdibili; quel catalogo lo sfogliava per noia mentre era in sala d’attesa dal dentista. Poi – neanche fosse un ammiratore intento a seguirla, un ammiratore testardo che precedeva le sue mosse – l’aveva incontrato ancora, stavolta in un negozio di oggetti per la casa: senza ricordarsi di averlo già intravisto tempo prima su un catalogo – e a un prezzo più basso – si era decisa a comprarlo.<br />
L’aveva piazzato sopra la colonnina porta cd, che nel suo appartamento sta in una posizione strategica: dominando sia il soggiorno sia la piccola cucina, quell’angolo si direbbe pensato apposta per il raggio d’azione della bomboletta. Da lì, ogni novanta minuti come lei stessa l’aveva tarato (il massimo del tempo possibile fra un’emissione e l’altra), quell’apparecchietto alitava un sospiro profumato al mughetto sintetico – il suono sembra proprio quello che faceva il gatto che aveva da piccola quando starnutiva, pensa ogni volta con un sorriso –, allontanando per un po’ la puzza di cenere che s’infilava fra i cuscini del divano e più in generale in tutti gli angoli dell’appartamento che ora, pensa la ragazza mentre attraversa la strada per raggiungere la fermata del suo autobus che la porterà a casa, ora che ha lasciato il filosofo fumatore quell’appartamento è tornato suo (lui non le ha ancora restituito le chiavi, deve ricordarsi di chiedergliele di nuovo). Quell’apparecchietto non servirà più, riflette mentre osserva un signore che tiene per mano una bimba piccola, e neppure dovrà più prendere la pillola: è tutto giusto così, nella sua vita, a questo pensa la cameriera del bar rincasando.</p>
<p>La mattina seguente è al lavoro – i capelli raccolti nella solita coda graziosa che fuoriesce dal berretto con visiera, l’auricolare del telefonino nell’orecchio sinistro – e le viene in mente che la sera prima era così stanca e così leggera che alla fine si è scordata di disattivarlo, quell’apparecchietto che le profuma la casa. Poco male, lo farà quella sera, si dice mentre prepara Una spremuta ben zuccherata, grazie. In fondo tiene quasi compagnia: ogni novanta minuti uno spruzzo al mughetto scandisce il tempo, le dice che sta studiando da una e mezza, tre, quattro ore e mezza, come fosse un metronomo profumato (il fidanzato ne era infastidito, lei si era accorta che ogni volta in cui si attivava lui rimaneva come turbato, sebbene non l’avesse mai ammesso). Il tempo che ha trascorso con il suo ragazzo – quasi quattro anni –, se lei lo scomponesse, diverrebbe un lungo elenco di giorni che ha deciso di ignorare.<br />
La ragazza che fa la cameriera comprende solo adesso che quello, il bar, è il suo posto, altro che la parrucchiera come sua sorella. Certo, l’università è importante e lei ci tiene, ma al centro delle sue giornate ora c’è lei e soltanto lei. Mentre prepara Tre caffè di cui uno macchiato al tavolo quattro, svelta – all’università sta completando un percorso di studi umanistici, e si compiace di come i bar negli ultimi anni abbiano dato un piccolo ma importante contributo linguistico al recupero dell’espressione ‹‹di cui uno››, che rischiava di andare persa – capisce insomma di essere arrivata a un punto di svolta, ecco qual era il prossimo atto, quello che attendeva di essere messo in scena dietro le quinte della sua vita: l’essere identificata come ‹‹la ragazza del bar››.</p>
<p>Il resto, è una storia triste che porta a una fine tragica.</p>
<p>Una ragazza giovane – qualche anno in meno della cameriera del bar – è appena uscita dalla casa del suo nuovo fidanzato. Cioè, non è proprio il suo fidanzato, si tratta di uno studente di Filosofia più grande di lei con il quale si vede da un po’ di tempo. A dire la verità quella da cui è uscita non è neppure la casa del suo non-fidanzato, ma l’appartamento di un’altra persona, non ha capito bene di chi (lui però, la prima volta che si sono dati appuntamento lì, le ha assicurato che il proprietario non rincasa mai fino a sera, di stare tranquilla).<br />
Quello che conta è che loro due neanche venti minuti fa erano sul letto: la ragazza giovane non aveva molto tempo perché doveva andare al lavoro, il ragazzo era già svestito e lei seminuda si era messa a cavalcioni su di lui. A un certo punto dalla stanza accanto, nell’angolo tra il soggiorno e la cucina, si è sentito come uno starnuto di gatto. Lei si è voltata, neppure troppo impaurita, più che altro incuriosita da quel suono; quando però ha capito che non c’era nulla da temere, e poteva tornare a quello che stava facendo – cioè farsi slacciare il reggiseno – si è accorta che ora era lui a essere diverso, non se la sentiva più di andare avanti. Alla fine la ragazza giovane è uscita dall’appartamento prima del previsto, lui ha detto di non stare troppo bene, lei avrebbe voluto fargli un discorso del tipo: Non devi preoccuparti, capita a tutti gli uomini prima o poi; di fronte a qualche altro confuso balbettamento di lui ha infine deciso di lasciar perdere.<br />
Dunque ora è in auto, e deve andare al lavoro. Sta guidando, ma cerca anche di risistemarsi un po’: tiene molto al suo impiego part-time, e se quel ragazzo con il quale esce da poco non l’avesse tipo cacciata dall’appartamento con una cosa che assomigliava parecchio a una scusa, è probabile che lei quelle operazioni le avrebbe fatte con calma in bagno. Dopo il sesso lui si accende sempre una sigaretta, e la ragazza giovane di solito uscendo dal bagno lo raggiunge facendo anche lei qualche tiro nervoso: quell’odore di tabacco che le rimane incollato addosso lungo la giornata la eccita.</p>
<p>Intanto, dallo studio d’avvocati non distante dal bar, arriva una telefonata che chiede se qualcuno può gentilmente portare Sei caffè normali e un po’ di latte caldo a parte, per favore.<br />
La cameriera non si lascia sfuggire quell’occasione: il lavoro è tutto ciò di cui ha bisogno, si ripete, e quindi – anche se al tavolo 3 aspettano una spremuta da un pezzo, e deve sbrigarsi – vuole svolgere al meglio il suo compito. Dopo aver disposto le tazzine tutt’intorno alla piccola brocca del latte caldo badando che siano equidistanti, dopo aver verificato che nella zuccheriera ci siano bustine normali, dolcificante e zucchero di canna, dopo essersi sincerata che ogni tazzina abbia un cucchiaino e un cioccolatino e un bicchiere piccolo d’acqua frizzante, si muove verso lo studio d’avvocati. Nella fretta non si è nemmeno ricordata di spegnere il cellulare, cosa che fa sempre durante le consegne.<br />
Sicura nella sua divisa verdeblu, il berretto con visiera ben posizionato in testa e la mano ferma a reggere il vassoio, la cameriera esce dunque dal bar.</p>
<p>Secondo una ricerca sulle principali cause degli incidenti automobilistici dovuti a distrazione, al primo posto c’è l’uso del telefono cellulare. Al terzo – a pari merito con la propensione a smanettare sui tasti dell’autoradio – c’è la disattenzione causata dalla presenza di un’altra persona (nell’ottanta per cento dei casi si tratta del partner, con il quale o si amoreggia o si discute in maniera accesa, situazioni che portano comunque al medesimo drammatico epilogo). Al sesto posto ci sono le distrazioni causate dalla presenza di un animale (spesso un cane, quasi sempre privo di colpe, magari nervoso perché chiuso troppo a lungo dentro l’abitacolo sotto il sole). Soltanto all’undicesimo posto c’è una voce generica che include le ‹‹cure personali››, come il truccarsi utilizzando lo specchietto dell’automobile per le donne, o il rifinire la rasatura tramite un rasoio elettrico a batteria per gli uomini.</p>
<p>Mentre guidava – guardandosi di tanto in tanto nello specchietto per controllare che tutto fosse in ordine – la ragazza giovane aveva pescato con la mano destra un Cotton Fioc dal beauty appoggiato sul sedile del passeggero. Voleva pulirsi l’esterno delle orecchie, non era sicura di essersi lavata così bene quella mattina: il dubbio le era venuto poco prima, quando il ragazzo – mentre lei lo stava spogliando – aveva tentato di leccarle l’orecchio. Lei, un po’ incerta a proposito della sua igiene personale, aveva mosso appena il collo per sfuggirgli.</p>
<p>La dinamica dell’incidente non è ancora stata chiarita: la ragazza che faceva la cameriera in un bar, infatti, si trovava sulle strisce pedonali, ma è anche vero che per i pedoni era già scattato il divieto di attraversare quel tratto di strada. Il semaforo era appena diventato verde per le automobili, e la ragazza giovane al volante a quanto pare era distratta – tanto che un Cotton Fioc le avrebbe poi perforato il timpano al momento dell’impatto, procurandole un danno permanente all’udito. Quando aveva spostato gli occhi dallo specchietto alla strada davanti a sé (dove una cameriera con un vassoio in mano se ne stava ferma immobile sulle strisce) non era riuscita a frenare in tempo.<br />
La ragazza del bar, prima di raggiungere l’altro lato della strada, aveva sì avvistato un’auto gialla che procedeva nella sua direzione, ma aveva altresì calcolato il tempo – stimandolo sufficiente – che avrebbe impiegato per attraversare: quello che non poteva prevedere, invece, era l’arrivo di un messaggio al cellulare. Quel suono perfetto lei l’aveva modificato nel menu ‹‹impostazioni›› – scegliendo quella precisa e fatale modulazione di note – per riconoscere all’istante i messaggi inviati dal suo ragazzo. Nel momento in cui aveva capito che si trattava proprio di lui, si era come paralizzata. La confondeva un po’ l’idea che lui la cercasse, e se la sua reazione a un semplice messaggio era questo piccolo panico che l’aveva assalita (aveva avuto il tempo di riflettere), allora le conclusioni a cui era giunta in quei giorni – la sicurezza del suo ruolo, quello di cui lei aveva davvero bisogno – erano sbagliate: forse la sua vita era più complessa di quanto potesse pensare.<br />
L’auto l’aveva travolta proprio in quell’attimo, il vassoio era volato in una direzione e lei in un’altra.</p>
<p>Quando una persona viene investita di solito le scarpe schizzano lontane dal corpo, e se l’impatto è particolarmente violento, a volte è molto difficile ritrovarle (vanno a cacciarsi sopra il tetto di una casa, sotto altre auto parcheggiate, oppure chissà dove). Nel caso della ragazza che faceva la cameriera in un bar era stato il berretto a rimbalzare via lontano, e insieme al berretto con visiera anche l’elastico – che le teneva i capelli raccolti in una coda graziosa – era sparito.<br />
Anche il contenuto del vassoio si era scomposto secondo logiche imprevedibili, quasi che in quel breve momento in cui era stato sospeso per aria forze diverse lo avessero governato: i cioccolatini e le bustine di zucchero si erano sparpagliate tutt’intorno; i bicchieri con l’acqua frizzante erano ricaduti a terra quasi nel punto esatto dell’impatto, senza spaccarsi; le tazzine e la piccola brocca erano rimbalzate sul tettuccio dell’automobile di chi guidava, rovesciando caffè e latte un po’ ovunque, così come era successo ai piattini, che spezzandosi avevano seminato cocci dappertutto; i cucchiaini, invece, si erano limitati a tintinnare brevemente sul marciapiedi, mentre il vassoio stesso e i piccoli coperchi (quelli da mettere sulle tazzine per non disperdere il calore) erano rotolati lungo la strada per un po’, prima di arrestarsi.</p>
<p>Nello studio d’avvocati, quel pomeriggio, qualcuno spazientito a un certo punto aveva detto: Ma che fine ha fatto la ragazza del bar?</p>
<p>Il messaggio che la cameriera aveva ricevuto – quello del suo ex ragazzo – diceva semplicemente che quella sera, quando lei avesse staccato dal lavoro, sarebbe passato al bar a restituirle le chiavi del suo appartamento.</p>
<p>La cameriera morì qualche ora dopo in ospedale, e nessuno seppe mai se avesse riconosciuto la ragazza che l’aveva investita: si trattava dell’apprendista che aiutava sua sorella tre pomeriggi a settimana occupandosi dei tagli più facili, la ragazza che – avendo lei preferito studiare, e poi mantenersi lavorando in un bar – aveva preso quello che sarebbe potuto essere il suo posto.</p>
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		<title>Rivolta al parco di Daniele De Serto</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:13:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C’è qualcosa di sbagliato nella spinta che mi stanno dando. È evidente che non sono in sincronia con l’altra altalena. E pensare che ho armato un tale putiferio per farmi portare qui al parco. Perché non mi fanno andare a tempo con l’altra altalena?Ma chi poi? Chi è che mi sta dando la spinta? Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è qualcosa di sbagliato nella spinta che mi stanno dando. È evidente che non sono in sincronia con l’altra altalena. E pensare che ho armato un tale putiferio per farmi portare qui al parco. Perché non mi fanno andare a tempo con l’altra altalena?<span id="more-1135"></span>Ma chi poi? Chi è che mi sta dando la spinta? Non ricordo adesso. È che questa bambina a fianco mi acchiappa. È solo per lei che ho fatto i capricci. Sono due giorni che viene al parco e andiamo sull’altalena insieme. Adoro il modo in cui i suoi capelli accompagnano il dondolio. Ha le labbra lucide e una fascia elastica poco sopra la fronte. Poi sembra indifferente a tutto. Guarda fisso in avanti con il mento sollevato mentre disegna traiettorie fantastiche con le punte dei piedi. Estende e piega le gambe ad intervalli regolari. Che poi è quello che mi sta chiedendo di fare mia madre. Ah, è lei che mi sta spingendo allora… Ma io non ho mica capito come devo fare. Sembra dipenda tutto dalle mie gambe. Il fatto che l’altalena non prenda il ritmo sperato dipende da loro? Ma dov’è che sbaglio? Non mi state spiegando bene quando le devo piegare queste benedette gambe. Io pensavo facesse tutto l’altalena. Cos’è questa storia? Così ci faccio una pessima figura, ragazzi. Sento che potrei ricominciare con i capricci da un momento all’altro. Di certo non può andare avanti in questo modo indegno. Mi costringete a creare un diversivo, tipo fingere un mal di pancia e piangere a dirotto o cose del genere. Già sento affiorare dei bei singhiozzetti&#8230; Guarda te in che situazione mi sono cacciato, e io che avevo fantasticato di fare avanti e dietro in perfetta sincronia con questa mia nuova conoscenza per tutto il pomeriggio, mi ero figurato pure un finale da solista in cui le davo mostra di quanto in alto potessi arrivare, a toccare quasi il cielo con i piedi, con tale sprezzo del pericolo che non poteva non rimanere incantata. Ieri non c’erano mica stati questi problemi tecnici. Poi non capisco perché questo tipo alto e biondo se la porti via sempre sul più bello. Anche ieri lo ha fatto. Le altalene erano ferme e il biondone parlava con mia madre. Si lamentava delle maestre dell’asilo menefreghiste e col doppio lavoro. Io invece guardavo di sottecchi verso l’altra altalena quando di punto in bianco questa bambina di cui vi parlo se ne esce con un ‹‹buongiorno››. ‹‹Buongiorno››, capite? Mi sa che io non l’ho ancora mai detto ‹‹buongiorno››. Al che io prima ho fatto finta di non sentire e mi sono girato dall’altra parte in direzione dello scivolo di legno. Quello con la struttura a castello e la corda di risalita. Ho simulato un certo interesse verso il movimento di bambini che si organizzava per arrampicarcisi sopra. Poi, in preda a un impeto incontrollabile, le ho allungato Randy. Randy il koala intendo. E lei lo stava per prendere. Stava proprio tendendo le sue manine deliziose verso il mio Randy e che succede? Succede che ti arriva il papàbiondone e se la porta via. Ma dico io, se cominciamo a ingranare non puoi mica metterti in mezzo così! Comunque c’è sempre qualcosa che va storto. In questi tre anni di vita quante volte le cose sono andate dal principio alla fine come volevo io? Quasi mai. Si potrebbero contare sulle dita di una mano se solo qualcuno si fosse già preso la briga di insegnarmi a contare. È normale che poi metta i piedi con tutte le scarpe sotto la fontanella. Cos’altro dovrei fare? Accettare di non aver mai nessun potere decisionale sul corso degli eventi. Ogni volta c’è qualcuno che decide per me, che mette a soqquadro i miei piani. Ad ogni modo ora mi sparo tutto il perimetro del parco in fuga e vediamo se lo scardiniamo questo schema, almeno per qualche secondo. Tra l’altro ormai posso contare sul fatto che l’equilibrio e l’orientamento spaziale nella corsa sono capacità pienamente acquisite alla mia età. Mi spiace per voi ma sono già nella fase in cui posso slalomeggiare tra gli ostacoli senza troppi pensieri. È con la velocità che ancora non ci siamo, non sento la spinta propulsiva giusta nelle gambe. Sono questi sandaletti di merda che non vanno secondo me. Li odio. Bianche le voglio le scarpe. Bianche. Tutti gli altri colori non sono ammissibili. Come diavolo faccio a farvelo entrare in testa? Eppure non dovrebbe essere difficile. Non &#8211; Sono &#8211; Ammissibili &#8211; Altri &#8211; Colori. Ci siamo? Ora queste, che sono blu, fanno la stessa fine di quelle di ieri: sotto la fontanella! Devo solo trovare la forza di arrivarci. Il vigore muscoriano. È tutto quello che chiedo. Sento già il fresco scorrere dell’acqua dentro i buchetti, soltanto pochi metri e ci sarà uno zampillare divertentissimo da queste parti. E qualcuno ci penserà due volte a mettermi ancora i bastoni tra le ruote. Evidentemente a quel qualcuno era sfuggito il minaccioso tribale che ho impresso sull’avambraccio. Perlomeno non fate la vigliaccheria di prendermi alle spalle proprio quando sono vicino alla meta. Sono un bambino con una missione, non scordatevelo, lo capite da voi che è ora di rivederli da capo certi modelli pedagogici. Servono punti di rottura! Segnali forti! Per questo devo riuscire ad arrivare a quella maledetta fontanella prima di essere intercettato!</p>
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		<title>Carletto, o l&#8217;alfabeto greco di Antonio Senatore</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:12:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Carletto spingeva la sua vecchia berlina in salita. Sudando copiosamente, ingannava la fatica maledicendo la fortuna avversa. Convinto di essere bersaglio di un malocchio, non si stupì all’apparire dei tre malintenzionati armati di bottiglie rotte, fumi alcolici e pessimo temperamento. Dacci i soldi, si presentarono i tre, declamando all’unisono obiettivo della visita e ragione sociale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carletto spingeva la sua vecchia berlina in salita. Sudando copiosamente, ingannava la fatica maledicendo la fortuna avversa. Convinto di essere bersaglio di un malocchio, non si stupì all’apparire dei tre malintenzionati armati di bottiglie rotte, fumi alcolici e pessimo temperamento.<span id="more-1136"></span><br />
<em>Dacci i soldi</em>, si presentarono i tre, declamando all’unisono obiettivo della visita e ragione sociale del connubio. Sbuffando, l’unica risposta che Carletto riuscì a formulare, mentre il peso dell’auto cercava di riportarlo sui suoi passi, fu <em>datemi una mano</em>.<br />
Sconvolti da tanto eloquio, i tre bricconi si rimboccarono le maniche.<br />
Poco dopo i quattro si scoprirono, ancora ansimanti, in cima alla salita. Disposte a caso si potevano contare tre mani su tre milze, due fiatoni con la tosse – una secca, una grassa – e un famelico brontolio, due grotteschi tentativi di stretching, un mento sfuggente, un occhio pigro e otto scarpe malridotte. Incuneate due pietre sotto altrettante ruote si delirò di amicizia e grandi obiettivi, di scelte errate e pieghe sfortunate, di grandi numeri e massimi sistemi, di calcio e figa. Un collettivo calo di zuccheri produsse: un improbabile quanto mattutino appuntamento, un desiderio condiviso di progetti in grande stile, un sogno comune di riscatto e affrancamento, una sonora scoreggia.<br />
In balia dell’imminente, i quattro si affezionarono alle sconclusionate idee camuffandole da realistici programmi. Ormai rapiti dall’effimera sostanza dell’impegno assunto quanto dall’imparziale avvenenza dell’orario scelto, i convenuti si ritrassero verso le rispettive tane, concedendosi un avanzo di sorriso.</p>
<p>Il primo malintenzionato lo chiameremo Alfa.<br />
Si destò di buon’ora, perfettamente in tempo per tener fede all’impegno, ma temporaneamente immemore dello stesso. Barcollando speditamente, si diresse al bagno. Si espresse nella tazza, esalando al contempo un rutto sgonfio. Finito di scrollare l’appendice, posò una mano contro le piastrelle, nel tentativo disperato di distribuire equamente un consistente peso. Un ulteriore, gorgogliante rutto gli riportò alla gola un aspro ricordo di alcool indigesto. Andò in cucina, bevve molta acqua e tornò ad abbattersi sul letto, disfatto.</p>
<p>Il secondo malintenzionato si chiamerà Beta.<br />
Stava cercando di spingersi nella propria donna oltre il limite orizzontale stabilito dall’incontro a tavolino tra madre natura e biologia. Sbuffava, sudava e si dimenava con vigore, accompagnato a tempo dai contraccolpi sincopati dell’amato bacino. Per le molle del letto doveva essere un gran divertimento: si contraevano, cigolavano e sghignazzavano. Nel momento esatto dell’appuntamento, gli amanti cambiarono posizione, si scambiarono fluidi e intrecciarono lenzuola gualcite.</p>
<p>Il terzo e ultimo malintenzionato potremmo chiamarlo Gamma.<br />
Dormiva della grossa e avrebbe volentieri continuato, se il suo russare non avesse disturbato un vicino poco incline al dialogo. Partendo da molto lontano, i colpi sul muro raggiunsero la sua coscienza. Troppo intontito per comprendere la dinamica degli eventi, il malintenzionato si ritrovò sciattamente rassettato, con una sigaretta penzolante a un lato della bocca e lo sguardo perso nel vuoto, a dare piccoli, timidi calcetti a uno dei sassi che fermavano le ruote dell’auto. Impiegò del tempo a realizzare che la drammatica mistura di alcool, stanchezza e pigrizia degli altri avrebbe inciso una piega nefasta a tutta la faccenda. Aprì allora lo sportello e si lasciò andare sugli scomodi sedili, col cambio puntato contro un rene.</p>
<p>Carletto bestemmiava, ad alta voce, emotivamente al riparo da vergogna e censure. Avvicinandosi alla macchina, sconvolto dal silenzio di dio, si accorse dello sportello aperto e delle scarpe sfondate che ne spuntavano spavalde. Si ricordò allora dell’appuntamento e la purezza del suo spirito ne risentì. Diede un sonoro calcio al paraurti, chiedendo contemporaneamente all’occupante dove fossero gli altri.</p>
<p>Sputacchiando, l’affaticato mezzo arrancò fino alla spiaggia. Con due lattine di birra per mano, Carletto e Gamma scesero dal trabiccolo e si accomodarono sul bagnasciuga: schiena contro il radiatore, piedi in acqua. Dunque bevvero, rassegnandosi con sollievo all’inconsistenza di certi propositi, mentre il sorgere del sole illuminava l’inizio della storia.</p>
<p>Alfa e Beta, da direzioni opposte, ciondolano scarsamente motivati verso l’appuntamento. Si incontrano nei pressi dei due sassi di scarso valore, constatando l’assenza dei complici. Sospirando un saluto s’incamminano, muti e apparentemente senza meta. Guidati forse dall’inconscio, si ritrovano a bighellonare nei pressi di una banca. Notano stancamente il lassismo mattutino dei portavalori: sì, pistole in pugno, ma sguardo spento; sì, attenzione alla procedura, ma sacchi posati in terra, con noncuranza; sì, telecamera di sicurezza, ma puntata sulla fiancata sbagliata del mezzo parcheggiato svogliatamente; sì, furgone blindato, ma sportelli spalancati, chiavi nel quadro e motore in folle.</p>
<p>Alla prima guardia giurata spetta il nome Delta.<br />
Giocando distrattamente con la fondina, guarda la porta della banca, spalle al furgone. Il direttore, o chi ne fa le veci, è in ritardo, e non è una novità. Stancamente, la guardia sposta il peso da un piede all’altro. D’improvviso, il suo corpo reagisce a una sollecitazione sonora. Mentre si balocca con l’identificazione del segnale, il suo cervello ordina alle ginocchia di piegarsi e alle spalle di abbassarsi. Alle mani tocca l’ingrato compito di proteggere la testa. La guardia resta un attimo ferma in quella bizzarra posizione, lasciando che il tuono che l’ha sorpresa si allontani dal suo udito. Quando in cambio riceve stridore di gomme e le invettive del collega, si rialza e finalmente si volta. Rimpiangendo l’eco dello sparo si gratta la tempia, facendo sobbalzare il berretto in modo buffo.</p>
<p>La seconda guardia giurata si chiama Epsilon.<br />
<em>Ma guarda &#8216;sto stronzo</em> pensa, scaricando sacchi dal furgone, convinto che il testone spuntato oltre la grata sia quello del collega. Scende dal blindato e vede il compagno, di spalle, che gioca con la fondina. Per un attimo non pensa a nulla, perché è semplicemente troppo presto per organizzare pensieri con coerenza. Si volta al rumore gommoso e stridente del furgone che lascia il marciapiede in tutta fretta. A bocca aperta, con un fluido movimento estrae l’arma e spara, uccidendo sul colpo un sacco pieno di carta e monetine. Insulta il collega accucciato e corre.</p>
<p>L’ometto del secondo piano di fronte alla banca è il signor Zeta.<br />
A bocca aperta guarda la scena. Stava facendo la cacca, ma quando un brivido lo ha distratto si è ritrovato con le gambe flesse, il peso del corpo concentrato sui quadricipiti, le brache alle ginocchia tenute da mani tremanti, indeciso sul da farsi. <em>Devo chiamare qualcuno</em> è il grido nella sua mente che si affievolisce al ritmo dei pantaloni che scivolano di nuovo verso terra, delle chiappe che scendono di nuovo sulla tazza, del quattro orizzontale che torna a tormentarlo: chi la fa, rimane male. Dieci lettere, termina in <em>ia</em>.</p>
<p>Il vecchio barista all’angolo risponde al nome di Eta, anche se qualcuno lo chiama <em>Scusi</em>.<br />
Sta servendo un cappuccino o una brioche o sta pulendo un tavolino, mentre seduto su una sedia, sorseggiando un Ferro-China, si fuma una sigaretta e guarda i malintenzionati appropriarsi del furgone parcheggiato male e sorvegliato peggio. Dopo un debito sorriso, sospetta che gli faranno delle domande. Sta porgendo un cornetto o un caffè, forse sta lavando il bagno, in quel momento, mentre grattandosi il pancione pensa a cosa potrebbe star facendo quando la cosa accade. Lucida i bicchieri? Canta una canzone?</p>
<p>L&#8217;avvocato si chiama Theta.<br />
Il mal di testa lo distrae da ogni cosa, ma lo sparo lo ha sentito. Non solo, lo ha riconosciuto: uno sparo! Non ha sentito grida di dolore, né poliziesche intimazioni. Vabbè, uno sparo&#8230; sarà scoppiato uno pneumatico, sarà caduto un vaso da un balcone, sarà stato un rumore in un cantiere. In una strada deserta, senza balconi, priva di cantieri. Allora un rumore lontano. Comunque, materia da civilisti, nulla che lo riguardi. Guarda il barista attraversare la diagonale del bar, lo sguardo corrucciato. Non vede uno sguardo sereno da tempo sufficiente ad attraversare i tre gradi di un giudizio. La cosa si riflette positivamente sulla sua carriera e negativamente sul suo rapporto con la chimica. Ingoia un analgesico, paga la colazione e va al lavoro, chiedendosi quanto dovesse essere forte il rumore, all&#8217;origine, per arrivare a lui così distinto, netto e in tiro.</p>
<p>La portinaia indaffarata sarà la signora Iota.<br />
Spazza l’uscio dell’agenzia di cambio tutte le mattine. Guarda sfrecciare il furgone portavalori e scuote il capo. <em>Neanche più l’uniforme, si mettono.</em> Spazza un altro po’, sbuffando. Nota le guardie giurate che svoltano di corsa l’angolo gridando cose nelle radioline. <em>Tutti sudati e trafelati</em>, pensa, <em>non ci sono più gli uomini di una volta</em>. Riprende a spazzare e pensa al cappotto cammello del marito, al vistoso anello d’oro che ha portato con sé nell’aldilà, ai figli che non hanno avuto. Scruta una delle guardie, che si è fermata ad ansimare dove lei ha già pulito. Si avvicina all’uomo, annunciata da un leggero odore di disinfettante che al momento la guardia non percepisce, e gli spazza intorno ai piedi, augurandosi che capisca: «Bella giornata per ansimare, eh? Si vede che lei è giovane. Ce l’ha la ragazza? E un altro posto in cui sostare? No, perché, sa&#8230;»</p>
<p>Il giornalaio seduto lo chiameremo Kappa.<br />
Ad alcuni spettano ingiustamente nomi più belli che ad altri, e Kappa è un bel nome, anche in caso di processo. Controllando i resi e gli ordini, sistemando i quotidiani e le riviste, il signor Kappa sente solo uno spostamento d’aria, come quella volta che stava per essere investito. Si rende conto che alcuni giornali sono volati via e, voltandosi verso l&#8217;angusta porticina dell’edicola, vede il retro del furgone che sbanda tra il marciapiede e la strada e si libera di un pacco di giornali rimasto impigliato alla fanaliera. <em>Teste di cazzo</em>, pensa il signor Kappa rimettendo a posto le sue cose. «Scusi, il mio giornale è rovinato&#8230;» «Ma no, che dice? È vintage.»</p>
<p>Lambda. Questo è il nome della signora che sbatte il tappeto alla finestra.<br />
Con vigore schiaffeggia il tessuto pesante con il vecchio battipanni. L’improvviso ingresso del furgone nel suo campo visivo la distrae e le fa cadere il battipanni. Cadendo, l’oggetto batte sul tettuccio di un’auto parcheggiata. Si tratta dell’auto sportiva nuova di un giovane scavezzacollo della zona. L’antifurto grida il suo disappunto e la signora Lambda sobbalza, lasciando cadere anche il tappeto. Questo va a finire sul furgone, schermandone parzialmente il parabrezza. L’autoblindo sbanda vistosamente, rendendo ridicola la bozzetta causata dal battipanni. Il caso vuole che il giovane proprietario del veicolo sia in auto e si lanci all’inseguimento. <em>Ah, cazzi vostri</em>, pensa la signora Lambda, <em>quello è un osso duro</em>. Il tappeto misura 200&#215;240, ha le frange, sembra che scodinzoli.</p>
<p>Il giovane virgulto scapestrato, proprietario di auto sportiva, si chiama Mi.<br />
Sta aspettando i fratelli Ni e Xi per portarli a fare un giro, ma ora è partito, pace. È partito, insegue e non c’è storia, perché l’auto è più veloce del furgone. Solo che le viuzze sono strette e l’auto può solo stare dietro. Già frustrato per ragioni che non riguardano questa storia, il giovane scopre improvvisamente di aver ceduto all’ira, dunque abbassa il finestrino e dà fondo al suo repertorio di sconcezze. Il cellulare suona. Rabbiosamente, Mi risponde e impone al fratello di mezzo, con poco garbo, di prendere un’arma, la moto e darsi una mossa. Del pietrisco schizza via dall’asfalto, graffiando alcune fiancate.</p>
<p>Ni esegue, con un braccio di Xi stretto alla vita mentre l’altro agita una 9mm. Ni stira le marce nelle dritte, quando stacca in curva caccia il piedino per darsi una mano, fa fuori un paio di specchietti e poco dopo è lì, alle spalle del fratello. Sognando a occhi aperti di essere un pilota, scarta di lato tra due auto e si appropria del marciapiede, accelera fino ad affiancare il furgone, non si accorge di un’auto in manovra che gli taglia la strada e si trova a volare sull’asfalto con il fratello poco distante, a strusciarvi, a rotolarvi e, infine, a guardare per un attimo l’azzurro cielo chiedendosi quanto sia azzurro. L’auto sportiva inchioda subito dopo, accompagnata dal grido di Mi: «Salite, stronzi!». La luce del sole si scompone sui parabrezza, riproducendo casualmente un motivo futurista.</p>
<p>Omicron è il nome del garzone del fornaio.<br />
Attraversa la strada reggendo con fatica una grossa cassetta di plastica piena di pane, coperta da un panno sporco di farina. E di farina è sporco anche il lungo grembiule di Omicron, stretto in vita da un nodo feroce dovuto, più che alla solerzia, a un orario di lavoro ancora più feroce. L’arrivo del furgone costringe il garzone a una decisione. Fa un balzo indietro e sente dolore alle mani quando il blindato gli strappa via la cassetta. Una nube di farina investe il parabrezza e s’insedia sul tappeto. Omicron sgrana gli occhi e spalanca la bocca: è in arrivo un aereo carico di&#8230; Le pagnotte rimbalzano, rotolano e si rompono; la plastica si rompe e basta.</p>
<p>Il bull terrier della signora Pi si chiama Rho, è tenace, sessualmente attivo e non del tutto bianco.<br />
La vista delle gomme in movimento lo attrae più dell’arrendevole cagnetta del vicino. Drizza la coda, punta e parte. Abbaia a più non posso e corre veloce, spruzzando fiotti di saliva qua e là, lungo la strada. Prima di esplodere in un grido, la signora Pi guarda il guinzaglio allontanarsi, trascinato dall’animale. Allarga le braccia e grida. Alla vista del garzone, ne approfitta per svenirgli in grembo, offrendo alle sue forti mani l’opulenza delle proprie carni. A quel punto, Omicron si guarda intorno, stupefatto o preoccupato. Le pagnotte non rimbalzano più: giacciono e accolgono la farina che si posa su di loro come finta neve in un pessimo souvenir.</p>
<p>Via Sigma, incrocio corso Tau, è un continuo viavai di persone indaffarate.<br />
Impiegati, insegnanti, studenti, rosari mattutini e donne in carriera. Auto in doppia fila, signori in doppio petto, motorini e biciclette. Un vento freddo e tagliente fa danzare le insegne e i lembi dei cappotti. Il vocio acuisce il senso di frenesia che invade l’incrocio. Un pullman, un gruppo di bambini e quattro Suv. Il furgone ha la decenza di annunciarsi con un prolungato assolo di clacson. Effetto domino. Come quando si versa dell’acqua sull’ingresso di un formicaio e, disorientate, le formiche scappano. La folla si apre a raggiera e a farne le spese sono una fiancata e un bidone. Il furgone prosegue lungo via Sigma, fino al semaforo. Il giallo dura ben trenta secondi, ma è ininfluente: potrebbe durare anche all’infinito.</p>
<p>Il signor Ypsilon è in pensione.<br />
Indossa una pettorina gialla catarifrangente e agevola l’attraversamento dei pedoni. Espone con veemenza la paletta rossa. Il furgone non sembra intenzionato a rallentare, e il signor Ypsilon agita la paletta: su e giù. Il furgone mantiene la velocità, e il signor Ypsilon fa un passo indietro. Grida: «Ferma! Rallenti!», ma non sortisce alcun effetto. Il furgone prosegue la sua corsa e il signor Ypsilon scuote il capo, borbottando, lieto che in quel momento non ci fosse stato nessuno ad attraversare la strada. Sospira, si aggiusta i pantaloni e prosegue il suo lavoro. La solitudine della paletta è quasi palpabile. Rossa da un lato e verde dall’altro, giace immota nella stretta dell’uomo, in attesa che tornino le formiche.</p>
<p>L’agente del centralino si chiama Phi.<br />
Prima la chiamata delle guardie giurate, poi quelle dei passanti. Continuano e si sommano, ma non ci sono pattuglie libere. «Stiamo intervenendo, abbiate pazienza» risponde a tutti, e nelle pause chiama le volanti. Ce n’è una in zona, ma la radio gracchia e nessuno risponde. L’agente Phi è stanca di stare al centralino, non le piace più e vorrebbe tanto un cambiamento. Passa una telefonata interna e inveisce contro la pattuglia che non risponde. Si sta innervosendo, quando finalmente una voce la informa di aver avvistato il furgone. Non è la pattuglia in zona, è un’altra, ma fa lo stesso. Ogni volta che uno spinotto viene inserito, un lieve fremito elettrico attraversa le cuffie.</p>
<p>Gli agenti Chi e Psi si scambiano un’occhiata fugace, d’intesa.<br />
Chi impone il suo peso all’acceleratore, Psi accende la sirena e il lampeggiante. Inseguono il furgone, gli si accodano. L’agente Psi prende il microfono, lo accende e intima l’alt ad Alfa e Beta. Forse non se l’aspettano, perché il furgone sbanda e urta un lampione. Scoda e, immettendosi nel vialone che dà sul lungomare, pessima mossa, urta contro l’angolo di un palazzo, causando l’apertura di uno sportello. Un sacco vola verso la gazzella, ma l’agente Chi è svelto e lo evita, intercettando perfettamente il secondo. Il parabrezza s’incrina ma non si rompe. Si rompe invece il sacco, ma è doppio e non ne esce nulla. Le gomme stridono e l’inseguimento prosegue. Del primo sacco nessuno sembra interessarsi. Come nessuno riflette su danni, dolori e tempo perso. Ormai, si suppone, è una questione d’onore.</p>
<p>Il lido Omega vanta un’accoglienza da re.<br />
L’autoblindo si accontenta di un cancello aperto da attraversare a tutta birra. La passerella di legno tamburella allegramente sotto il peso delle ruote, fino alla fine. La volante imbocca l’ingresso del lido derapando. Raggiunta la sabbia, il portavalori rallenta e sobbalza. Al bagnasciuga si ferma e gli sportelli vomitano il proprio carico scadente. Alfa e Beta, un sacco a testa, si scompongono nelle opposte fughe. La gazzella frena e gli agenti si fiondano fuori, armi in mano.<br />
Poco distante, un Gamma lievemente ubriaco si alza, aggrappato all’auto malmessa di Carletto, e dà un’occhiata verso il trambusto e la sirena ponendosi, senza malizia, sulla strada di Alfa. Il sacco vola, i malintenzionati volano, e vola pure qualche bestemmia. Nella confusione, l’agente Chi si convince di aver fermato i due sospetti e richiama il collega, che sta prendendo la mira per fare una sorpresa a Beta. Psi ci rimane male, è convinto che il tizio col sacchetto a cui sta mirando sia proprio uno dei farabutti a cui davano la caccia. Dopo una breve esitazione, decide, e alla stazione ne arrivano tre al prezzo di due: quando si dice un lavoro ben fatto.</p>
<p>Il trabiccolo di Carletto scende che è una cigolante meraviglia. Contatto inserito e motore spento. Spenti anche i fari, contro un’alba ancora lucente e di bella presenza. Carletto ha un sonno di quelli che divorano chi li nutre, come l’invidia. Frenando a tratti, arriva quasi fermo al brutto incrocio, intercettando con lo sguardo tre lettere dell’alfabeto greco. In attesa del verde, rivolge loro un cenno di saluto. Al momento giusto, senza indugi, Carletto svolta a destra, verso casa. Prima di scendere, raccoglie dal sedile il sacchetto trovato nella sabbia: quando si dice un lavoro ben fatto.</p>
<p><strong>Appendice arcaica: la coda.</strong></p>
<p>Digamma, Stigma, Heta. Le sorelle polacche poco interessate. Durante il tafferuglio lavoravano, perché mica hanno tempo da perdere, loro.</p>
<p>San, Sho, Qoppa. Gli orientali paffutelli. Durante il trambusto scattavano foto. Hanno un filmato interessante da caricare su internet.</p>
<p>Sampi. La vecchia alla fine della strada. Vende saggezza e gomme da masticare, e sembra non si sia accorta di nulla, o ne abbia già viste abbastanza.</p>
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		<title>Provvisorio di Simone Torino</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 09:11:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nella nuova fabbrica, sappia, è tutto grigio. Grigi i grembiuli, grigio l’acciaio delle macchine, grigi i pezzi, grigio il pavimento e grigia la polvere nell’aria. Non è polvere come quella che ha in casa, questa le mangia i polmoni. Polvere di roccia e metallo. Ed è lei a produrla. Continua a leggere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella nuova fabbrica, sappia, è tutto grigio. Grigi i grembiuli, grigio l’acciaio delle macchine, grigi i pezzi, grigio il pavimento e grigia la polvere nell’aria. Non è polvere come quella che ha in casa, questa le mangia i polmoni. Polvere di roccia e metallo. Ed è lei a produrla. <a title="Provvisorio di Simone Torino" href="http://www.collacolla.org/?p=1924">Continua a leggere</a></p>
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