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	<title>Colla &#187; numero 8</title>
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	<description>Una rivista letteraria in crisi</description>
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		<title>Tutti in piedi per BarbaraFabio Viola</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 11:35:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sgabuzzino di casa dei miei genitori: tra le scatole con etichetta ne risalta una: cornici defunti. È una scatola di scarpe. La piccola farmacia di casa è nello sgabuzzino, ogni volta che cerco un’aspirina guardo quella scatola ma non la apro mai. <span id="more-732"></span>Non oso chiedere nulla ai miei, resto nell’ignoranza e ci sto bene. Morte e ignoranza: le stesse cose che trovo a Milano quando, con il pretesto di una visita ad amici, ci vado a festeggiare il Capodanno.</p>
<p>19 dicembre. La nebbia e il freddo rendono Milano Milano, o «Milano». Il mio amico cinico e io prendiamo la metro verso Cascina Gobba, un luogo indefinito lungo la linea verde. Quando il treno emerge in superficie iMac (il Mio amico cinico) comincia a indicarmi alcune boutique della periferia dove si fa sperimentazione coi tessuti. «Laggiù un gruppo di artisti amici di X organizzano eventi col latex – belli la prima volta o due poi è una noia» &#8211; «In quella bottega fanno mostre e vernissage per gli artisti dell’hinterland – non sai che cheap» &#8211; «Se vuoi comprare la coca prendi questa linea nell’altra direzione e scendi a Porta Genova, anche se la bamba più buona d’Italia si trova a Chioggia.» Il cielo è talmente plumbeo che è come se non lo fosse, il più scontato complemento di queste pianure pigramente urbanizzate. Faccio pensieri da terrone che tengo per me. iMac non è di «Milano», è emiliano ma anche Bologna gli stava stretta e poi qui è vicino di casa della Colombari, di Alessia Fabiani e Ana Laura Ribas («Vuoi mettere? A volte se vado di fretta mi gira la testa per la coca in sospensione nell’aria, ma se corri a Milano sembri un fallito quindi io non corro mai» &#8211; «L’ora dell’happy hour è quando devi stare online ad aspettare gli scoop su Dagospia.»)<br />
Scendiamo a Cascina Gobba e chiamiamo un taxi perché oggi, che è domenica, la navetta Mediaset non fa la spola tra la stazione e gli studi di Cologno Monzese, che è dove siamo diretti. Stiamo andando ad assistere alle registrazioni di Capodanno 5, lo spettacolone di fine anno di Canale 5 condotto da Barbara D’Urso. Il taxi ci lascia davanti al civico 40, dall’altra parte della strada un enorme sexy shop chiamato Red Paradise. La sua presenza è talmente scontata da non suscitare in noi alcuna curiosità (iMac non lo degna di uno sguardo), e lo sforzo di trovare in questa sede osservazioni argute o pungenti è inane. Quel sexy shop non solo avrà visto una frazione minima del sesso negli studi dall’altra parte della strada, ma è anche lì con la stessa funzione della nebbia intorno alle città lombarde: è una conferma, una sottolineatura.<br />
La famosa torre Mediaset svetta più ovvia di un fallo tra le costruzioni basse e i vialetti con le luci. Ora sta nevicando – la neve è simbolo di purezza e di stasi.<br />
Al cancello c’è una discreta fila di persone che aspettano di entrare. Sono tutti parte del pubblico come me e iMac e sfoggiano tutti i più variegati accenti meridionali. Un gruppetto di siciliani con cravatte viola e camicie rosse, capelli permanentati e gioielli da gala, fa opera di auto-incitamento in vista della gran serata che lo attende. Un signore sui sessanta dice che ha letto su Internet che ci saranno un sacco di concorrenti del Grande Fratello. Una donna, che potrebbe essere sua moglie ma anche sua figlia, commenta sperando che ci sia Costantino. iMac mi guarda con un sorriso cattivo. Io compilo le liberatorie poi presto la penna a un ragazzo che la porge a un suo amico bendato dicendo «Firma qua, tra un po’ vedrai che sorpresa». L’altro continua a chiedere «Ma dove siamo?» con crescente curiosità e aspettativa. «All’inferno» commento. «In paradiso» dice iMac.</p>
<p>La sera prima eravamo andati a mangiare il sushi da Mitsui, ristorante non particolarmente elegante vicino Porta Venezia. Un all you can eat, per di più. Ma mangiare il sushi a «Milano» è più evidente che a Tokyo quindi perché no. Il fidanzato di iMac musicista underground, iMac, il suo coinquilino musicista ancora più underground che per campare fa il commesso in via Montenapoleone e io. Ci ingozziamo. È la prima volta che mangio sushi da quando sono tornato dal Giappone e osservo tutto bene prima di metterlo in bocca. Un atteggiamento da provinciale, è chiaro, ma c’è troppo sesamo nelle salse, il sushi è troppo arzigogolato (uno ha il formaggio Philadelphia dentro), la zuppa di miso sembra di quelle istantanee, solo il sashimi è come dovrebbe essere ma sovvertire quello è difficile dato che, per natura, il sashimi è nudo e crudo.<br />
A fine pasto commento che mangiare il sushi a «Milano» è un gesto molto più politico che mangiarlo a Tokyo, dato che presuppone una scelta in primo luogo estetica e poi, solo poi, culinaria. Laddove a Tokyo si mangia il sushi perché esiste, qui lo si fa perché è giapponese, e perché adesso va di moda. iMac dice che lo mangia perché è buono, annichilendo la mia tesi. Il coinquilino di iMac annuisce e obietta: «Questa cosa delle mode è un pensiero che sa di vecchio». Decido istantaneamente di far mio questo concetto per il resto della permanenza a «Milano».</p>
<p>Quando finalmente riusciamo a entrare e a guadagnarci un riparo dalla neve e dal freddo, veniamo ammassati in una sorta di grande anticamera, un androne dotato di macchinette per il caffè e gli snack. La tenuta media comprende cravatta o papillon, giacca e scarpe lustrate. Sono tutti incredibilmente brutti, anche le ragazze più in tiro. Mentre iMac distrugge verbalmente l’outfit della maggior parte dei presenti io non riesco a distogliere lo sguardo dall’esterno. Dai vialetti non così perfetti di questo complesso industriale, anzi questo grande complesso industriale, dalle macchine non così posh parcheggiate non così ordinatamente qua e là, dai taxi che arrivano fino all’esterno del cancello principale e da cui scendono figure bardate non così luminescenti, che potrebbero essere chiunque.<br />
iMac intercetta una ex concorrente del Grande Fratello, una che in un’edizione passata aveva fatto scandalo con la sua bisessualità, si era baciata con una donna o qualcosa del genere, aveva avuto una doppia relazione all’interno della Casa o qualcosa del genere. Il nome ci è reso noto poco dopo, quando un ragazzo, avrà massimo diciannove anni, grida «Oddio quella è Veronica!» coprendosi la bocca con entrambe le mani. Le sue amiche gli si fanno intorno come a sorreggerlo, sembra davvero che stia per svenire. Insiste che lui deve assolutamente andare da lei a parlarle, che la ama troppo, che è bellissima, che non ci può credere che ce l’ha davanti a pochi metri. Le amiche gli danno coraggio e lui, spavaldo, va da Veronica, che ha due lenti a contatto che sembra Marilyn Manson, con la macchinetta fotografica in mano. iMac e io osserviamo la scena, io schifato lui divertito, finché non commento acidamente la cosa: «Squallore totale». iMac mi intima di smetterla col mio moralismo da romano. Mi sento improvvisamente stupido e di una sinistra qualunque. In che modo il non sentirsi adeguati genera categorie tanto vaghe, ma soprattutto il rigetto delle stesse? Dato che ho stima di iMac chiedo scusa e provo a interloquire con lui nella sua lingua: «Ma lei chi è?»<br />
«Te l’ho detto, è una romana del GF che si è baciata con Sarah. Arrivistissima, ha fatto di tutto per farsi notare nella Casa.»<br />
«Ed era&#8230; brava?»<br />
«Alla fine sì, se ha i ragazzini che si vogliono fare le foto con lei.»<br />
«Ma non è un po’ triste questa cosa?» iMac mi guarda male.<br />
«Sì che è una cosa triste, ma è bella proprio per questo, no?» Comincio a pensare che iMac sia più snob di me, ma in modo più intelligente. Più moderno.<br />
Il ragazzino torna dalle sue amiche a cui mostra immediatamente le foto con Veronica. Dice che era «gentilissima e simpaticissima» e aggiunge che vorrebbe morire adesso, che sarebbe perfetto.<br />
Dico a iMac che è vero che donne e omosessuali sono consumatori ideali, di qualunque cosa.<br />
«Se togli noi e le donne l’economia va a puttane» chiosa iMac.</p>
<p>Due sere prima, a una cena prenatalizia a casa di un amico di iMac, un fotografo di moda che abita nel nulla (vicino ad Abbiategrasso), avevo discusso animatamente con il padrone di casa creando imbarazzo. A una mia osservazione su «Milano» come città retrograda a causa delle fissazioni su stile ed eleganza lui ha reagito stizzito: «Sono stato a Roma e a parte quaranta burini non ci ho visto molto».<br />
«I burini sono quelli che si acchittano la domenica per andare a messa, o quelli che si acchittano in generale per delle occasioni. Se questa è la capitale della moda non può esistere niente di più burino.»<br />
A un momento di silenzio è seguita un’altra mia sparata: «Napoli è la città più moderna d’Italia».<br />
«Sì perché adesso a Napoli nessuno si acchitta, come dici tu.»<br />
Il resto della conversazione si è persa nella confusione delle idee («No ma è proprio un fatto di mentalità!») più che della festa – eravamo rimasti in cinque.<br />
Una ragazza molto carina, produttrice di video, anzi video producer, versandosi della vodka liscia ha detto che, moda o no, New York non le piace: «Mi ha schifato la cosiddetta cultura dei neri – sembrano gazze ladre: un po’ di brillantini e cosine luccicanti e vanno fuori di testa. Harlem poi è un letamaio».<br />
Perché mi viene da pensare, in retrospettiva, che quello è un pensiero moderno, per quanto razzista? Sminuire tutto è la chiave della modernità. Il nuovo fascismo è di sinistra. Essere fichi significa dire la cosa giusta adesso. Essere intelligenti aiuta a dire cose fiche. Il fico (il cool) è la categoria estetica che ha colonizzato il mondo intero, forse grazie al suo essere effimera. Dire fico è come dire bello, ma in chiave più escatologica, con la data di scadenza: è una bellezza che finirà. Una cosa non è fica per molto tempo, non è mai assoluta né vuole esserlo, è fica adesso perché risponde a un’esigenza momentanea, colma un vuoto semantico con una parvenza di senso. Gli esseri umani allora, la cui bellezza sfiorisce, sono più fichi che belli? La bellezza di una persona, se immortalata, resta tale. La stessa persona, giudicata fica in un certo momento della sua vita, può essere ritenuta il contrario di fica anche poco tempo dopo, a condizioni immutate.</p>
<p>Niente e nessuno è fico a Capodanno 5, nemmeno iMac e io. Veniamo fatti accomodare in primissima fila, subito dietro ai divanetti degli ospiti. Siamo dietro a Brando Giorgi e Melita Toniolo, rispettivamente attore di Incantesimo 4, Vivere e Vento di Ponente e concorrente del Grande Fratello famosa per le foto in topless, nonché vincitrice del concorso Miss Pittarello 2004. Ogni volta che inquadrano questi due io e iMac compariamo in video.<br />
Prima dell’inizio delle registrazioni veniamo istruiti dall’animatore, una specie di cheerleader che ha il compito di fomentarci e farci dare il meglio di noi. L’animatore, che molti nel pubblico sembrano conoscere personalmente e lo chiamano per nome a voce alta per fargli domande inutili, è un personaggio abbastanza tonico sui quaranta. Ha un forte accento lombardo e un sorriso che, quando gli si forma in faccia, crea rughe vertiginose à la Joker di Batman. La zazzera, un accenno di brizzolatura, il completo da sartoria senza cravatta, il tono da imbonitore televisivo che ha a che fare con cerebrolesi. A volte risponde alle domande personali di quelli tra il pubblico che dimostrano di conoscerlo, ma lo fa come uno che non ha idea di con chi stia parlando: fa battute standard, mai davvero divertenti, a tratti addirittura triviali. Sicuramente va in palestra due volte a settimana. Sicuramente guida una Bmw, ha una famiglia, lavora moltissimo. Io e iMac lo odiamo dal primo istante ma non abbiamo il coraggio di confessarcelo.<br />
L’animatore ci dice che durante le riprese non dobbiamo dimenticare mai che è Capodanno, che siamo felici di essere lì, che dobbiamo alzarci, ballare e applaudire ogni volta che c’è un medley o un ospite musicale e che quest’anno a mezzanotte non si farà il trenino ma ci sarà un tripudio di coriandoli, luci e colori (lui non usa la parola «tripudio»). Si comincerà con Raf e noi dobbiamo cantare a squarciagola tutte le canzoni – l’animatore canticchia Battito animale per metterci nel mood giusto. Poi ci saranno i medley degli anni Settanta, Ottanta, Novanta e Zero. Quando ci sono quelli dei vari musical (La Bella e la Bestia, Il libro della giungla, Flashdance, eccetera) dobbiamo divertirci un casino. Dobbiamo sorridere sempre. Dobbiamo applaudire quando gli ospiti dicono qualcosa (più tardi capiremo che dovremo ridere soprattutto con Platinette, dato che Barbara D’Urso si rivolgerà quasi esclusivamente a lei – avrà un contratto diverso? Sarà ritenuta più affidabile o sagace degli altri ospiti? Noi comunque applaudiremo anche quando Daniele Interrante si lancerà in un’invettiva di otto parole contro l’omofobia).<br />
L’animatore ha un atteggiamento un po’ da pastore un po’ da motivatore, nel senso che ci tratta un po’ come animali un po’ come clienti paganti – cosa che non siamo ma da noi dipende l’effetto-gioia scalmanata del programma. Ci tiene davvero che ci mettiamo in testa che oggi non è il 19 dicembre ma il 31. Ripete continuamente «È il 31 dicembre capito? È il 31 dicembre! Festa! Allegria! Dai ragazzi! Dai!» Lui dice «dai» ma io penso «die», in inglese. Anche questo lo tengo nascosto a iMac.<br />
Nel bel mezzo di una spiegazione farraginosa sulla struttura in blocchi del programma una voce sovrasta quella dell’animatore e annuncia che è arrivata Barbara.<br />
«Ragazzi è arrivata Barbara, dai, tutti in piedi per Barbara!» ci incita l’animatore. E la D’Urso entra nello studio, ancora col cappotto, saluta i registi e i cameraman, fa ciao con la mano al pubblico ai due lati dello studio, prende il microfono e ripete con tono meno da esaltata dell’animatore che è importante che ci divertiamo perché ci saranno un sacco di ospiti fichissimi, balletti, il mago Silvan, uno che si infila le spade in gola, cantanti, i Neri per Caso, Valeria Marini (è lei a sottolineare il nome con il tono della voce ma il pubblico sarebbe andato in delirio lo stesso) e tanti altri. Ci chiede per favore di essere entusiasti. L’applauso alla fine arriva spontaneo e quasi sobrio, se non proprio dimesso. In molti vogliono bene a Barbara, iMac e io lo capiamo dai commenti sottovoce, queste persone le vogliono bene sul serio.</p>
<p>Mia nonna, prima di perdere definitivamente l’uso del pensiero, era famosa in famiglia per le sue uscite caustiche davanti alla televisione. Ogni volta che la guardava il tenore dei suoi commenti davanti a qualunque programma era «Che schifo tutto». Poi, col tempo e il montare di rabbia e demenza senile, non si sa quale delle due abbia determinato l’altra, forse un concorso di colpa, nonna era passata a «Sono tutte puttane. Stronze e puttane. Stronze, puttane e froci. Mi fanno schifo tutti, quei maledetti». I bersagli dei suoi improperi erano indiscriminati. Si andava dalle giornaliste televisive ai politici, dai presentatori dei programmi per bambini alle attrici delle soap, da quelli delle pubblicità ai cantanti, ai colonnelli dell’aeronautica. Era come se, per mia nonna, il semplice fatto di apparire in televisione fosse sintomo di corruzione morale. Qualcun altro avrebbe detto invidia, ma lo avrebbe detto oggi, e col senno di poi ci sono buoni tutti. All’epoca ci si vergognava di voler finire in televisione.<br />
In qualche modo, da bambino, avevo fatto mio quel modo di vedere l’oggetto televisivo. C’erano voluti anni per riuscire a liberarmi di una serie di preconcetti che poi, soprattutto negli anni della mia fiacca contestazione liceale, con tutta la retorica sinistroide pseudo-intellettuale da cui mi lasciavo bombardare, mi affollavano il cervello rendendo la televisione la fonte indiscussa di molti mali, se non proprio di tutti.<br />
Il 19 dicembre 2010, negli studi di Cologno Monzese, circondato da esaltati in estasi, tutti quei rigurgiti anti-televisivi si stavano riaffacciando, ma grazie a iMac e alla paura del suo giudizio riuscivo bene o male a tenerli a bada. Poi però ho detto: «Personalità televisive – una contraddizione in termini». iMac mi ha dato una carezza sulla gamba come se provasse pena per me.</p>
<p>Dopo due ore di attesa su delle panche scomodissime – anzi, dei cubi – finalmente comincia la trasmissione. È esattamente come deve essere: poche chiacchiere, tanta musica, balletti e performance automatiche. L’esibizione di Raf rievoca successi vecchi e nuovi. Silvan si produce in una magia che noi, dalla parte opposta dello studio, non riusciamo a vedere. I balletti tratti dai vari musical – la maggior parte dei flop, mi racconta iMac – sono delle danze da parco a tema Disney, i ballerini persi nel vortice di luci ed entusiasmo isterico del pubblico. Però l’esibizione più inquietante è quella dei Turbolenti, i comici di Zelig travestiti da Teletubbies, che non riescono a strappare una risata a nessuno e l’animatore deve sbracciarsi dal centro dello studio per farci capire che ci stiamo divertendo. Poi Valeria Marini che fa i soliti balletti in cui fa il verso alla Monroe; a un certo punto arriva Pamela di Non è la Rai che balla, pure lei, e ha un sorriso fisso spaventoso che sembra un’overdose di botulino; poi alcuni interventi di Platinette che canta e balla come se non fosse se stessa; Patrick e Serena della quarta edizione del GF che fanno una gag di difficile lettura con una scarpa di Platinette; Angela Melillo, vincitrice del reality La Talpa, che fa l’ennesimo balletto in cui viene sollevata da ballerini veri; Eva Henger che mangia e beve come fosse a casa sua; Brando Giorgi che sfoggia una maglietta provocatoria con su scritto «È fame di pane ma soprattutto&#8230; è fame d’amore! Buon anno» e che poi, ed è davvero il clou della serata, durante una pausa dice rivolto a noi del pubblico: «Ricordatevi, nella vita contano solo due cose: l’amore e la fede».<br />
«Grazie, Mediaset!» risponde iMac scoppiando a ridere accanto a due ragazze con gli occhi lucidi.<br />
Alla mia destra una signora sui settanta applaude Brando Giorgi, o il fatto di essere lì, o applaude alla vita. La guardo turbato, lei mi guarda piena d’amore.<br />
«Non ho mai visto nulla del genere» dico.<br />
«Io è la quinta volta che vengo con mia figlia» fa, indicando la signora sovrappeso accanto a lei.<br />
«Che invidia&#8230;» faccio, e poi aggiungo che i ballerini sono tutti bravissimi.<br />
«Sì», la signora è d’accordo con me. Segue una breve rissa per accaparrarsi i cappelli coi lustrini che dovremo indossare a mezzanotte. Alcuni operatori dello studio li lanciano tra il pubblico come allo zoo con le noccioline per le scimmie.<br />
Durante un’altra delle pause tra un blocco e l’altro il cheerleader si assicura che nessuno si stia disidratando annunciando che al termine delle registrazioni ci sarà uno dei buffet per cui è famosa Mediaset. Siamo seduti da cinque ore. Apparentemente solo iMac e io abbiamo fame, sete e mal di schiena. Gli altri, gli habitué, sono tutti ben svegli. Uno di loro, che indossa un cappello da cowboy ed è stato particolarmente rumoroso nel corso della trasmissione, si lancia su di me quando nota che Valeria Marini si è avvicinata alle postazioni di Brando Giorgi e Melita Toniolo e vuole a ogni costo farsi una foto con lei. La chiama numerose volte: «Valeria! Valeria! Valeria! Valeria! Valeria! Valeria!» e quando quella si avvicina, guardando altrove e scattando foto al pubblico e all’aria con la sua macchinetta, come se davvero stesse vedendo qualcosa, lui mi passa il suo apparecchio intimandomi di scattare, rendendomi così suo complice. Perdo qualche istante per togliere lo zoom e Valeria già si allontana, lui la prende male e mi ringhia «E che cazzo!»: per lui la cosa evidentemente ha molta importanza. Vari «Valeria!» dopo, quando questa donna colossale, rimbalzando da un lato all’altro della nostra porzione di studio come la biglia enorme di un flipper immenso ricapita vicino a noi, riesco finalmente a scattare la foto e l’uomo sembra soddisfatto del risultato. iMac si congratula con me: «Se non ci riuscivi stavolta quello ti ammazzava».<br />
E poi arriva il momento del conto alla rovescia. Lo facciamo con Barbara, Platinette, una giornalista di Studio Aperto devastata dalla chirurgia estetica, i musicisti dell’orchestra e i loro classici, le loro hit, ci teniamo per mano e siamo pronti a saltare felici, a baciare tutti e a farci gli auguri. L’animatore ci ha ordinato di essere credibili. Allo scoccare dell’ora una tempesta di cartoncini lucidi e colorati esplode nello studio, la musica arriva a un livello insostenibile e così le grida di tutti, del pubblico non pagato e dei professionisti dello spettacolo che sanno gestire la finzione perché gli dà il pane – tutto si riflette su tutto e questa messinscena del festeggiamento con dodici giorni d’anticipo riesce a rendersi credibile in qualche oscuro e chiassoso modo, al punto che gli abbracci della gente sembrano sinceri e l’entusiasmo non posticcio. Chissà per la gente a casa.<br />
Se hai guardato Capodanno 5 in televisione e l’hai fatto con attenzione, anziché brindare a mezzanotte e augurare buon anno ai tuoi cari, forse hai notato, in mezzo ai lustrini e alle ballerine di samba, due figure immobili coi capelli pieni di coriandoli luccicanti. Quelli eravamo iMac e io. Brando Giorgi ballava con Eva Henger, noi comparivamo a intermittenza dietro di loro. Intorno a noi mostri famelici con le macchinette fotografiche, i cappellini a punta e i finti boa di struzzo. Hai notato che noi non ci muovevamo di un millimetro? Non eravamo atterriti dalla finzione, non stavamo facendo gli snob, ma, a differenza degli altri del pubblico, quelle creature entusiaste e assurde, dopo tutte quelle ore avevamo fame ed eravamo davvero molto stanchi. Così stanchi che al buffet, quando iMac mi ha chiesto di fargli uno scatto insieme a Pamela di Non è la Rai, la foto è venuta male. O era la realtà (se così si può dire) a essere sfocata?</p>
<p><a href="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/tutti_in_piedi_per_barbara.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3028" title="tutti_in_piedi_per_barbara" src="http://www.collacolla.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/09/tutti_in_piedi_per_barbara.jpg" alt="" width="450" height="362" /></a></p>
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		<title>Cosa resterà di questi anni ’90 Flavio Santi</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 11:34:02 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La vita non è sabbia, è ancora più sottile, ti sfugge via come&#8230; come acqua. Sì. Come acqua.<br />
Non sono uno che ama i ricordi, e poi quanti se ne possono avere a trentasette anni? ma oggi sono un fiume in piena, non mi era mai capitato.<span id="more-733"></span>Sono qua, sdraiato sul letto della mia stanza a cercare di digerire il kebab di ieri sera e a non pensare a certe cose. E intanto in un angolo del mio cervello una vocina mi ripete ipnoticamente: Monica Vitti non sarebbe diventata l’attrice che è se avesse conservato il suo vero nome, Maria Luisa Ceciarelli. Che oscenità. Così poteva al massimo aspirare ai mercati generali, all’ortofrutta. «A Ceciarè&#8230; A sora Ceciarè&#8230; ’Namo Ceciarè&#8230;»<br />
Avessi avuto un bel cognome ringhiante come Oppressore o Terribile… invece con questo qua, Mangialardo, che figura ci facevo ogni volta che avevo un colloquio di lavoro. Già un miracolo che ero riuscito a rinviare di quasi tre anni quel momento. Tre anni dal primo e unico esame che provai a passare, dico, quel famoso diritto privato con scena muta. Grandioso. Poi anche quei tre anni passarono, senza portare niente di esaltante, fu come un buco nell’acqua, alla fine dell’università ho un ricordo sbiadito, scartavetrato, e mi ritrovai di colpo una primavera a dover compiere ventisei anni. Da quasi un anno non seguivo più le lezioni. Finché andavo a Milano alla biblioteca di dipartimento la cosa non mi pesava, ero in mezzo a nullafacenti come me, ma quando me ne stavo a casa tutto il pomeriggio nella mia stanza, circondato da gente come mia madre e mio padre che lavoravano e mi mantenevano, sentivo che c’era qualcosa che non andava. A casa dovevo fingere di studiare e fare quelle cose che fa uno che studia: stare in camera tutto il pomeriggio, uscire solo per una rapida merenda, e poi la sera per cena. La sceneggiata durò ancora qualche mese, poi mollai. Allora non esisteva neppure il Cepu, sennò mi prendevo un tutor e avrei potuto resistere ancora un annetto a occhio e croce. Mai avuto grosse aspirazioni. Neanche grandi. È una mia fissa, ma ci tengo a distinguere tra grosso e grande. Grosso ha a che fare con i soldi, grande è quando sei povero ma per uno di quei paradossi che fanno così bella la nostra società hanno stima di te. (Sulla stima poi ci sarebbe un lungo discorso da fare, perché di solito chi è stimato non va avanti di un solo millimetro, la stima è la cosa peggiore che possa capitare se si vuole fare carriera: uno, infatti, se ha il successo non ha la stima, e viceversa). Non a caso si dice pezzo grosso, non grande.<br />
Quindi, una volta chiarito l’equivoco, che non ero adatto allo studio, in mancanza di meglio cominciai a leggere le inserzioni sui giornali. Non avendo particolari ambizioni pensavo che qualsiasi lavoro mi sarebbe andato bene. Illuso. Mi scoprii più schizzinoso del previsto.<br />
Ci misi più di due mesi prima di trovare qualcosa che credevo adatto a me. Che sofferenza. Il lavoro. Angoscia. Soffoco. Come mi sarebbe piaciuto addormentarmi e dormire fino al momento che mia madre mi avrebbe svegliato, dicendomi: «Titti, dai, svegliati, c’è il lavoro giusto per te». In mancanza di tutto questo dovevo arrangiarmi. Le valutazioni sull’idoneità o meno a un lavoro le facevo in maniera molto vaga, non avendo mai lavorato. Ma sapevo che muratore, tornitore, bitumatore, lastricatore, tutti i lavori che finivano in -ore, richiedevano qualcosa che proprio con -ore faceva rima e che preferivo lasciare al suo posto, sotto le ascelle: il sudore. Io il lavoro lo immaginavo senza l’apporto del sudore. Insomma un lavoro da fare seduto e non in piedi, un lavoro dove si parlasse con la gente, un lavoro pulito che non sporca. Era estate, il culmine dell’estate, agosto, e cercare qualcosa, qualsiasi cosa che non trovi, d’estate è una delle torture più logoranti, il giorno chiaro che contrasta col tuo umore nero, tutti sperano che le giornate durino il più a lungo possibile, mentre tu non vedi l’ora di andare a letto. Un tormento. E poi l’inchiostro dei giornali che si appiccicava alle dita, lasciando minuscoli tatuaggi, forse misteriosi I Ching. Avessi saputo interpretarli mi avrebbero indirizzato sulla retta via? Chissà&#8230; nel soggiorno un angolo del divano venne presto invaso da pile di giornali: era riservato alle mie ricerche e non l’abbandonai finché il mio occhio non si posò su un avviso, finalmente il primo che mi convincesse almeno un po’: Cercasi cassiere presso grande supermercato di Milano zona Porta Vigentina. Anche primo impiego. Telefonare 0234567. Forse avevo trovato qualcosa di adatto a me, che se non altro ne valesse la pena. Ecco la parola magica: «valere la pena». La accendiamo? Ma sì, accendiamola. Dovevo provarlo, ma già il fatto di averlo trovato era un progresso. Ed era quello che volevo: un lavoro pulito, da stare seduti e parlare con le persone. Comunque era da provare. Per la prima volta da mesi andai a letto sereno.<br />
La notte passò come una lavatrice senza centrifuga. Prima di addormentarmi pensai a quella volta che a dieci anni mi ero chiesto cosa avrei fatto a diciassette, diciotto anni, e poi a venti, trenta, e non avevo risposte, solo la sensazione di avere un buco nello stomaco. Per quanti sforzi facessi, non riuscivo neanche a immaginarmi fisicamente: c’è gente che a vent’anni perde i capelli, to’, avrei potuto almeno pensare a una cosa del genere. Invece niente. Buio. Vuoto. Nada de nada. Adesso vent’anni li avevo passati, e di molto, i capelli li avevo ancora tutti interi, dico, ma per il resto ancora quel buco nello stomaco come a dieci anni&#8230;</p>
<p>***</p>
<p>L’indomani telefono. Mi comunicano la data del colloquio. È alcuni giorni dopo. Bene. Sono emozionato. La vita mi scorre davanti. Non parto per il fronte, non devo andare a morire, eppure la vita, questa stronza, non può fare a meno di scorrermi davanti. Il primo schiaffo di mio padre, le scuole elementari e le minacce che per gioco io e Massimiliano facevamo ai bambini più piccoli di noi, ma solo per gioco, i baci sulle guance alle compagne di scuola, la prima cotta, le seghe sui postalmarket, i cazzoni disegnati sui diari.<br />
Arriva il giorno fatidico. Per il primo colloquio di lavoro della mia vita mi vesto sobriamente: camicia bianca a maniche lunghe, nonostante il caldo è più seria, pantaloni di flanella, scarpe di similpelle scamosciata senza calzini. Non so cosa aspettarmi. Intanto sono io che devo chiedermi cosa posso fare: sorridere né tanto né poco. Più che altro annuire. Salgo sul treno, faccio la tratta prevista, prendo la metro, arrivo, sbuco da sottoterra, tutti gesti che facevo andando all’università. Mi viene un po’ di malinconia. Sto diventando adulto?, mi chiedo allarmato fissando un uomo di mezza età che mi viene incontro. Se mi aspettavo una risposta da lui, ho sbagliato di grosso, priorità sbagliata. Mi devo concentrare sul supermercato, che è vicino al Parco Ravizza, a due passi dalla Bocconi.<br />
Trovo già un po’ di gente ad aspettare: sono in ritardo? eppure per sicurezza ho preso il primo treno del mattino&#8230; no, non sono in ritardo, mi assicurano. E se fingessero per farmi fuori? Ma adesso ho altro a cui pensare: sarà l’agitazione, sarà il freschetto mattutino, comunque mi scappa. Sento la punta del pisello battere nella speranza di farsi aprire. Trattenerla sarebbe peggio, potrei arrivare sciolto nel sudore e negli spasmi. Mi allontano. Mi inoltro nel Parco Ravizza. Cercasi albero libero, possibilmente lontano da occhi indiscreti, fusto largo, chioma ampia, un leccio o un faggio. Trovo qualcosa di simile, non ha esattamente il pedigree richiesto, ma va bene lo stesso. Sono una tanica al limite della capienza. Lo estraggo gonfio di piscia e do inizio alle danze. Clop&#8230; clop&#8230; lo zampillo del fontanone di Trevi&#8230; clop&#8230; clop&#8230; la cascata delle Marmore, quella che si studia alle medie, «formata dal fiume Velino che si getta nella Nera precipitando per 165 m. Viene utilizzata per la produzione di energia elettrica». Siamo fatti per il 70% di acqua, adesso si sente. In momenti del genere lo sguardo si alza grato al cielo, come per ringraziare il Padrone del Gran Supermercato, quello vero, che possiede tutte le filiali e controlla lo smercio di ogni cosa, ringraziarlo di averci dotati di quel pratico ugello. Ma quando riabbasso lo sguardo, cambio di colpo idea sulla sua praticità: il getto era troppo vicino, gli schizzi, rimbalzando sulle radici scoperte, hanno macchiato la flanella dei pantaloni con tanti, tantissimi puntini. Ho dei pantaloni con macchie di piscio piuttosto evidenti e fra qualche minuto inizieranno a chiamare. Cosa ho fatto per meritare tutto questo? Calmo. Restare calmo. Ricordi? Sorridere né tanto né poco, più che altro annuire. L’odore acre dell’urina sale dal basso: si sente che mi sono pisciato addosso. La flanella è chiara, i puntini sono visibili, ce ne sono di ogni dimensione, sembrano ceci, per fortuna è una bella giornata di sole, il caldo li farà evaporare ma sarà un lavoro lento e prima che finisca qualcuno li avrà comunque notati. Anzi mi stanno già addosso con gli occhi, non mi fissano all’altezza del viso, mi puntano i piedi, soprattutto una biondina che sghignazza con la compagna lentigginosa.<br />
Poi cominciano le danze. I colloqui si tengono in una stanzina all’interno del supermercato, dietro il bancone del salumiere: c’è chi resta fuori, fa un bel calduccio, chi si allontana per un caffè, e chi decide di stare ad ascoltare gli avversari, sì il colloquio è a porte aperte, qualche faccia stupita, ma poi si capisce: c’è un vento nuovo, il vento di Tangentopoli, più trasparenza negli affari, più fatti e meno lusinghe, siamo tutti sorvegliati, anche se poi chi vuole sentire lo mettono su una panca così lontana da quel tavolo e quelle sedie, centro delle decisioni, che può fare tutto, anche le cose più indecenti, mollare scoregge proibitive, ruttare, tutto tranne quello per cui si era scomodato, cioè ascoltare il colloquio.<br />
Non sono il primo. Meglio. L’unico vantaggio di un cognome così è che di solito non sei mai il primo.</p>
<p>***</p>
<p>Ma viene presto anche il mio turno.<br />
L’incaricato della selezione assomiglia a Peter Ustinov nel film su Nerone, stessa insignificante corona di peli neri intorno all’ovale del viso, stesso sguardo da doposbronza non ancora smaltita. Si vede che non ha voglia. Cerca di non sbuffare ma gli scappa. Mi fissa perplesso. Scuote la testa. Non ci siamo, starà pensando. Mi chiede il nome. Glielo dico.<br />
«Mangialardo, Mangialardo&#8230; Perché dovrei pigliare proprio te?»<br />
Cerca di mettermi in imbarazzo. Fossi capitato l’anno prima avrei trovato il posto già assegnato, i socialisti del sindaco Pillitteri non scherzavano, ma adesso era in corso il repulisti di Di Pietro, Milano tremava, la Lega Nord non andava per il sottile, minacciando una rivoluzione con tanto di campanacci e fiaccolate. Un mese prima Raul Gardini si era sparato alla tempia destra e il rumore della sua calibro 7,65 rimbombava ancora per i palazzi della Milano da bere.<br />
Dovevo sfruttare quella combinazione fortunata.<br />
«Dammi un solo buon motivo e io ti assumo.»<br />
Non è che gli sto simpatico: quella domanda la fa a tutti. Le doti del cassiere dovrebbero essere velocità, spigliatezza, buon umore e un po’ di furbizia. Prima di rispondere mi volto indietro per guardare i miei concorrenti, fatti accomodare a parecchi metri di distanza su una panca: sono una dozzina, ma non vedo su nessuno di loro un benché minimo segno di quelle doti. Dovrei farcela. Non capisco se gli aspiranti sono in tutto quella dozzina, o ci hanno scaglionati, una dozzina al giorno. In ogni caso gli ripeto la filastrocca del cassiere: «Un cassiere deve possedere velocità, spigliatezza, buon umore e un po’ di furbizia». Usare possedere per avere fa sempre impressione, è indice di serietà e buona preparazione.<br />
Sembra divertirsi. Però, quando mi ci metto sono proprio bravo&#8230;<br />
La sparo grossa. Grossissima. «Sa, ci tengo molto a questo lavoro. Mi serve. Ho una famiglia da mantenere, siamo in cinque fratelli, tutti più piccoli di me e senza lavoro, mio padre è malato e mia madre fa le pulizie quando può.» Si fa serio. Annuisce alle mie balle.<br />
«Sarebbe una boccata d’aria, soprattutto adesso che l’Italia sta cambiando&#8230;» continuo io.<br />
Certo, l’Italia sta cambiando, ma il mio sistema è infallibilmente italiano: essere schifosamente umili con i potenti. Mos italicus. L’avevo anche studiato in diritto. Certo, quella era la mia interpretazione. Paga sempre. Soprattutto adesso con Tangentopoli e la caccia alle streghe, confortare i potenti paga ancora di più: proprio nel momento in cui ci si sente autorizzati ad attaccarli, mostrargli quel rispetto che sentono di stare perdendo, li inorgoglisce. Da quel giorno ho imparato che spergiurare è un sistema infallibile. Gli esseri umani non meritano trattamento migliore.<br />
«Testina, mi piaci&#8230;» Si sta addirittura commuovendo. Sento che dietro la piccola folla di concorrenti rumoreggia, il tipico brusio di disapprovazione. Ci sarà anche qualcuno che scuote la testa, me lo immagino. Penseranno: «Ecco il solito raccomandato», e invece no, sbagliano, semplicemente ho usato una delle doti del cassiere, la velocità unita a una certa furbizia. Peggio per loro se non hanno imparato niente dalla vita, neanche a stare a galla come stronzi.<br />
Così ottenni quel posto. Il mio primo posto di lavoro. Dietro una cassa, con un camice bianco (il bianco trasmette un’idea di igiene e ordine, così mi spiegarono), a battere prezzi e scontrini, a dare il resto. Per uno che voleva essere un cazzone, era un buon risultato. Sputateci.</p>
<p>***</p>
<p>Faccia da Ustinov scoprii poi essere, com’era abbastanza ovvio, il direttore del supermercato. Altrimenti detto ragionier Farina, naturalmente cavaliere del lavoro, come da pergamena incorniciata e appesa nello studio dietro il bancone del salumiere, era il tipico leghista primi anni ’90: sfinito da quarant’anni di DC, dalle smorfie e i passetti di danza di gente come De Mita, Rumor, Goria, Fanfani, votati per puro quieto vivere, non poté credere ai propri occhi quando vide nascere un partito che parlava come la gente normale, cioè un pessimo italiano rancoroso, un partito della rabbia, di chi non ne poteva più. L’aveva abbracciato con il trasporto fideistico degli amori senili. E anche un po’ feticistico. «Come tornare a scopare dopo quarant’anni di astinenza forzata, uè!» e per lui che, scapolo, era sempre andato a puttane doveva essere un nobile pensiero. Veniva dalla Val Brembana, da Bracca, ed era fiero di poter dire «Uè, noi eravamo ancora nelle caverne quando voi laggiù in pianura vi inculavate già e vi piaceva neh? Siamo gente sana noi delle Alpi Orobie, casa, famiglia e danè!»<br />
«Pizzicami, pizzicami&#8230; non ci credo ancora» diceva a Silvano, detto Ano, il commesso scemo, ogni supermercato ne ha uno, non ho mai capito se per legge o per altre questioni legate a equilibri psichici, visto che Ano faceva anche da parafulmine e si beccava gli sfoghi e le incazzature di tutti quanti, clienti compresi. Comunque appena lo vedeva attaccava con quella storia, che gli sembrava un sogno, che pregava Ano di provare a pizzicarlo per vedere se si svegliava ecc. Se allora Bossi avesse detto «Rivoluzione!», rivoluzione sarebbe stata.<br />
«Testina, la serietà è un optional, e non dei più richiesti, credimi.»<br />
Di fronte al mio silenzio continuava: «Chiedimi perché ti ho preso». Pretendeva che glielo chiedessi.<br />
«Perché mi ha preso?»<br />
«Somigli a mio genero.»<br />
«Grazie.»<br />
Si irrigidiva. «Uè, l’è mia un cumpliment, testina. È che l’idea di avere il mio genero sotto le mie grinfie, uè, mi arrapa, e io faccio, come se ciama?, aiutosi, te capì?»<br />
«Autoipnosi…» Ecco a cosa era servito il greco del liceo. A correggere un montanaro di Bracca.<br />
«Sì, chel lì. Mi dico che tu sei il mio genero, che lavori per me, mi dai sempre ragione, che sei la mia scimmietta. Però giù le mani da mia figlia, te capì?»<br />
Portava i pantaloni tipo acqua alta a Venezia, che lasciavano intravedere la fine dei calzini rigorosamente bianchi arrotolati e l’inizio dello stinco peloso. Dava del tu a tutti, come un imperatore romano ai suoi servi. Dava del tu a tutti i clienti, quando si affacciava dallo studio dietro il bancone del salumiere.</p>
<p>Subentravo a un tale di nome Gianni che andava in pensione, un uomo non molto sveglio ma mite e pacifico, che vidi una sola volta, quando venne a salutare il padrone. «Non sono certo qua per comprare il prosciutto» mi disse presentandosi. «Oh no, qua è troppo caro», il che la diceva lunga sul tipo di clientela che dovevo servire: ricche borghesi mogli di imprenditori, amanti di dirigenti bancari, cameriere esigenti, più aristocratiche dei loro padroni.<br />
Comunque non è difficile far funzionare un registratore di cassa. Pensavo peggio. Avevo anche un collega, Casimiro, detto Miro, più o meno la mia età, non gliela chiesi mai e lui non se la sentì mai di dirmela. Non parlava molto. Era magro come la Linea, l’omino della Lagostina. Se un collega coglione poteva anche starmi bene (in futuro ne avrei avuti tanti), invece che non ci fosse neanche una cassiera, nessuna femmina, un po’ mi rodeva, soprattutto perché di solito le cassiere sono carine, e chissà avrei potuto anche tirarci fuori una storia.<br />
Così senza distrazioni a volte mi assopivo alla cassa, c’erano momenti, che potevano durare anche ore, in cui non entrava nessuno, poi una vocina interiore, come una voce di bambina, mi svegliava: «Tiziano!»<br />
Ma poi c’erano loro, i bostoniani. I bocconiani erano detti così, i bostoniani, dalla città di Boston, per quel loro stile molto Nord America, raffinato ma freddo. Allora la Bocconi la facevano solo i ricchi, non come adesso che grazie a borse di studio anche qualcuno meno fortunato può entrarci. Certo è sempre un povero contro novantanove ricchi, ma meglio di allora che erano cento ricchi su cento, e avere a che fare con cento ricchi era peggio che morire immersi nella sabbia del Sahara con la testa schiacciata da un elefante in corsa. Venivano perlopiù a metà mattina e a metà pomeriggio, per la famose sieste tra una lezione e l’altra. Entravano in gruppi rumorosi, e il rumore aumentava quando vedevano un ragazzo come loro, cioè io, alla cassa: ci tenevano a sottolineare le differenze sociali, come a dire «Tu povero plebeo, essere inferiore, insetto, negro, ebreo, stai qua a lavorare ed è il massimo che puoi fare, a noi che ce la spassiamo ci aspetta un futuro in technicolor da fantamiliardari senza neanche tanta fatica». E infatti passando per gli scaffali, indecisi sulla merendina da comprare, non parlavano, urlavano, in modo che anch’io in fondo al locale potessi sentirli, urlavano in un misto molto snob di italiano e inglese: «Il prossimo week vado a Courma, qualche day lontano dagli stress&#8230;.», «Non mi parlare di stress, caro, questo esame mi mangia vivo&#8230;», «Vacanze, cari, ci vogliono un po’ di vacanze, ce le meritiamo&#8230;», «Io sono ancora indeciso tra Sharm e Ibiza». Avevano questo modo di chiamarsi, «caro», che era molto da busoni, se poi ci si metteva anche la erre moscia era la fine: ragazze, ce n’erano poche, e così il quadro era completo. Io dalla mia postazione che potevo fare? Nonostante mi vedessero tutti i santi giorni non mi salutavano mai, né entrando né uscendo. La cosa era ancora più scandalosa uscendo, perché mi passavano davanti, io gli battevo il prezzo e loro mi davano i soldi. Finito. Né «grazie» né «ciao» né «buon giorno» né, ancora meno compromettente, «arrivederci», che poi era la verità, ci si vedeva l’indomani. Neanche quando mi davano un cinquantone per pagare un sacchetto di patatine San Carlo da duecento lire, lo facevano per umiliarmi, dicevano «Sorry, ho solo pezzi così», lasciando intendere che il loro portafoglio doveva traboccarne ogni giorno di più, il mio stipendio mensile loro se lo facevano passare per le mani ogni giorno, era la paghetta settimanale.</p>
<p>***</p>
<p>Dovevo vendicarmi.<br />
All’inizio, ogni tanto, battevo dei prezzi gonfiati, raddoppiati, triplicati, una volta anche centuplicati, non se ne accorgevano, non facevano la spesa, non sapevano i prezzi, non ci facevano caso, e anche se se ne fossero accorti avrebbero trovato molto volgare scendere a contrattare il prezzo. Per dei futuri economisti la cosa era inquietante. Sono passati più di dieci anni, adesso si saranno sistemati, magari alla Cirio o alla Parmalat. Mio padre non ha tutti i torti quando dice che le finanze in Italia andrebbero messe nelle mani delle casalinghe, delle massaie o dei piccoli bottegai, non di questi superlaureati con la supercazzola, che non hanno cervello.<br />
Smisi quasi subito, perché così facevo arricchire il ragioniere Farina. Allora era molto sbomballata nel flipper della mia mente questa battutona: non sarebbe stata farina del mio sacco (capito? farina-Farina&#8230; me la tenevo per me, sperare di far ridere gli altri – ma poi chi? il mio collega Miro? per piacere&#8230; – con una stronzata del genere era come illudersi di far cagare un superstitico cronico solleticandogli le chiappe).<br />
Comunque dovevo vendicarmi. E per bene.<br />
Avevamo un angolo panificio: ai bostoniani non poteva fregare di meno di filoncini, panini all’olio, rosette, pane pugliese, ma c’erano i bomboloni. I bomboloni, i bei, grassi bomboloni ripieni di crema gialla, con quella bella gobba imbiancata di zucchero a velo. Quei bomboloni sembravano tanti grassi prelati ben pasciuti. Venivano infilati in sacchetti di carta bianca, io ci infilavo la mano dentro, come per accertarmi della loro reale esistenza o che fosse uno anziché due, li trafiggevo sempre sorridente, battendo veloce con l’altra mano lo scontrino. Ed ecco come mi preparavo. Uno stuzzicadenti. Usavo un normalissimo stuzzicadenti che trovavo sugli scaffali, i mitici Samurai. Verso le dieci, dieci e mezzo, dipendeva dal flusso dei clienti e se ero solo o c’era anche Miro, avevo il mio «conclave» in bagno (andavo a «svernare», come diceva il ragioniere Farina): con l’aiuto dello stuzzicadenti la materia molle si modellava benissimo sulle unghie. Sembrava pongo. Il pongo. Un altro mito dell’infanzia sverginato, smagnetizzato. Fu proprio maneggiando il pongo insieme alla compagna d’asilo vicina di banco che ci piaceva tanto che intrecciammo per la prima volta le nostre manine alle sue, e se ne fossimo stati capaci quella sarebbe stata la volta della prima eiaculazione precoce. E sempre maneggiando il pongo sperimentammo, poveri cuccioli di uomo ancora innocenti, la prima dipendenza, prefigurando con decenni di anticipo chi le morse del tabagismo, chi quelle dell’alcol, chi quelle di genitori o mogli isterici, o molto più semplicemente dipendenze televisive, sessuali, meteoropatiche. Sistemavo la materia molle sulle unghie della mano sinistra, la destra la tenevo libera, mi serviva per battere sulla cassa. Funzionò? Ma insomma loro erano belli e bravi, un pezzetto di merda in pancia non avrebbe certo ostacolato la brillante carriera che li aspettava. Verso le undici, undici e un quarto arrivavano i primi bostoniani. Ricordo una settimana dove non ci fu giorno che non battessi scontrini di bomboloni e infilassi mani nei sacchetti: certo, era una vendetta muta, senza possibilità di riscontro, non è che potevo andare nei loro lussuosi appartamenti di corso Buenos Aires o Foro Bonaparte e pretendere di entrare nel cesso proprio quando vomitavano o nelle loro camerette quando si scoprivano un febbrone a 39, l’intestino depredato dai coli fecali. O scoppiava uno scandalo, tanto l’Italia di quei tempi era sempre in vena di scandali, malaffari, oppure io non ne avrei mai saputo nulla. E se i bostoniani, appena usciti dal supermercato, se ne accorgevano e buttavano via il dolce? Non credo, perché erano sempre gli stessi che prendevano i bomboloni: no, non se ne accorgevano. Ho messo della merda nel sangue di un’intera generazione di economisti, direttori di istituti di credito, banchieri, broker, consulenti. Adesso la mia merda circola nel sistema arterioso di un rampante riccastro di Milano, di qualche sottosegretario alle Finanze. Lo sfascio dell’Italia, la manovra sbagliata dell’euro sono forse anche colpa mia. La mia merda, che fa avanti e indietro come un bravo pendolare per la safena e la giugulare, forse ha infettato il cervello di qualche pezzo grosso, anche perché rispetto a quella degli altri non credo abbia particolari virtù, che so una maggiore digeribilità o una più facile assimilazione, dovrebbe avere più o meno lo stesso grado di acidità e di tossicità. Da bambini mi ricordo si diceva che chi la mangiava moriva all’istante. Altro mito da sfatare, e questa volta lo faccio con piacere: una volta riempimmo di merda di piccione la bocca di Lele, un povero handicappato che stava in classe con noi, lui se la mangiò tutta, gli dicemmo che era cioccolata bianca, e non è morto, lo vedo ancora oggi, certo è messo male, in carrozzella, ma è vivo. Non conta questo: vivere o morire?</p>
<p>Poi un giorno, mentre ero in trepida attesa di qualche segnale, erano ormai mesi che battevo scontrini e infilavo mani nei sacchetti, Faccia da Ustinov mi si piantò davanti. Aveva qualcosa di infernale in faccia e me lo confermò di lì a qualche secondo: voleva spiegazioni su una confezione di Samurai trovata aperta. Gli stuzzicadenti. Quindi era vero quello che mi dicevano Ano e Miro. E io che avevo sempre creduto che scherzassero. Lui passava davvero a controllare ogni singolo prodotto esposto nel suo supermarket, verificava se era sigillato per bene, naturalmente non gli interessavano le date di scadenza, anzi quelle se riusciva le modificava, ci faceva mettere sopra un nuovo bollino falso, era l’incolumità del prodotto a preoccuparlo.<br />
«Fino a prova contraria il responsabile della merce sei tu, bel fulèt.»<br />
Per me era una novità, doveva essersela inventata lì sul momento. Pensai solo: «Cristo».<br />
«Uè, noi in Val Brembana siamo no abituati ai ladri.» Ecco gli strascichi di Mani pulite: accusare chiunque con il solo sospetto. Questa era l’unica lezione che la Lega aveva trasmesso ai suoi discepoli.<br />
Pensai di nuovo: «Cristo». Ero come un distributore inceppato, continuavo a buttar fuori sempre la stessa cosa, sempre la stessa parola: Cristo, Cristo, Cristo&#8230;<br />
«Uè, chi vuoi prendere in giro, bel fulèt? Qua sulla scatola», e mi agitava a pochissimi centimetri dagli occhi una confezione, «c’è scritto contiene duecento stuzzicadenti. Uè, li ho contati, saranno sì e no cento. E gli altri cento, bel fulèt?»<br />
Era andata così: in quei mesi, preso dalla foga delle vendetta, avevo sempre usato la stessa confezione di Samurai, invece di diversificare. Naturalmente, non essendo la manna dal cielo, pian piano si era svuotata.</p>
<p>Ah, dimenticavo: mi hanno licenziato.</p>
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		<title>VentunodicembreMaura Gancitano</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 11:33:48 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Al terzo seminario sulla Merkabà, Salvatore non era riuscito a capire come fosse fatto un doppio tetraedro, figuriamoci se riusciva a visualizzarlo. Perciò tutte le mattine, prima di aprire il negozio, dedicava mezz’ora alla meditazione. <a title="VentunodicembreMaura Gancitano" href="http://www.collacolla.org/?p=1919"><span style="color: #888888;">Continua a leggere</span></a></p>
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		<title>I signori MurenaGiuseppe Zucco</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 11:32:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo non guardavano la televisione di sera. Lei aspettava che il marito rincasasse, allora sedevano a tavola. Prima di iniziare, spiegando la stoffa bianca sulle gambe, lui chiedeva sempre se Carlo avesse mai chiamato. <a title="I signori MurenaGiuseppe Zucco" href="http://www.collacolla.org/?p=1916"><span style="color: #888888;">Continua a leggere</span></a></p>
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		<title>KopRenato D&#8217;Urtica</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 11:31:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La bambina era semisdraiata sul divano in cucina, avvolta in una coperta. Aveva un po’ di febbre e si sentiva accaldata e debole. Teneva sotto il braccio un orsetto di peluche giallo dagli occhi di vetro. <span id="more-739"></span>L’orsetto era consunto e spelacchiato e una delle zampe posteriori qualche tempo prima era stata riattaccata al corpo con uno spago. Aveva pianto tanto quando si era staccata, ma poi la mamma aveva trovato un grosso ago ed un pezzetto di corda ed aveva risistemato la zampa in un baleno. La bambina aveva smesso di piangere mentre la guardava cucire, poi aveva ripreso il suo orsetto e senza dire niente era andata a sedersi al buio, nel corridoio.<br />
Nell’altra mano teneva un biberon di vetro pieno a metà di acqua zuccherata, dal quale di tanto in tanto beveva, girando intorno a sé uno sguardo attento e quieto. La mamma lavava i piatti, in piedi vicino all’acquaio. In casa non c’era nessun altro. La bambina bevve ancora un sorso di acqua e zucchero e liberò dalla coperta un braccio, allungandolo in direzione della parete di fronte. Indicò una scatola di detersivo posata sulla mensola. «Kop» disse.<br />
La mamma si voltò verso di lei con un sorriso. «Che hai detto?»<br />
La bambina non si era mossa, il braccio teso e l’indice puntato verso la scatola blu. «Kop» ripeté.<br />
La mamma si asciugò le mani nel grembiule. «Kop?»<br />
La bambina fece sì con la testa.<br />
La mamma spostò la coperta e le tese la mano. «Vieni» le disse. Davanti alla mensola le indicò un’altra scatola, rossa e verde. «E questa?»<br />
«Aiax.»<br />
Indicò la porta del frigo.<br />
«Frigor.»<br />
La bambina iniziò a pensare che stava per arrivare una bella sgridata e abbassò il capo, ma la mamma non sembrava arrabbiata. Tenendola per mano la condusse nel corridoio, davanti alla libreria. La bambina dovette piegare la testa per guardare le scritte sui dorsi allineati, ma uno dopo l’altro lesse i titoli. «La Divina Commedia.» «La Gerusalemme Liberata.» «Sogno di una notte di mezza estate.» «Delitto e castigo.» Alcune parole dovette pronunciarle lentamente, erano difficili e non ne conosceva il significato, ma non ne sbagliò quasi nessuna.<br />
Tornarono in cucina e la mamma si chinò. «Ma quando hai imparato?»<br />
La bambina non sapeva cosa rispondere, si divincolò e risalì sul divano infilandosi sotto la coperta. Afferrò il biberon e bevve una lunga sorsata. L’acqua e zucchero le piaceva molto.</p>
<p>Più tardi sua sorella arrivò da scuola e la mamma la informò eccitata. Lei aprì qualcuno dei suoi libri indicando delle parole. Ma i caratteri erano troppo piccoli e la bambina non riusciva a riconoscere le lettere.<br />
«Solo i titoli» disse la mamma, «le parole scritte grandi. Ha soltanto tre anni.»<br />
Per tutto il pomeriggio sua sorella la condusse in giro per casa e le fece leggere un mucchio di parole, incoraggiandola se esitava e correggendola dove sbagliava. Nel frattempo la febbre le era passata e non temeva più di essere sgridata.<br />
La sera, quando il papà rientrò dal lavoro, la mamma e la sorella gli raccontarono l’accaduto. Lui spiegò il giornale che aveva portato a casa e le indicò il titolo. In quel momento la bambina giocava con il suo orsetto seduta sul pavimento.<br />
«La Stampa» disse, e riprese a giocare.<br />
«Hai visto?» disse la mamma trionfante.<br />
Fu così che la bambina scoprì di avere imparato a leggere.</p>
<p>Nei giorni seguenti la mamma raccontò la novità ai conoscenti e nei negozi del quartiere. Era un quartiere popolare, ai margini della città, dove, mescolati agli enormi e anonimi palazzoni della periferia, esistevano ancora degli orti e qualche prato di erba spelacchiata. La bambina lesse le parole indicate dagli adulti incuriositi e intascò le caramelle e i dolcetti che le venivano offerti. Presto la notizia venne risucchiata nel vortice della consuetudine, come schiuma che scompare nello scarico di un lavandino. Ma la mamma conservava un comprensibile orgoglio, quando, ogni mattina, con la bambina faceva la spesa nei negozi del quartiere dopo che entrambe avevano accompagnato la sorella a scuola. Soprattutto le piaceva passare in latteria. La figlia della lattaia aveva dieci anni ed era considerata da tutti una grande intelligenza. Sulla scorta dei suoi successi scolastici, le sue insegnanti le avevano preannunciato un futuro brillante, e sua madre la chiamava «la cervellona». Ma da quando la bambina aveva imparato a leggere aveva smesso di vantarsi, e ciò procurava alla mamma un piacere non disgiunto da un caldo senso di rivalsa.<br />
La bambina preferiva di gran lunga la bottega del panettiere. La latteria era sempre fredda e le piastrelle bianche che rivestivano i muri a toccarle erano gelide. Invece nella minuscola panetteria faceva caldo – per via del forno sempre acceso nel retrobottega, le aveva spiegato la mamma – e il panettiere portava i calzoni corti anche in pieno inverno, con un buffo grembiule lungo e bianco annodato sui fianchi. Ma più di tutto le piaceva il cane del fornaio.<br />
«Ecco la nostra letterata! Lo vuoi un grissino?»<br />
La bambina allungò la mano. Il bastoncino mandava un buon profumo.<br />
«Oh, lo so chi stai cercando. Bill è in cortile. Vai a trovarlo.»<br />
In fondo al locale c’era una porta a vetri. La bambina manovrò la maniglia con una certa difficoltà ed uscì all’aria gelida. Il cane le venne incontro. Aveva dolci occhi marroni e il pelo liscio e chiaro, tranne sul muso dove diventava nero e morbido.<br />
«Bill» sussurrò la bambina. Spezzò in due il grissino e soltanto dopo che il cane ebbe mangiato la sua parte si decise a sgranocchiare la propria metà. La mamma diceva sempre che Bill era brutto da far paura con quel muso schiacciato, ma lei lo trovava bellissimo.<br />
La mamma si affacciò dalla porta a vetri. «Non vorrai restare qui fuori tutta la mattina. Andiamo.» Il cane si era ritirato nella sua casetta e osservava la bambina con uno sguardo mite, il muso poggiato sulle zampe.<br />
«Vieni sì o no?» La mamma fece qualche passo avanti, spazientita.<br />
La bambina mosse appena la testa, poi tornò a girarsi verso il cane. «Morte» disse, indicando un punto davanti a sé. Dalla bocca le uscì una nuvoletta di vapore.<br />
«Cosa?» chiese la mamma.<br />
La bambina restò immobile, con il dito puntato verso la casetta del cane. «Morte» ripeté.<br />
«Vieni via» disse la mamma prendendola per mano.</p>
<p>Piovve tutta la notte, la bambina udì gli scrosci violenti dell’acqua riemergendo a tratti dal sonno.</p>
<p>La mattina dopo il sole era caldo e brillante e le pozzanghere fumavano evaporando nell’aria tiepida. La bambina indossava un paio di stivaletti di gomma rossi, la mamma l’aveva autorizzata a camminare nell’acqua, a patto di non sollevare spruzzi. La neve ammucchiata vicino al marciapiede, residuo della settimana prima, si andava sciogliendo.<br />
Il campanello della panetteria tintinnò allegramente quando entrarono.<br />
«…in un momento, così, e senza neanche un guaito.» Il panettiere si asciugava gli occhi con un lembo del grembiule. Meccanicamente tese un grissino alla bambina. «Mia moglie ha pianto tutta la notte, nessuno dei due ha chiuso occhio. Non riusciamo a darci pace.» Scosse il capo e si soffiò il naso in un fazzoletto azzurro.<br />
«Ma che è successo?» chiese la mamma.<br />
«Il cane» spiegò una cliente. «È stato messo sotto dal camion che portava la farina.»<br />
«Il mio povero Bill. Così buono e intelligente.»<br />
«Oh, santo cielo!» esclamò la mamma. «Dove vai? Torna subito qui.»<br />
Ma la bambina era già corsa fuori. Un uomo stava ritirando la casetta del cane, della segatura sparsa a terra nascondeva a stento una larga macchia scura.<br />
«Bill?» domandò la bambina.<br />
L’uomo scosse il capo. La bambina fissò la segatura.<br />
«Quando imparerai ad ubbidire?» La mamma le sistemò il cappottino. «Andiamo a casa.»<br />
La bambina stringeva ancora in mano il grissino. Passando lo lasciò cadere intatto sopra un cumulo di neve sporca.</p>
<p>Qualche giorno dopo, rientrando a casa, la mamma e la bambina trovarono un grosso furgone parcheggiato davanti al palazzo. «Roberti, radio e tv» lesse la bambina sulla fiancata. In pantofole, l’inquilino del primo piano si affacciava dalla tromba delle scale.<br />
«Saluta il signor Valenti» disse la mamma.<br />
«Ciao piccolina» disse Valenti.<br />
Un operaio arrancava trasportando uno scatolone.<br />
«Ho comprato il televisore. Ero stanco di dovere andare al bar ogni volta che c’era un programma interessante.»<br />
«Complimenti» disse la mamma.<br />
«Più che altro l’ho preso per Lascia o raddoppia» aggiunse l’uomo. «E per i documentari sulla natura. Quelli sono proprio la mia passione.»<br />
«Piacerebbe anche a me» disse ancora la mamma, «ma che vuol farci? con due bambine da crescere i soldi non bastano mai.»<br />
Intanto il tecnico aveva raggiunto sbuffando il pianerottolo. Valenti si fece di lato indicando la porta spalancata. «Da questa parte, in fondo a destra. Arrivederci signora. Ciao bella.»<br />
La mamma, appesantita dalla borsa della spesa, fece una rampa intera prima di accorgersi che la bambina non l’aveva seguita. Stava rigida e immobile davanti alla porta chiusa del signor Valenti.<br />
«Che fai lì incantata?»<br />
La bambina voltò la testa, fissando sulla mamma uno sguardo vuoto, poi alzò un braccio. «Morte» disse. Fece un passo avanti. La punta del suo dito sfiorava la porta, dove la vernice vecchia si sollevava rivelando un pannello di legno scolorito. «M-O-R-T-E» ripeté sottovoce muovendo il dito a sottolineare una parola invisibile.<br />
La mamma respirò forte. Mentre la trascinava via, udì richiudersi una porta e subito dopo lo scatto della serratura della Ramazzina.</p>
<p>«Sì, sì, i documentari. Te lo dico io cosa vuol vedere quel vecchio sporcaccione. Vuol vedere le ballerine, ecco cosa.» La voce della mamma si spostava qua e là, mentre riordinava la cucina.<br />
Dalla penombra sotto il tavolo la bambina udì il fruscio di un giornale sfogliato.<br />
«È vedovo, vive solo, ha una buona pensione. Che c’è di male se si prende qualche soddisfazione?» Questa era la voce del papà.<br />
«Quanto potrà costare un televisore?» domandò la mamma.<br />
«Non ne ho idea. Comunque non possiamo permettercelo, per ora.»<br />
I piedi della sorella, nelle pantofole di panno, si fermarono accanto al tavolo. La bambina si ritrasse, passando l’orsetto da un braccio all’altro.<br />
«Vediamo» disse il papà. Per un po’ la bambina udì solo i rumori lontani provenienti dal ventre del palazzo. «Molto bene. Ma qui c’è scritto che sei debole nelle tabelline.»<br />
«Quella dell’otto è difficile. Anche quella del nove» disse la sorella.<br />
«Basta fare attenzione. Proviamo.»<br />
«Uno per otto otto» iniziò la sorella. «Due per otto sedici. Tre per otto ventiquattro.»<br />
La voce del papà si unì in una lenta cantilena.<br />
«Quattro per otto trentadue. Cinque per otto quaranta.»<br />
La bambina si sdraiò sulle piastrelle appoggiando la testa sul braccio disteso. Il pollice dell’altra mano iniziò a scivolare verso la sua bocca. Fece uno sforzo di volontà, spalancando gli occhi. La mamma diceva che solo i bambini piccoli si succhiano il pollice, e lei ormai era grande, aveva quasi quattro anni.<br />
«Attenta adesso» disse il papà.<br />
«Sei per otto quarantotto. Sette per otto cinquantaquat… cinquantasei! Otto per otto sessantaquattro. Nove per otto settantatre.»<br />
«Settantadue» la corresse il papà.<br />
«Settantadue. Otto per dieci ottanta!»<br />
«È ora di andare a dormire, signorina» disse la mamma.<br />
Una lama di luce si infilò sotto il tavolo. La bambina si sentì sollevare e afferrò l’orsetto. «Settantadue» disse. La sorella ridacchiò.<br />
«Fila a lavarti i denti, tu, e poi subito a letto. Certo che dice un mucchio di cose strane, da un po’ di tempo.»<br />
«Quali cose?» domandò il papà.<br />
«Prima la metto a letto.»<br />
La mamma la depositò nel lettino e la bambina scivolò nella posizione che più le piaceva, su un fianco, con le gambe ripiegate e un braccio protettivo intorno all’orsetto.</p>
<p>La tabaccheria era un altro dei posti preferiti della bambina. Era un ambiente luminoso con il soffitto alto dal quale pendeva un enorme lampadario a forma di globo. Sulla porta di ingresso c’era una lunga barra di ottone lucido. La bambina spingeva sulla barra con tutte le sue forze ma la porta resisteva, come se non volesse lasciarla entrare. Poi la mamma arrivava dietro di lei e la porta, improvvisamente leggera, si spalancava.<br />
Il tabaccaio era un uomo alto, con una gran testa di capelli bianchi, sempre vestito di nero. La mamma le dava una monetina, la bambina si avvicinava al banco e sapeva di avere diritto a cinque more rosse e nere. Oppure dieci bolligomma. La bambina allungò il braccio attraverso il bancone e depositò la moneta nella mano del tabaccaio. Poi si spostò di lato, davanti alla vetrinetta, e attese che questi preparasse il sacchetto di carta. La mamma pagò i suoi acquisti e uscirono.<br />
Fuori dal negozio la mamma salutò dei pensionati che chiacchieravano sulle panchine.<br />
La bambina osservò la porta che si richiudeva dietro di loro e infilò una mano nel sacchetto. «Morte» disse.<br />
«La porta?» disse la mamma.<br />
«No» disse uno dei pensionati. «Ha detto morte.»<br />
«Ha sentito male» disse la mamma.<br />
La bambina passò il sacchetto da una mano all’altra, manovrando con precauzione. Alzò il braccio e puntò il dito contro la vetrina. «Morte.» Si mise in bocca una mora rossa e prese a masticarla lentamente.<br />
«Che vuoi dire piccolina?» disse l’uomo.<br />
La bambina tornò a indicare la vetrina.<br />
«Andiamo» disse la mamma.<br />
L’uomo si alzò e sbirciò nella vetrina.<br />
«È che da poco ha imparato a leggere» provò la mamma, ma la sua voce aveva poca convinzione. «L’avrà letto da qualche parte.»<br />
Anche gli altri uomini si alzarono per dare un’occhiata. All’interno il tabaccaio incuriosito da quel viavai girò intorno al bancone e si avvicinò alla porta. La mamma e la bambina si erano già allontanate.</p>
<p>Sul pianerottolo del primo piano, un gruppetto di inquilini parlava sottovoce.<br />
«Che succede?» domandò la mamma.<br />
«È morto il Valenti.»<br />
«Santo cielo.»<br />
«Da ieri non rispondeva al telefono, il figlio è venuto a vedere. Lo ha trovato sul divano, con il televisore ancora acceso. Infarto.»<br />
«Che disgrazia!» disse la mamma. «Sembrava in perfetta salute. Chi se lo sarebbe mai aspettato?»<br />
La signora Ramazzina fece una smorfia e si lisciò il grembiule. «Ah, davvero? Pensavo che lei lo sapesse.»<br />
«E come potevo saperlo?»<br />
La Ramazzina osservò la bambina che saltellava sugli scalini, poi fissò la mamma. «Ne è proprio sicura?»</p>
<p>«Poveretto. Non ha potuto goderselo molto» commentò il papà la sera stessa. «Dopo Natale magari andremo a vedere quanto può costare un televisore.»<br />
«Dici davvero?» chiese la mamma.<br />
«Mi hanno promesso un aumento. Be’, non proprio, mi hanno fatto capire che potrebbe arrivare. Con quello e una parte della tredicesima forse possiamo farcela.»</p>
<p>Il sabato pomeriggio iniziò a nevicare fitto. Il papà andò in cantina a prendere la scatola delle decorazioni e la mamma e la sorella fecero l’albero di Natale e il presepe. La bambina era troppo piccola per maneggiare le fragili palline di vetro colorato, ma le fu permesso di estrarre dalla scatola le statuine di gesso e di cartapesta. Eseguì il suo incarico con grande precauzione, passandole alla sorella che le disponeva nel presepe nominandole una ad una. «La Madonna. San Giuseppe. L’angelo. L’arrotino. L’acquaiolo. Un pastore. Un altro pastore. Il dormiglione.» Man mano che le statuette componevano la scena del presepe, nella sua testa i nomi si incastravano l’uno all’altro come mattoni delle costruzioni. Alla fine, la sorella sentenziò che c’erano poche pecore.<br />
«Domani ne compreremo qualcuna, dopo la scuola» disse la mamma.</p>
<p>Quella notte la temperatura scese di colpo.</p>
<p>La mattina dopo nella neve alta e ghiacciata c’erano soltanto le impronte profonde del signor Penna, che si alzava presto e arrivava al lavoro prima di tutti. Dalle grondaie pendevano lunghi ghiaccioli acuminati e trasparenti.<br />
«Camminate contro il muro» ammonì la mamma.<br />
Imbacuccata nel cappottino blu, il viso nascosto da sciarpa e berretto, le mani protette dai guanti di lana, la bambina saltellava qualche passo avanti, pesticciando la neve. In tasca aveva ritrovato una moneta e giunta nei pressi della tabaccheria accelerò con una corsetta. Una piccola folla si assiepava davanti all’ingresso e la porta di ferro, nonostante il freddo, era spalancata. Sgusciò tra le gambe delle persone che allungavano il collo e sussurravano tra loro.<br />
La mamma non fece in tempo a fermarla. «Aspetta qui e non muoverti» disse alla sorella.<br />
Nessuno aveva fatto caso alla bambina che nel frattempo era arrivata al banco e aveva depositato la sua moneta. Nel retrobottega c’era un uomo inginocchiato con una borsa nera aperta al suo fianco. Sul pavimento, giaceva una scala rovesciata e qualcosa di somigliante a un grosso fagotto. La bambina riconobbe il maglione a righe del tabaccaio.<br />
«È morto» disse a voce alta l’uomo con la borsa.<br />
«Si è rotto l’osso del collo» commentò qualcuno alle spalle della bambina.<br />
La mamma si era fatta largo a fatica. «Vieni fuori subito» sussurrò.<br />
La bambina raccolse la moneta. Gli uomini dal retrobottega tornavano in negozio, accompagnando il medico. Uno di loro gli reggeva la borsa mentre si infilava il cappotto. Quando si accorse della bambina le puntò contro un dito ossuto e rattrappito. «Come facevi a saperlo?» Le afferrò la manica al di sopra del bancone e la scosse un paio di volte. «Dico a te. Come lo sapevi?» La bambina riuscì a liberarsi, la mamma la prese per il colletto e insieme iniziarono ad indietreggiare.<br />
«Lasciatela stare» disse la mamma. «È solo una bambina. Lasciateci stare.»<br />
Tutti gli sguardi erano puntati su di loro. La gente taceva e si spostava lentamente.<br />
Quando riguadagnarono la piazza, trovarono la sorella ad aspettarle poco più in là, ignara di tutto. Si allontanarono a passo svelto verso la scuola.</p>
<p>Per acquistare le pecore dovettero andare in cartoleria, che si trovava ai margini del quartiere, al di là di una strada larga e piena di traffico. La bambina non ricordava di essere mai stata da quelle parti. Le vetrine sembravano più grandi e più luminose e in una di esse c’era un presepe ricco di statuette, davanti al quale la bambina si fermò stupita nell’accorgersi che alcune si muovevano: il fabbro ferraio batteva il martello sopra l’incudine, un contadino rastrellava l’erba tagliata, e un personaggio sorridente, seduto ad un tavolo, continuava a sollevare il boccale che teneva in mano.<br />
Per le pecore fu necessaria una lunga disamina: ce n’erano di ogni tipo, in piedi, sdraiate, nell’atto di brucare. Alla fine la sorella ne scelse una accovacciata, una con la testa sollevata verso il cielo e un agnellino trotterellante. La bambina approvò tra sé. La donna che stava dietro il banco non le aveva prestato molta attenzione, ma, mentre attendeva che la mamma prelevasse le monete dal borsellino, si irrigidì. La mamma notò il suo sguardo e si affrettò a pagare. Mentre uscivano udì la donna chiamare. «Piero, vieni qui un momento.» Le bambine si erano fermate a guardare il presepe meccanico e non si accorsero della coppia che le osservava dall’interno del negozio.<br />
Non fecero la solita strada. La mamma le condusse nei vicoli umidi che serpeggiavano dietro le case, dove ristagnava un odore di muffa e la neve era grigia e gelata. La sorella si lamentò per la puzza, ma alla bambina il nuovo percorso piacque molto, anche se il buio era intenso e tutto sembrava triste e abbandonato. Appena sbucarono nella loro strada, la bambina riconobbe le vetrine della drogheria illuminate da una scritta blu elettrico. «Torrefazione Caffè Corte» lesse.<br />
«Passiamo a prendere lo zucchero» disse la mamma.<br />
Non fecero in tempo a salire i gradini. La porta della bottega si aprì e la commerciante comparve bloccando il passaggio. «Non abbiamo piacere che veniate a servirvi qui.» Parlava alla mamma ma il suo sguardo era fisso sulla bambina.<br />
«Non starà scherzando, vero?» disse la mamma. «Siamo clienti da molto tempo e non abbiamo mai lasciato una lira da pagare.»<br />
La donna scosse il capo. «Non ho niente contro di voi, ma quella bambina qui dentro non ce la voglio.»<br />
«Mi serve solo un chilo di zucchero» provò la mamma.<br />
La donna scosse ancora il capo. «Mi dispiace.» Aprì la porta e rientrò in negozio camminando a ritroso.<br />
Quella notte l’orsetto finì sul pavimento e il tonfo svegliò la bambina che si sporse dal letto per recuperarlo. Da sotto la porta filtrava una luce e le voci della mamma e del papà le arrivavano in un mormorio di cui non riusciva ad afferrare le parole. La sorella dormiva nel letto vicino, udiva il suo respiro lento e regolare. Rimase a lungo sveglia, con gli occhi fissi alla fessura illuminata.</p>
<p>Le vetrine del quartiere si erano riempite di addobbi e decorazioni. Ma la mamma e la bambina non facevano più i loro acquisti nel quartiere, adesso frequentavano altre zone della città dove non conoscevano nessuno. Soltanto il pane lo compravano nella solita bottega. Il fornaio era un brav’uomo e continuava ad offrirle un grissino ogni volta che la vedeva. Però non c’erano più chiacchiere né calore. Alla bambina sembrava che lo spazio fosse aumentato e che la gente fosse sempre più lontana e distratta.<br />
Ogni sera, quando il papà arrivava a casa dal lavoro, apriva il giornale sul tavolo e lo leggeva in silenzio fino all’ora di cena. A volte la mamma diceva qualcosa. «La casa gialla in fondo alla strada. Ci abita la signora Zoppis, sai chi voglio dire. Quella molto anziana.» Oppure: «Il caseggiato sull’angolo, con il laboratorio del falegname. Suo figlio, il maggiore, è molto ammalato». Il papà allora la guardava come se volesse dire qualcosa, ma non si decideva a parlare. La bambina si sentiva sull’orlo di una sgridata, che però non arrivava mai.</p>
<p>La domenica era il giorno che la bambina preferiva perché il papà non lavorava. Al pomeriggio, quando il tempo era bello, la famiglia andava a fare una passeggiata. Adesso però era inverno e faceva troppo freddo per uscire. Il papà si metteva al tavolo e consultava delle carte, incolonnava lunghe file di numeri su un foglio bianco. Sembrava nervoso e preoccupato e la bambina, da uno dei suoi posti preferiti, sotto il tavolo o in un angolo buio del corridoio, sapeva che era meglio non disturbare.<br />
Mancavano due giorni a Natale e fin dalla mattina era piovuto. Il papà era arrivato dal lavoro stanco e di pessimo umore.<br />
«Ho preso stipendio e tredicesima oggi. Possiamo scordarci il televisore.» La mamma lo guardò in silenzio. «Ricordi l’aumento che doveva arrivare? Be’, possiamo scordarci anche quello» aggiunse. «Lo hanno dato a Ivaldi. Più giovane di me e senza famiglia da mantenere. Non so proprio come faremo.»<br />
La mamma si slacciò il grembiule e lo depose sul tavolo, poi sedette e si prese il viso tra le mani.<br />
La bambina andò in corridoio e sedette sul pavimento davanti al presepe illuminato. L’ortolano. La guardiana delle oche. Il maniscalco. Il falegname.<br />
All’improvviso l’uscio si spalancò e la sorella entrò correndo. Si precipitò in cucina e si gettò tra le braccia della mamma.<br />
«Che succede?» chiese la mamma.<br />
La sorella si asciugò gli occhi con il dorso della mano.<br />
«Vuoi dirmi cosa è successo?»<br />
«Sono andata da Mariella a vedere se voleva giocare con me. Ma lei non mi ha fatta entrare. Dice che la sua mamma non vuole. Dice che deve stare lontana da me.»<br />
«Su, su, calmati» disse la mamma.<br />
Il viso della sorella era arrossato e stravolto.<br />
La bambina stava in piedi sulla soglia della cucina, le mani dietro la schiena.<br />
«Ha detto che lei è una strega e che porta male. Ha detto che noi portiamo sfortuna» disse la sorella, poi affondò il viso nella spalla della mamma e riprese a piangere forte.<br />
Per tutto il tempo il papà era rimasto in piedi vicino al tavolo. Posò lo sguardo sulla bambina, ma subito lo distolse. «Aiutala a vestirsi» disse.<br />
La mamma lo guardò.<br />
«Mettiti il cappotto e gli stivali» disse ancora il papà rivolto alla bambina. «Andiamo a fare una passeggiata.»<br />
La bambina andò di corsa a prendere gli stivaletti rossi e si alzò in punta di piedi per staccare il cappottino dall’attaccapanni. Il pianto della sorella l’aveva intimorita, benché non ne avesse capito la ragione. Ma era contenta di andare a spasso con il papà, anche se era già buio.<br />
La mamma le accomodò la sciarpa e la aiutò a infilare i guanti. La bambina si accorse che le tremavano le mani. Il papà aveva indossato il cappotto e la aspettava sulla porta.<br />
«È solo una bambina» disse la mamma, e anche la sua voce tremava leggermente.<br />
Il papà richiuse la porta.<br />
Mentre scendevano le scale, la bambina fece in tempo a udire l’inizio di un pianto fatto di singhiozzi asciutti disperati, ma stavolta non proveniva dalla sorella.</p>
<p>Aveva smesso di piovere e per strada c’era poca gente. Il papà la teneva per mano e camminava in fretta, così ogni tanto lei doveva riportarsi al passo con una corsetta. Avevano preso la via dei prati, allontanandosi dalle strade illuminate. Poco più in là c’erano terreni incolti. La mamma le aveva spiegato che da quelle parti c’era la ferrovia e che i treni erano pericolosi. La strada asfaltata si era mutata in un sentiero sassoso bordato da rovi e cosparso di macerie ed immondizie di ogni genere. Solo le luci della città lontana impedivano loro di incespicare ad ogni passo. La bambina era stanca e pensava all’orsetto che aveva lasciato in corridoio, rimpiangendo di non averlo portato con sé. Dalla bocca le uscivano nuvolette di vapore che si perdevano nell’aria.<br />
Ad un tratto il papà si fermò e si guardò intorno.<br />
Ripresero a camminare nel buio. Anche il papà aveva il fiato corto. La bambina ne udiva il respiro rotto ed ansimante. Il sentiero costeggiava ora un pendio ripido in fondo al quale, in lontananza, si intravedeva una fioca luce rossa. Il terreno era cambiato, non più terra impregnata di pioggia ma ciottoli aguzzi che si muovevano scricchiolando sotto i loro piedi. Davanti a loro si levava una massa nera e informe e la bambina capì che erano alberi e cespugli.<br />
Il papà si arrestò di colpo e lasciò andare la sua mano.<br />
La bambina sollevò il capo.<br />
Il vento aveva spazzato via le nuvole e un numero sterminato di stelle si affacciava dal cielo senza mandare alcuna luce.</p>
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		<title>La mangiatrice di uominiAntonio G. Bortoluzzi</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 11:30:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho pensato che doveva essere un operaio del Comune. Aveva una mazza in mano e stava piantando un picchetto di ferro in un angolo della piazza. Solo uno del Comune poteva fare una cosa del genere.<span id="more-737"></span><br />
La piazza era stata asfaltata da pochi anni. Era nera e abbastanza in piano e attorno c’erano solo le case a due piani e i muretti bassi di cemento armato ancora senza la rete di recinzione. Una volta all’anno venivano le giostre a catene, gli autoscontri, lo zucchero filato e un camioncino con sopra un complesso: batteria, fisarmonica, basso elettrico, chitarra, sax grande e sax piccolo. Il complesso suonava il liscio e i papà e le mamme, i nonni, gli zii ballavano e ridevano con le guance rosse e le labbra unte. E sudavano. Il sudore delle ascelle faceva diventare trasparenti le camicie bianche degli uomini, mentre i vestiti sbracciati delle donne si macchiavano di un tono più cupo: il colore rosso del tessuto diventava marrone, mentre il verde andava al nero. C’era qualcosa di strano sotto le ascelle dei grandi, e poi la musica li cambiava e diventavano sorridenti e parlavano e parlavano e non si capiva niente: allora bisognava andargli vicino e lasciare che ti gridassero nelle orecchie. Sapevano di vino e pollo arrosto.<br />
L’operaio del Comune batteva colpi secchi e precisi e il picchetto era già sceso fino a metà. Mi sono avvicinato in bici lungo il marciapiede per vedere meglio. Il picchetto di ferro aveva la testa arrotondata e lucida: era come se fosse stato piantato tante volte. Mi sono voltato e ho visto un altro operaio inginocchiato in mezzo alla piazza con la testa dentro il pozzetto. Forse era qualcosa che riguardava l’acquedotto.<br />
Ho visto arrivare Franz con la testa piantata in mezzo al manubrio e i capelli indietro. Quando si è fermato con una gran frenata i capelli sono tornati avanti.<br />
«Sapevi già che c’era il circo, eh?» mi ha detto.<br />
Non gli ho risposto. Mi sono voltato perché ho sentito arrivare un grosso camion. Era tutto rosso.<br />
Il circo.<br />
A trecento metri da casa mia.<br />
«C’è la tigre del Bengala» ha detto Franz, «la mangiatrice di uomini. Ci sono anche i cavalli, la scimmia, l’orso, i pagliacci, i trapezisti e i giocolieri.»</p>
<p>***</p>
<p>Io e Franz siamo ritornati in piazza il pomeriggio. Ad aspettarci c’erano Ale e Gian che osservavano il tendone già in piedi. Era rosso, enorme e con le corde attaccate ai picchetti d’acciaio. Si chiamava il circo.<br />
«Andiamo a vedere le bestie feroci» ha detto Franz indicando i tre camion dietro al tendone.<br />
Appena ci siamo avvicinati abbiamo sentito la puzza di letame. I camion avevano un lato aperto, con le sbarre verticali di ferro. Su uno c’era un cavallo bianco che, visto da vicino, aveva tante macchie grigie, e il pelo sulle zampe era giallo; su un altro c’era un piccolo orso bruno, immobile e con la testa inclinata come se l’uomo dei picchetti gli avesse dato una mazzata in fronte. Il terzo camion aveva un telo verde davanti.<br />
«La mangiatrice di uomini deve essere lì» ha detto Franz.<br />
Nessuno si è fidato d’andare vicino e siamo rimasti ad ascoltare. Dentro la gabbia si sentiva camminare.<br />
«Con un zampata ti apre a metà» ha aggiunto Franz.<br />
Gian mi ha guardato e ha fatto un segno verticale nell’aria davanti a me: «Ti taglia fino alle balle».<br />
«Una balla rimane di qua e una di là» ha precisato Ale.<br />
Gian mi ha guardato in mezzo alle gambe: «Se ti tagliassero a metà, preferiresti essere quella di destra o quella di sinistra?»<br />
«Che ne so?»<br />
«Sai che nella metà di qua c’hai il cuore, un polmone, la milza, più un braccio e una gamba. Da quest’altra parte…»<br />
«Ma no» l’ha interrotto Franz, «si intende la metà di sopra o la metà di sotto.»<br />
«Allora quella di sopra, con la testa» ho risposto.<br />
«Però di sotto c’hai le gambe e i piedi» ha detto Franz, «e l’uccello.»<br />
«E gli scroti!» ha gridato Ale.<br />
«Si dice lo scroto» ha detto Gian.<br />
Ale si è messo a ridere forte. «Tu avrai uno scroto, io ne ho due!»<br />
Abbiamo riso tutti e Gian ha spinto avanti la bici colpendo la ruota di Ale.<br />
«Piccolo scrotino mio, vieni dalla mamma, che ti metto la pomatina…» ha continuato Ale.<br />
«Dietro il telo ci potrebbe essere la scimmia» ho buttato là io.<br />
«Per me c’è la tigre» ha continuato Franz. «Senti che cammina a quattro, no?»<br />
«Perché, secondo te, la scimmia cammina a due?» gli ho chiesto.<br />
«Be’, sì.»<br />
«Ma va’ là. Pensa a Tarzan e Cita: Tarzan cammina a due, Cita a quattro. Cammina a tre, se dà una mano a Tarzan.»<br />
«Se pensi che ci sia una scimmia invece della tigre perché allora non infili una mano sotto al telo?» mi ha chiesto Franz.<br />
«Io non mi fido nemmeno della scimmia.»<br />
«Che fifone del cazzo» ha detto Franz.<br />
«E mettila tu la mano, no?»<br />
«Sei scemo? C’è la mangiatrice di uomini! Lei apre le sue ganasce bavose e sguaina i denti bianchi come quelli di un cane gigante e zac, mi addenta come un würstel e mi tira dentro la gabbia e mi sbrana a pezzi. Ci vai tu da mia madre, eh? E gli dici: signora Vilma, ho sfidato Franz e lui, che ha fegato da vendere, ha messo dentro la mano e la mangiatrice di uomini l’ha sbranato a pezzi.»<br />
Gian si è messo in mezzo a noi con le mani a coppetta. «Toh, signora Vilma, è rimasto solo lo scroto.»<br />
«Anche i calzetti» ha aggiunto Ale con le mani unite e aperte in mezzo al manubrio della bici.<br />
Abbiamo riso e sbattuto i piedi per terra e il cavallo si è spaventato e ha cominciato a nitrire. Ci siamo allontanati in fretta.</p>
<p>***</p>
<p>Il biglietto è un cartoncino rosso e consumato. Ho le mani sudate, mentre lo porgo all’uomo dei picchetti dritto davanti all’entrata. Dentro ci sono lampadine bianche e bandierine attaccate ai fili. Per terra c’è segatura e sabbia. L’odore di stalla è forte. Ci sono già persone sedute sulle panche di metallo. Prendo posto con gli altri in ultima fila. Poi Franz dice di andare avanti e si alza e inciampa sulla panca e tutti si voltano. Dalla prima fila ci spostiamo in mezzo e poi dall’altra parte del tendone.<br />
Spengono le luci che stiamo ancora girando, non c’è molta gente.<br />
Una luce bianca e forte fa un cerchio perfetto sulla sabbia: in mezzo c’è il padrone del circo. Porta un cappello a cilindro e una giacca rossa con dei cordoni dorati sul davanti.<br />
Entra il cavallo bianco, che è preciso a quello del bagnoschiuma Vidal, e comincia a girare in tondo. Non è un granché.<br />
Poi spuntano due pagliacci: uno triste e uno allegro. Hanno scarpe lunghissime e s’inciampano. Dopo è la volta del giocoliere: somiglia tanto a quello dei picchetti, magari è suo fratello. Chissà perché un fratello diventa un giocoliere famoso e l’altro rimane a piantare picchetti.<br />
Noi aspettiamo la tigre. E invece entra l’orso. È su un carretto tirato dal cavallo e ha la museruola con la catena.<br />
Quando esce l’orso, due uomini portano un tavolo argentato e lo mettono su un telo al centro della pista. Uno è il bigliettaio e l’altro sembra il padrone del circo, non ha più la giacca rossa con i cordoni e il cappello a cilindro, ma gli stivali e le braghe sono gli stessi.<br />
Lei è bellissima. Ha un costume rosso. Come al mare, solo che è tutto luccicante e intorno alla scollatura, alle spalle e all’inguine ha un profilo argentato.<br />
Franz me lo dice subito: «È la contorsionista».<br />
È alta e ha una lunga treccia castana intrecciata con fili d’argento puro.<br />
La contorsionista sorride, sale sul tavolo. C’è quello dei picchetti che l’aiuta. Lei si stende a pancia in giù e ci guarda. Senza dire niente piega le gambe verso la schiena, poi afferra con le mani le proprie caviglie e fa un specie di arco tirandosi i piedi fino alle orecchie. Non mi piace: è sempre bella, ma ha questi due piedoni bianchi ai lati della testa. Sembrano tagliati a qualcuno e appoggiati lì. Ma i piedi sono vivi e si muovono e anche tutte le dita: dal pollicione al ditino piccolo: lei fa ciao-ciao con i piedi. Non so se pensare a Cita o al Cottolengo, dove mi hanno detto che c’è da aver paura sul serio e neanche i grandi ci vogliono entrare. La contorsionista appoggia le piante dei piedi sul tavolo, fa una specie di breve rotazione con il bacino e ci guarda con il culo perché la faccia è andata dall’altra parte, verso il tendone e il buio. La treccia lucida sembra una biscia stesa sul tavolo lunare. La contorsionista apre le braccia e le mani, e le tiene così per un po’. Penso che le noccioline della spina dorsale potrebbero schioccar fuori dalla pelle sottile e tesa della sua schiena.<br />
Nessuno fiata, nemmeno Franz.<br />
La contorsionista fa un altro movimento ed è ancora in piedi, tutta d’un pezzo. Si inchina e noi applaudiamo. Guarda verso l’alto, dove il tendone si chiude a cono. Butta le mani in alto e si piega indietro, fino a terra. Io guardo in cima al tendone dove c’è solo un trespolo e una grossa corda. Quando ritorno a guardare il tavolo, la contorsionista è diventata metà, la metà di sotto. Ci sono i piedi e le gambe e il costume rosso e basta. Mi piacerebbe ci fosse mio cugino, mi piacerebbe vedere che faccia fa a guardare quel gonfiore senza femmina che cammina sul tavolo a piccoli passi avanti e indietro: sono sicuro che una cosa del genere non l’ha mai vista. Così gonfia, viva, rossa, e che cammina da sola su due gambe leggermente aperte e arcuate.<br />
Da sotto sbuca la testa della contorsionista e sento ooh, venire dal tendone. Penso che è lei la mangiatrice di uomini, perché ha due bocche e cammina. Potrebbe anche scendere dal tavolo e mangiarci tutti. O magari saltare e strozzarci con le sue gambe lunghe. A noi piccoli ci può prendere tre alla volta, e magari l’uomo dei picchetti l’aiuta a soffocarci.<br />
La testa ride e scompare, poi vedo i seni, il mento, la faccia: prima è tutta tesa e cattiva per lo sforzo di tirarsi su e poi ci vede e ride e tutti applaudono.<br />
Comincia a non piacermi il circo.<br />
L’uomo dei picchetti porta un piccolo baule, forse ha dentro delle robe come quello del giocoliere di prima.<br />
Il baule è vuoto e la mangiatrice d’uomini ci entra: prima una gamba e poi l’altra. Le gambe sono lunghe e belle e il baule è una cassa alta tre spanne. Lei si accovaccia, come a fare pipì e ho già capito cosa vuol fare, ma è impossibile che ci stia dentro. E invece va giù, si tira, si piega, si torce. Ora dalla scatola spuntano solo le spalle e la testa e i piedi grandi. L’uomo dei picchetti chiude il coperchio e ci si siede sopra. Accavalla una gamba e si accende una sigaretta. Nessuno dice niente. La mangiatrice d’uomini è nella bara, attorcigliata e piegata come un ramo di salice. Io so che anche il salice si spezza, se non fai la curvatura giusta, e lì dentro spazio non ce n’è.<br />
Penso che è lui che la obbliga a fare quelle cose: a farsi male e anche a ridere. E poi la mette nella scatola, come un manichino, o una bestia. Vorrei liberarla, credo che se lo facessi non mi mangerebbe con le sue due bocche. Però mi ci vorrebbe una scimitarra come Sandokan, o una Colt con sei fratellini di piombo nel tamburo, come dice Tex Willer. O forse un arco come Robin Hood. Se scaglio una freccia e prendo l’uomo dei picchetti sulla spalla e con il mio pugnale apro il baule e la libero, lei sarebbe contenta e potremmo uscire insieme dal tendone, anche se è ancora un po’ più alta di me, credo che farei bella figura.<br />
L’uomo dei picchetti butta la mezza sigaretta per terra e la schiaccia ruotando la punta dello stivale. Si alza, si sgranchisce le gambe e poi apre piano.<br />
Lei si muove a scatti, sale e cresce fino a essere ancora dritta in piedi: sono contento che è ancora viva. Sorride e tutti applaudono, anche Franz, Gian e Ale. Il bastardo dei picchetti le porge una mano per uscire. Lei allunga la sua che è sottile e bianca, poi alza la gamba sul bordo della scatola e mi guarda. Per un momento becca proprio me in mezzo a tutti. Lo sguardo mi arriva come un picchetto di ferro e io senza volerlo abbasso gli occhi per schivarlo e sento le mani intorpidite per quanto le ho tenute tra la panca e le cosce.<br />
Quando risollevo gli occhi lei sta uscendo con lui dal cono di luce.<br />
Entrano di nuovo i pagliacci. Quindi si spegne tutto e il cono di luce bianca illumina il tendone in alto. C’è ancora lei sul trespolo ed è vestita di bianco. Quello dei picchetti è appeso a testa in giù, come un pipistrello di giorno. Potrei beccarlo con una freccia alla coscia e ferirlo. Lei scenderebbe dalla corda, con una gamba dritta e una piegata… e invece si butta nel vuoto, verso la sabbia e la segatura e la merda del cavallo che è rimasta vicino alla pista. Lui l’afferra con le sue mani da picchetti e la fa ondeggiare di qua e di là. Non sono molto in alto, ma fanno paura lo stesso. Ale li guarda con la bocca aperta: ha un filo di saliva che unisce i denti sopra e il labbro sotto. Chiude la bocca.<br />
Non posso guardare, ma sento gli ooh del pubblico, fino alla fine.<br />
Accedono tutte le luci: le piccole e le grandi e mi bruciano gli occhi.<br />
Quelli del circo sono in sei e si inchinano e salutano come se dovessero partire. Lei è al centro, tra quello dei picchetti e il padrone del circo. Sorridono e si tengono per mano. Forse non la obbligano a fare quelle cose. Forse le piace.<br />
Gian, Franz e Ale mi fanno cenno dall’uscita del tendone come se avessero fretta. Mi dà fastidio lo stridio delle panche d’acciaio trascinate sull’asfalto.</p>
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		<title>Giuseppe Zucco</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2012 14:41:43 +0000</pubDate>
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<p>Ha pubblicato su <em>Colla</em>: <a title="I signori MurenaGiuseppe Zucco" href="http://www.collacolla.org/?p=738">I signori Murena</a>, <a title="Uccellini" href="http://www.collacolla.org/?p=5629">Uccellini</a>.</p>
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