Perla
di Emiliano Poddi

Il tetto era un enorme cappello di pietra, a cono come ce l’hanno i maghi. Ma il vertice di questo cono non faceva in tempo a diventare punta che subito sbocciava in una specie di calice, sempre di pietra. E in cima a ogni cosa c’era una sfera bianca, perfetta, grande più o meno come un pallone da basket.
A volte, quando mi mettevo a fissare i trulli – il cilindro bianco della base, il cono che ci combaciava preciso e il calice di pietra -, tutto questo complicato castello mi sembrava innalzato al solo scopo di sorreggere quella sfera preziosa, bene in vista, ancora più su delle cime degli ulivi. Altre volte, dopo il tramonto, se chiudevo gli occhi m’immaginavo che i trulli fossero diventati trasparenti, così nella campagna non si vedeva altro che queste sfere bianche sospese in aria, luminose come la luna, ma tante quant’erano le stelle.
La bambina che d’estate ci abitava con me aveva un nome – Perla – bianco e liscio come le pareti su cui il nonno ripassava continuamente la calce. Eravamo cugini, ma in un modo così speciale che quando un giorno i nonni ci vennero a raccontare che di cugini il mondo era pieno così e che noi stessi ce ne avevamo degli altri, be’, io e Perla facemmo finta di crederci, giusto per tenerli contenti, ma in fondo al cuore rimanemmo saldi nella convinzione che soltanto noi potevamo essere cugini, noi due e nessun altro.
Alla sera cenavamo in cucina e i nonni, lì dentro, non strillavano come facevano dappertutto. Non che fossero nervosi o che litigassero mai: era il loro normale tono di voce, quello con cui s’intendevano. Ma bastava che varcassero la soglia di uno qualsiasi dei trulli che subito si mettevano a sussurrare come in chiesa, e questo nonostante che il nonno fosse un po’ duro d’orecchi per colpa di qualcosa che gli era scoppiato praticamente sotto i piedi, come diceva lui, a El Alamein.
In effetti l’interno del trullo ce l’aveva un’aria da chiesa. Forse per il fresco, o per la sensazione di trovarsi sotto una cupola. Si sentiva un’eco da prete, quando parlavi. E nel soggiorno c’era una vetrina da dove quattro santi di terracotta a grandezza naturale – Cosma, Damiano, Teodoro e Lorenzo – ti guardavano ogni volta che passavi di lì, e quello perciò era detto il trullo dei santi. I nonni ci dicevano che dovevamo fare i bravi, io e Perla, sennò i santi, che vedevano tutto e non gli sfuggiva niente, gliel’avrebbero detto senz’altro a Dio e lui ci avrebbe punito. Questa storia ci sembrò subito vera, a differenza di quella dei cugini, perché i quattro santi, e soprattutto Cosma, ti spiavano da sotto le ciglia con certi occhi che sembravano vivi.
Alla sera, dicevo, in cucina si sentivano più che altro le voci di noi cugini, acute come quando il cucchiaio della minestra picchiava contro il piatto. Le parole si infittivano verso metà cena, quando uno dei due tirava fuori l’argomento notte. Di trulli che facevano da camere da letto ce n’erano due: uno dove dormivano i nonni, arredato con mobili di bambù, con un letto matrimoniale e uno più piccolo; l’altro era davvero minuscolo – io e Perla lo chiamavamo il trullino – e sembrava fatto apposta per dormirci perché ci stava giusto una branda, da quanto era stretto. C’era una finestrella che dava sui gelsi dell’orto, così piccola che la mia faccia ci si incastrava perfettamente, con il mento e la fronte, ed era incredibile quanta luce riuscisse a fare quel buco.
Ogni sera erano questioni su chi avrebbe dormito nel trullino e chi nel trullo di bambù, e i nonni sapevano bene che quando iniziava questa discussione bisognava rassegnarsi che la pace, in tavola, era finita. Il nostro preferito era naturalmente il trullino, io e Perla ce lo litigavamo lanciando sotto la volta di pietra voci sempre più cristalline, mentre i nonni cercavano di convincerci a fare una notte per uno. A un certo punto accettavamo la proposta, solo che subito dopo partiva un’altra disputa su chi doveva cominciare il turno per primo, ed erano nuovi urli, e voci, e cantilene lamentose di Perla che sosteneva toccasse a lei, visto che la notte prima ci avevo dormito io. Ma io battevo i pugni sul tavolo e dicevo che la regola era stata inventata oggi, mica ieri, e facevo un tale baccano di pugni e posate che la nonna mi dava ragione purché la finissi una buona volta, dopo di che, girandosi verso Perla, le lanciava uno sguardo di intesa femminile, del tipo “rassegnati a sopportare le prepotenze dei maschi, figlia mia”, e lei in effetti prendeva un’aria dimessa, guardandomi di traverso per il resto della cena.
Il bello è che tutta questa scalmana era per finta, anche se i nonni non lo hanno mai capito, una recita che mettevamo su ogni sera non tanto per farli inquietare, quanto per convincerli che eravamo cane e gatto, noi due, che sapevamo solo azzuffarci. Il gioco però ci prendeva la mano e spesso lo spingevamo più del dovuto, eccitati dalla commedia prima ancora che da quanto sarebbe successo di lì a poco, sotto la cupola breve del trullino, qualcosa capace di togliermi il fiato e la pace, ogni notte.
Quando veniva buio, se il cielo era limpido, io e Perla stendevamo una stuoia là fuori, sul lastricato all’ingresso dei trulli, e guardavamo le stelle cadenti. Ci mettevamo seduti schiena contro schiena, così ciascuno aveva la sua parte di cielo. Ogni tanto facevamo cambio. C’era, a quell’ora tarda, un baccano di grilli e rospi che dopo un po’ finiva con il sembrare una specie di silenzio. Se qualcuno vedeva una stella non gridava eccola, né ci piaceva contarle ad alta voce, in gara con l’altro. Facevamo semplicemente un rumore con la bocca, a imitazione di quando si accendono i cerini e la fiamma soffia finché la cresta non si dà pace, perché ci sembrava che le stelle si accendessero in cielo alla stessa maniera, e infatti duravano talmente poco. Poi ricalcavamo con un dito la scia luminosa che avevano tracciato per un attimo.
Della storia dei desideri non si parlava mai, non so nemmeno se Perla la conoscesse. Quanto a me avevo finito per crederci: mi ero convinto che le stelle sapessero il mio, di desiderio, che era poi sempre lo stesso, lo sapevano e lo avveravano sempre.
La voce della nonna ci avvisava che si era fatto tardi e perciò dovevamo filare a letto senza tante storie. E invece era la coda della commedia, una gara a chi si buttava prima in branda per occupare il trullino, e tanti saluti ai patti della cena. Vinceva Perla, o meglio, ero io che la lasciavo vincere; poi tendevo l’orecchio verso il trullo di bambù da dove, puntuale, la voce della nonna ci spediva tutti e due a lavare i denti, e quindi la corsa di Perla – aveva gambe bianche e affusolate, da ballerina -, quella precipitosa conquista del trullino era stata proprio inutile. Io me la ridevo, precedendola nella via verso il bagno, mentre lei si strappava a fatica dalla branda e mi seguiva a passi svogliati.
Nemmeno quando i nostri sguardi si incrociavano nello specchio sul lavandino c’era mai un segno d’intesa, o una strizzata d’occhio, neppure lì dentro con la porta chiusa, la nonna lontana due trulli e il nonno che già si sentiva russare. Ci lavavamo i denti tutti seri, con la pasta alla menta e l’acqua di cisterna, che non si poteva bere ma era fresca e preziosa, e non andava sprecata.
La nonna vigilava anche sul rientro, e stavolta la cosa avveniva senza dispetti, come se davvero ci fossimo arresi alla quiete. Ci separavamo nel trullo dei santi, sotto i loro occhi sempre bene aperti. Ma proprio al momento di darsi la buonanotte, da bravi cugini, Perla faceva ancora l’offesa per la storia del trullino e rifiutava il bacio girandosi dall’altra parte, tra le proteste mie, della nonna e forse pure dei santi.
Mi ricordo, quando spegnevo la luce, lenzuola freschissime nonostante agosto. Erano bianche anche nel chiarore della finestrella, e sapevano di Marsiglia. Io sul letto facevo una sagoma nera come fossi stato la mia stessa ombra, tanto mi si era scurita la pelle. Perla invece non si metteva mai al sole, se ne andava sempre in giro con certi suoi ombrellini, o velata da vesti leggere che le proteggevano le gambe fino alle caviglie, gelosa di quel bianco. Io mi rigiravo inquieto tra le lenzuola.
Ogni tanto si sentiva un fruscio che mi faceva trattenere il respiro. Poi però più niente, di nuovo silenzio, cioè il baccano di grilli e rospi. La mia tenda, bastava un soffio per gonfiarla come una vela, poi la vedevi ripiegarsi su se stessa con volute leggere che sembravano fumo.
Quando quel fumo si diradava, Perla era lì. Scalza, sulla soglia del trullino, portava una veste da notte di cotone bianca che le scendeva più o meno fin sopra il ginocchio, ma non era possibile vedere dove esattamente finiva il tessuto e dove iniziava la pelle.
Ogni notte Perla scivolava giù dal suo letto, sfilava quello enorme dei nonni, dal lato dei piedi, attraversava il trullo dei santi senza mai il coraggio di incrociarne lo sguardo e finalmente appariva da dietro la tenda, con un odore di gelsi bianchi, invisibile a tutti tranne forse solo a San Cosma, che il mattino dopo ci guardava ancora più accigliato e un giorno o l’altro avrebbe fatto la spia.
Perla restava immobile qualche secondo, il tempo di calmare la tenda. A volte un rumore dal trullo di bambù ci faceva trasalire, ma non era niente, solo il nonno che si rigirava nel letto. Ora lei si poteva avvicinare, io senza una parola scostavo il lenzuolo. La vedevo alta sopra di me. Saliva sul letto con un ginocchio, con l’altro, poi distendeva le braccia in avanti e si appiattiva sulle lenzuola, scorrendo il busto mentre anche le gambe si distendevano, ed era un unico movimento continuo, da gatta pigra, lento che non ho mai capito se lo facesse per non insospettire i nonni, o se fosse una scena anche questa, parte, stavolta, di una commedia solamente sua.
Per un po’ rimanevamo fermi come se non sapessimo bene che diavolo ci facessimo lì, in due su una branda stretta e a quell’ora di notte, e la prima volta che Perla ci si era infilata io davvero non lo sapevo, ma sentivo dentro di me l’ansia di quando sta per iniziare un gioco nuovo di cui subito vorresti conoscere le regole, e non vedi l’ora che qualcuno te le spieghi. Solo che Perla – il gioco lo aveva cominciato lei, dopotutto – non mi aveva spiegato un bel niente, magari nemmeno lei aveva idea di come funzionasse, tant’è vero che a un certo punto aveva afferrato un lembo della veste con due dita, giusto per fare qualcosa, e se l’era tirato un po’ più su scoprendosi fino a metà coscia.
Poi avevo visto una mano dal dorso scuro – dunque la mia mano – posarsi proprio dove lei si era scoperta, mentre il cuore si era messo a correre che sembrava volesse uscirmi dal petto. Guardavo la mia mano scura muoversi sulla pelle bianca di Perla sfiorandola appena, come scottasse. Mi ricordo di aver pensato che se era tutto qui non era poi un granché, questo nuovo gioco, eppure sia io sia Perla stavamo trattenendo il respiro in attesa di qualcosa, e forse per questo il cuore continuava a galopparmi dentro, sempre più forte, e la mano, nella sua avanzata, aveva trascinato ancora più su il lembo della veste, tanto che per la prima volta avevo potuto abbracciare in un unico sguardo le sue gambe nude, dalle caviglie sottili fino a dove si separavano le cosce, linee che si allargavano e restringevano con un’esattezza per me misteriosa, e allora gli occhi non mi erano più bastati perché avevo sentito una rabbia di percorrere con le mani la tortuosa estensione delle sue gambe, piene di anse segrete, di nascondigli, adesso le toccavo con impazienza, premendo le dita come per convincermi che tanta meraviglia era davvero lì, a un braccio da me, bianca che sembrava fatta di luce, ma una luce che si poteva toccare, e io in quel momento la stavo appunto toccando ed era mia, morbida fra le mie mani scure. Avevo poi chiuso gli occhi e c’era stato l’odore dei gelsi, e tutto era diventato bianco, per il resto della vita non avrei mai dimenticato la curva esterna della coscia che sentivo scorrermi sotto le dita, e la curva interna, ancora più morbida, e dopo aver riaperto gli occhi avevo visto una gamba che si accostava all’altra fino a formare, in mezzo, un’unica linea scura dove avrei voluto affondare il viso, mentre qualcosa stava succedendo dentro di me, nel ventre, la sensazione di non essere capace di contenere tutto questo, e il mio respiro come dopo una corsa disperata, e il cuore che accelerava ancora, e là fuori l’odore dei gelsi bianchi.

Il mattino dopo quella prima volta, a colazione, io e Perla non ci eravamo scambiati uno sguardo nemmeno di sbieco. I nonni dovettero pensare che era per via del trullino, o di uno qualsiasi dei mille pretesti che ci inventavamo pur di bisticciare. Noi glielo avevamo lasciato credere. Anche dopo ognuno se n’era rimasto per conto suo: Perla sotto il fresco dei gelsi a sillabare una sua filastrocca – la figlia del re è la mia vita, la figlia del re che si marita… -, io dietro una fila nera di formiche che si inabissava in una crepa del lastricato per ricomparire in cima a un muretto, e alla fine avevo scoperto l’origine di tutto quel brulicare nello squarcio rosso di un fico.
Ma nel trullino Perla ci era tornata. Il gioco continuavamo a non capirlo fino in fondo, qualcosa sfuggiva, ce lo rendeva diverso da tutti gli altri, anche se già dopo la prima volta lo avevamo sentito più nostro. In ogni caso capivamo che non era da raccontare. Perla si manifestava sempre all’improvviso, quando ormai non ci speravo più.
Una notte che si era fatta aspettare più del solito, io, senza sapere bene perché, dopo un po’ che eravamo distesi posai le labbra appena sopra il suo ginocchio, verso l’interno della coscia. Era una pelle che mi piaceva, sapeva un odore di bambina. Le labbra si schiusero, e la sua morbidezza di gambe la sentii in mezzo ai denti, poi con la punta della lingua. A quell’umido Perla mi chiese che fai, e io, che non lo sapevo, balbettai qualcosa di incomprensibile, poi mi scappò che avevo voglia di assaggiare. Sul momento lei sembrò non farci caso, ma a pranzo, il giorno dopo, si incantò a mezz’aria con una forchettata di pasta pomodoro fresco e basilico, e mi chiese se per caso non volevo assaggiare anche quella. E lo disse con un taglio di occhi che io ebbi la certezza di essere completamente perduto, ormai il gioco lo comandava lei, e se quella notte non fosse venuta nel trullino io ne sarei impazzito, avrei bestemmiato il nome di Dio in faccia ai santi, poi sarei entrato di corsa nel trullo di bambù – al diavolo pure i nonni – e me la sarei portata via come l’uomo nero delle favole.
Perla non venne, naturalmente. E io mi infuriai, ancora di più quando mi arresi che non ero capace di nessuna delle imprese che avevo fantasticato, e sarei invece rimasto lì tutto il tempo a macerare tra le lenzuola.
Mi svegliai da una notte torbida, tanto nervoso che mi tremavano le mani. Risposi male al nonno che me ne mollò uno, mai alzate le mani in vita sua. Finì che la nonna si mise a consolare tutti e due, a turno, me che le avevo prese e lui che le aveva date. Perla, non osavo nemmeno guardarla. Per tutto il giorno me ne stetti a far niente o a tormentare le formiche, volevo farla pagare a qualcuno. Dopo cena, a guardare il cielo ci andai da solo, ripetendo il mio desiderio a ogni stella.
Ma di nuovo lei non venne. Mi esasperavano sogni in cui invece lei c’era, e mi diceva che era sempre stata lì, accanto a me, e io non me n’ero accorto, avevo preso fuoco per niente. Dopotutto eravamo sempre cugini no? Ecco, bisognava che mi fidassi di lei; per esempio ora io dovevo darle le spalle e contare fino a dieci come a nascondino, e quando mi fossi voltato lei sarebbe stata pronta per cominciare il gioco, avrei potuto affondare la mano nella linea scura tra le cosce chiuse, toccare il liscio di tutte e due le gambe in una volta sola, con il palmo e il dorso, ma quando mi voltavo lei già non c’era più, si sentiva solo una risata che veniva dai gelsi, maligna, come se Perla avesse potuto scappare da lì, da quella finestra che ci passava a malapena un gatto; oppure, anche se c’era, diceva che di giocare non aveva più voglia, che la lasciassi dormire sennò l’avrebbe raccontato ai nonni, i nonni ai santi, i santi a Dio, e giù un’altra risata, ma io dicevo che non mi importava e mi gettavo su di lei afferrandola per le gambe nude, e ritrovandomi sveglio con il cuscino tra le mani.
Furono giornate all’inizio furibonde, poi il nervoso sbollì in un mondo di vapore, dai colori lividi. Parlavo poco e di malavoglia. I nonni dicevano che era colpa del primo freddo, dell’umido e del buio che si stava mangiando l’estate. Che poi io e Perla fossimo di umore diverso, quello era carattere. Quando la incrociavo cambiavo strada e lei, che se n’era accorta, a capitarmi tra i piedi lo faceva apposta. La sera quasi non toccavo cibo, me ne andavo fuori sulla stuoia, da solo, a caccia delle ultime stelle di agosto.
La notte prima di tornare in città c’era un ventaccio che faceva tremare i vetri. Ma nel trullino ti sentivi protetto perché le pareti di calce viva tenevano la tramontana a distanza, e lei poteva solo ulularci attorno come una cagna. Mi venne da pensare che l’inverno ormai si era mosso da dietro le murge, e si sarebbe tirato dietro lo scuro alle quattro di pomeriggio, il freddo e la scuola. E anche il minibasket, almeno una cosa buona. Pensai alla sfera bianca che stava in cima al trullino, sopra di me. Mi sarebbe piaciuto smontarla e portarmela a casa. Pensai alla bomboniera del matrimonio di mamma e papà, una bella mela di vetro pesante, che ti veniva una voglia di prenderla e di rigirartela in mano. Era proibito, per la verità, in mano a un bambino poteva rompersi e portare malocchio agli sposini, così io ci giocavo soltanto di nascosto. Ma alla mamma non sfuggiva niente, peggio di San Cosma: mi interrogava, e per farmi confessare mi mostrava in controluce le ditate che avevo lasciato sulla mela. Solo allora io ammettevo, e dicevo che mi avevano incastrato le impronte digitali, perché avevo imparato che se la facevo ridere, la mamma, poi lei mi avrebbe rimproverato perché proprio doveva. Un giorno mi ero infilato un paio di guanti neri come avevo visto nei telefilm e manipolavo la mela di nascosto, ma non era la stessa cosa. Alla fine mi era cascata per terra e se n’era staccato un bel pezzo con un profilo deciso, da taglio di coltello. Quando ne combinavo una così grossa mia madre non mi rimproverava, mi guardava negli occhi e basta, ed era peggio. Mi ero messo a singhiozzare tanto forte che le avevo fatto spavento. La diamo al nonno che la aggiusta, mi aveva consolato, lui aggiusta tutto. E il malocchio, dissi tra i singhiozzi, il nonno avrebbe aggiustato pure il malocchio? Poi la mamma mi aveva calmato il pianto passandomi le dita tra i capelli, lei aveva questo potere.
D’un tratto il vento calò a un filo e venne giù una pioggia fina fina, che invece del solito profumo di gelsi mi portò dalla finestrella l’odore dell’ultimo caldo. Lo immaginavo staccarsi da terra, quell’odore, dalle pietre ancora tiepide di sole e salire in leggere conchiglie di fumo, mentre la pioggia cadeva a spilli. Stavo per chiudere gli occhi, ormai in pace, quando Perla mi apparve davanti. Teneva in mano un bicchiere pieno d’acqua. Si sedette sul bordo del letto, una gamba tesa fino a toccare terra col tallone e l’altra libera di dondolare. Mi allungò il bicchiere come se le avessi detto che avevo sete. Lei a volte aveva certi occhi furbi. Feci per accostare le labbra, quando mi accorsi che lì dentro galleggiava qualcosa.
- Mandorle.
Perla lo disse assaporando le tre sillabe una dopo l’altra. Un tempo, per raccoglierle, il nonno si arrampicava fino in cima con la scala di legno, ma da quando era cascato si limitava a battere il tronco con un bastone e le mandorle mature ubbidivano cadendogli ai piedi. Alcune se le mangiava subito, altre le dava alla nonna per la cucina. Quelle che restavano le conservava già sgusciate in una brocca d’acqua fresca, dove le aveva scovate Perla. Adesso c’era solo da spellare la buccia giallognola, e poi la mandorla sarebbe venuta fuori bianca che si vedeva proprio che non aveva mai preso sole.
Perla fece con l’unghia un’incisione che sembrava un sorriso di denti lavati, poi sbendò via la buccia a spire gialle. La mandorla nuda era una forma simile ai suoi occhi, quel giorno che mi aveva chiesto se volevo assaggiare. In bocca la incastrai tra lingua e palato per sentire tutto il liscio delle due pareti curve. Quasi mi dispiaceva che avrei masticato. Però era croccante, sotto i molari, e faceva un rumore che somigliava al suo stesso nome: man-dor-la.
Una per ciascuno finimmo il bicchiere, dopo di che Perla volle sdraiarsi, prendere sonno con me. Era un rischio, ma per svegliarci prima dei nonni confidavamo nel raggio di alba che dalla finestrella arrivava dritto sul cuscino, e sembrava urlato dal gallo dei vicini.
- Ora ho capito di che sai.
Parlai a voce bassa, anche stavolta aprendo bocca senza volere.
- Sai di mandorla.
È che mi sentivo traboccare di gratitudine per lei che mi aveva offerto le mandorle e le gambe nude, indifferentemente, come fossero parti di sé allo stesso modo. Lei tirò un respiro di contentezza, l’ultimo da sveglia, perché già quello dopo se lo andò a prendere chissà dove, da quanto era profondo. Mi rigirai dal lato dove veniva un odore di sogni e di capelli neri. Presi in mano le gambe di Perla, e con quelle il sonno.

Il mattino del ritorno era fatto di giochi poco convinti, cominciati e finiti, come se non ne valesse più la pena. Alla corriera mancavano tre ore, ma dalla fretta dei nonni sembrava fosse già lì in mezzo alla strada. Finimmo fuori dai trulli con le valigie pronte un’eternità prima della partenza. Perla consumava l’attesa tra i rampicanti di passiflora, magari durante la notte ne era sbocciata qualcuna. Era un fiore di cipria dalle ciglia di rimmel, lunghissime e nere, pieno di nei che sembravano finti. Se ne stava imbozzolato molto più degli altri, e Perla diceva che ci metteva così tanto perché prima di uscire doveva truccarsi.
Tra le cose che mi erano vietate c’era inzaccherarmi di terra quando mancava poco alla corriera, e cioè ancora due ore, ma io non resistevo e per non farmi vedere sconfinavo nei vicini. I vicini avevano un gelso uguale al nostro tranne che dava frutti rossi, e questo perché ai suoi piedi ci era morto un brigante e aveva insanguinato le radici. Il sangue era poi salito ai gelsi, e dopo che li masticavi ti rimaneva sulle gengive.
Quel giorno, di ritorno dal brigante, stavo tagliando per l’orto dove c’erano i nostri alberi da frutto, quando lo sguardo mi si impigliò in una mandorla sfuggita al paniere del nonno.
Raccolsi una bella pietra bitorzoluta; sembrava della Luna, piena com’era di buchi in cui potevi incastrarci le dita e tenerla in una stretta ben salda. Di nascosto anche da Perla, filai dietro un muretto decrepito che il nonno si riprometteva di aggiustare chissà da quanto. Era pieno di terra e dava sul rosso, ma su alcune pietre, in cima, si vedeva una patina verde scura. Il nonno lo aveva scelto come il posto delle mandorle: le schiacciava lì, sopra il muretto, visto che già di suo cadeva a pezzi, e le pietre si bevevano il sangue verde delle scorze. Sedendomi a cavalcioni sentii sotto di me un assestamento che per fortuna non precipitò in frana. Mi venne da pensare a certi trulli dove non ci abitava più nessuno che sembravano bocche sgangherate, con le file di pietre come denti sghembi e i cespugli di more che se li stavano mangiando. Tenevo in una mano la pietra lunare e nell’altra la mandorla, protetta da una scorza di peluria soffice. Un piccolo animale verde, più che un frutto. La posai sul muretto e presi la mira.
Sarebbe stata una sorpresa per Perla: l’ultima mandorla dell’estate. L’avrei tenuta nascosta nel pugno, sgusciata e spellata, e una volta seduti sulla corriera, quando la campagna dei trulli iniziava a muoversi, poi a correre sfocata, a farsi liquida sotto i nostri occhi inondati di lacrime, soltanto allora le avrei svelato il tesoro, aprendo le dita piano come sbocciava la passiflora. Forse lei si sarebbe lasciata pure imboccare: dopotutto era una bambina.
Dovevo spicciarmi perché era anche questa una cosa vietata, mi potevo schiacciare le dita al posto delle mandorle. Il primo colpo fece un rumore di ovatta e ammaccò la scorza, che nel punto colpito si mise a sanguinare un verde ancora più scuro, quasi nero. Scavai con le unghie finché non venne alla luce il piccolo osso calvo, punteggiato di fori che sembravano fatti per respirare. Il secondo colpo sarebbe calato sul guscio ormai nudo e perciò bisognava calibrarlo in modo da non intaccare anche il frutto. Arrivò una voce da lontano, la nonna messa sull’avviso dalla mia assenza. Per la fretta il colpo mi scappò di mano, la pietra si trascinò dietro tutto il braccio e impattò la mandorla con il suo peso, più l’inerzia. Quando la sollevai vidi il guscio in mille frantumi, tanti quanti erano stati i forellini neri, schegge affilate che la pressione dell’urto aveva spinto verso l’interno. Alcune si erano conficcate nel vivo della polpa, altre avevano solo graffiato via la buccia e lo strato più superficiale. Ma il frutto era rovinato, mentre tentavo di estrarlo dai frammenti di guscio mi si sfece tra le dita in una poltiglia biancastra.
Da dietro il gelso apparve Perla, all’improvviso, come sempre, e io sgomberai le macerie con un taglio di mano. Con la punta del piede mi riuscì anche di camuffarle nella terra. Perla non se ne accorse, o comunque non ci badò. Mi porse la mano, e nello stringere la mia si accorse che le unghie erano orlate di verde. Che ti sei fatto, disse. Niente, risposi, non mi ero fatto niente. Poi mi voltai un’ultima volta verso il muretto. La sua sorpresa se la sarebbero mangiata le formiche.

I trulli li vedemmo sparire nella nuvola di terra sollevata dalle ruote. Poi riapparvero, ma più piccoli, e dopo che la corriera si arrampicò in paese diventarono una macchia bianca nella terra rossa, una delle tante. All’andata era stata tutta una gara a indicarli per primi, premendo le dita contro il finestrino, ma adesso ce ne stavamo fermi e zitti. I nonni ci consolavano che saremmo tornati l’anno prossimo, come se avessero detto domani l’altro. Mi stava crescendo, nella gola, una nuvola gonfia di pioggia, e quando incrociai gli occhi di Perla che piangevano senza che lei muovesse un muscolo – mi ricordo l’ovale del viso ricalcato da due linee di lacrime -, invece di crollare anch’io come mi sarei aspettato, e di sfogare quel groppo di pioggia, mi venne da pensare alla sorpresa che non ero riuscito a farle, a quanto poco sarebbe bastato per non rovinare la mandorla: la pietra più salda nella mano, il braccio che non doveva lasciarsi trascinare come aveva fatto, ma solo assecondare la caduta, e poi il colpo che picchiava appena per schiudere una crepa dove le mie piccole dita si infilavano agevolmente e aprivano in due il guscio.
Pensai a tutti i giochi che potevi azzerare con un non vale, se non erano venuti bene. Facciamo che tu eri e io ero, e dopo, una sfilza di imperfetti con cui ti potevi inventare un mondo, o ricostruirlo tale e quale a prima, se si era rotto. Facciamo che la mandorla era intatta e io non avevo ancora abbassato il colpo, facciamo che potevo di nuovo giocare con la mela di vetro, facciamo che l’estate non è finita, facciamo che…

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